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Full text of "Il milione. Commentato ed illustrato da Onia Tiberii"

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MARCO  POLO 


IL  AILIONE 


COMMENTATO  ED  ILLUSTRATO 


DA 


ONIA  TIBERII 


FIRENZE 
SUCCESSORI  LE  AONNIER 

EDITORI 


PROPRIETÀ   DEGLI   EDITORI 


G? 


Firenze,  1916.  —  Società  Tipografica  Fiorentina,  Via  S.  Gallo  33. 


/ 


PREFAZIONE 


L  libro  dei  Viaggi  di  Marco  Polo  descrive  gli 
itinerari  commerciali  e  le  condizioni  politiche 
e  sociali  dell'Asia  sul  finire  del  secolo  XIII, 
quando  l'avvicendarsi  delle  Crociate,  il  sor- 
gere di  regni  franchi  in  Cipro,  Morea,  Costantinopoli  e 
Gerusalemme,  le  rivalità  commerciali  e  coloniali  tra  Ge- 
nova e  Venezia  nel  Mediterraneo  e  le  irruzioni  mongoliche 
in  Asia  e  nella  Russia  attiravano  gli  sguardi  dell'Europa 
verso  il  più  lontano  Oriente.  L'avanzata  del  popolo  giallo, 
che  come  una  bufera  di  vento  aveva  rovesciato  i  troni  del- 
l'Asia e,  penetrando  in  Russia,  Polonia,  Wallachia,  Un- 
gheria, era  stata  appena  fermata  dai  Tedeschi  alla  battaglia 
di  Liegnitz  sull'Oder  (1241),  turbava  i  sonni  di  Papa  Inno- 
cenzo IV  e  di  Luigi  IX  re  di  Francia.  Questi  mandarono 
rispettivamente  come  loro  inviati  alle  corti  tartare,  Giovanni 
di  Pian  de'Carpini  (1246)  e  il  fiammingo Rubruquis (1253), 
i  quali,  avendo  percorso  la  Mongolia  e  la  Cina  settentrionale, 
portarono  all'Europa  le  prime  notizie  di  quelle  lontane  con- 
trade. Nel  1260  i  due  fratelli  Niccolò  e  Matteo  Polo,  ap- 


IV  .  PEEFAZIONE 


partenenti  alla  nobiltà  veneziana,  alla  quale  soltanto  era 
allora  concesso  occuparsi  di  commercio  coll'estero,  si  spin- 
sero da  una  loro  agenzia  in  Costantinopoli  fino  a  Bolgara, 
su  un  ramo  del  Volga.  Non  potendo  rifare  la  strada  a  causa 
della  guerra  scoppiata  fra  i  due  troni  tartari  del  Ponente 
e  del  Levante,  decisero  di  proseguire  per  Boccara,  il  gran 
mercato  dell'Asia  Centrale,  spesso  visitato  da  mercanti  ge- 
novesi e  veneziani.  Quivi  gli  avventurosi  fratelli  si  misero 
al  seguito  d'un 'ambasceria  tartara  che  si  recava  a  Kara- 
korum,  sede  dell'  impero  mongolo,  e  nel  1264  arrivarono 
alla  presenza  di  Kublai  Khan,  pronipote  di  Cinghis  Khan, 
eh'  era  da  otto  anni  salito  al  trono.  Cinque  anni  dopo, 
nel  1269,  i  due  fratelli  ritornarono  a  Venezia,  latori  d'una 
lettera  del  Khan  al  Papa,  nella  quale  si  chiedeva  l'invio 
in  Mongolia  di  dotti  missionari;  essi  avevano  inoltre  l'in- 
carico  di  provvedersi  d'un'ampolla  d'olio  del  Santo  Sepolcro, 
perchè  l'olio  era  considerato  dai  Mongoli  come  una  panacea 
per  ogni  male,  in  causa  della  propaganda  e  della  venditi* 
che  ne  facevano  tra  di  loro  i  missionari  della  Chiesa  ar- 
mena. Arrivati  ad  Acri,  i  Polo  appresero  la  morte  di  Papa 
Clemente  IV,  avvenuta  nel  1268,  e  andarono  quindi  a  Ve- 
nezia per  aspettare  l'elezione  del  nuovo  pontefice.  Due  anni 
dopo,  nel  1271,  vedendo  che  i  Cardinali  non  potevano  met- 
tersi d'accordo  per  eleggere  il  Papa,  i  due  fratelli,  impa- 
zienti di  aspettare  più  a  lungo,  presero  con  loro  Marco, 
figlio  di  Niccolò,  allora  giovinetto  di  17  anni,  e  ritorna-  I 
rono  ad  Acri,  si  fornirono  di  lettere  del  legato  papale  ivi 
residente,  e  d'olio  santo  proveniente  da  Gerusalemme,  e 
s'eran  già  messi  in  cammino  quando,  giunti  a  Layas,  fu- 
rono richiamati  indietro  ad  Acri  dal  legato  Tebaldo  Vi- 
sconti di  Piacenza,  che  nel  frattempo  (settembre  1271)  era 


PRE1  \ZI' 


stato  ciotto  Papa  ed  aveva  preso  il  nome  di  Gregorio  X. 
Questi  fornì  loro  le  credenziali  e  due  missionari  pel  Khan, 
congedò  la  comitiva  che  rimontò  a  Layas,  nella  baia  di 
Scanderun,  punto  di  partenza  delle  carovane  per  l'interno. 
Qui  comincia  la  relazione  dei  viaggi  di  Marco  Polo  che 
si  estendono  per  24  anni,  dal  1271  al  1295,  allorquando 
i  tre  Polo  tornarono  a  Venezia. 

I  due  missionari,  giunti  a  Layas,  si  rifiutarono  di 
proseguire  il  cammino,  atterriti  dalle  notizie  della  guerra 
che  era  scoppiata  fra  il  sultano  del  Cairo  e  quello  d' Ico- 
nio, così  che  i  nostri  viaggiatori  dovettero  tirare  innanzi 
da  soli.  Attraversata  l'Armenia  e  la  Persia,  scesero  ad 
Hormuz,  alla  foce  del  Golfo  Persico,  coli' intenzione  d'im- 
barcarsi e  raggiungere  la  Cina  per  mare,  ma  vista  la  poca 
sicurezza  delle  navi  e  la  minaccia  di  cadere  nelle  mani  dei 
corsali  preferirono  rimontare  l'altipiano  di  Kirman,  attra- 
versare il  deserto  salato  del  Khorasan  e  la  Battriana  e 
ingolfarsi  nell'aspro  e  freddo  valico  del  Pamir,  il  tetto 
del  mondo,  a  4000  metri  sul  livello  del  mare,  per  sboc- 
care nella  valle  del  Tarim,  seguendo  la  quale,  dopo  di 
avere  attraversato  l'immenso  deserto  di  Gobi,  giunsero 
finalmente  al  Catai,  come  allora  chiamavasi  la  Cina  set- 
tentrionale. 

II  giovane  Marco  non  doveva  in  quel  tempo  esser  for- 
nito di  molta  cultura  geografica,  né  poteva  aver  avuto  molta 
pratica  del  cavallo  e  della  caccia,  avendo  sempre  vissuto 
a  Venezia,  intorno  alla  parrocchia  di  S.  Cristoforo.  Por- 
tava seco  tutt' al  più  l'assordante  ricordo  dell'Arsenale  e 
del  fondaco  dei  Turchi  e  la  visione  di  San  Marco  senza 
il  campanile,  della  Dogana  senza  la  Madonna  della  Salute, 

Ielle  galee  armate  da  Schiavoni,  ancorate  a  poca  distanza 


VI  PREFAZIONE 


dall'Arsenale.  Venezia,  benché  padrona  di  oltre  un  quarto 
dell'  Impero  d' Oriente,  non  aveva  ancora  palagi  di  marmo, 
né  possessi  in  terra-ferma.  Soffocata  alle  spalle  da  invi- 
diosi signori  ghibellini,  come  il  Patriarca  d'Aquileia,  Ez- 
zelino III  da  Eomano  a  Padova,  Can grande  di  Verona,  gli 
Estensi  di  Mantova  e  di  Ferrara,  e  i  Polentani  di  Eavenna, 
amici  di  Dante,  respirava  per  l'ampio  polmone  adriatico  e 
s'arricchiva  rivaleggiando  con  Genova  come  porto  di  ap- 
provvigionamento e  di  distribuzione  delle  merci  tra  l'oriente 
e  l'occidente.  La  sua  politica  protezionista  accentrò  sulla 
libera  laguna  parecchie  industrie  che  mal  reggevano  alle 
lotte  comunali  tra  guelfi  e  ghibellini,  le  quali  dilaniavano 
l'Emilia,  il  Lucchese,  Firenze  e  il  Monferrato,  in  cui  pre- 
potevano  i  presidii  angioini.  Sono  quelli  i  tempi,  come 
tutti  sanno,  in  cui  ogni  terra  «  che  un  muro  ed  una  fossa 
serra»  s'atteggia  a  Stato  indipendente,  ed  «  un  Marcel 
diventa  ogni  villan  che  parteggiando  viene  » .  I  Polo  dun- 
que chiamano  sé  stessi  i  tre  latini,  e  i  loro  connazionali 
sono  da  essi  chiamati  veneziani,  genovesi  e  pisani,  ma  il 
nome  d'Italia  e  l'appellativo  di  «italiano»  non  appaiono 
mai  in  questo  libro. 

La  larga  esperienza  del  padre  e  dello  zio  fu  indubbia- 
mente di  grande  aiuto  al  giovane  Marco.  Da  essi  egli  dovè 
certo  avere  appreso  la  pratica  mercantile,  la  conoscenza 
delle  pietre  preziose,  delle  stoffe  di  seta  e  delle  costose  pel- 
liccie,  il  maneggio  del  cavallo,  il  cambio  dei  bisanti  e  i 
primi  rudimenti  del  tartaresco.  Pel  resto  il  caravanserra- 
glio, il  bazar,  le  lunghe  ore  delle  tappe,  delle  soste  e  dei 
bivacchi  e,  sopratutto,  il  soggiorno  di  Badakshan,  nel  cui 
dolce  clima  i  viaggiatori  sostarono  un  anno  intero  per  una 
convalescenza  di  Marco,  gì'  insegnarono  a  parlare  corren- 


PREFAZIONE  VII 


temente  tartaresco  e  persiano  e  a  conoscere  il  carattere,  la 
vita  e  le  mille  amenità  dell'etichetta  orientale. 

Alla  fine  del  1274  Kublai  Khan  rivede  con  piacere  i 
suoi  ambasciatori  al  Papa  e  nota  tra  loro  il  giovane  ed 
aitante  Marco,  dall'occhio  vivo  e  profondo  sotto  un  terbush 
persiano.  Kublai  aveva  fatto  già  molto  cammino  dal  1265 
al  1274.  Aveva  trasportato  prima  la  sua  capitale  da  Ka- 
rakorum  a  Taiyuanfù  nello  Shansi  e,  proprio  in  quell'anno 
a  Camblau  (Pekino),  e  si  trovava  nella  sua  favorita  resi- 
denza d'estate  a  Kemenfù,  in  Mongolia,  quando  ricevette 
i  tre  latini.  Assiso  sulle  rovine  del  reame  del  Tangut,  che 
il  suo  grande  avo  Cinghis  Khan  avea  strappato  al  turbo- 
lento Preste  Giovanni  (Uncan)  insieme  con  la  Manciuria 
e  la  Corea  (1220);  padrone  del  Catai,  o  Cina  a  Nord  del 
fiume  Giallo,  conquistato  dai  successori  di  lui  dopo  aver 
vinto  i  Tartari  Nuchen  (Dinastia  Chin  1234);  devastato 
il  Kam  tibetano  (Ssùchuan)  e  abbattuto  il  reame  Shan  dei 
Nan  Chao  in  Charagià  (Yunnan  1252),  Kublai  aveva  sin 
dal  1269  posto  l'assedio  a  Siangyang  e  s'apparecchiava 
a  passar  il  fiume  Azzurro  (Yangtze)  per  impadronirsi  del 
ricchissimo  reame  del  Mangi  (Cina  meridionale)  dominato 
dalla  dinastia  nazionale  dei  Sung  (1127-1280).  Gli  .stra- 
nieri persiani,  saraceni,  armeni,  essendo  più  istruiti  ed  in- 
telligenti dei  Mongoli,  erano  molto  ben  voluti  e  ben  veduti 
alla  corte  del  Khan  e  spesso  erano  occupati  in  posizioni  di 
fiducia,  o  come  governatori,  o  come  controllori  (dentghas) 
delle  terre  conquistate.  Dei  Cinesi  non  c'era  da  fidarsi. 
Astuti,  strettamente  legati  in  società  segrete,  ma  resi  inetti 
alle  armi  dall'educazione  di  Confucio  e  dalle  pratiche  bud- 
distiche, borbottavano  contro  i  fetidi  invasori  (chou  ta  txu) 
che    riempivano    di   forestieri   barbari  la  Terra  dei  fiori. 


Vili  PREFAZIONE 


Kublai  Khan,  indispettito  dalla  ostinata  resistenza  che  la 
città  murata  di  Siangyang  opponeva  da  anni  alla  sua  ca- 
valleria tartara,  manda  i  due  fratelli  Polo  a  far  mangani 
di  guerra  e  catapulte  per  espugnarla,  e  ritiene  il  giovane 
Marco  come  addetto  al  suo  Consiglio  privato.  Insignito  di 
grado  ufficiale,  Ser  Marco  entra  nei  vari  Ministeri  della 
capitale,  assiste  alle  feste  di  Corte,  segue  il  Khan  alla  sua 
residenza  estiva  e  alle  caccie,  e  diventa  esperto  politico  e 
cortigiano. 

Caduta  Hangchow,  la  capitale  dei  Sung,  nel  1276, 
Kublai  Khan,  sovrano  della  Mongolia  e  del  Catai,  viene 
eletto  imperatore  di  tutta  la  Cina  e  sue  dipendenze,  e  inizia 
la  nuova  dinastia  mongola  detta  Yuan,  che  occupa  il  suo 
posto  negli  annali  cinesi  dal  1280  al  1368.  Egli  mette  pre- 
sidii  tartari  in  1200  città  cinesi,  prepara  le  spedizioni  a 
Zipagu  (Giappone  1280),  Myen  (Birmania  1283),  Ciamba 
(Annam  1285),  inondando  di  carta  moneta  i  fiorenti  mer- 
cati cinesi  e  ritirandone  tutto  l'oro  e  l'argento  a  Pekino. 
Si  circonda  d'astrologi,  indovini,  lama  e  giullari:  incoraggia 
le  arti,  e  nel  1279  fa  costruire  dal  suo  favorito  astronomo 
Kuo  Shou  ching,  l'osservatorio  astronomico  di  Pekino, 
300  anni  prima  che  Federico  III  di  Danimarca  pensi  a 
provvederne  Ticho  Bfahe,  e  chiama  matematici  maomettani 
e  persiani  alla  compilazione  del  suo  arruffato  calendario, 
il  «  Barba-nera  » ,  il  «  Taccuino  »  indispensabile  in  ogni 
casa  cinese.  La  geografia  ch'egli  aveva  studiato  percorrendo 
i  paesi  in  sella  al  suo  cavallo  non  arriva  a  fornirgli  dati 
esatti  sulle  risorse,  sui  proventi  e  i  tesori  delle  provincie 
conquistate;  ed  eccolo  tramutar  Marco  Polo,  provetto  viag- 
giatore ed  esperto  cacciatore,  in  governatore  di  Yangchou, 
-nella  provincia  del  Kiangnan,  uno  dei  posti  più  importanti 


PKBFAZ10NK  IX 


por  l'entrata  delle  gabelle  sul  sale.  Marco  vi  risiedette  tre 
anni  (1278-80).  Nella  primavera  del  1281,  di  ritorno  a 
Pekino,  egli  è  testimone  del  fuggi  fuggi  generale  che  seguì 
l'uccisione  del  governatore  saraceno  Achomat,  il  quale, 
col  disprezzo  d'ogni  diritto,  aveva  per  22  anni  tiranneg- 
giato ed  atrocemente  offeso  i  Cinesi.  Kublai  Khan,  ch'era 
a  Giandù  a  riposarsi  con  le  sue  amiche,  tosto  informato  di 
questo  tentativo  di  ribellione,  accorse  e  ristabilì  la  pace 
distruggendo  tutta  la  famiglia  e  i  figliuoli  di  Achomat  e 
confiscando  tutt'  i  loro  beni  e  tesori.  (4)  Nel  1283  Marco 
Polo  riceve  le  «  tavole  d'oro  »  (chin  pài)  cioè  l'ordine  im- 
periale di  recarsi  come  ambasciatore  alla  corte  di  Kogra 
Khan,  figlio  di  Kublai,  governatore  del  Charagià  (Yunnan), 
e  al  re  di  Myen  (Birmania).  Nel  1285  egli  ò  di  nuovo  in 
viaggio  a  Ciamba  (Annam),  ma,  da  fidato  diplomatico,  egli 
tace  degli  scopi  e  dei  risultati  della  sua  missione. 

Durante  questo  brillante  stato  di  servizio,  Marco  Polo 
ebbe  occasione  di  traversare  la  Cina  e  le  sue  dipendenze, 
e  tra  le  tante  acute  e  minute  osservazioni  da  lui  fatte,  con 
la  caratteristica  precisione  di  quegli  ambasciatori  veneti 
che  più  tardi  vegliavano  alla  sicurezza  della  Repubblica 
nelle  corti  d'Italia  e  d'Europa,  è  strano  ch'egli  abbia  tra- 
lasciato d'accennare  a  cose  tanto  nuove  per  lui  e  sì  pret- 
tamente cinesi,  come  il  the,  il  «  piò  di  giglio  »  della  Ci- 
nese, i  libri  stampati,  l'esame  di  Stato,  i  geroglifici  e, 
sopratutto,  la  Grande  Muraglia,  tutte  cose  che  attirano  ir- 
resistibilmente l'attenzione  d'un  occidentale.  Con  le  idee  di 


(l)  Quest'episodio  ampiamente  narrato  nell'originale  francese,  non 
appare  nella  redazione  toscana:  forse  venne  omesso  per  ragioni  d'op- 
portunità politica. 


PREFAZIONE 


grandiosità  e  forza  del  dominio  tartaro  assorbite  nel  con- 
tinuo contatto  intellettuale  e  sociale  coi  magnati  di  Pekino, 
e  circondato  come  egli  doveva  essere  per  la  sua  posizione, 
da  valletti,  uscieri,  interpetri  (beileh),  secretari  (shih  yeh) 
mussulmani,  persiani  e  nestorini,  il  cui  dialetto  nordico  non 
era  più  inteso  oltre  lo  Yangtze,  egli  passa  accanto  alla 
vecchia  e  rigogliosa  civiltà  dei  Sung  con  la  stessa  indiffe- 
renza degli  Spagnuoli  di  Cortez  e  di  Pizarro  innanzi  a 
quella  di  Montezuma  e  degli  Incas  ;  rimane  tre  anni  a 
signoreggiare  Tangchou  tra  i  centri  più  letterari  della  Cina 
—  Hangchow,  Soochow  e  Nankin  —  senza,  non  dico  pene- 
trare il  pensiero,  ma  almeno  notare  il  nome  di  Confucio, 
tanto  commentato  attorno  a  lui  da  filosofi  e  storici  neo- 
confucianisti  dell'epoca.  Ciò  è  tanto  più  strano  quando  si 
pensa  alle  minute  sue  osservazioni  sui  Bramani  e  Budda 
fatte  al  suo  passaggio  pei  porti  dell'India.  Non  conoscendo 
la  lingua  cinese,  Ser  Marco  non  può  avvertire,  neppure  di 
riflesso,  il  lustro  della  poesia,  del  teatro  e  del  romanzo 
cinese  dell'epoca  dei  Sung,  che  perdura  ed  ammanta  tutta 
la  povertà  di  spirito  e  la  rozza  vacuità  barbarica  dei  Mon- 
goli. Sorvolando  sulle  terre  da  lui  percorse  col  suo  favo- 
rito ritornello  «  che  vivon  d'arti  e  sono  idoli,  usano  mo- 
neta di  carta  e  sono  al  Gran  Cane  »,  Ser  Marco  trova 
accenti  epici  soltanto  quando  parla  delle  ricchezze  stermi- 
nate e  dei  fastosi  sollazzi  e  banchetti  dell'Imperatore. 

Al  suo  ritorno  in  Pekino  dalla  sua  missione  nell'Annam, 
egli  si  avvicinava  alla  quarantina,  il  padre  e  lo  zio  alla 
sessantina,  e  il  Gran  Khan  era  sempre  più  avviluppato, 
vecchio  anche  lui,  negli  intrighi  delle  sue  mogli  e  nume- 
rose amiche  e  relativa  figliolanza.  I  timori  d'un  cambia- 
mento di  regno  e  di  fortuna  e  la  nostalgia  del  cielo  rosato 


PREFAZIONE  XI 


della  natia  laguna  indussero  i  Polo  a  domandar  congedo 
dal  Khan.  Questi  menava  le  cose  per  le  lunghe,  quando, 
per  lor  fortuna,  nel  1292  capitò  a  Pekino  un'ambasceria 
dalla  Persia  per  chiedere  una  principessa  cinese  in  moglie 
per  Argon,  re  dei  Tartari  del  Levante,  rimasto  vedovo.  La 
scelta  di  Kublai,  dopo  aver  fatto  studiare  a  lungo  l'oro- 
scopo dai  suoi  astrologi,  cadde  sulla  principessina  Ko 
(Ko  katin)  della  famiglia  imperiale  dei  Sung,  raccolta  bam- 
bina alla  caduta  di  Hangchow  ed  ormai  fatta  ventenne  nel- 
l'ambiente della  sua  corte.  Per  evitare  i  disagi  ed  i  peri- 
coli del  viaggio  attraverso  il  deserto  di  Gobi  e  le  terre  di 
Caidù,  ancora  suo  mortai  nemico  in  Turkestan,  Kublai 
concesse  agli  ambasciatori  di  menar  la  sposa  in  Persia  per 
la  via  di  mare  e  di  farsi  accompagnare  dai  tre  latini  che 
rimpatriavano.  La  notizia  non  parve  vera  ai  Polo  che, 
detto  fatto,  presero  tutt'  i  p'iao  ch'ao,  o  monete  di  carta 
accumulate  in  tanti  anni,  e  le  cambiarono  in  una  bella  ra- 
dunata di  pietre  preziose.  Cucirono  queste  solidamente  entro 
il  loro  saio  e  un  bel  giorno  l'imperiai  carovana,  spiegando 
le  vele  e  le  bandiere  al  vento,  si  mise  in  moto  pel  Gran 
Canale.  Qui  Marco  Polo  ci  ha  lasciato  un  bellissimo  itine- 
rario per  fiumi  e  per  canali  fino  a  Kinsai  (Hangchow),  la 
minuta  descrizione  di  questa  portentosa  ed  immensa  città, 
e  del  viaggio  per  terra,  in  lunga  fila  3i  portantine,  attra- 
verso l'alpestre  provincia  del  Pukien  fino  a  Zaiton,  il  porto 
di  imbarco  di  fronte  all'odierno  porto  d'Amoy. 

Quivi  entrarono  in  mare  su  di  una  flottiglia  di  grosse 
giunche  a  quattro  alberi,  armate  da  600  marinai  e,  co- 
steggiando l'Annam,  Sumatra,  Ceylon  e  la  costa  occidentale 
dell' Indostan,  dopo  15  mesi  di  avventurosa  navigazione, 
sbarcarono  ad  Hormuz,  all'entrata  del  golfo  Persico.  Questo 


XII  PREFAZIONE 


viaggio  dà  modo  a  Marco  Polo  di  compiere  —  primo  tra 
gli  Europei  moderni,  —  la  circumnavigazione  meridionale 
dell'Asia,  tre  secoli  dopo  che  quei  mari  erano  stati  corsi 
e  ricorsi  da  marinai  cinesi,  arabi  e  persiani  —  per  tacere 
dei  mercanti  romani  che,  come  ambasciatori  di  Marco  Au- 
relio agli  imperatori  della  dinastia  Han,  arrivarono  in  Co- 
chincina  nel  166  dell'era  volgare. 

In  Persia  i  nostri  tre  viaggiatori  appresero  la  morte  del 
re  del  Levante  ;  a  Sabzwar  (Albero  Solo)  si  separarono,  con 
molte  dimostrazioni  di  affetto,  dalla  principessa  Ko  Katin, 
che  5  anni  dopo  passò  sposa  al  figlio  e  successore  del  so- 
vrano destinatole,  e  proseguendo  il  loro  cammino  per  Ta- 
briz  e  Trebisonda,  Costantinopoli  e  Negroponte  arrivarono 
a  Venezia  nel  1295. 

Narra  una  leggenda  come  al  loro  ritorno  in  patria  essi 
non  fossero  riconosciuti  dai  loro  parenti,  che  dopo  25  anni 
d'assenza  potevano  ben  crederli  morti,  se  non  quando,  dopo 
di  essere  stati  invitati  ad  un  lauto  pranzo,  i  viaggiatori 
presero  a  mostrar  loro  una  gran  quantità  di  pietre  preziose 
scucite  dalla  fodera  dei  loro  ricchi  abiti  di  seta  —  una 
prova  di  assoluta  fiducia  che  non  si  dà  che  ai  più  stretti 
parenti. 

Poco  appresso,  Venezia,  essendo  in  guerra  con  Genova, 
richiese  alla  famiglia  Polo  di  armare,  secondo  il  costume, 
una  galea,,  e  Marco  Polo  che  ne  prese  il  comando,  fu  fatto 
prigioniero  alla  battaglia  di  Curzola  (1298)  e  condotto  a 
Genova.  Quivi  ebbe  compagno  di  sventura  un  Kusticiano 
o  Eustichello  da  Pisa,  che,  dopo  la  battaglia  della  Meloria, 
s' ingegnava  di  mettere  a  profitto  i  suoi  talenti  letterari 
scrivendo  versi  d'  amore  e  prose  da  romanzo  in  vulgari 
gallico,  ossia  in  francese,  lingua  predominante  in  quei  tempi 


PlfWAZIONE  XIII 


come  si  sa  dal  Tesoro  di  Ser  Brunetto  Latini,  maestro  di 
Dante.  Ser  Marco  si  fece  mandare  le  sue  note  di  viaggio 
da  Venezia  e  le  dettò  man  mano  a  Rusticiano,  che  ne  formò 
un  libro  scritto  in  francese.  Questa  fu  la  prima  edizione 
del  libro  dei  Viaggi  di  Marco  Polo  (1298);  da  essa  vennero 
poi  compilate  epitomi  e  traduzioni  in  latino  e  nelle  princi- 
pali lingue  europee,  di  cui  esistono  85  codici  manoscritti, 
sparsi  nelle  primarie  biblioteche  d'  Europa,  compresi  i  29 
che  sono  in  Italia.  • 

La  prima  traduzione,  abbreviata  e  monca,  in  volgare 
fiorentino,  fatta  intorno  al  1307  e  conosciuta  sotto  il  nome 
di  Codice  Magliabecchiano  più  antico,  usata  per  la  edizione 
a  stampa  dal  Ramusio  (Venezia  1559),  è  qui  riprodotta 
senza  alterazione,  tranne  quelle  poche  variazioni  ortogra- 
fiche dei  nomi  di  persone  e  di  paesi,  che  furono  svisati  dai 
copisti.  L'alterazione  e  la  varietà  delle  loro  forme  era  un 
grave  ostacolo  alla  piana  intelligenza  del  volume. 

In  considerazione  dello  scopo  cui  esso  è  destinato,  ognun 
vede  come  sarebbe  fuor  di  proposito  entrar  nelle  dispute 
che  si  sono  venute  accendendo  intorno  a  ciò  che  narra  il 
viaggiatore  veneziano:  poche  note  sobrie  ed  opportune  sui 
paesi,  sui  loro  prodotti  e  sui  loro  abitanti,  sugli  usi  e  co- 
stumi di  questi,  e  un  chiaro  tracciato  degli  itinerari  per- 
corsi dai  Polo  ci  sembrarono  sufficienti  a  raggiungere  il 
fine  che  la  nostra  raccolta  si  propone. 

Lo  stile  di  Ser  Marco  è  rapido,  semplice,  efficace,  corno 
quello  di  colui  che  ha  molte  cose  da  dire  e  non  può  in- 
dugiarsi in  fiorettature  rettoriche;  la  lingua  del  traduttore 
fiorentino  è  quella  dell'aureo  trecento,  schietta  e  pura,  sebben 
venata  qua  e  là  di  pretti  idiotismi  della  pronuncia  toscana, 
coinè  appostolo,   occeano,  piata,  abergo^  e  di  francesismi 


XIV  PREFAZIONE 

come  quattroventi  (per  80),  villa  (per  città),  freri  (per  frati 
o  fratelli),  santa  (per  salute),  e  via  discorrendo.  Ai  fatti  os- 
servati s'intrecciano  moltissime  parole  tecniche  attinenti  al 
commercio,  ben  note  ai  nòstri  maggiori  negli  scali  d'Oriente 
ed  ancor  oggi  usate  in  quelli  dell'  Estremo  Oriente,  di  cui 
sarà  assai  interessante  conoscere  il  significato  e  l'origine. 
Esse  sono  elencate  nell'  indice  speciale  alla  fine  del  vo 
lume. 

Per  la  straordinarietà  e  molteplicità  delle  cose  raccon- 
tate, il  libro  di  Marco  Polo  fu  dai  suoi  contemporanei 
chiamato  il  Milione.  Esso  infatti  rievoca  ad  un  tempo  il 
Periplo  di  Nearco,  il  misterioso  Egitto  di  Erodoto,  nonché 
i  Viaggi  di  Sindbad  dei  racconti  arabi.  Buddisti,  Bramani 
e  stregoni  sfilano  insieme  con  Maomettani,  Cristiani  e  Ado- 
ratori del  fuoco;  leggende  e  miracoli  si  alternano  con  i 
prodigi  dei  fattucchieri  e  dei  prestidigitatori  tibetani;  im- 
mensi eserciti  si  azzuffano,  sotto  un  nuvolo  di  freccie,  tra 
il  fragore  dei  timpani  e  il  barrito  degli  elefanti;  schiere 
di  corsali  veleggiano  i  mari  depredando  le  navi,  mentre 
le  carovane  lente  lente  attraversano  i  deserti  infuocati  pieni 
di  miraggi  e  di  echi  misteriosi,  e  le  slitte  veloci,  trainate 
dai  cani,  scivolano  sui  ghiacci  perenni  della  Valle  1  scura. 
Lungo  i  fiumi  gremiti  di  barche  s'affollano  le  città  cinesi, 
veri  formicolai  umani,  dove  tutti  i  prodotti  naturali  «  le 
pietre  che  ardono  »,  i  metalli  preziosi,  le  gemme,  le  co- 
stose pelliccie,  i  cereali,  le  droghe,  le  frutta  tropicali,  le 
radici  medicinali  e  i  profumi  hanno  il  loro  scambio  con 
le  monete  «  fatte  di  buccia  d'arbori  ».  La  notte,  mentre  le 
guardie  del  fuoco  vegliano  sulle  città  dall'alto  delle  loro 
torri,  fuori,  per  la  campagna  nera,  nel  folto  impenetrabile 
della  giungla,  squittiscono  le  scimmie  e  stanno  in  agguato 


PREFAZIONI-:  XV 

le  tigri.  Eppure  quest'  incanto  di  novità,  che  lo  Shakespeare 
colse  più  tardi  e  mise  in  bocca  d'  Otello  per  sedurre  la 
fantasia  della  pura  Desdemona;  questo  fascino  dei  paesi 
lontani  e  misteriosi  del  Sol  Levante,  non  lasciò  sul  suo 
secolo  maggiore  impressione  di  quel  che  tacessero  i  ro- 
manzi di  cavalleria  allora  in  gran  voga,  Tristano  e  Isotta 
e  i  Reali  di  Francia.  Il  facile  e  proficuo  commercio  con 
il  Mediterraneo  orientale  distolse  quel  secolo  dal  cercare 
je  vie  aspre  e  lunghe  e  difficili  aperte  dal  viaggiatore 
veneziano. 

Ma  quando  nel  1453  Costantinopoli  cadde  in  mano  dei 
Turchi,  gli  Occidentali  furono  spinti  a  studiare  nuove  vie 
per  raggiungere  le  fonti  del  loro  commercio,  cioè  i  paesi 
descritti  da  Marco  Polo,  la  Persia,  l' India  e  la  Cina.  Cri- 
stoforo Colombo  nell'attuare  questo  disegno  suggeritogli  dal 
suo  genio  trova  invece  il  Nuovo  Mondo  (1492).  La  cono- 
scenza geografica  ed  astronomica  essendo  mutata,  il  Por- 
togallo doppia  il  Capo  e  giunge  all'  India  e  alla  Cina,  tra- 
scinandoci dietro  i  missionari  della  Croce.  D'allora  in  poi 
l' incantesimo  dell'  Oriente  riprende  come  un  incubo  la 
mente  europea,  e,  nel  continuo  succedersi  e  avvicendarsi 
di  colonie,  commerci  e  missioni  politiche,  scientifiche  e 
religiose  in  tutta  l'Asia,  il  libro  di  Marco  Polo,  vagliato, 
controllato,  commentato  da  una  miriade  di  ufficiali  conso- 
lari, governatori  coloniali,  soldati,  viaggiatori,  commercianti 
e  missionari,  resta,  dopo  sei  secoli,  una  delle  fonti  più  au- 
torevoli e  il  punto  di  partenza  per  l' elucidazione  dei  più 
interessanti  problemi  di  geografia  storica,  finanza,  commer- 
cio, etnologia,  etimologia,  religioni  e  relazioni  dell'Asia  con 
F  Europa. 

Patta  la  pace  tra  Venezia  e  Genova  nel  12!M>,  per  mezzo 


XVI 


PREFAZIONE 


del  Duca  di  Savoia,  Marco  Polo  ritornò  in  patria,  si  am- 
mogliò a  45  anni,  ebbe  tre  figliuole  e  si  godè  il  frutto 
della  sua  agiatezza.  Il  9  Giugno  1323  fece  testamento,  e 
qualche  anno  dopo,  nel  1326,  morì  all'età  di  72  anni,  e 
fu  sotterrato  nella  chiesa  di  S.  Lorenzo.  A  Venezia  esiste 
ancora  il  portale  della  casa  ove  egli  nacque  nel  1254  in 
Calle  S.  Cristoforo,  ma  la  sua  famiglia  si  estinse  nel  1418 
con  un  Marco  Polo  castellano  di  Verona. 

Di  lui  esistono  due  ritratti,  uno  in  Eoma,  nella  inac- 
corta di  Monsignor  Badia,  col  titolo  magniloquente  :  To- 
tius  Orbis  et  Indiae  Peregrinator  ÌPrimus;  l'altro  è  il 
mosaico  del  Salviati  nella  sala  consiliare  di  Genova,  di 
fronte  a  quello  di  Colombo,  presentati  entrambi  da  Ve- 
nezia alla  sua  antica  rivale  in  occasione  del  centenario 
colombiano  nel  1892. 


Firenze,  maggio  1916. 


Onta  Tiberii. 


NOTA  DEGLI  EDITORI 

Le  copiose  annotazioni  che  accompagnano  questa  ristampa  dei 
Viaggi  di  Marco  Polo  sono  state  preparate,  dietro  nostra  insistente 
richiesta,  dal  dott.  cav.  Tiberii,  il  quale  fu  per  molti  anni  (1881- 
1904)  residente  in  Cina,  nella  Amministrazione  delle  Dogane  e 
delle  Poste.  La  sua  posizione  ufficiale,  la  lunga  esperienza,  la  cono- 
scenza della  lingua  e  dei  costumi  del  paese,  e  soprattutto  l'aver  egli 
vissuto  nelle  stesse  provi  ncie  descritte  dal  grande  Veneziano  danno 
affidamento  che  le  sue  note,  per  ciò  che  riguarda  la  Cina,  saranno 
dai  lettori  trovate  non  meno  autorevoli  che  interessanti. 


ITINERARI 

»■+++  Vl'39g'Q  deiduefrafelli  Polo(l26(KJ9)-  Coiiantinopoli-Bolgara- Bocara-, 

Gfrar  Karakorum 

—  Vya^aéz\\rt?Q\o(ì272-7^Layai-Pamir-Lap-Kemenfti{er/tarno1292-3<t) 

Mino-Hangchow-Zaiion-Bintarig-lndia-Hormtjz.-Trebi.iOnda 

—  Via39l0  di  Marco  Va\^Z^PtKino-iìngan-5indufu-Awn-Mapei-Pekino 


oV>U 


r iORCIA 

U  (MANCIURIA) 


KABAKOffUM  KEM£NFU(Q«xxuL. 


:nfu(qùxjxòL)  s  — — r  I 


— . — 


IL  BILIONE 


DI    F\.    AARCO    POLO 


Ohi  comincia  il  libro  di  messer  Marco  Polo  da  Vinegia, 

■v 

CHE  SI  CHIAMA  «  MEL10NE  »,  IL  QUALE  RACCONTA  MOLTE 
NOVITAD1  DELLA  TARTARI  A  E  DELLE  TRE  INDIE  E  D'ALTRI 
PAESI   ASSAI. 


I.  *) 

"  Furono  due  nobili  cittadini  di  Vinegia,  eh'  ebbe  nome 
V  uno  messer  Matteo  e  1'  altro  messere  Nicolao,  i  quali  ali- 
da ro  al  Gran  Cane  signore  di  tutti  i  Tartari  ;  e  le  molte  no- 
\  itadi  che  trovàro  si  diranno  più  innanzi.  E'  quali,  giunti  che 
fftro  alla  terra  dov'  era  il  Grande  Cane,  sentendo  la  loro  ve- 

*)  I  primi  tredici  capitoli  formano  il  prologo  di  quest'epitome 
italiana,  che  appare  molto  ridotta  e  monca,  e  priva  dell'esordio  del 
testo  originale  francese,  nel  quale  vien  narrato  il  primo  viaggio  dei 
due  fratelli  Polo  alla  Tartana  (1260-1269).  (Vedi  sulla  Carta  :  Iti- 
nerario 1°). 

La  Tartaria:  era  il  Nord  dell'Asia,  dal  Caspio  alla  ultima  Tuie 
(Caoli,  Corea),  e  comprendeva:  1"  l'impero  dei  Tartari  del  Po- 
nente, dal  Mar  Nero  al  fiume  Oxus;  2°  l'impero  dei  Tartari  del 
Levante,  dall'Anatolia  al  Golfo  Persico;  3°  l'impero  Mongolo, 
dall'  Oxus  alla  Cina.  I  tre  imperi  erano  governati  da  pronipoti 
di  Cinghis  Khan,  tra  i  quali  emerse  Kublai  Khan,  conquistatore 
e  unificatore  della  Cina. 
•e  tre  Indie:  erano  le  terre  bagnate  dall'Oceano  indiano,  divise  in 
India  maggiore  (Indostan),  India  minore  (Indocina),  e  India  mez- 
zana o  terza  (Arabia  e  Abissinia). 


IL   MILIONE 


nuta,  fecesegli  venire  innanzi,  e  fecene  grande  allegrezza  e 
festa,  però  che  non  avea  mai  più  veduto  niuno  latino  ;  e  do- 
mandogli dello  imperatore,  e  che  signore  era,  e  di  sua  vita 
e  di  sua  iustizia,  e  di  molte  altre  cose  di  qua  ;  e  domandoli 
del  papa  e  della  Chiesa  di  Roma,  e  tutti  i  fatti  e  Stati  di 
cristiani.  E  i  due  fratelli  gli  rispuosono  bene  e  saviamente 
ad  ogni  sua  domanda,  però  che  sapeano  bene  il  tartaresco. 

IL 

Quando  lo  grande  signore,  che  Goblai  avea  nome,  che  era 
signore  di  tutti  li  tartari  del  mondo,  e  di  tutte  le  provincie 
e  regni  di  quelle  grandissime  parti,  ebbe  udito  de' fatti  de' la- 
tini dagli  due  frategli,  molto  gli  pregò  ;  e  disse  fra  sé  stesso 
di  volere  mandare  messagi  a  Inesser  lo  papa  ;  e  chiamò  gli 
due  frategli,  pregandoli  che  dovessero  fornire  questa  amba- 
sciata a  messer  lo  papa.  Gli  due  frategli  rispuosero  :  volen- 
tieri. Allora  lo  signore  fece  chiamare  uno  suo  barone  che 
avea  nome  Coghotal,  e  disseli  che  volea  ch'andasse  co'li  due 
frategli  al  papa.  Quegli  rispose:  volentieri,  sì  come  per  si- 
gnore. Allotta  lo  signore  fece  fare  carte  bollate,  come  li  due 
frategli  e  il  suo  barone  potessero  venire  per  questo  viaggio, 
e  impuosegli  V  ambasciata  che  volea  che  dicessero  ;  tra  le 
quali  mandava  dicendo  al  papa,  che  gli  mandasse  sei  uomini 
savi,  e  che  sapessero  bene  mostrare  a  l' idoli  e  a  tutte  altre 
generazione  di  là,  che  la  loro  legge  era  tutta  altramenti,  e 


Coblai:  Kublai  Khan,  sopra  ricordato. 

carte  bollate:  credenziali,  passaporti  e  salvacondotti  che  portavano 
il  suggello  imperiale. 

a  l'idoli:  agli  idolatri.  Nel  richiedere  missionari  al  Papa,  Kublai 
Khan  mirava  ad  ottenere  istruttori  di  scienze  ed  arti,  matema- 
tici, compilatori  di  calendari,  e  maestri  pei  suoi  rozzi  e  super- 
stiziosi seguaci  delle  steppe,  tramutati  in  padroni  di  genti  alta- 


I)T    \[.    MARCO    POLO  0 

come  ella  era  tutta  opera  di  diavolo,  e  che  sapessero  mo- 
strare per  ragioni  come  la  cristiana  legge  era  migliore.  An- 
cora pregò  li  due  frategli,  che  li  dovessero  recar  ['  olio  de 
la  lampana  eh'  arde  al  Sepolcro  in  Gerusalemme. 

TU. 

Come  il  Grande  Cane 
donò  a  li  due  frategli  la  tavola  de  V  oro. 

Quando  lo  Grande  Cane  ebbe  isposta   V  ambasciata  a  li 
due  frategli  e  al  barone  suo,  si  li  diede  una  tavola  d'  oro, 
ove  si  contenea  che  gli  inessagi,  in  tutte  parti  ove  andas- 
sero, li  fosse  fatto  ciò  che  loro  bisognasse  ;  e  quando  li  mes- 
sagi  furo  aparecchiati  di  ciò  che  bisognava,  presero  comiato, 
e  missersi  in  via.  Quando  furo  cavalcati  alquanti  die,  lo  ba- 
rone eh'  era  co'  gli  frategli  non  pottè  più  cavalcare,   eh'  era 
malato,  e  rimase  a  una  città  ch'ha  nome  Alau.  Li  due  fra- 
mente  incivilite,  come  erano  i  Cinesi.  Era  savio  accorgimento 
politico  l'evitare  che  questi  ultimi,  non  ancora  pienamente  sot- 
toméssi, la  facessero  da  maestri  ai  loro  dominatori.   Le  fiorenti 
comunità    cristiane    scismatiche,   che  la   chiesa  Armena  aveva 
fondate  sin  dal  VII  secolo  nel  nord  della  Cina  e  in  Manciuria, 
oltre  che  nella  Persia  e  nell'  India,  dovevano  suggerirgli  altresì 
l'opportunità  di  adottare  un  sistema  di  credenze  diverse  dal  bud- 
distico, ch'era  largamente  praticato  in  Cina,  dal  Tangut  al  mare; 
ma,  diventato  imperatore  della  Cina,  Kublai  Khan  fu  ben  presto 
avvolto  nelle  spire  del  lamaismo,  dell'astrologia  e  dell'etichetta 
cinese.   Oraecia  capta  ferum  victorem  ceptt. 
tavola  d'oro:  gli  inviati  speciali  ricevevano,  inoltre,  una  tavoletta 
d'oro  (cinese  chin  pai  txù),  col  loro  titolo  e  nome  incisi  in  ca- 
ratteri ugrici,  alla  cui  presentazione  le  Autorità  delle  provincie 
traversate  avevano   l'obbligo  di  fornire  la  scorta  di  soldati,  ca- 
valli, alloggi  e  tutto  l'occorrente  per  proseguire  il  viaggio. 
Alau  :  nel  testo  francese  non  è  specificata  la  città  dove  si  fermò  il 


6  IL   MILIONE 

tegli  lo  lasciare,  e  missersi  in  via;  e  in  tutte  le  parti  ov'egli 
giugneano  gli  era  fatto  lo  maggiore  onore  del  mondo,  per 
amore  de  la  tavola  :  sì  che  gli  due  frategli  giunsero  a  Layas. 
E  si  vi  dico  eh'  egli  penàro  a  cavalcare  tre  armi  ;  e  questo 
venne,  che  non  poteano  cavalcare  per  lo  malo  tempo  e  per 
li  fiumi  eh'  erano  grandi. 


IV. 


Come  li  due  frategli  vennero  alla  città  d'Acri. 

Or  si  partirò  da  Layas,  e  vennero  ad  Acri  del  mese  di 
aprile,  nell'anno  1272,  e  quivi  seppero  eh  '1  papa  era  morto. 

barone;  si  tratta  di  un  paese  mongolo  sulla  via  di  Karakorum, 

che  può  essere  tanto  Uliasutai  quanto  Ili. 

Layas:  (Layasum,  Aiazza)  è  l'antica  Aegae,  in  fondo  al  golfo  di  Scan- 
derun,  allora  fiorente  sbocco  commerciale  delle  vie  di  Sebaste 
Aleppo  e  Antiochia,  molto  frequentato  da  Genovesi  e  Veneziani, 
e  testa  di  carovaniera  per  Bagdad  e  l'India.  Oggi  è  un  misero 
villaggio  di  600  abitanti.  V.  p.  16. 

Acri:  (Akke,  Acon,  S.  Giovanni  di  Acri;  la  Ptolemaide  dei  Romani) 
era  la  sede  del  legato  pontificio  Odaldo  (Tebaldo)  Visconti  da 
Piacenza,  vescovo  di  Liegi.  Morto  Clemente  IV  nel  novembre  1268, 
il  Visconti  fu  eletto  papa,  dopo  quasi  tre  anni  d'interregno,  il 
6  Settembre  1271.  Egli  prese  il  nome  di  Gregorio  X,  e  morì 
nel  1276  in  Arezzo,  dove  è  sepolto.  Il  suo  tentativo  di  evange- 
lizzare la  Cina  fallì  per  la  codardia  dei  due  frati  missionari.  Più 
tardi,  nel  1300,  Giovanni  di  Montecorvino  raggiunge  Pelano,  è 
nominato  Vescovo  nel  1314,  e  s' incontra  colà  con  Odorico  da 
Pordenone  nel  1324,  ma  la  sua  opera  non  lasciò  alcuna  traccia 
di  cristianità.  Le  missioni  cattoliche  in  Cina  si  stabilirono  defini- 
tivamente tra  il  XV  e  il  XVI  secolo  coi  Portoghesi  a  Macao,  e 
Matteo  Ricci  a  Pekmo  (1610). 

1272:  data  evidentemente  errata,  deve  correggersi  1269. 


DI    M.    MABCO    POLO  7 

lo  quale  avea  nomo  papa  Clemente.  Li  due  Irategli  andàro 
a  uno  savio  legato,  ch'era  legato  per  la  Chiesa  di  Roma  nelle 
terre  d'Egitto,  e  era  uomo  di  grande  autoritade,  e  avea  nome 
tnesser  Odaldo  da  Piacenza.  E  quando  li  duo  Irategli  li  dis- 
sero la  cagione  perchè  andavano  al  papa,  lo  legalo  se  ne 
diede  grande  meraviglia;  e  pensando  die  questo  era  grande 
bene  e  grande  onore  de  la  cristianitade,  si  disse  che  il  papa 
era  morto,  e  che  elli  si  soferissero  tanto  che  papa  fosse  (dila- 
niato, che  sarebbe  tosto;  poscia  potrebbero  fornire  loro  am- 
basciala. Li  due  Irategli,  udendo  ciò,  pensaro  d'  andare  in 
questo  mezzo  a  Vinegia,  per  vedere  loro  famiglie  :  allora  si 
partirò  d'Acri,  e  vennero  a  Negroponte,  e  poscia  a  Vinegia. 
E  quivi  trovò  messer  Nicolao  che  la  sua  moglie  era  moria, 
e  orane  rimasto  uno  figliuolo  di  quindici  anni,  ch'avea  nome 
Marco  :  e  questi  è  quello  messer  Marco  di  cui  questo  libro 
parla.  Li  due  frategli  isteltero  a  Vinegia  due  anni,  aspettando 
che  papa  si  chiamasse. 


V 


Come  li  due  frategli  si  partirò  da  Vinegia 
per  tornare  al  Grande  Cane. 

Quando  li  due  Irategli  videro  che  papa  no'  si  facea,  mos- 
seisi  per  andare  al  Grande  Cane,  e  menarne  co'  loro  questo 
Marco,  figliuolo  di  messer  Nicolao.  Partirsi  da  Vinegia  tulli 
e  ire.  e  vennero  ad  Acri  al  savio  legato  che  v'aveano  lasciato, 

che  papa  fosse  chiamato  :  che  si  facesse  T  elezione  del  pontefice. 

Negroponte  :  l' isola  a  N.  E.  dell'Attica,  chiamata  anticamente  Eubea, 
separata  dal  continente  da  uno  stretto  canale.  I  Veneziani  vi  ave- 
vano un  porto  importante. 


8  IL   MILIONE 

e  disseli,  poscia  che  papa  non  si  facea,  voleano  ritornare  al 
Grande  Cane,  che  troppo  erano  istati  ;  ma  prima  vcleano  la 
sua  parola  d'  andare  in  Gerusalemme,  per  portare  al  Grande 
Cane  de  l'olio  de  la  lampana  del  Sepolcro  :  e  '1  legato  gliela 
diede  loro.  Andàro  al  Sepolcro  e  ebbero  di  quello  olio,  e  ri- 
tornalo a  lo  legato.  Vedendo  lo  legato  che  pure  voleano  an- 
dare, fece  loro  grande  lettere  al  Grande  Cane,  come  li  due 
frategli  erano  istati  cotanto  tempo  per  aspettare  che  papa  si 
facesse,  per  loro  testimonianza. 


VI. 
Come  gli  due  fratelli  si  partirono  da  Acri. 

Ora  si  partirono  li  due  fratelli  d'Acri  colle  lettere  del 
legato,  e  giunsero  ad  Layas.  E,  stando  in  Layas,  udirono 
novelle  come  questo  legato,  lo  quale  aveano  lasciato  in  Acri 
era  chiamato  papa:  ebbe  nome  papa  Gregorio  di  Piagienza. 
E  in  questo  stando,  questo  legato  mandò  un  messo  a  Layas, 
dietro  a  questi  due  fratelli,  che  tornassono  adrietro.  Quegli 
con  grande  allegrezza  tornarono  adrietro  in  su  n'  una  galea 
armata,  che  fece  loro  apparecchiare  lo  re  d'  Ermenia.  Or  si 
tornarono  gli  due  fratelli  al  legato. 


VII. 


Come  gli  due  fratelli  vanno  al  papa. 

Quando  gli  due  fratelli  vennoro  ad  Acri,   lo  papa  chia- 
mato fece  loro  grande  onore,  e  riceverteli  graziosamente,  e 

Ermenia:  Armenia. 


DT    M.    MARCO    POLO 


diede  loro  due  frati,  di  quegli  del  monte  del  Carmine,  ipiue 
savi  che  tossono  in  quel  paese,  Y  uno  avea  nome  frate  Nic- 
colaio  di  Vinegia,  e  l'altro  frate  Guglielmo  da  Tripoline  che 
dovessono  andare  con  loro  al  Gran  Cane;  e  diede  loro  lettere 
e  privilegi,  e  impuose  loro  l'ambasciata  che  voleva  che  facies- 
sono  al  Gran  Cane.  Data  la  sua  benedizione  a  questi  cin- 
que, cioè  agli  due  frati  e  agli  due  fratelli  e  a  Marco  figliuolo 
di  messer  Niccolò,  partironsi  da  Acri  e  vennero  a  Layas. 
dome  quivi  furono  giunti,  uno  che  avea  nome  Bondoc  Daire, 
soldano  di  Bambellonia,  venne  con  grande  oste  sopra  quella 
contrada,  e  faccienclo  grande  guerra.  Per  la  qual  cosa  li  due 
frati  ebbero  paura  di  andare  piue  innanzi,  e  diedero  le  carte 
e  brivilegi  agli  due  fratelli,  e  non  andarono  più  oltre  :  e 
andaronsene  al  signore  del  tempio  quegli  due  frati. 


Vili. 


Come  gli  due  fratelli  vengono  alla  città  di  Kemenfù, 

ov'  è  lo  Gran  Cane. 

Messer  Niccolò  e  messer  Matteo,  e  Marco  figliuolo  di 
messer  Niccolò,  si  missono  ad  andare,  tanto  che  funno  giunti 
là  ov'  era  il  Gran  Cane,  eh'  era  inn'  una  città  che  ha  nome 

del  monte  del  Carmine:  carmelitani. 

Bambellonia  :  d'  Egitto,  cioè  il  Cairo,  che  portava  ancora  il  nome 
datole  da  Diodoro,  Strabone  e  Tolomeo.  Il  suo  nome  arabo  Cairo 
significa  Vittoria.  Il  saccheggio  di  Antiochia  nel  1270  per  parte 
del  suo  sultano  Bundukdar,  che  vendeva  le  donne  cristiane  a 
quattro  per  un  dinar,  era  ancor  fresco  nella  memoria,  e  incu- 
teva tanto  spavento,  che  i  due  frati  missionari  non  si  sentirono 
più  di  proseguire  il  viaggio  insieme  coi  tre  Polo. 


10 


IL    MILIONE 


Kemenfù,  cittade  molto  ricca  e  grande.  Quello  che  trovarono 
nel  camino  non  si  conia  ora,  perocché  si  conterà  innanzi. 
E  penarono  ad  andare  tre  anni,  per  lo  mal  tempo,  e  per  gli 
fiumi,  eh'  erano  grandi  e  di  verno  e  di  state,  sicché  non 
poterono  cavalcare.  E  quando  il  Gran  Cane  seppe  che  gli  due 
fratelli  venivano,  egli  ne  menò  grande  gioia,  e  manciù  loro 
messo  incontro,  bene  quaranta  giornate;  e  molto  furono  ser- 
viti e  onorati. 


IX. 


Come  gli  due  fratelli  vennero  al  Gran  Cane. 

Quando  gli  due  fratelli  e  Marco  giunsero  alla  gran  città 
ov'  era  il  Gran  Cane,  andarono  al  mastro  palagio,  ove  gli  era 
con  molti  baroni,  e  inginocchiaronsi  dinanzi  da  lui,  cioè  al 
Gran  Cane,  e  molto  si  umiliarono  a  lui.  Egli  gli  fece  levare 
suso,  e  molto  mostrò  grande  allegrezza,  e  domandò  loro  chi 
era  quello  giovane  eh'  era  con  loro.  Disse  messer  Niccolò  : 
egli  è  vostro  uomo  e  mio  figliuolo.  Disse  il  Gran  Cane:  egli 

Kemenfù  :  cioè  Kaipingfu  *),  la  Kaibung  dei  Mongoli,  sin  dal  1264 
residenza  di  estate  del  Gran  Khan,  era  situata  nel  Kartcin  in 
Mongolia,  a  367  miglia  a  N.  E.  da  Pechino.  Essa  veniva  altri- 
menti detta  Shandù  o  Giandù.  Vedi  cap.  LXIII. 

mastro  palagio:  al  palazzo  principale  della  città,  cioè  al  palazzo 
reale. 

*)  La  scrittura  dei  nomi  esotici  del  testo  segue  il  suono  italiano,  quella  dei 
corrispondenti  nomi  odierni  dati  nelle  note  segue  il  suono  e  la  forma  della  tra- 
scrizione inglese,  ufficialmente  riconosciuta  ed  autorizz  ita  dal  Governo  cinese,  che 
riesce  praticamente  la  più  semplice  e  la  più  universalmente  usata.  Quindi  il 
suono  eh,  che  nel  testo  è  gutturale  (es.  Chiugiù,  Chumchum),  nelle  note,  invece, 
è  palatale  (es.  Kueichow,  Changking).  Questa  è  la  sola  differenza  importante  da 
notare.  I  suoni  sh  =  se  (es.  Shanghai,  Shengching)  e,  in  pochi  casi,  i  suoni  oo—  u 
(es.  Foochow,  Soochow)  e  il  suono  o\v  =  ou  (come  in  Hangchow)  non  presentano 
difficoltà. 


DI    M.    MARCO    TOLO  11 

sia  il  ben  venuto,  c'inolio  mi  piace.  Date  ch'ebbero  le  carie 
e  privilegi  che  recavano  dal  papa,  lo  Gran  Cane  ne  fece 
grande  allegrezza,  e  domandò  com'erano  istati.  Rispuosero  : 
messer,  bene,  dapoi  che  vi  abbiamo  trovato  sano  ed  allegro. 
Quivi  fu  grande  allegrezza  della  loro  venuta;  e  quanto  istet- 
tero  di  tempo  nella  corte,  ebbono  onore  piue  d'altro  barone. 

X. 

Come  lo  Gran  Cane  mandò  Marco 
figliuolo  di  messer  Niccolò  per  suo  messaggio. 

Ora  avvenne  che  questo  Marco  figliuolo  di  messer  Niccolò, 
poco  istando  nella  corte  apparò  gli  costumi  tarteri  e  loro 
lingue,  e  loro  lettere,  e  diventò  uomo  savio  e  di  grande  va- 
lore oltra  misura.  E  quando  lo  (Iran  Cane  vide  in  queslo 
giovane  tanta  bontà,  mando  Ilo  per  suo  messaggio  ad  una 
terra,  ove  penò  ad  andare  sei  mesi.  Lo  giovane  ritornò  bene, 
saviamente  ridisse  la'  mbasciata,  ed  altre* novelle  di  ciò  che 
gli  domandò  :  perchè  il  giovane  avea  veduto  altri  ambascia- 
dori  tornare  d'  altre  terre,  e  non  sapeano  dire  altre  novelle 
delle  contrade  fuori  che  l'ambasciata,  egli  gli  avea  il  signore 
per  folli,  e  diceva  che  piue  amava  gir  diversi  costumi  delle 
terre  sapere,  che  sapere  quello  per  che  gli  avea  mandato.  K 
Marco,  sappiendo  questo,  apparò  bene  ogni  cosa  per  sapere 
ridire  al  Gran  Cane. 

XI. 

Come  messer  Marco  tornò  al  Gran  Cane. 

Or  torna  messer  Marco  al  Gran  Cane  colla  sua  ambasciata. 

e  bene  seppe  ridire  quello  per  che  egli  era  ito,  e  ancora  tutte 

maraviglie  e  le  grandi  e  le  nove  cose  che  avea  trovate. 


12  IL   MILIONE 

Sicché  piacque  al  Gran  Cane  e  a  tutti  i  suoi  baroni,  e  tutti 
lo  commendarono  di  gran  senno  e  di  grande  bontà  ;  e  dis- 
sero, se  vivesse,  diverrebbe  uomo  di  grandissimo  valore. 
Venuto  di  questa  ambasciata,  si  '1  chiamò  il  Gran  Cane  sopra 
tutte  le  sue  ambasciate  :  e  sappiate  che  stette  col  Gran  Cane 
bene  27  anni.  E  in  tutto  questo  tempo  non  fino  d'andare  in 
ambasciate  per  lo  Gran  Cane,  poiché  recò  sì  bene  la  prima 
ambasciata.  E  faceagli  tanto  d'onore  lo  signore,  che  gli  altri 
baroni  ne  aveano  grande  invidia  :  e  questa  è  la  ragione  per- 
chè messer  Marco  seppe  più  di  quelle  cose,  che  nessuno 
uomo  che  nascesse  unque. 


XII. 


Come  messer  Niccolò  e  messer  Matteo  e  messer  Marco 
domandàro  commiato  al  Gran  Cane. 

Quando  messer  Niccolò  e  messer  Matteo  e  messer  Marco 
furono  tanto  istati  col  Gran  Cane,  vollero  lo  suo  commiato 
per  tornare  alle  loro  famiglie.  Tanto  piaceva  il  loro  fatto  al 
Gran  Cane,  che  per  nulla  ragione  lo'  voleva  loro  dare  com- 
miato.   Ora  avverine   che  la  reina   Bolgara,    eh'  era   moglie 

27  anni:  essi  comprendono  il  periodo  di  tutti  e  due  i  viaggi  (1265- 
1292).  Marco  Polo  non  rimase  in  Cina  che  18  anni,  dal  1274 
al  1292.  Partì  da  Layas  nell'Ottobre  del  1271  e  penò  tre  anni 
ad  arrivare  (v.  p.  10).  Il  Khan  «  lo  chiamò  sopra  tutte  le  sue 
ambasciate»,  cioè,  lo  nominò  Presidente  del  Ministero  delle  Co- 
lonie e  dipendenze  (Lì  Fan  Yuan),  come  collega  di  un  simile 
presidente  mongolo.  Anche  oggi  certe  amministrazioni  cinesi  sono 
dirette  da  due  funzionari,  l'uno  cinese,  l'altro  manciù;  e,  per  le 
dogane  marittime,  uno  di  nazionalità  forestiera. 


DI    M.    MA.RCO    POLO  13 

d*  Arcon,  si  mono,  e  la  reina  si  lasciò  che  Arcon  non  potesse 
torre  moglie  se  non  di  suo  lignaggio  ;  e  mandò  ambasciadori 
ni  Gran  Cane,  e  furono  tre,  de'  quali  aveano  1'  uno  nome 
Oula inai,  e  l'altro  Pusciai,  l'altro  Goja,  con  grande  compa- 
gnia, che  gli  dovesse  mandare  moglie  del  lignaggio  della  reina 
Bolgara,  imperocché  la"  reina  era  morta  e  lasciò  che  non  po- 
tesse prendere  moglie  altra  che  di  suo  lignaggio.  E'  1  Gran 
Cane  gli  mandò  una  giovine  di  quello  lignaggio,  e  fornio 
l'ambasciata  di  coloro  con  grande  festa  e  allegrezza.  In  quella, 
inesser  Marco  tornò  d'una  ambasciata  d' India,  dicendo  l'am- 
basciata e  le  novitade  che  avea  trovate.  Questi  tre  ambascia- 
dori,  eh'  erano  venuti  per  la  reina,  domandarono  grazia  al 
Gran  Cane,  che  questi  tre  latini  gli  dovessono  accompagnare 
in  queir  andata  con  quella  donna  che  menavano.  Lo  Gran 
Cane  fece  loro  la  grazia  a  gran  penale  mal  volentieri,  tanto 
gli  amava,  e  diede  parola  alli  tre  latini  che  accompagnas- 
sono  li  tre  baroni  e  la  donna. 


XIII. 


Quivi  divisa  come  messer  Niccolò  e  messer  Matteo 
e  messer  Marco  si  partirono  dal  Gran  Cane. 

Quando  lo  Gran  Cane  vidde  che  messer  Niccolò  e  mes- 
ser Matteo  e  messer  Marco  si  doveano  partire,  egli  gli  fece 
chiamare  a  se,  e  si  fece  loro  dare  due  tavole  d'  oro  ;  e  co- 
mandò che  fossono  franchi  per  tutte  sue  terre,  e  fosse  loro 

Arcon:  (Arghun  Khan),  re  dei  Tartari  del  Levante,  o  della  Persia, 
era  figlio  di  Abaka,  nipote  di  Hulagu  e  pronipote  di  Cin^his  Khan. 
Rimasto  vedovo  nel  1287,  mandò  un'ambasceria  al  Gran  Khan 
per  chiedere,  secondo  il  costume  tartaro,  la  mano  di  una  prin- 
cipessa cinese.  Kublai  Khan  gli  destinò  la   principessa  Ko  (Ko 


14  IL   MILIONE 

fatte  tutte  le  spese,  a  loro  e  a  tutta  loro  famiglia  in  tutte 
parti  ;  e  fece  loro  aparecchiare  14  navi,  le  quali  ciascuna 
avea  quattro  alberi,  e  molte  andavano  a  12  vele.  Quando  le 
navi  furono  aparecchiate,  li  baroni  e  la  donna  con  questi  tre 
latini  ebbono  preso  commiato  dal  Gran  Cane,  e  si  misseno 
nelle  navi  co'  molta  gente,  e  '1  Gran  Tlane  diede  loro  le  spese 
per  due  anni.  E  vennoro  navicando  ben  tre  mesi,  tanto  che 
vennoro  all'  isola  di  Java,  nella  quale  hae  molte  cose  mera- 
vigliose, che  noi  conteremo  in  questo  libro.  E  quando  egliono 
furon  venuti,  quegli  trovarono  che  Afcon  era  morto,  cioè 
colui  a  cui  andava  questa  donna.  E  dicovi  senza  fallo,  ch'en- 
tro le  navi  avea  bene  settecento  persone,  sanza  gli  marinai, 
de'  quali  non  ne  campò  più  che  diciotto  ;  e  trovarono  che  la 
signoria  d'Arcon  teneva  Acatu.  Quando  ebbono  raccomandata 
la  donna,  e  fatta  l'ambasciata  ch'era  loro  imposta  dal  Gran 
Cane,  presono  commiato,  e  missorsi  alla  via.  E  sappiate  che 
Acatu  donò  agli  tre  latini,  messagi  del  Gran  Cane,  quattro 
tavole  d'  oro.  Era  nell'  una  iscritto  che  questi  tre  latini  fos- 
sero serviti  e  onorati,  e  dato  loro  ciò  che  fosse  bisogno  in 
tutta  sua  terra.  E  così  fu  fatto,  che  molte  volte  erano  ac- 
compagnati da  400  cavalieri,  e  piue  o  meno,  quando  biso- 
gnava. Ancora  vi  dico,  che  per  riverenza  di  questi  tre  mes- 
sagi, che  il  Gran  Cane  si  fidava  di  loro,  che  gli  affidò  loro 
la  reina  Caciese,  figliuola  del  re  de' Mangi,  che  la  dovessoro 


Katin)  della  Casa  Sung,  presa  prigioniera  in  tenera  età  alla  ca- 
duta di  Hangchow  nel  1276.  Argon  morì  nel  1291  prima  del- 
l'arrivo  della  principessa;  la  quale,  invece,  sposò  il  figlio  e 
successore  di  luì  Gazan,  asceso  al  trono  di  Persia  nel  1295  col 
nome  di  Mahmud  Gazni. 

Acatu  :  (Kiakatu)  fratello  di  Arcon,  teneva  la  reggenza  all'  arrivo 
dei  Polo  in  Persia  nel  1294.  Vedi  cap.  CLXXVII. 

Caciese:  Cataiese,  del  Catai,  ossia  Cinese.  Mangi,  come  vedremo,  è 
la  Cina  meridionale. 


fi!     M.     MAR<(»     POLO 


16 


menare  ad  Aram,  al  signore  di  lutto  il  Levante.  E  così  fu 
fatto.  E  queste  reine  li  tenevano  per  lor  padri,  e  così  gli 
ubbidivano.  E  quando  questi  partirono  per  tornare  in  lor 
parsi,  queste  reine  piansono  di  gran  dolore.  Sappiate,  che  poi 
sì  grande  reine  furo  fidate  a  costoro  di  menare  al  loro  si- 
gnore, sì  a  lunga  parte,  eh1  egliono  erano  bene  armati  e  tenuti 
in  gran  capitale.  Partiti  i  tre  messagi  da  Acatu,  si  se  ne  vennero 
a  Tripisonde,  e  poi  a  Costantinopoli,  e  poi  a  Negroponte,  e 
poi  a  Vinegia  ;  e  questo  fu  negli  anni  1295.  Or  v'  ho  contato 
il  prologo  del  libro  di  inesser  Marco  Polo,  che  comincia  qui  a 
divisare  delle  provincie  e  paesi  ov'  egli  fu. 


XIV. 

Qui  divisa  della  provincia  di   Ermenia 

Egli  è  vero  che  sono  due  Ermenie,  la  piccola  e  la  grande. 
Nella  piccola  è  signore  uno  che  giustizia  buona  mantiene,  ed 
è  sotto  lo  Gran  Cane.  Quivi  ha  molte  ville  e  molte  castella, 
e  abbondanza  di  ogni  cosa,  e  havvi  uccellagioni  e  cacciagioni 
assai.  Quivi  soleva  già  essere  di  valentri  uomini,  ora  sono 
tutti  cattivi;  solo  rimase  loro  una  bontà,  che  sono  grandis- 

Tripisonde:  Trebi sonda,  porto  sul  Mar  Nero  e  capitale  del  regno 
franco  di  Trebisonda  dal  1204  al  1262,  era  allora,  come  oggi,  lo 
sbocco  della  via  della  Persia  e  della  Grande  Armenia. 

la  piccola  Armenia:  comprendeva  la  Cilicia,  la  Siria,  Tlsauria  e 
la  Cappadocia,  con  Layas,  sbocco  dell'  «  infra-terra  »,  e  Sis  (Mes- 
sis,  Mopsuestra),  città  capitale.  In  questa  regione,  assai  deca- 
duta dall'antico  splendore,  V  Italia  ottenne  nel  1913  dalla  Turchia 
una  concessione  ferroviaria  per  allacciare  il  porto  d'Adalia  alla 
ferrovia  inglese  Smirne-Aidin. 

ville  :  città  (confr.  il  francese  ville). 


16  IL    MILIONE 

simi  bevitori.  Ancora  sappiate,  che  sopra  mare  hae  una  villa, 
eh'  ha  nome  Layas,  la  quale  è  di  grande  mercanzia,  e  per  ivi 
si  posano  tutte  le  spezerie  che  vengono  di  là  entro;  e  gli 
mercatanti  di  Vinegia  e  di  Genova  e  d'altre  parti  quindi  le- 
vano loro  mercatanzie  e  gli  drappi  di  là,  e  tutte  l'altre  care 
cose;  e  tutti  i  mercatanti  che  vogliono  andare  infra  terra 
prendeno  via  da  quella  villa.  Ora  conteremo  di  Turcomania. 


XV. 


Qui  divisa  della  provincia  di  Turcomania. 

In  Turcomania  ha  tre  generazioni  di  gente.  L'ima  gente 
sono  Turcomanni,  e  adorano  Malcometto,  e  sono  semplice 
genti  e  hanno  sozzo  linguaggio,  e  stanno  in  montagne  e  in 
valle,  e  vivono  a  bestiame,  e  hanno  cavagli  e  muli  grandi  e 
di  grande  valore.  E  gli  altri  sono  ermini  e  greci,  che  dimo- 
rano in  ville  e  in  castelli,  e  vivono  d'arti  e  di  mercanzia;  e 
quivi  si  fanno  i  sovrani  tappeti  del  mondo  e  a  più  bel  co- 
lore. Fa  visi  lavoro  di  seta  e  di  tutti  colori.  Altre  cose  v'ha 
che  io  non  vi  conto.  Elli  sono  al  Tartero  del  levante.  Or  par- 
tiremo di  qui,  e  andremo  alla  grande  Ermenia. 

La  Turcomania:  comprendeva  la  Frigia,  la  Pamfilia,  la  Caramania 
e  aveva  per  capitale  Iconium  (Konia,  Cognì),  abitata  dai  Turchi 
Selgiuchi  fin  dal  1080.  Questi  soffersero  molto  nelle  guerre  coi 
Crociati  e  soggiacquero  infine  alla  invasione  tartara  nel  1257. 
Konia  è  la  culla  dell1  impero  ottomano,  il  cui  fondatore  Othman 
fu  ai  servizio  del  Sultano  d'Iconio.  La  campagna  è  popolata  da 
turchi,  agricoltori  e  pastori,  le  città  da  greci,  armeni,  ebrei  e 
levantini,  dediti  alle  arti  e  al  commercio. 

Malcometto:  Maometto. 

sovrani  tappeti:  i  più  bei  tappeti. 

Elli  sono  al  Tartero:  dativo  di  appartenenza. 


DI    M      MARCO    POLO  17 


XVI. 

Della  grande  Ermenia. 

La  grande  Ermenia  si  è  una  grande  provincia;  e  nel  co- 
i lanciamento  è  una  città  eh'  ha  nome  Arzinga,  ove  si  fa  il 
migliore  bucherarne  del  mondo.  Ivi  è  la  più  bella  bambagia 
del  mondo  e  la  migliore.  Quivi  ha  molte  cittadi  e  castella; 
e  la  più  nobile  città  è  Arzinga,  e  hae  arcivescovo.  L'altre 
sono  Arziron  e  Arzici.  Ella  è  molto  grande  provincia.  Quivi 
dimora  la  state  tutto  il  bestiame  di  tarteri  del  levante,  per 
la  buona  pastura  che  v'  è  ;  di  verno  non  vi  istanno  per  lo 
grande  freddo  che  v'è,  che  non  vi  camperebbono  le  loro  be- 
stie. Ancora  vi  dico,  che  in  questa  grande  Ermenia  è  l'arca 
di  Noè,  in  su  una  grande  montagna,  negli  confini  di  mezzodì 

La  grande  Armenia  :  si  estendeva  dal  Mar  Nero  al  Kurdistan,  tra 
la  Giorgia  al  Nord  e  la  Mesopotamia  al  Sud.  Fu  devastata  dai 
Tartari  nel  1242,  e  le  rovine  della  capitale  Àrzingan,  e  quelle 
di  Arzici,  o  Arjish,  sul  lago  di  Van  (palus  Arsìssa),  erano  ancora 
visibili  al  tempo  dei  Polo. 

bucherarne:  tela  finissima  e  bianca  di  cotone  proveniente  dalla 
Bukaria  (Boccara)  e  conosciuta  in  commercio  coi  diversi  nomi 
di  boquerant,  bocassin  e  arabo  barracan  (il  nostro  barracano). 

bambagia:  (bambas)  è  il  nome  che  i  Persiani  danno  alla  peluria  in 
cui  sono  avvolti  i  semi  della  pianta  del  cotone  (greco  kotil, 
arabo  qutn,  che  vale:  coppa).  I  Persiani  devono  aver  ricevuto 
i  semi  della  pianta  e  il  nome  dalla  Cina,  dov'essa  è  chiamata 
ìnien-him  (cantonese  min- fati).  La  pianta  è  molto  coltivata  nel 
Chekiang  e  Ningpo  ;  Shanghai  e  Nankin  sono  grandi  centri  di 
manifattura  co  toni  ora. 

Arziron  :  Arzen  er  Rum,  Erzerum,  città  potentemente  fortificata  sulla 
via  di  Trebisonda. 

una  grande  montagna:  PArarat,  sul  quale  secondo  la  tradizione 
biblica  si     osò  PArca  di  Noè,  dopo  il  diluvio. 

Marco  Polo.  —  II  Milione.  2 


18  IL    MILIONE 

• 

inverso  Io  levante,  presso  al  reame  che  si  chiama  Mosul,  che 
sono  cristiani,  che  sono  iacopini  e  nestorini,  delti  quali  di- 
renio  innanzi.  Di  verso  tramontana  confina  con  Giorges  :  e  in 
questo  confine  è  una  fontana,  ove  surge  tanto  olio  in  tanta 
abbondanza  che  cento  navi  se  ne  caricherebbono  alla  volta; 
ma  egli  non  è  buono  da  mangiare,  ma  sì  da  ardere;  è  buono 
da  rogna,  e  ad  altre  cose;  e  vengono  gli  uomini  molto  dalla 
lunga  per  questo  olio;  e  per  tutta  quella  contrada  non  s'arde 
altro  olio.  Or  lasciamo  della  grande  Ermenia,  e  conteremo 
della  provincia  di  Giorges. 


XVII. 


De'  re  di  Giorgens. 

In  Giorgia  Ime  uno  re,  il  quale  si  chiama  sempre  David 
Melic,  ciò  è  a  dire  in  francesco,  David  re.  È  sottoposto  al 
Tarlerò.  E  anticamente  a  tutti  gli  re  che  nascono  in  quella 

iacopini  e  nestorini:  vedi  pag.  21. 

Giorges:  la  Giorgiana,  o  Circassia,  di  cui  si  parla  nel  capitolo  se- 
guente. 

olio  da  ardere  :  petrolio  del  porto  di  Baku  sul  Caspio,  esportato  per 
10  milioni  di  tonnellate  all'anno,  da  Batum  alle  falde  del  Cau- 
caso sul  Mar  Nero.  Usato  esternamente  preserva  i  cavalli  dalla 
rogna  o  scabbia. 

Giorgia:  Zorzania,  Circassia,  al  sud  del  Caucaso,  capitale  Tiflis,  re- 
gione montuosa  abitata  da  una  bella  razza,  le  cui  donne  popo- 
lano gli  harem  di  Costantinopoli.  La  cavalleria  tartara  nulla  potè 
contro  le  sue  ripide  montagne.  Il  «segno  di  aguglia»  (aquila), 
che  nasceva  sotto  la  spalla  diritta  dei  suoi  re,  o  David  Melich, 
accenna  a  una  tradizione  di  dipendenza  o  legame  di  parentela 
con  la  casa  imperiale  di  Bisanzio,  la  quale  aveva  le  aquile  ro- 
mane per  insegna. 


DI    M.    MARCO    FOLO  19 

provincia,  pasceva  un  segno  d'aguglia  sotto  la  spalla  diritta. 
Egli  sono  bella  gente,  e  prodi  d'arme,  e  buoni  arcieri;  egli 
sono  cristiani,  e  tengono  legge  di  greci;  e  i  cavagli  hanno 
piccoli  al  modo  dei  greci.  E  questa  è  la  provincia  che  Ales- 
sandro Grande  non  potè  passare,  perchè  dall'uno  lato  èe  il 
mare,  e  dall'altro  le  montagne;  dall'altro  lato  èe  la  via  si 
stretta  che  non  si  può  cavalcare,  e  dura  questa  via  istretta 
pine  di  quattro  leghe,  cioè  12  miglia,  sì  che  pochi  uomeui 
terrebbono  lo  passo  a  tutto  il  mondo:  perciò  non  vi  passò 
Alessandro.  E  quivi  fece  fare  Alessandro  una  torre  con  gran 
fortezza,  perchè  coloro  non  potessono  passare  per  venire  sopra 
lui,  e  chiamasi  la  porta  del  ferro.  E  questo  è  lo  luogo  che 
dice  il  libro  d'Alessandro,  che  dice  che  rinchiuse  gli  talleri 
dentro  dalle  montagne  ;  ma  eglino  non  furono  tarteri,  anzi 
furono  una  gente  eh'  hanno  nome  Cumanni,  e  altre  genera- 
zioni assai,  che  tarteri  non  erano  a  quel  tempo.  Egli  hanno 
cittadi  e  castella  assai,  e  hanno  seta  assai,  e  fanno  drappi 
di  seta  e  d'oro  assai,  li  più  belli  del  mondo;  egli  hanno  astori 
gli  piò  belli  e  gli  migliori  del  mondo;  e  hanno  abbondanza 
d'ogni  cosa  da  vivere.  La  provincia  èe  tutta  piena  di  grande 
montagne,  e  si  vi  dico  che  gli  tarteri  non  poterono  ancora 
avere  interamente  la  signoria  di  tutta.  E  quivi  si  ì\  lo  moni- 
stero  di  santo  Lionardo,  ov' ha  tale  maraviglia,  che  d'una 
montagna  viene  un  lago  dinanzi  a  questo  monistero,  e  non 


porta  di  ferro:  Derbend,  sul  Caspio,  è  il  nomo  persiano  che  signi- 
fica la  porta  di  ferro,  (turco  Damir  kapi;  Porta  sarmati  di 
Tolomeo,  Claustra  Caspiontm  di  Tacito,  Bab  el  Awab  degli 
Arabi).  La  fortezza  guarda  lo  stretto  passo  di  40  miglia  tra  il 
Caucaso  e  il  Caspio,  che  non  è  da  confondersi  col  passo  di 
Ivhowar,  a  50  miglia  all'est  di  Rey  (Regcs)<  attraversato  da  Ales- 
sandro per  invadere  la  Battriana. 

Cumanni:  una  tribù  degli  Sciti. 

astori:  falchi  da  caccia. 


20  IL   MILIONE 

mena  niiuio  pesce  di  mimo  tempo,  se  no  di  quaresima,  e 
comincia  lo  primo  dì  di  quaresima,  e  dura  sino  al  Sabato 
Santo,  e  ve  ne  viene  in  grande  abbondanza.  Dal  dì  innanzi 
non  ve  se  ne  vede  né  trova  veruno,  per  maraviglia,  insino 
all'altra  quaresima.  E  sappiate  che  '1  mare  ch'io  v'ho  con- 
tato si  chiama  lo  mare  di  Geluchelan,  e- gira  settecento  miglia, 
ed  è  di  lungi  d'ogni  mare  bene  12  giornate,  ed  entravi  dentro 
molti  gran  fiumi.  E  nuovamente  mercatanti  di  Genova  navi- 
caro  per  quel  mare.  Di  là  viene  la  seta  che  si  chiama  ghele. 
Abbiamo  contato  degli  confini  che  sono  d'  Ermenia  di  verso 
il  levante  ;  or  diremo  di  confini  che  sono  di  verso  mezzodì  e 
levante. 

Gheluchelan  :  è  il  mar  Caspio,  così  detto  da  Kasvin  capitale  della 
provincia  persiana  Ghilan,  che  vi  s'  affaccia  a  S.  0.  Fu  anche 
detto  mar  di  Baku,  dalla  città  dello  stesso  nome,  e  mar  di  Serail, 
da  Sara  (Tsarew),  grande  città  presso  la  foce  del  Volga.  I  «  grandi 
fiumi  »  che  metton  foce  nel  Caspio  sono  appunto  il  Volga  e  V  Ural. 
Del  Ghilan,  regione  serica  per  eccellenza,  restano   tracce  nella 
nostra  lingua,    oltreché  nel  gkele,  la  seta   del   Ghilan  ricordata 
da  Marco  Polo,  anche  nel  gelso  (morus  gelsi  o  gemi)  e  in  filu- 
gello. Il  mercante  di  seta  si  dice  in  ispagnolo  geliz  ;  e  anche  il 
gilct  (panciotto  di  seta)  dei  francesi  ha  la  stessa  origine.  Aristo- 
tele parlò  pel  primo  del  baco  da  seta  (greco  sir)  e  i  primi  tes- 
suti  'di  seta  vennero  dall'isola  di  Cos  sulla  costa  della  Siria.  E 
tradizione  che  il  seme  dei  bachi  da  seta,  originario  della  Cina, 
penetrasse   nel  Khotan,  nascosto   tra  le  bende  che  ornavano  il 
capo   d1  una  principessa   cinese   andatavi  sposa.   Di  lì  passò   in 
India,  Persia  e  Siria  ai  tempi  di  Alessandro.  Sotto  Giustiniano 
(559  d.  C.)  i  monaci  nestorini  ne  portarono  a  Bisanzio,  e  di  là 
passò  a  Napoli  alPepooa  di  Roggero  Normanno.  11  nome  di  seta 
non  viene  dal  cinese  ssù,  per  quanto  chiara  sia  la  coincidenza 
dei  suoni;  né  i  Cinesi  furon  detti  Seres  a  cagione  del  loro  pro- 
dotto serico.  Sir  (seta)  è  lo  stesso  suono  che  si  riscontra  in  Siria, 
Soria,  Assiria,  Asia,  Sirio,  Sole  (luce,  oriente).  Seta  dunque  si- 
gnifica stoffa  d'oriente,  e  Seres  vale  orientali. 


DT    II.    MARCO    POLO  WJ1 


XVIII. 

Del  reame  di  Mosul. 

Mosul  si  è  un  grande  reame,  ov'  hae  molte  generazioni 
di  gente,  le  quali  vi  conteremo  incontanente  ;  e  v'ha  una 
gente  che  si  chiama  arabi,  che  adorano  Malcometto.  Un'altra 
gente  v'ha  che  tengono  la  legge  cristiana,  ma  non  come 
comanda  la  chiesa  di  Roma,  ma  tallono  in  più  cose.  Egli 
sono  chiamati  nestorini  e  iacopini.  Egli  hanno  un  patriarca, 
che  si  chiama  Jacolic;  e  questo  patriarca  fa  vescovi  e  arci- 
vescovi e  abati,  e  fagli  per  tutta  India,  e  per  Baudac  e  per 

nestorini  :  eresiarchi,  che  con  Nestorius,  patriarca  di  Costantino- 
poli, deposto  dal  Concilio  di  Efeso  (431),  ritenevano  che  la  divina 
ed  umana  natura  in  Cristo  non  fossero  così  unite  da  formare 
una  sola  persona.  Essi  erano  governati  da  un  patriarca  che  si 
chiamava  Iacolich,  cioè  universale.  (Iaeolich  è  parola  armena, 
e  vale  cattolico).  Cacciati  dalla  Persia  al  tempo  della  conquista 
araba,  questi  scismatici  propagarono  la  cristianità  per  V  India  e 
la  Cina  e  portarono  l'alfabeto  siriaco  tra  le  genti  ugro-altaiche. 
Nel  1626  a  Singan  nello  Shensi  fu  ritrovata  una  grande  iscri- 
zione in  cinese,  eretta  il  4  Febbraio  781,  durante  la  dinastia 
Tang,  in  onore  del  vescovo  Olopen,  missionario  nestorino  ivi 
morto  nel  638. 

iacopini:  una  setta  opposta  a  quella  dei  nestorini  era  quella  degli 
Iacopini,  ossia  seguaci  di  Iacob  Baradaeus  o  Giacomo  Zanzale, 
vescovo  di  Edessa,  che  nel  541-578  si  separò  dalla  Chiesa  per 
seguire  la  dottrina  del  Monolitismo  di  Eutichio.  Queste  due  eresie 
avevano  la  loro  sede  centrale  in  Bagdad. 

Baudac:  (Baldacca,  Bagdad)  era  stata  fabbricata  dal  2°  califfo  Al- 
Mansur  sul  Tigri,  vicino  alle  rovine  dell'antica  Seleuoia.  Capi- 
tale del  califfato  Abbasside  fu  splendida  città  noi  commerci  e 
nelle  lettere.  Nel  1258  fu  saccheggiata  dai  Tartari,  e  l'ultimo  suo 


22  IL   MILIONE 

Gatai,  come  fa  lo  papa  di  Roma.  E  tutti  questi  cristiani  sono 
nestorini  e  iacopini.  E  tutti  gli  panni  di  seta  e  d'oro  che  si 
chiamano  mosolini,  si  fanno  quivi,  e  gli  grandi  mercatanti 
che  si  chiamano  mosolin,  sono  di  quello  reame  di  sopra.  E 
nelle  montagne  di  questo  regno  sono  gente  di  cristiani  che 
si  chiamano  nestorini  e  iacopini.  L' altre  parti  sono  sara- 
cini,  che  adorano  Malcometto,  e  sono  mala  gente,  e  ru- 
bano volentieri  i  mercatanti.  Ora  diremo  della  gran  città  di 
Baudac. 


XIX. 


Di  Baudac,  come  fu  presa. 

Baudac  è  una  grande  cittade,  ov'  è  lo  califfo  di  tutti  gli 
saracini  del  mondo,  così  come  a  Roma  il  papa  di  tutti  gli 
cristiani.  Per  mezzo  la  città  passa  un  fiume  molto  grande, 
per  lo  quale  si  puote  andare  infino  nel  mare  d' India,  e  quindi 
vanno  e  vengono  i  mercatanti  e  loro  mercatanzie.  E  sappiate 
che  da  Baudac  al  mare  giù  per  lo  fiume_ha  bene  18  gior- 
nate. Gli  mercatanti  che  vanno  in  India,  vanno  per  quel 
fiume  infino  ad  una  città  eh'  ha  nome  Ghisi,  e  quivi  entrano 
nel  mare  d' India.  E  su  per  lo  fiume  tra  Baudac  e  Ghisi  v'  è 

califfo  Mostasem  Billah,  uomo  avaro  e  indolente,  fu  fatto  perire 
di  fame,  come  il  conte  Ugolino,  rinchiuso  nella  torre  del  suo 
tesoro. 

Gatai:  la  Cina  del  nord. 

califfo  :  parola  araba  che  indica  i  discendenti  di  Maometto,  aventi 
signoria  spirituale  e  temporale  sopra  i  fedeli. 

Chisi  :  si  tratta  non  d'una  città  sul  Tigri,  come  sembra  far  credere 
il  testo,  ma  di  un'  isola  posta  all'  imboccatura  dello  stretto  di 
Hormuz,    per  cui  dal  golfo  Persico  si  entra  nel  mare  Indiano. 


DI    \L.     MARCO    POLO 

una  città  ch'ha  nome  Basirà,  e  per  quella  città  e  per  gli 
borghi  nascono  i  migliori  datteri  del  mondo.  In  Baudac  si 
lavora  di  diversi  lavori  di  seta  e  d'oro  in  drappi  a  bestie,  e 
a  uccelli.  Ella  è  la  più  nobile  città  e  la  maggiore  di  quella 
provincia.  E  sappiate  che  '1  califfo  si  trovò  lo  maggiore  tesoro 
d'oro  e  d'argento  e  di  pietre  preziose  che  mai  si  trovasse  ad 
alcuno  uomo.  Egli  è  vero  che  negli  anni  Domini  1255  lo  gran 
Tarlerò,  ch'avea  nome  Alan,  fratello  del  signore  che  in  quel 
tempo  regnava,  raglino  grande  oste,  e  venne  sopra  lo  califfo 
in  Baudac,  e  presela  per  forza.  E  questo  fu  grande  fatto,  im- 
perocché in  Baudac  avea  piue  di  centomila  cavalieri  senza 
gli  pedoni.  E  quando  Alau  l'ebbe  presa,  trovò  al  califfo^iena 
una  torre  d'oro  e  d'argento  e  d'altro  tesoro,  tanto  che  giammai 
non  se  ne  trovò  tanto  insieme.  Quando  Alau  vidde  tanto  tesoro, 
molto  se  ne  maravigliò,  e  mandò  per  lo  califfo  eh'  era  preso,  e 
sì  gli  disse:  califfo,  perchè  ragunasti  tanto  tesoro?  che  ne  vo- 
levi tu  fare?  E  quando  tu  sapesti  ch'io  veniva  sopra  te,  come 
non  soldavi  cavalieri  e  gente  per  difendere  te  e  la  terra  tua  e 
la  tua  gente?  Lo  califfo  non  li  seppe  rispondere.  Allotta  disse 
Alau  :  califfo,  da  che  tue  ami  tanto  l'avere,  io  te  ne  voglio  dare 
a  mangiare.  E  fecelo  mettere  in  quella  torre;  e  comandò  che 
non  gli  fosse  dato  né  bere  nò  mangiare,  e  disse:  ora  ti  satolla 
del  tuo  tesoro.  E  quattro  dì  vi  vette,  e  poscia  si  trovò  morto. 
E  perciò  meglio  fosse  che  lo  avesse  dato  a  gente  per  difendere 
sua  terra.  Né  mai  poscia  in  quella  città  non  ebbe  poi  califfo 
niuno.  Non  diremo  più  di  Baudac,  perocché  sarebbe  lunga 
materia,  e  diremo  della  nobile  città  di  Toris. 

Bastra  :  Bassorah,  prosso  la  fooe  dello  Sdatt-el-Arab,  unione  del- 
l' Eufrate  e  del  Tigri,  è  il  porto  di  Bagdad  e  testa  di  linea  per 
la  navigazione  del  golfo  Persico  e  dell'India.  L'impresa  tedesca 
della  ferrovia  di  Bagdad  tenta  oggi  riaprire  l'antica  via  commer- 
ciale, ridonando  l'antica  fertilità  alla  Mesopotamia  con  gigan- 
tesche opere  idrauliche  e  conduttura  d'aequa  potabile  nel  deserto. 


24  IL   MILIONE 

XX. 
Della  nobile  città  di  Toris. 

Toris  è  una  grande  cittade,  che  è  in  una  provincia  eh' è 
chiamata  Arac,  nella  quale  hae  ancora  più  cittade  e  più  ca- 
stella. Ma  conterò  di  Toris,  però  eh'  è  la  più  bella  e  la  mi- 
gliore che  sia  nella  provincia.  Gli  uomini  di  Toris  vivono  di 
mercatanzia  e  d'arti,  cioè  di  lavorare  drappi  a  seta  e  ad  oro; 
ed  è  il  luogo  sì  buono,  che  d'India  e  di  Baudac  e  di  Mosul 
e  di  Cormos  vi  vengono  gli  mercatanti,  e  di  molti  altri  luoghi; 
e  gli  mercatanti  latini  vanno  quivi  per  le  mercatanzie  istrane, 
che  vengono  da  lunghe  parti,  e  molto  vi  guadagnano.  Quivi 
si  trova  molte  pietre  preziose.  Gli  uomini  sono  di  piccolo  af- 
fare, e  havvi  di  molte  maniere  di  genti.  Quivi  hae  Ermini  e 
nestorini  e  iacopini,  Giorgiani  e  Persiani,  e  di  quegli  v'ha 
che  adorano  Malcometto,  cioè  lo  popolo  della  terra,  che  si 
chiamano  Taurizini.  Intorno  alla  città  ha  begli  giardini  e  di- 
lettevoli d'ogni  frutta.  Gli  saracini  di  Toris  sono  molto  mal- 
vagi e  disleali. 

*  XXI. 

Della  maraviglia  di  Baudac,  della  montagna. 

Ora  vi  conterò  una  maraviglia  che  avvenne  a  Baudac  e 
a  Mosul.  Negli  anni  1275  era  uno  califfo  in  Baudac  che  molto 

Toris:  (Tauris)  Tabriz,  capitale  dell' Ader bigi an,  è  importante  città 
commerciale  della  Persia  settentrionale.  Fu  capitale  dell'Impero 
dei  Tartari  del  Levante  sotto  Hulagu  {Alan).  Il  commercio  in 
pietre  preziose,  pelliccie,  seterie,  spezierie  ed  armi  era  fatto  da 
mercanti  di  Bagdad,  d' India  e  di  Hormuz  (Cormos).  I  Tauri- 
zini erano  fanatici  mussulmani  sunniti,  «  di  piccolo  affare  » ,  cioè 
di  poca  importanza.  L' ]  Arac  del  testo  è  V  Yrac.    s 

Negli  anni  1275  :  Dopo  il  1268  in  Bagdad  non  vi  furono  più  califfi  ; 
tutto  il  racconto  ha  carattere  di  pura  leggenda. 


DI    M.    MARCO    POLO  25 

odiava  gli  cristiani,  e  ciò  è  naturale  alli  saracini.  Egli  pensò 
di  fare  tornare  gli  cristiani,  saracini,  o  di  uccidergli  tutti,  e 
a  questo  avea  suoi  consiglieri  saracini.  Ora  mandò  lo  califfo 
per  tutti  gli  cristiani  ch'erano  di  là,  e  misse  loro  dinanzi 
questo  punto:  che  egli  trovava  in  uno  vasello  iscritto,  che 
se  alcuno  cristiano  avesse  tanta  fede  quanto  un  granello  di 
senape,  per  suo  prego  che  facesse  a  Dio,  farehbe  giugnere 
diie  montagne  insieme;  e  mostrò  loro  lo  vasello.  Gli  cristiani 
dissero  che  bene  era  vero.  Dunque,  disse  '1  califfo,  tra  voi 
tutti  dee  essere  tanta  fede,  quanto  un  granello  di  senape;  or 
dunque  fate  rimuovere  quella  montagna,  od  io  vi  ucciderò 
tutti,  o  voi  vi  farete  saracini,  che  chi  non  ha  fede  dee  essere 
morto.  E  di  questo  fare  diede  loro  termine  dieci  dì.  Quando 
gli  cristiani  udirono  ciò  che  '1  califfo  avea  detto,  ebbono 
grandissima  paura,  e  non  sapevano  che  si  fare.  Ragunaronsi 
tutti,  piccoli  e  grandi,  maschi  e  femmine,  l'arcivescovo  e  'I 
vescovo,  e  pregavano  assai  Iddio;  e  istettono  otto  dì -tutti  in 
orazione  pregando  che  Iddio  loro  aitasse,  e  guardassegli  da 
sì  crudele  morte.  La  nona  notte  apparve  l'angiolo  al  vescovo, 
ch'era  molto  santo  uomo,  e  dissegli  che  andasse  la  mattina 
al  cotale  calzolaio,  e  che  gli  dicesse  che  la  montagna  si  mu- 
terebbe. Quello  calzolaio  era  buono  uomo,  ed  era  di  sì  buona 
vita,  che  un  dì  una  femmina  venne  in  sua  bottega,  molto  bella, 
nella  quale  un  poco  peccò  cogli  occhi,  ed  egli  colla  lesina  vi 
si  percosse,  sicché  mai  non  ne  vidde;  sicché  egli  era  santo  e 
buono  uomo.  Quando  questa  visione  venne  al  vescovo,  che 
per  lo  calzolaio  si  dovea  mutare  la  montagna,  fece  ragunare 
tutti  gli  cristiani,  e  disse  loro  la  visione.  Allora  lo  vescovo 
pregò  lo  calzolaio  che  pregasse  Iddio  che  mutasse  la  mon- 
tagna; ed  egli  disse  ch'egli  non  era  uomo  sufficiente  a  ciò, 

vasello:  vagello,  vangelo;  come  da  Parisi,  Parigi. 

si  muterebbe:  si  muoverebbe. 

peccò  cogli  occhi  :  guardandola  con  desiderio. 


f 

26  IL    MILIONE 


tanto  fu  pregato  per  gli  cristiani,  che  lo  calzolaio  si  niisse 
in  orazione.  Quando  il  termine  fu  compiuto,  la  mattina  tutti 
gli  cristiani  n'andarono  alla  chiesa  e  feciono  cantare  la  messa, 
pregando  Iddio  che  gli  aiutasse;  poscia  tolsero  la  croce  e  an- 
darono nel  piano  dinanzi  a  questa  montagna;  e  quivi  era,  tra 
maschi  e  femmine,  piccoli  e  grandi,  bene  centomila.  E  '1  ca- 
liffo vi  venne  con  molti  saracini  armati  per  uccidere  tutti  gli 
cristiani,  credendo  che  la  montagna  non  si  mutasse.  Istando 
gli  cristiani  in  orazione  dinanzi  alla  croce  ginocchioni,  e  pre- 
gando Iddio  di  questo  fatto,  la  montagna  cominciò  a  rovinare 
e  a  mutarsi.  Gli  saracini  veggendo  ciò  si  maravigliarono  molto, 
e  il  califfo  si  convertì  con  molti  saracini.  E  quando  lo  califfo 
morìo,  si  trovò  una  croce  al  collo  ;  e  gli  saracini  vedendo 
questo  noi  sotterrarono  nel  monimento  con  gli  altri  califfi 
passati,  anzi  lo  missono  in  un  altro  luogo.  Or  lasciamo  di 
Toris.  e  diciamo  di  Persia. 


XXII. 

Della  grande  provincia  di  Persia 
e  de'  tre  Magi. 

Persia  si  è  una  provincia  grande  e  nobile  certamente,  ma 
al  presente  l'hanno  guastai  tarteri.  In  Persia  è  la  città  eh' è 
chiamata  Sabba,  dalla  quale  si  partirono  li  tre  re  che  anda- 
rono ad  adorare  a  Cristo,  quando  nacque.  In  quella  città  sono 
seppelliti  gli  tre  magi  in  una  bella  sepoltura,  e  sonvi  ancora 
tutti  infieri  e  co'  capegli.  L'uno  ebbe  nome  Baltasar,  l'altro 
Melchior,  e  l'altro  Guaspar.  Messer  Marco  domandò  più  volte 
in  quella  città  di  questi  tre  re;  niuno  gliene  seppe  dire  nulla, 

Sabba:  Saba,  Sawa,  Sessanta  Hadrumetorum ,  la  città  della  famosa 
regina  che  visitò  Salomone. 


DI   M.    MABOO    POLO  27 

se  no1  ch'erano  tre- re  seppelliti  anticamente.  E  aAdando  tre 
giornate,  trovarono  un  castello  chiamato  Galasaca,  cioè  a  dire, 
in  Francesco,  castello  degli  oratori  del  fuoco.  K  ben  vero  che 
quegli  del  castello  adorano  il  fuoco,  ed  io  vi  dirò  perchè.  Gli 
uomini  di  quello  castello  dicono  che  anticamente  tre  re  di 
quella  contradii  andarono  ad  adorare  un  profeta,  lo  quale  era 
nato,  e  portarono  tre  offerte:  oro  per  sapere  s'era  signore 
terreno,  incenso  per  sapere  s'era  Iddio,  mirra  per  sapere  s'era 
eternale.  E  quando  furono  ove  Iddio  era  nato,  lo  minore  andò 
in  prima  a  vederlo,  e  parvegli  di  sua  forma  e  di  suo  tempo, 
e  poscia  il  mezzano,  e  poscia  il  maggiore,  e  a  ciascuno  per 
sé  parve  di  sua  forma  e  di  sua  etade  ;  e  riportando  ciascuno 
quello  che  aveva  veduto,  molto  si  maravigliarono,  e  pensa- 
rono di  andare  tutti  insieme.  Andando  insieme,  a  tutti  parve 
quello  eli'  era,  cioè  fanciullo  di  13  giorni.  Allora  offersono 
l'oro  e  lo  incenso  e  la  mirra;  e  il  fanciullo  prese  tutto;  e  Io 
fanciullo  donò  agli  tre  re  uno  bossolo  chiuso:  e  gli  re  si  tos- 
sono per  tornare  in  lor  contrade. 

seppelliti  anticamente:  Narra  la  leggenda  che  Elena,  madre  di 
Costantino,  trasportasse  le  salme  dei  tre  Magi  da  Saba  a  Costan- 
tinopoli; di  là  ai  tempi  dell'imperatore  Manuele  Commeno  (1162) 
esse  furono  trasportate  a  Milano,  e  dopo  la  distruzione  di  questa 
città  ordinata  dal  Barbarossa,  furono  deposte  il  23  luglio  1234 
nella  cattedrale  di  Colonia  da  Rainald,  arcivescovo  di  DasseL 

Galasaca:  (Kalascbar)  che  significa,  e  più  sotto  è  detto  semplicemente 
castello,  era  a  60  miglia  a  N.  0.  di  Sabba,  il  sinedrio  dei  Quebri, 
o  adoratori  del  fuoco.  Essi  professavano  il  ùabeismo  di  Zarathustra 
(Zoroastro),  i  cui  principii  sono  spiegati  nello  Zend  Avesta.  Cac- 
ciati dal  fanatismo  mussulmano,  essi  emigrarono  dal  loro  suolo 
natio,  Yezd  nel  Farsistan,  nella  penisola  del  Guggerat  e  a  Bom- 
bay ;  ed  oggi  col  nome  di  Parsi  si  ritrovano  diffusi  nei  maggiori 
-'entri  commerciali  di  Oriente  come  abili  e  ricchi  finanzieri  e 
mercanti.  Essi  si  riconoscono  al  loro  copricapo,  la  mitra.  '~ 

mirra:  dall'arabo  mur  (amaro),  è  una  resina  vegetale  gialla,  molle 
e  odorosa,  ma  amara  e  pungente  al  gusto. 


28 


IL    MILIONE 


XXIII. 
Delli  tre  Magi. 

Quando  li  tre  magi  ebbero  cavalcate  alquante  giornate, 
vollono  vedere  quello  che  '1  fanciullo  avea  loro  donato;  aper- 
sono  lo  bossolo,  e  quivi  trovarono  una  pietra,  la  quale  avea 
loro  data  Cristo,  in  significarla  che  stessono  fermi  nella  fede 
che  aveano  cominciata,  come  pietra.  Quando  viddero  la  pietra, 
molto  si  maravigliàro,  e  gittàro  questa  pietra  in  un  pozzo. 
Gittata  la  pietra  nel  pozzo,  un  fuoco  discese  dal  cielo  ardente 
e  gittossi  in  quel  pozzo.  Quando  gli  re  viddono  questa  ma- 
raviglia, penteronsi  di  ciò  che  avevano  fatto,  e  presono  di 
quello  fuoco,  e  portaronne  in  loro  contrada,  e  puoserlo  in 
una  loro  chiesa  e  tuttavolta  lo  fanno  ardere,  e  adorano  quello 
fuoco  come  Iddio;  e  tutti  gli  sacrifici  che  fanno  condiscono 
di  quello  fuoco;  e  quando  si  spegne,  vanno  all'originale,  che 
sempre  istà  acceso,  né  mai  nollo  accenderebbono  se  non  di 
quello;  perciò  adorano  lo  fuoco  quegli  di  quella  contrada.  E 
tutto  questo  dissono  a  messer  Marco  Polo;  èe  veritade.  L'uno 
de'  re  fu  di  Sabba,  l'altro  di  lava,  l'altro  del  Castello.  Ora 
vi  diremo  di  molti  fatti  di  Persia,  e  di  loro  costumi.  Sap- 
piate che  in  Persia  hae  otto  reami:  l'uno  ha  nome  Causon, 

lava:  Laar;  Castello,  vedi  Galasca. 

otto  reami:  la  Persia,  devastata  dai  Tartari,  nel  1221  venne  incor- 
porata al  loro  impero  del  Levante.  Ecco  i  nomi  moderni  delle 
Provincie  corrispondenti  ai  reami  di  M.  Polo. 

1.  Canson (capitale  Kasvin)  .  .     .     ,.  ._ 

„        „         <  oggi  provincia  di  Irac 

2.  Stani (      »         Hamadan)  \     6fe    F 

3.  Laor (  »  Lar)  >  »  »  Laristan 

4.  Celstan (  »  Crema)  »  »  »  Xirman 

5.  Istain (  »  Ispahan)  »  »  »  Irac 

fi.  Zerezi (  »  Shiraz)  »  »  »  Farsistan 

7.  Suncara . . .  /  ^     ,  ^, 
m                      (      »         CMirkanì            »            »           »   Khorassan 

8.  Turnocam  .  ' 


/ 


DI    M.    MARCO    POLO  29 

lo  secondo  di  Stani,  lo  terzo  Laor,  lo  quarto  Celstan,  lo  quinto 
[staili,  lo  sesto  Zerazi,  lo  settimo  Suncara,  l'ottavo  Turno- 
cain,  eh' è  presso  all'Albero  solo.  lu  questo  reame  ha  molti 
belli  destrieri  e  di  grande  valuta,  e  molti  ne  vengono  a  vén- 
dere in  Lidia.  La  maggiore  parte  sono  di  valuta  di  libre  du- 
gento  di  tornési.  Ancora  v'ha  le  più  belle  asine  del  mondo, 
che  vale  l'uria  ben  30  marchi  d'argento,  e  che  bene  corrono. 
K  gli  uomini  di  questa  contrada  menano  questi  cavalli  infino 
a  due  cittadi,  che  sono  sopra  la  riva  del  mare,  Luna  ha  nome 
Ghisi,  l'altra  ha  nome  Gormos.  Quivi  sono  gli  mercatanti  che 
gli  menano  in  India.  Questi  sono  mala  gente,  tutti  si  ucci- 
dono tra  loro;  e  se  non  fosse  per  paura  del  signore,  cioè  del 
Tartero  del  levante,  tutti  gli  mercatanti  ucciderebbono.  Quivi 
si  fanno  drappi  d'oro  e  di  seta;  e  quivi  hae  molta  bambagia, 
e  quivi  hae  abbondanza  d'orzo  e  di  miglio  e  di  panico  e  di 
tutte  biade  e  di  vino  e  di  tutti  frutti.  Or  lasciamo  qui,  e 
conterovvi  della  gran  città  di  Jadys  e  di  tutto  suo  affare  e 
suoi  costumi. 


Albero  solo  :  vedi  capitolo  XXX. 

tornési:  sorta  di  moueta  che  fu  coniata  per  la  prima  volta  a  Tours, 
in  Francia,  e  si  può  ragguagliare  circa  a  18  franchi. 

Chisi:  vedi  pag.  22. 

Cormos:  Hormuz,  alTentrata  del  Golfo  Persk-o.  Il  vecchio  porto  alla 
foce  del  Minao  essendo  stato  distrutto  dai  principi  di  Kirraan 
dopo  il  X  secolo,  lo  scalo  fu  trasferito  nella  vicina  isola  di  Jerun, 
a  13  miglia  dalla  costa.  Era  città  fiorente  e  ricca  quando  i  Por- 
toghesi se  ne  impadronirono  nel  1507.  Nel  1622  Shah  Abbas  ne 
cacciò  i  Portoghesi,  con  l'aiuto  degli  Inglesi,  la  rase  al  suolo  e 
portò  lo  scalo  sulla  costa  del  Gambrun,  a  Bender  Abbassi,  oggi 
testa  di  carovaniera  per  l'altipiano.  Il  clima  del  paese  è  estre- 
mamente torrido  e  malsano. 


30  IL    MILIONE 


XXIV. 


Delli  otto  reami  di  Persia. 

Jadys  è  una  città  di  Persia  molto  bella  e  grande,  e  di 
grande  e  di  molte  raercatanzie.  Quivi  si  lavora  drappi  d'oro 
e  di  seta,  che  si  chiamano  «  iassi  »  che  si  portano  per  molte 
contrade.  Egli  adorano  Malcometto.  Quando  l'uomo  si  parte 
eli  questa  terra  per  andare  innanzi,  cavalcasi  sette  giornate 
tutto  piano;  e  non  v'ha  abitazione  se  non  in  tre  luoghi,  ove 
si  possa  albergare.  Qui  hae  begli  boschi,  e  begli  piani  per 
cavalcare.  Qui  hae  molte  pernicie  e  cotornicie  assai,  quindi 
si  cavalca  a  grande  sollazzo.  Quivi  hae  asine  salvatiche  molto 
belle.  Di  capo  queste  sette  giornate  hae  uno  reame  eh'  ha 
nome  Crema. 


XXV. 


Del  reame  di  Crema. 

Crema  è  un  reame  di  Persia,  che  soleva  avere  signore  per 
eredità;  ma  poscia  che  gli  tarteri  lo  presono,  sì  vi  manda- 
rono signore  cui  loro  piace.  E  quivi  nascono  le  pietre  che 
si  chiamano  turchiese  in  grande  quantità  che  si  cavano  delle 

Jadys  :  (Yazid)  Yezd,  la  Isatichas  di  Tolomeo,  capitale  del  Far- 
sistan  orientale,  già  mussulmanizzata  nel  XIII  secolo. 

pernicie:  le  pernici  sono  uccelli  dai  piedi  pelosi  (pedes  trieati;  fran- 
cese perdrix;  inglese  partridge),  e  le  cotornicie  sono  delle  per- 
nici coturnate  o  calzate. 

Crema:  Kirman,  la  Carmania  di  Tolomeo,  provincia  meridionale 
della  Persia,  sur  un  altipiano  freddo  e  ventoso  a  17  giornate  da 
Hormuz. 

turchiese:  pietre  turchesi,  di  color  celeste  chiaro. 


DI    M.    MARCO    POLO  31 

montagne;  e  hanno  vene  d'acciaia  e  d'andanico  assai.  Lavo- 
rano bene  tutto  cose  da  cavalieri,  freni,  selle  e  tutte  armi  e 
arnesi.  Le  loro  donne  tavolano  tutte  cose,  a  seta  e  ad  oro,  e 
a  uccelli  e  a  bestie  nobilmente,  e  lavorano  di  cortine,  e  d'altre 
cose  mollo  riccamente,  e  coltri  e  guanciali,  e  tutte  cose.  Nelle 
montagne  di  questa  contrada  nascono  i  migliori  falconi  e  gli 
più  valorosi  del  mondo,  e  sono  meno  che  falconi  pellegrini; 
ninno  uccello  campa  loro  dinanzi.  Quando  l'uomo  si  parte  da 
Crema,  cavalca  sette  giornate  tuttavia  per  città  e  per  castella 
con  grande  sollazzo;  e  quivi  hae  uccellagioni  di  tutti  uccelli. 
Di  capo  delle  sette  giornate  truova  una  montagna,  ove  si 
scende,  che  bene  si  cavalca  due  giornate  pure  a  china,  tut- 
tavia trovando  molti  frutti  e  buoni.  Non  si  truova  abitazione. 
ma  gente  con  loro  bestie  assai.  Da  Crema  insino  a  questa 
iscesa  ha  ben  tal  freddo  di  verno,  che  non  si  può  passare 
se  non  con  molti  panni  indosso. 

\X\1. 

Di  Camadi 

Alla  discesa  della  detta  montagna  ha  un  bel  piano,  e  nel 
cominciamento  hae  una  città  e' ha  nome  Camadi.  Questa  solca 
essere  migliore  terra  che  non  è  ora.  che  talleri  d'altra  parte 

andanico  :  Y  andena  di  Avicenna,  il  lapis  calaminarìs,  un  inter- 
medio tra  il  ferro  e  l'acciaio,  conosciuto  col  nome  di  ferrum 
indianicum,  atto  a  far  spade  infrangibili,  come  la  Dur-indana 
d'Orlando. 

falconi  pellegrini  :  il  talco  peregri nator  (gir falco)  fa  i  suoi  nidi 
sull1  alta  montagna  di  Ku-i-llazar,  alta  da  tre  a  cinquemila 
metri. 

Camadi:  (Hamadi)  Ivarimabad,  capitale  del  reame  di  Rheobales,  oggi 
in  rovine. 


32  IL   MILIONE 

1'  hanno  fatto  danno  più  volte.  Questo  piano  è  molto  cavo, 
e  questo  reame  ha  nome  Reobales.  Suoi  frutti  sono  datteri, 
pistacchi,  frutto  di  paradiso,  e  altri  frutti  che  non  sono  di 
qua.  Hanno  buoi  grandi  e  bianchi  come  neve,  col  pelo  piano 
per  lo  caldo  luogo,  le  corna  corte  e  grosse  e  non  acute,  fra 
le  spalle  hanno  un  gobbo  alto  due  palmi,  e  sono  la  più  bella 
cosa  del  mondo  a  vedere.  Quando  si  vogliono  caricare,  si  co- 
ricano come  camelli;  e  caricati  così,  si  levano,  che  sono  forti 
oltre  misura.  E  v'  ha  montoni  come  asini,  che  pesa  loro  la 
coda  bene  30  libbre,  e  sono  bianchi  e  belli,  e  buoni  da  man- 
giarne. In  questo  piano  ha  città  e  castella,  e  ville  murate  di 
terra  da.  difendersi  dagl'  ischerani,  che  vanno  rubando.  E 
questa  gente  che  corrono  il  paese,  per  rincantamento  fanno 
parere  notte  sette  giornate  alla  lunga,  perchè  altri  non  si 
possa  guardare.  Quando  hanno  fatto  questo,  vanno  per  lo 
paese,  che  bene  lo  sanno,  e  sono  bene  diecemila  talvolta,  e 
più  e  meno,  sicché  per  quel  piano  non  campa  loro  né  uomo 
né  bestia:  gli  vecchi  uccidono,  gli  giovani  menano  a  vendere 
per  ischiavi.  Lo  loro  re  ha  nome  Nogodar,  e  sono  gente  rea 
e  malvagia  e  crudele.  E  sì  vi  dico  che  messer  Marco  vi  fu 
quasi  che  preso  in  quella  iscuritade,  ma  scampò  ad  uno  ca- 
stello e'  ha  nome  Ganosalmi,  e  di  suoi  compagni  vi  furono 
presi  assai,  e  venduti  e  morti. 

frutti  di  paradiso  :  banane  (musa  paradisiaca). 

buoi  grandi  e  bianchi:  gli'  zebù.  Buoi  con  la  gobba  si  veggono 
rappresentati  negli  antichi  bassorilievi  assiri. 

ischerani:  (confr.  ital.  schiere,  ted.  schaar)  sgherri,  o  soldati  sban- 
dati dopo  la  conquista  mongola,  orranti  per  l'altipiano  e  viventi 
di  rapina  sotto  un  loro  condottiero,  Nigodar  Oglav.  Attaccavano 
i  paesi  durante  le  terribili  bufere  di  sabbia  scatenate  dal  Simun, 
o  vento  di  scirocco.  La  frequenza  di  queste  bufere  «  che  fanno 
parere  notte  »  oscurando  il  cielo,  veniva  attribuita  ai  loro  in- 
cantesimi. 

Canosalmi:  Kanat-es-salam,  Castello  della  pace,  o  della  salute. 


DI   M.    MARCO   POLO  83 


XXVII. 

Della  gran  china. 

Questo  piano  dura  verso  mezzodie  cinque  giornate.  Da 
capo  dalle  cinque  giornate  è  un'altra  china,  che  dura  20  mi- 
glia, molto  mala  via,  e  havvi  molti  rei  uomini  che  rubano. 
Di  capo  della  china  hae  un  piano  molto  bello,  che  si  chiama 
lo  piano  di  Gormosa,  e  dura  due  giornate,  e  havvi  bella  ri- 
viera, e  quivi  hae  francolini,  pappagalli,  e  altri  uccelli  divi- 
sati da'  nostri.  Passate  due  giornate,  è  lo  mare  oceano  ;  e 
in  sulla  riva  è  una  città  con  porto,  ch'ha  nome  Gormos.  E 
quivi  vengono  d'India  per  navi  tutte  ispezierie,  e  drappi  d'oro 
e  denti  di  leonfanti  e  altre  mercatanzie  assai;  e  quindi  le 
portano  i  mercatanti  per  tutto  il  mondo.  Questa  è  terra  di 
grande  mercanzia;  sotto  di  sé  ha  castella  e  cittadi  assai, 
perchè  ella  è  capo  della  provincia.  Lo  re  ha  nome  re  Umeda 
Acomat.  Quivi  è  grande  caldo;  la  terra  è  inferma  molto;  e 
se  alcuno  mercatante  d'  altra  terra  vi  morisse,  lo  re  piglia 
tutto  suo  avere.  Quivi  si  fa  il  vino  di  datteri  e  d'altre  ispecie 
assai;  chi  '1  bee  e  non  è  uso,  sì  '1  fa  andare  a  sella  e  pur- 
galo; ma  chi  n'è  uso,  fa  carne  assai.  Non  usano  nostre  vi- 
vande, che  se   manicassono  grano   e  carne,  infermerebbono 

francolini  :  sorta  d'uccelli  affini  alle  pernici,  dal  becco  e  dai  piedi 

rossi. 
divisati:   variati,  diversi. 

leonfanti:  elefanti  (semitico  alef-hind  =  vacca  d'India). 
inferma  :  malsana. 
lo  re  piglia   suo  avere:   era  il  diritto   d'albinaggio  {alibi  natus, 

francese  droit   d'aubairì)  non  del  tutto  ignoto  allora  anche  in 

Europa. 
andare  a  sella:  alla  sedia  (spagnuolo  siila)  per  i  propri  bisogni. 

Mabco  Polo  —  11  Milione  3 


34.  IL   MILIONE 

incontanente  ;  anzi  usano  per  loro  santa  pesci  salati  e  datteri 
e  cotali  cose  grosse,  e  con  queste  dimorano  sani.  Le  loro 
navi  sono  cattive  e  molte  ne  pericolano,  perchè  non  sono 
confitte  con  aguti  di  ferro,  ma  cucite  con  filo  che  si  fa  della 
buccia  delle  nocie  d' India,  che  si  mette  in  molle  nell'acqua 
e  fassi  filo  come  setole,  e  con  questo  le  cuciono,  e  non  si 
guasta  per  l'acqua  salata.  Le  navi  hanno  una  vela  e  uno  al- 
bore e  un  timone  e  una  coverta;  ma  quando  sono  caricate, 
le  cuoprono  di  cuoio,  e  sopra  questa  coverta  pongono  i  ca- 
valli che  menano  in  India.  Non  hanno  ferro  per  fare  aguti; 
ed  èe  grande  pericolo  a  navicare  con  quelle  navi.  Questi 
adorano  Malcometto  ;  ed  evvi  sì  grande  caldo,  che  se  non 
fossono  gli  giardini  con  molta  acqua,  di  fuori  della  città, 
ch'egli  hanno,  non  camperebbono.  Egli  è  vero  che  vi  viene 
un  vento  talvolta  la  state,  di  verso  lo  sabbione,  con  tanto 
caldo,  che  se  gli  uomini  non  fuggissono  all'acqua,  non  cam- 
perebbono dal  caldo.  Eglino  seminano  loro  biade  di  novembre, 
e  ricolgonle  di  marzo;  e  così  fanno  di  tutti  loro  frutti;  e  da 
marzo  innanzi  non  vi  si  truova  niuna  cosa  viva,  cioè  verde 
sovra  terra,  se  non  lo  dattero,  che  dura  insino  a  mezzo  mag- 
gio: e  questo  è  per  lo  gran  caldo.  Le  navi  non  sono  impe- 
ciate, ma  sono  unte  d'un  olio  di  pesce.  E  quando  alcuno  vi 
muore,  si  fanno  gran  duolo,  e  le  donne  si  piangono  li  loro 
mariti  bene  quattro  anni,  ogni  dì  almeno  una  volta,  con  uo- 
mini e  con  parenti.  Or  torneremo  per  tramontana,  per  con- 
tare di  quelle  provincie,  e  ritorneremo  per  un'altra  via  alla 
città  di  Crema,  la  quale  v'  ho  contato,  perciocché  di  quelle    | 

santa:  sanità  (cfr.  francese  sanie). 

aguti:  chiodi.  Pare  che  i  Polo  siano  scesi  a  Cormos  per  imbarcarsi, 
ina  considerata  la  poca  sicurezza  delle  navi  tenuto  insieme  da 
funi  di  noci  di  cocco,  senza  chiodi,  coi  cavalli  persiani  in  co- 
perta e  i  corsali  indiani  in  vista,  pensaron  meglio  risalire  l'al- 
tipiano e  affrontare  i  passi  del  Pamir  e  il  deserto  di  Gobi. 


DI  M.    MABCO   POLO  36 

contrade  eh'  lo  vi  voglio  contare,  non  vi  si  puote  andare  se 
non  da  Crema.  Io  vi  dico  che  questo  re  Acomat,  donde  noi 
ci  partimmo,  aguale  è  re  di  Crema.  E  al  ritornare  da  Cormos 
a  Crema  ha  molto  bello  piano  e  abbondanza  di  vivande,  e 
Imvvi  molti  bagni  caldi,  e  havvi  uccelli  assai  e  frutti.  Lo 
pane  del  grano  è  molto  amaro  a  chi  non  è  costumato,  e  questo 
è  per  lo  mare  che  vi  viene.  Or  lasciamo  queste  parti,  e  an- 
diamo verso  tramontana,  e  diremo  come. 


XXVIII. 

Come  si  cavalca  per  lo  deserto. 

Quando  l'uomo  si  parte  da  Crema,  cavalca  sette  giornate 
di  molta  diversa  via;  e  dirovvi  come  l'uomo  vae  tre  giornate, 
che  l'uomo  non  trova  acqua,  se  non  verde  come  erba,  salsa 
e  amara;  e  chi  ne  bevesse  pure  una  gocciola  lo  farebbe  an- 
dare bene  dieci  volte  a  sella,  e  chi  mangiasse  un  granello  di 
quello  sale,  il  quale  se  ne  fae,  farebbe  lo  somigliante:  e 
perciò  si  porta  bevanda  per  tutta  quella  via.  Le  bestie  ne 
Ixono  pei*  gran  forza  e  per  gran  sete,  e  falle  molto  iscorrere. 
In  queste  tre  giornate  non  ha  abitazione,  ma  tutto  diserto  e 
grande  siccitade;  bestie  non  v'ha,  che  non  v'avrebbouo  che 
mangiare.  Di  capo  di  queste  tre  giornate  si  truova  un  altro 
luogo,  che  dura  4  giornate  né  più  ne  meno,  fatto  come  le  tre 
giornate,  salvo  che  si  trovano  asine  selvatiche.  Di  capo  di 
queste  4  giornate  finisce  lo  reame  di  Crema,  e  trovasi  la  città 
di  Gobiam. 


aguale:  ora,  adesso  (aevalis,  contemporaneo). 


86  IL   MILIONE 


XA.J.A. 

Di  Gobiam. 

Gobiam  è  una  grande  città,  e  adorano  Malcoinetto.  Egli 
hanno  ferro  e  acciaio  e  andanico  assai;  quivi  si  fa  la  tuzia 
e  lo  spodio,  e  dirovvi  come.  Egli  hanno  una  vena  di  terra  la 
quale  è  buona  a  ciò,  e  pongonla  nella  fornace  ardente,  e  in 
sulla  fornace  pongono  graticole  di  ferro,  e  '1  fummo  di  quella 
terra  va  suso  alle  graticole,  e  quello  che  quivi  rimane  appic- 
cato è  tuzia,  e  quello  che  rimane  nel  fuoco  è  spodio.  Ora 
andiamo  oltre. 


XXX. 


D'uno  diserto. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  Gobiam,  l'uomo  va  per  un 
diserto  bene  8  giornate,  nel  quale  hae  grande  secchitade,  e 
non  w'  ha  frutti,  né  acqua,  se  non  amara,  come  in  quel  di 
sopra  che  vi  ho  detto  ;  e  quegli  che  vi  passano  portano  da 
bere  e  da  mangiare,  se  no  che  gli  cavalli  beono  di  quell'acqua 
mal  volentieri.  E  di  capo  delle  otto  giornate  è  una  provincia 

Gobiam:  (Cobinam)  Kuhbenam,  oasi  tra  due  grandi  deserti,  ricca  di 
giacimenti  minerarii  nel  N.  E.  della  provincia  di  Kirman.  Pro- 
duce sale,  magnesia,  zinco,  ferro,  andanico,  ed  era  famosa  per 
la  manifattura  di  finissimi  specchi  di  acciaio. 

tuzia  :  le  incrostazioni  dello  zinco  fuso  al  fornello  producono  un 
ossido  detto  tutta,  ingl.  tutty  (dal  pers.  dudha  =  fumo),  molto 
usato  per  collirio  o  lozione  per  gli  occhi  in  Oriente:  e  quel  che 
rimane  della  fusione  è  spodio,  cioè  spoglia,  cenere.  La  tutia  non 
è  da  confondere  col  tutenag,  così  detta  in  India  una  lega  di 
rame,  zinco  e  nickel. 


DI    M.    MARCO   POLO  37 

chiamata  Tonocan,  e  havvi  castella  e  cittadi  assai,  e  confina 
con  Persia  verso  tramontana,  e  quivi  è  una  grandissima  pro- 
vincia tutta  piana,  ov'è  l'Albero  solo,  lo  quale  gli  cristiani 
lo  chiamano  l'Albero  secco:  e  dirovyi  com'egli  è  fatto.  Egli 
è  grande  e  grosso,  le  sue  foglie  sono  dall'una  parte  verdi,  fj 
dall'altra  bianche,  e  fa  cardi  come  di  castagne,  ma  non  v'ha 
entro  nulla;  egli  è  forte  legno,  e  giallo  come  bossio,  e  non 
vi  ha  albero  presso  a  cento  miglia,  salvo  che  dall'una  parte 
a  10  miglia;  e  quivi  dicono  quegli  di  quelle  parti,  che  fu  la 
battaglia  fra  Alessandro  e  Dario.  Le  ville  e  le  castella  hanno 
grande  abondanza  d'ogni  buona  cosa;  lo  paese  è  temperato; 
e  adorano  Malcometto.  Quivi  hae  bella  gente,  e  le  femmine 
sono  belle  oltra  misura.  Di  qui  ci  partiamo;  e  dirovvi  di  una 
contrada  che  si  chiama  Milice,  ove  il  Veglio  della  montagna 
solea  dimorare. 

XXXI. 

Del  Veglio  della  Montagna,  e  come  fece 
il  paradiso  e  gli  assassini. 

Milice  è  una  contrada  dove  il  Veglio  della  Montagna  so- 
leva dimorare  anticamente.  Or  vi  conteremo  l'affare,  secondo 
che  Messer  Marco  intese  da  più  uomini.   Lo  Veglio   è  chia- 

Tonocan  :  (Turnocain,  Timocain)  è  l'unione  di  due  provincie  mon- 
tuose e  poco  abitate,  Tono  e  Caìn^  che  si  estendono  tra  il  deserto 
al  sud,  il  Khorassan  all'est  e  una  catena  di  monti  cho  la  sepa- 
rano dall'antica  Hvrcania. 

Albero  solo:  a  N.  0.  della  provincia,  presso  Sabzwar,  è  l'Albero 
solo,  o  Arbor  secco,  un  platano  gigantesco,  isolato,  che  domina 
la  pianura  deserta.  Non  lungi  dall'  Albero  solo  è  Damaghan 
(Hecatompylos),  dove,  a  guardia  delle  strette  di  Khowar  sul 
Caspio,  si  trovava  al  campo  Gazan,  figlio  di  Argon,  quando  i 
Polo  gli  consegnarono  la  principessa  Kokatin.  Vedi  pag.  14. 

bossio:  bossolo. 

Milice  :  Mulehet,  è  la  regione  del  Veglio  o  Signor  della  Montagna 


38  IL    MILIONE 

mato  in  lor  lingua  Aloodyn.  Egli  avea  fatto  fare  fra  due  mon- 
tagne in  una  valle  lo  più  bello  giardino,  e  '1  più  grande  del 
mondo;  quivi  avea  tutti  i  frutti,  e  li  più  belli  palagi  del 
mondo,  tutti  dipinti  ad  oro  e  a  bestie  e  a  uccelli.  Quivi  era 
condotti:  per  tale  veniva  acqua,  e  per  tale  mèle,  e  per  tale 
vino.  Quivi  era  donzelli  e  donzelle,  gli  più  belli  del  mondo, 
e  che  meglio  sapevano  cantare  e  sonare  e  ballare;  e  faceva 
lo  Veglio  credere  a  costoro  che  quello  era  lo  paradiso.  E  per 
ciò  il  fece,  perchè  Malcometto  disse,  che  chi  andasse  in  pa- 
radiso avrebbe  di  belle  femmine  tante  quante  volesse,  e  quivi 
troverebbe  fiumi  di  latte  e  di  miele  e  di  vino;  e  perciò  lo 
fece  simile  a  quello  che  avea  detto  Malcometto.  E  gli  sara- 
cini  di  quella  contrada  credevano  veramente  che  quello  fosse 
lo  paradiso;  e  in  questo  giardino  non  entrava  se  non  colui, 
cui  egli  voleva  fare  assassino.  All'entrata  del  giardino  avea 

(Seheik  el  jebal).  Seheik,  come  senior,  da  vecchio,  passò  a  si- 
gnificare Signore.  I  suoi  seguaci  erano  scismatici  shiiti  chiamati 
mulahidah,  ossia  eretici,  empi,  dagli  ortodossi  sunniti.  Essi  si 
chiamavano  Ismaeliti  dal  nome  del  loro  settimo  imam,  Ismael, 
e  mantenevano  il  dritto  alla  successioi.e  del  califfato  nella  discen- 
denza di  Ali,  ed  avevano  loro  particolari  credenze  e  riti  religiosi. 
Nel  1090,  sotto  il  regno  di  Shah  Jelal-eddin,  terzo  re  della  dina- 
stia Selgiukide,  guidati  da  un  loro  capo,  Hasan  ben  Sabbah,  essi 
si  resero  indipendenti  e  temuti  tra  le  montagne  del  distretto  di 
Rudbar  nel  Kuhistan,  e  la  fama  delle  loro  gesta  assassine  (com- 
messe cioè,  sotto  V  influenza  dei  fumi  dell'oppio  e  deìV  haseish) 
penetrò  coi  Crociati  anche  in  Europa.  Aloodin,  penultimo  loro 
capo,  morto  nel  1255,  si  attirò  V  ira  di  Hulagu  (Alate),  nipote 
di  Oinghis  Khan,  che  un  anno  dopo  invase  il  loro  territorio,  di- 
strusse le  fortezze  e  pose  fine  al  loro  potere.  La  data  1277  ò 
evidentemente  errata, 
assassino  :  la  nostra  voce  assassino,  si  dice  coi  De  Sacy,  ebbe  ori- 
gino da  questi  mangiatori  di  haseish,  detti  haseisein,  e  fu  messa 
in  gran  voga  dall'eco  delle  loro  gesta,  sparsa  in  Anatolia  e  Co- 
stantinopoli. 


DI    fi.    MARCO    POLO  39 

un  castello  sì  forte,  che  non  temeva  ninno  uomo  del  mondo. 
Lo  Veglio  teneva  in  sua  corte^  tutti  giovani  di  1°2  anni,  li 
quali  li  paressono  da  diventare  prodi  uomini.  Quando  lo  Veglio 
ne  faceva  mettere  nel  giardino,  a  4,  a  10,  a  20,  egli  faceva 
loro  dare  bere  oppio,  e  quegli  dormivano  bene  tre  dì,  e  facevagli 
portare  nel  giardino,  e  al  tempo  gli  faceva  isvegliare.  Quando 
gli  giovani  si  svegliavano,  egli  si  trovavano  là  entro,  e  vede- 
vano tutte  queste  ('ose,  veramente  si  credevano  essere  in 
paradiso:  e  queste  donzelle  sempre  istavano  con  loro  in  canti 
e  in  grandi  sollazzi:  donde  eglino  aveano  sì  quello  che  vo- 
levano, che  mai  per  lo  volere  non  si  sarebbono  partiti  di 
quello  giardino.  Il  Veglio  tiene  bella  corte,  e  ricca,  e  fa  cre- 
dere a  quegli  di  quella  montagna,  che  così  sia  com'io  v'ho 
dotto.  E  quando  egli  ne  vuole  mandare  niuno  di  quelli  gio- 
vani in  niuno  luogo,  li  fa  loro  dare  beveraggio  che  dormono, 
e  fagli  recare  fuori  del  giardino  in  sul  suo  palagio.  Quando 
coloro  si  svegliono,  trovansì  quivi,  molto  si  meravigliano,  e 
sono  molto  tristi,  che  si  trovano  fuori  del  paradiso.  Egli  se 
ne  vanno  incontanente  dinanzi  al  Veglio,  credendo  che  sia  un 
man  profeta,  e  inginocchiansi.  Egli  gli  domanda:  onde  ve- 
nite? Rispondono:  del  paradiso,  e  contangli  quello  che  v'hanno 
veduto  entro,  e  hanno  gran  voglia  di  tornarvi.  E  quando  il 
Veglio  vuole  fare  uccidere  alcuna  persona,  egli  fa  torre  quello 
lo  quale  sia  più  vigoroso,  e  fagli  uccidere  cui  egli  vuole;  e 
coloro  lo  fanno  volentieri,  per  ritornare  nel  paradiso.  Se  scam- 
pano, ritornano  al  loro  signore,  se  è  preso,  vuole  morire, 
credendo  ritornare  al  paradiso.  E  quando  lo  Veglio  vuole  fare 
uccidere  niuno  uomo,  egli  lo  prende  e  dice:  va',  fa'  tal  cosa: 
e  questo  ti  fo  perchè  ti  voglio  fare  ritornare  al  paradiso.  E 
gli  assassini  vanno,  e  fannolo  molto  volentieri.  E  in  questa 
maniera  non  campa  niuno  uomo  dinanzi  al  Veglio  della  Mon- 
tagna, a  cui  egli  lo  vuole  fare  ;  e  sì  vi  dico  che  più  re  li 
fanno  tributo  per  quella  paura.  Egli  è  vero  che  negli  anni 
h277,  Alau,  signore  dei  Tarteri  del  levante,  che  sapeva  tutte 


40  IL   MILIONE 

queste  malvagità,  egli  pensò  tra  sé  medesimo  di  volerlo  di- 
struggere, e  mandò  de'  suoi  baroni  a  questo  giardino,  e 
istettonvi  tre  anni  attorno  al  castello  prima  che  l'avessono; 
né  mai  non  lo  avrebbono  avuto,  se  non  per  fame.  Allotta 
per  fame  fu  preso,  e  fu  morto  lo  Veglio  e  sua  gente  tutta; 
e  d'allora  in  qua  non  vi  fu  più  Veglio  niuno  ;  in  lui  fu 
finito  tutta  la  signoria.  Or  lasciamo  qui  e  andiamo  più  in- 
nanzi. 

XXXII. 

Della  città  Supunga. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  questo  castello,  l'uomo  cavalca 
per  bello  piano  e  per  belle  coste,  ov'è  buon  pasco  e  frutti 
assai  e  buoni  ;  dura  sette  giornate,  e  havvi  ville  e  castella 
assai,  e  adorano  Malcometto.  E  alcuna  volta  truova  l'uomo 
diserti  di  cinquanta  e  di  sessanta  miglia,  ne'  quali  non  si 
truova  acqua,  e  conviene  che  l'uomo  la  porti,  o  per  sé  e  per 
le  bestie,  infino  che  ne  sono  fuori.  Quando  ha  passate  sette 
giornate,  truova  una  città,  che  ha  nome  Supunga.  Ella  è  terra 
di  molti  alberi,  quivi  hae  i  migliori  poponi  del  mondo,  e 
grandissima  quantità,  e  fannoli  seccare  in  tal  maniera:  egli 
gli  tagliono  attorno  come  coreggie  e  fannogli  seccare,  e  di- 
ventano più  dolci  che  mèle;  e  di  questo  fanno  grande  mer- 
catanzia  per  la  contrada.  Egli  v'ha  cacciagioni  e  uccellagioni 
assai.  Or  lasciamo  di  questa,  e  diremo  di  Balac. 

XXXIII. 
Di  Balac. 

Balac  fu  una  grande  -città,  e  nobile  più  che  non  è~  oggi, 
che  gli  Tarteri  V  hanno  guasta  e  fatto  gran  danno.  In  questa 

Supunga:   Shaburgan,  città  a  90  miglia  ad  occidente  di  Baie. 
Balac  :  Baie,  l'antica  capitale  della  Battriana,  nelPestremo  N.  E.  del 


DI   M.    MABCO    POLO  41 

città  prese  Alessandro  per  moglie  la  figliuola  di  Dario,  sì 
come  dicono  quegli  di  quella  contrada.  E  adorano  Mano- 
metto. E  sappiale  che  infino  a  questa  terra  dura  la  terra  del 
signore  degli  Tarteri  del  levante.  E  a  questa  città  sono  gli 
confini  di  Persia  intra  greco  e  levante.  Quando  si  passa 
questa  terra,  l'uomo  cavalca  bene  12  giornate  tra  levante  e 
greco,  che  non  si  truova  nulla  abitazione,  però  che  gli  uo- 
mini, per  paura  degli  osti  e  di  mala  gente,  sono  tutti  ritratti 
alle  fortezze  delle  montagne.  In  questa  via  hae  acqua  assai, 
e  cacciagioni  e  lioni.  In  tutte  queste  dodici  giornate  non  tro- 
vasi vivande  da  mangiare,  anzi  conviene  che  vi  si  porti. 

XXXIV. 
Della  montagna  del  sale. 

Quando  l'uomo  hae  cavalcate  queste  12  giornate,  truova 
un  castello,  che  ha  nome  Taycan,  ove  è  gran  mercato  di 
biada;    è   bella  contrada.  E  le  montagne  di  verso  mezzodie 

Khorassan,  fu  devastata  dai  generali  di  Cinghis  Khan  nel  1221, 
e  da  Tamerlano  nel  1369.  Poca  parte  del  suo  esteso  circuito  è 
oggi  abitato.  È  considerata  una  delle  città  più  antiche  del  mondo. 
Marco  Polo  raccoglie  la  tradizione  che  Alessandro  ivi  sposò  la 
figlia  di  Dario,  Barsine  o  Statira,  ma  le  leggende  dell'  eroe 
macedone  sono  così  frequenti  e  così  poco  attendibili  in  Persia 
come  quelle  del  passaggio  di  Annibale  tra  i  valichi  montani  in 
Italia. 

tra  greco  e  levante:  tra  Nord-Est  ed  Est. 

osti:  nemici  (dal  latino  hostis). 

Taycan:  città  a  170  miglia  ad  E.  di  Baie,  nella  provincia  di  Toka- 
ristan,  alle  sorgenti  delPOxus,  chiamate  oggi  Amu  Daria.  Essa 
è  abitata  da  Turchi  Uzbeg,  che  si  fanno  il  turbante  con  10  palmi 
di  corda.  La  regione  abbonda  di  sale  minerale  duro,  bianco  e 
quasi  puro. 


42  IL    MILIONE 

sono  molto  grandi,  e  sono  tutte  sale;  e  vengono  dalla  lunga 
30  giornate  per  questo  sale,  perch'è  lo  migliore  del  mondo, 
ed  è  sì  duro,  che  non  se  ne  puote  rompere  se  non  con  grandi 
picconi  di  ferro;  ed  è  tanto  che  tutto  il  mondo  n'avrebbe 
assai  insino  alla  fine  del  secolo.  Partendosi  di  qui,  l'uomo 
cavalca  tre  giornate  tra  greco  e  levante,  sempre  trovando  belle 
terre  e  belle  abitazioni,  con  frutti  e  biade  e  vigne,  e  adorano 
Malcometto,  e  sono  mala  gente  e  micidiali.  Sempre  istanno 
col  bicchiere  a  bocca,  che  molto  beono  volentieri,  eh'  egli 
hanno  buono  vino  cotto;  e  in  capo  non  portano  nulla,  se  none 
una  corda  lunga  10  palmi,  che  s'avvolgono  intorno  al  capo; 
e  sono  molto  belli  cacciatori,  e  prendono  molte  bestie,  e  delle 
pelle  si  vestono  e  calzano  ;  e  ogni  uomo  sa  acconciare  le  pelli 
delle  bestie  che  pigliano.  Di  là  tre  giornate  hae  cittadi  e  ca- 
stella assai  e  havvi  una  città  che  ha  nome  Schassem,  e  per 
lo  mezzo  passa  un  grande  fiume  :  quivi  ha  porci  espinosi  assai. 
Poi  si  cavalca  tre  giornate,  che  non  si  truova  abitazione, 
ne  da  bere,  né  da  mangiare.  Da  capo  delle  tre  giornate  si 
truova  la  provincia  di  Balasciam  ;  e  vi  conterò  come  V  è 
fatta. 

XXXV. 
Di  Balasciam. 

Balasciam  è  una  provincia  che  le  genti  adorano  Malco- 
metto e  hanno  linguaggio  per  loro.  Egli  è  grande  reame;  e 
discende  io  re  per  eredità;  e  scese  del  legnaggio  d'Alessandro 

Schassem:  città  in  terreno  cretaceo,  vicino  al  fiume  Ghori,  affluente 
deirOxus,  a  tre  giornate  da  Taycan  e  a  tre  giornate  dalla  se- 
guente stazione  Badakshan. 

Balasciam:  (Raulascia,  Baudascia)  è  l'amena  Badakshan  alle  falde 
del  Pamir,  sul  Kokcha,  un  ramo  delPOxus.  La  sua  regione  cor- 
risponde  all'antica  provincia  di  Jausgan,  oggi  capitale  Faizabad, 


DI    M.    MARCO    POLO  43 

e  della  figliuola  di  Dario,  lo  grande  re  di  Persia.  E  tutti  que- 
gli re  si  chiamano  Zulcarney,  in  Saracino,  cioè  a  dire  Ales- 
sandro, per  amore  del  grande  Alessandro.  E  quivi  nascono 
le  pietre  preziose  che  si  chiamano  balasci.  che  sono  molto 
care,  è  ravansi  delle  montagne  come  l'altre  vene,  ed  è  pena 
la  lesta  chi  cavasse  di  quelle  pietre  Juori  reame,  perciò  che 
ve  n'  è  tante  che  diventerebbono  vili.  E  quivi  è  un'  altra 
montagna,  ove  si  cava  l'azzurro,  ed  ò  lo  migliore  e  lo  più 
fine  del  mondo.  E  le  pietre  onde  si  fa  l'azzurro,  si  è  vena 
di  terra,  e  havvi  montagne  ove  si  cava  l'argento.  E  la  pro- 
vincia è  molto  fredda;  e  quivi  nascono  cavalli  assai  e  buoni 
corritori,  e  non  portano  ferri,  sempre  andando  per  le  monta- 
gne: e  nasconvi  falconi  molto  valentri,  e  falconi  lanieri.  Gac- 
riare  e  uccellare  v'  è  lo  migliore  del  mondo.  Olio  non  n'hanno, 
ma  fannolo  di  noce.  Lo  luogo  è  molto  forte  da  guerra,  e  sono 

sotto  la  sovranità  dell'  Afgan  istan  dal  1859.  Gli  abitanti  parlano 
«  un  linguaggio  per  loro  »  cioè  un  dialetto  di  confine  tra  il  per- 
siano e  il  turco.  Marco  Polo  vi  passò  un  anno  di  convalescenza 
e  ne  riportò  buonissima  impressione  per  il  clima  eccellente  e  la 
cordialità  degli  abitanti. 

Zulcarney:  non  vuol  già  dire  Alessandro,  in  saraceno,  come  spiega 
Ser  Marco,  ma  semplicemente  «  due  corna  »,  le  quali  apparivano 
sulle  monete  alessandrine  correnti  o  imitate  per  lunga  pezza  in 
Persia. 

balasci:  pietre  preziose  così  chiamate  dal  nome  della  regione.  Esse 
sono  una  specie  di  giacinti,  e  si  cavano  nelle  miniere  di  Si- 
ghiuan,  a  sud  di  Badakshan. 

l'azzurro:  lapislazuli,  o  pietra  azzurra  che  viene  dalle  miniere  di 
Lajwurd  nella  valle  superiore  del  Kokcha,  il  gran  fiume  di  Ba- 
dakshan. Abbonda  anche  il  berillo,  una  pietra  dura  di  color  verde 
azzurro  assai  vivo. 

valentri:  arcaismo  per  ralenti. 

lanieri:  dal  latino  laniare,  che  dilaniano  la  preda,  e  perciò  non  ser- 
vono per  la  caccia. 


44 


IL   MILIONE 


buoni  arcieri.  E  vestonsi  di  pelle  di  bestie,  perciò  che  hanno 
caro  di  panni.  E  le  grandi  donne  e  le  gentile  portano  brache, 
che  v'  ha  ben  100  braccia  di  panno  lino  sottilissimo,  ovvero 
di  bambagia,  e  tale  40  e  tale  90  :  e  questo  fanno  per  parere 
che  abbiano  grosse  le  natiche,  perchè  li  loro  uomini  si  di- 
lettano in  femmine  grosse.  Or  lasciamo  questo  reame,  e  con- 
teremo d' una  diversa  gente  eh'  è  lungi  da  questa  provincia 
10  giornate. 

XXXVI. 

Delle  genti  di  Pasciai. 

Egli  è  vero  che  di  lungi  a  Balasciam  10  giornate  hae  una 
provincia  che  ha  nome  Pasciai,  e  hanno  lingua  per  loro. 
Egli  adorano  gl'idoli,  e  sono  bruni,  e  sanno  molto  d'arti 
di  diavolo,  sono  malvagia  gente,  e  portano  agli  orecchi  cer- 
chielli d' oro  e  d'  ariento  e  di  perle  e  di  pietre  preziose. 
Quivi  hae  molto  grande  caldo.  Loro  vivande  è  carne  e  riso. 
Or  lasciamo  questo,  e  andiamo  ad  un'  altra  provincia  eh'  è 
di  lungi  da  questa  7  giornate  verso  scirocco,  e'  ha  nome 
Ghesimun. 

XXXVII. 
Di  Chesimun. 

Chesimun  è  una  provincia  che  adorano  idoli,  e  hae  lingua 
per  sé.  Questi  sanno  tanto  d' incantamento  di  diavoli,  che 
fanno  parlare  gì'  idoli,  e  fanno  cambiare  lo  tempo,  e  fanno 


Pasciai:  è  il  Punjab  (Pengiab),  la  torrida  valle  dei  Cinque  Fiumi 
ohe  formano  l' Indo,  dove  il  termometro  sale  talvolta  fino  a  44 
centigradi. 

scirocco  :  voce  araba  per  indicare  il  Sud-Est. 

Chesimun  :  (Kishm,  Karisma,  Krishma)  è  la  provincia  di  Kashmir, 


DI    M.    MARCO    POLO  45 

grandi  iscuritadi,  e  fanno  ta'  cose  che  non  si  potrebbono 
credere  ;  e  sono  capo  di  tutti  1^ idoli  del  mondo,  e  da  loro 
discesono  l' idoli.  E  di  questo  luogo  si  puote  andare  al  mare 
d'India.  Gli  uomini  e  le  femmine  sono  bruni  e  magri;  lor 
vivanda  è  riso  e  carne.  È  il  luogo  temperato  tra  caldo  e  freddo; 
là  ha  castella  assai,  e  diserti,  ^  luoghi  molti  forti,  e  tiensi 
per  sé  medesimo;  e  ha  un  re  che  mantiene  giustizia;  e  quivi 
ha  molti  romitaggi,  e  fanno  grande  astinenzia  ;  né  non  fanno 
cosa  di  peccato,  né  che  sia  contro  a  loro  fede,  per  amore  di 
loro  idoli;  e  hanno  badie  e  monisteri  di  loro  legge.  Or  ci 
partiamo  di  qui,  e  andiamo  innanzi  ;  perciò  che  ci  conver- 
rebbe entrare  in  India,  e  noi  non  vogliamo  entrare;  perche 
a  ritornare  della  nostra  via  conteremo  tutte  le  cose  d'India 
per  ordine:  e  perciò  ritorneremo  a  nostre  provincie  verso 
Baudascia,  ovvero  Balasciam;  perciò  che  d'altra  parte  non 
potremo  passare. 

XXXVIII. 
Del  grande  fiume  di  Baudascia. 

Quando  l'uomo  si  parte  da  Baudascia,  si  va  12  giornate 
tra  levante  e  greco  su  per  un  fiume,  eh'  è  del  fratello  del 
signore  di  Baudascia,  ove  ha  castella  ed  abitazione  assai.  La 

il  paradiso  del  nord  dell'India,  la  terra  santa  dei  religiosi  e  degli 
stregoni  di  razza  e  lingua  indiana,  non  ancora  contaminata  da 
invasioni  straniere  in  queir  epoca.  Era  allora  un  centro  buddi- 
stico come  attesta  il  pellegrino  cinese  Hsuan  Tsang  che  la  visitò 
nel  644.  Di  là  partì  l'apostolo  Padwa  Sambhava,  il  predicatore 
del  Buddismo  nel  Tibet,  e  mossero  poi  i  missionari  buddisti  che 
lo  propagarono  nel  nord  della  Cina  e  in  Mongolia.  E  quando,  alla 
fine  del  IX  secolo,  il  Buddismo  fu  estirpato  dal  Tibet  per  le  per- 
secuzioni dell'apostata  Langdarma,  fu  dal  Kashmir  che,  un  secolo 
dopo,  ritornarono  le  missioni  buddistiche. 
tiensi  per  sé  medesimo:  è  indipendente  dal  Gran  Cane. 


46 


IL   MILIONE 


gente  è  prode,  e  adorano  Malcometto.  Di  capo  di  12  giornate 
si  truova  una  piccola  provincia,  e  dura  tre  giornate  da  ogni 
parte,  e  ha  nome  Voca,  e  adorano  Malcometto,  e  hanno  lin- 
gua per  loro,  e  sono  prodi  uomeni.  E  sono  sottoposti  al  si- 
gnore di  Baudascia.  Egli  hanno  bestie  salvatiche  d'ogni  fatta, 
cacciagioni  e  uccellagioni  assai.  E  quando  l'uomo  va  3  gior- 
nate innanzi,  va  pure  per  montagne:  e  questa  si  dice  la  più 
alta  montagna  del  mondo.  E  quando  l'uomo  è  in  su  quella 
alta  montagna,  truova  un  piano  tra  due  montagne,  ov'  è  molto 
bello  pasco,  e  havvi  un  fiume  molto  bello  e  grande,  e  sì 
buona  pastura,  che  una  bestia  magra  vi  diventa  grassa  in 
dieci  dì.  Quivi  hae  tutte  selvaggine,  e  assai;  e  havvi  mon- 
toni selvatielii  assai,  e  grandi,  e  hanno  lunghe  le  corna  sei 
ispanne,  o  almeno  4  o  3,  e  in  queste  corna  mangiano  li  pa- 
stori, che  ne  fanno  grandi  iscodelle.  E  per  questo  piano  si 
va  bene  12  giornate  senza  abitazione,  e  non  si  truova  che 
mangiare,  se  altri  non  lo  vi  porta.  Niuno  uccello  non  vi  vola, 
per  l'alto  luogo  e  freddo,  e  fuoco  non  v'ha  il  calore  ch'egli 
hae  ih  altre  parti,  uè  non  è  così  cocente  colà  suso.  Or  la- 
sciamo qui,  e  conterovvi  altre  cose  per  greco  e  per  levante. 
E  quando  l'uomo  va  oltre  tre  giornate,  e'  conviene  che  l'uomo 
cavalchi  bene  40  giornate  per  montagne  e  per  coste  tra  greco 
e  levante,  e  per  valle,  passando  molti  fiumi,  e  molti  luoghi 
diserti;  e  per  tutto  questo  luogo  non  si  trova  abergagione  né 

la  più  alta  montagna  del  mondo  :  la  carovana  di  Marco  Polo, 
rimontando  il  fiume  Kokcha,  entra  nel  passo  del  Pamir  (chia- 
mato nel  testo  Bolor)  alto  più  di  4400  metri,  lungo  125  miglia, 
detto  il  Tetto  del  mondo,  deserto  e  freddo.  11  valiqp  mette  in 
comunicazione  Palta  valle  delPOxus  con  quella  del  Tarim  (fiume 
di  Yarcand),  girando  per  la  valle  del  Vardoi,  salendo  da  Voca^ 
(Vokhan)  al  passo  del  Pamir,  e  sboccando  a  Kashgar,  sul  fiume 
Kizil-su,  affluente  del  Tarim.  I  Polo  cavalcarono  40  giorni  da 
Badakshan  a  Kashgar. 

abergagione:  albergo. 


DI    Mv  MARCO    POLO  47 

abitazione,  ma  conviene  che  si  porti  la  vivanda.  Questa  con- 
trada si  chiama  Bolor.  La  gente  dimora  nelle  montagne  molto 
alte,  e  adorano  idoli,  e  sono  salvatica  gente,  e  vivono  delle 
bestie  che  pigliano,  e  loro  vestitura  è  di  pelle  di  bestie,  e 
sono  uomini  malvagi.  Or  lasciamo  questa  contrada,  e  diremo 
della  provincia  di  Gasciar. 

XXXIX. 

Del  reame  di  Casciar. 

Gasciar  fu  anticamente  reame;  aguale  è  al  Gran  Cane,  e 
adorano  Malcometto.  Ella  ha  molte  città  e  castella,  e  la  mag- 
giore è  Casciar,  e  sono  tra  greco  e  levante.  E  vivono  di  mer- 
catanzia  e  d'arti.  Egli  hanno  belli  giardini  e  vigne  e  possessioni 
e  bambagia  assai,  e  sonvi  molti  mercatanti,  che  cercano  tutto 
il  mondo;  e  sono  gente  iscarsa  e  misera,  che  mal  mangiano 
e  mal  beono.  Quivi  dimorano  alquanti  cristiani  nestorini,  che 
hanno  loro  legge  e  loro  chiese,  e  hanno  lingua  per  loro,  e 
dura  questa  provincia  cinque  giornate.  Or  lasciamo  di  questa, 
e  andremo  a  Samarca.  ■ 


XL. 


Di  Samarca. 

Samarca  è  una  nobile  città  e  sonvi  cristiani  e  saracini, 

Casciar:  Kashgar,  fortezza  air  uscita  dei  monti,  centro  caravaniero, 
e  capitale  della  Piccola  Bukaria,  o  Turkestan  cinese.  Fresa  dai 
Tartari  sin  dal  1220.  faceva  parto  dell'impero  mongolo. 

Samarca:  Samarkanda,  Maracanda,  capitale  della  Grande  Bukaria, 
n  Tartaria,  o  Turkestan,  come  si  chiamava  la  regione  Transo- 
xiaua.  Devastata  dai  Tartari  nel  1220,  fu  ricostruita  ed  abbellita 


48  IL   MILIONE 

e  sono  al  Gran  Cane,  e  sono  verso  maestro.  E  dirovvi  una 
maraviglia  ch'addivenne  in  questa  terra.  E'  fu  vero,  e' non 
è  gran  tempo,  che  Gigatta  fratello  del  Gran  Cane  si  fece  cri- 
stiano, e  era  signore  di  questa  contrada.  Quando  gli  cristiani 
della  città  viddoro  che  lo  signore  era  fatto  cristiano,  ebboro 
grande  allegrezza  ;  e  allora  feciono  in  quella  città  una  grande 
chiesa  all'onore  di  santo  Giovanni  Battista,  e  così  si  chiama; 
e  tolsono  una  molto  bella  pietra  ch'era  di  saracini  e  puoserla 
in  questa  chiesa,  e  missonla  sotto  una  colonna  in  mezzo  la 
chiesa,  che  sosteneva  tutta  la  chiesa.  Or  venne  che  Gigatta 
fu  morto,  e  gli  saracini  vedendo  morto  il  signore,  abiendo  ira 
di  quella  pietra,  vollorla  torre  per  forza,  e  poteanlo  fare, 
ch'erano  bene  dieci  cotanti  che  gli  cristiani.  E  mossorsi  alquanti 
saracini,  e  andorono  agli  cristiani,  e  dissono  loro  che  vole- 
vano questa  pietra.  Gli  cristiani  la  volevano  comperare,  cioè 
che  ne  chiedessono  ;  e  gli  saracini  dissero  che  non  volevano 
se  non  la  pietra;  e  allotta  gli  signoreggiava  lo  Gran  Cane,  e 
comandò  agli  cristiani  che  infra  due  dì  rendessono  loro  la 
pietra  :  e  gli  cristiani  udendo  il  comandamento  furono  molto 
tristi,  e  non  sapevano  che  si  fare.  La  mattina  che  la  pietra 
si  doveva  cavare  di  sotto  la  colonna  si  trovò  alta  di  sopra 
alla  pietra  ben  quattro  palmi,  e  non  toccava  la  pietra  per  lo 

da  Tamerlano,  che  ne  fece  la  capitale  dei  suoi  vasti  domìni  nel 
1370.  È  gran  centro  di  commercio  e  di  fanatismo  mussulmano. 
Qui  nel  VII  secolo  operai  cinesi  insegnarono  ai  persiani  a  fab- 
bricare la  carta  con  stracci  di  cotone.  Gli  Arabi  poi  ne  portarono 
Parte  nella  Spagna. 

maestro:  Nord-Ovest. 

Gigatta:  Jagatai,  fratello  di  Okkotai,  il  figlio  e  successore  di  Cinghia, 
fu  signore  di  Samarcanda  tra  il  1227  e  1240  (v.  pag.  62).  La 
maraviglia  o  miracolo  della  colonna  sollevata  4  palmi  dal  suo 
sostegno  per  volere  del  Signore  dei  Cristiani,  ricorda  quella  della 
tomba  di  Maometto  campata  in  aria  alla  Mecca. 

dieci  cotanti:  dieci  volte  più. 


DI    M.    MARCO    POLO  49 

volere  del  nostro  Signore.  E  questa  fu  tenuta  grande  mara- 
viglia. Ke  ancora,  e  tuttavia  vi  stette  poscia,  la  pietra.  Or 
lasciamo  qui,  e  dirovvi  di  un'altra  provincia  e' ha  nome 
Carcam. 

XL1. 

Di  Carcam. 

Carcam  è  una  provincia  che  dura  sei  giornate,  e  adorano 
Malcometto,  e  sonvi  cristiani  nestorini,  e  hanno  grande  abon- 
danza  d'ogni  cosa.  Quivi  non  v'ha  altro  da  ricordare.  Ol- 
la sciamo  qui,  e  diremo  di  Gotam. 

XLII. 

Di  Cotam. 

Gotam  è  una  provincia  fra  levante  e  greco,  e  dura  8  gior- 
nate; e  sono  al  Gran  Cane  e  adorano  Malcometto  tutti,  e  havVi 
castella  e  cittadi  assai,  e  sono  nobile  gente,  e  la  migliore 

Carcam:  Yarkand,  a  capo  della  valle  del  Tarim.  Fa  parte  della 
Cina  dal  17. >7.  Difetta  d'  acqua  potabile  ed  abbonda  di  casi  di 
gozzo  ed  elefantiasi. 

Cotam:  Khotan  (cinese  Yutien  o  Hotien) ,  fertile  oasi  a  140  miglia 
a  sud  di  Yarkand,  su  un  ramo  o  affluente  del  Tarim  e  sulla  caro- 
vaniera del  Nord  Tibet.  È  sotto  la  sovranità  della  Cina  dal  1757. 
Capitale  Ilchi.  Il  suo  commercio  principale  è  il  muschio  del  Tibet, 
un  profumo  molto  ricercato  negli  harem  di.  Persia  e  Turkestan 
(v.  cap.  LX),  e  la  pietra  di  giada,  una  specie  di  agata  bianca 
o  verde  che  si  cava  nelle  sue  montagne  o  ?ì  raccoglie  nel  fiume. 
La  giadite  (cinese  yij,  ingl.  jade,  jet,  greco  gogates  da 
Gagas,  città  e  fiume  di  Licia)  arriva  oggi  in  Cina  dalle  alte 
valli  del  Chindwin  e  Mogaung,  affluenti  delTIrawaddi,  e  viene 
lavorata  nelle  officine  di  pietre  dure  in  Canton,  Soochow  e  Pe- 
kino,  facendone  costosi  ornamenti  femminili,  vasi,  coppe,  sug- 
gelli, simboli,  amuleti,  talismani  ed  altri  svariati  articoli. 

Marco  Polo  —  Il  Milione  » 


60  IL   MILIONE 

città  è  Cotam,  d'onde  si  chiama  tutta  la  provincia.  Quivi  hae 
bambagia  assai,  vino,  giardini,  e  tutte  cose.  Vivono  di  merca- 
tanzie  e  d'arti;  non  sono  da  arme.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e 
andiamo  a  un'altra  provincia  ch'ha  nome  Peym. 

XLIII. 

Di  Peym. 

Peym  è  una  piccola  provincia  (dura  5  giornate)  tra  levante 
e  greco;  e  sono  al  Gran  Cane,  e  adorano  Malcometto.  Havvi 
castella  e  cittadi  assai,  ma  la  più  nobile  è  Peym.  Egli  hanno 
abbondanza  di  tutte  cose,  e  vivono  di  mercatanzia  e  d'arti. 
Ed  hanno  cotal  costume,  che  quando  alcun  uomo  e' ha  moglie 
si  parte  di  sua  terra  per  istare  20  dì,  com'egli  è  partito,  la 
moglie  puote  prendere  altro  marito,  per  l'usanza  che  v'è;  e 
l'uomo,  ove  va,  puote  prendere  altra  moglie.  Altresì  sappiate, 
che  tutte  queste  provincie,  eh'  io  v'  ho  contate,  da  Gasciar 
infino  a  qui,  sono  della  Gran  Turchia.  Ora  lasciamo  qui,  e 
conterò v vi  di  una  provincia  chiamata  Giarcia. 

XLIV. 

Di  Ciarda. 

Ciarcia  è  una  provincia  della  Grande  Turchia  tra  greco  e 
levante,  adorano  Malcometto,  e  havvi  castella  e  cittadi  assai, 

Peym:  Poin,  Pi  ma,  oasi  sulla  caravaniera  Cotam-Lop. 

Ciarcia:  (tur<o  Haraschàr,  cinese  Chencherì)  oasi  a  5  giornate  avanti 
d'arrivare  a  Lop.  I  Tartari  raccoglievano  qui  sul  greto  del  fiume 
le  pietre  di  diaspido  e  calcedonio  e  le  portavano  a  vendere  sul 
mercato  di  Ukeli  (Ucara),  nell'alta  valle  del  Don,  non  lontano 
da  Bolgara,  sul  Volga, 


DI    M.    MARCO    POLO 


61 


e  la  maestra  città  è  Ciarda.  E  v'ha  fiume  che  mena  diaspido 
e  calcidouio,  e'  portanlo  a  vendere  a  Ucara,  e  hannone  assai 
e  buoni;  e  tutta  questa  provincia  è  sabbione.  Èe  Cotam  e 
Peym  altresì  sabbione  ;  e  havvi  molte  acque  amare  e  ree  ; 
anche  v'  ha  delle  dolci  e  buone.  E  quando  l'uomo  si  parte 
di  Ciarda,  va  bene  5  giornate  per  sabbione,  e  havvi  di  male 
acque  e  amare,  e  havvi  delle  buone:  e  a  capo  delle  5  gior- 
nate si  truova  una  città  eh'  è  a  capo  del  gran  diserto,  ove 
gli  uomini  prendono  vivanda  per  passare  lo  diserto.  Ora  vi 
diremo  di  pine  innanzi. 


XLV. 

Di  Lop. 

Lop  è  una  grande  città  eh' è  a  l'entrata  del  gran  diserto, 
che  si  chiama  lo  diserto  di  Lop,  ed  èe  tra  levante  e  greco,  e 
sono  al  Gran  Cane  e  adorano  Malcomelto.  Quegli  che  vogliono 
passare  lo  diserte  si  riposano  in  Lop  per  una  settimana,  per 

diaspido:  diaspro  (dal  persiano  jasp)  è  una  pietra  dura  di  vario 
colore  che  serve  per  ornamentazione;  il  calcedonio  è  una  specie 
di  agata. 

Lop:  sul  lago  omonimo  (Lob  nor)  dove  si  perde  il  Tarim,  è  all'en- 
trata del  «  grao.  sabbione  »  ossia  del  deserto  di  Gobi.  La  via 
carovaniera  seguita  da  AI.  Polo  è  oggi  abbandonata  ;  si  prefe- 
risce seguire  l'altra  a  nord  del  Tarim,  che  costeggia  i  monti 
Tien  Shan  e  mette  capo  ad  Ham.  (Chamul  del  nostro  testo,  vedi 
pag.  56).  Questa  via  passa  per  diversi  posti  militari,  per  oasi 
dove  si  trova  acqua  potabile,  luoghi  di  esilio  o  domicilio  coatto 
pei  Cinesi,  donde  non  è  possibile  fuggire  senza  andare  incontro 
a  morte  corta  nel  sabbione  infestato  da  cani  selvaggi.  Da  Hami 
si  entra  in  Cina  a  Kia-yu  kuan,  al  principio  della  Grande  Mu- 
raglia. 


52  IL   MILIONE 

rinfrescare  loro  e  loro  bestie,  poscia  prendono  vivanda  per 
un  mese  per  loro  e  per  le  loro  bestie.  E  partendosi  di  questa 
città,  entra  nel  diserto:  ed  èe  sì  grande,  che  si  penerebbe  a 
passare  un  anno;  ma  per  lo  minore  luogo  si  pena  lo  meno 
a  trapassare  un  mese.  Egli  è  tutto  montagne  e  sabbione  e 
valli,  e  non  vi  si  truova  nulla  da  mangiare.  Ma  quando  s' è 
ito  un  dì  e  una  notte,  truovi  acqua,  ma  non  tanta  che  n'a- 
vesse oltra  50  o  100  uomeni  con  loro  bestie:  e  per  tutto  il 
diserto  conviene  che  uomo  vada  un  dì  e  una  notte,  prima 
che   acqua   si   truovi  ;    e  in  tre  luoghi  o  in  quattro  truova 
l'uomo  l'acqua  amara  e  salsa,  e  tutte  l'altre  sono  buone, 
che  sono  nel  torno  da  28  acque.  E  non  v'  ha  né  uccelli  né 
bestie,  perchè  non  v'  hanno  da  mangiare.  E  sì  vi  dico  che 
quivi  si  truova  tale  maraviglia:  egli  è  vero  che  quando  l'uomo 
cavalca  di  notte  per  lo  diserto,  egli  avviene  questo,  che  se 
qualcuno  rimane  adrietro  degli  compagni  per  dormire  o  per 
altro,  quando  vuole  poi  andare  per  giugnere  gli  compagni, 
ode  parlare  i  spiriti  in  àiere,  che  somigliano  gli  suoi  com- 
pagni, o  più  volte  è  chiamato  per  lo  suo  nome  proprio,  e  è 
fatto  disviare  talvolta  in  tal"  modo,  che  mai  non  si  truova,  e 
molti  ne  sono  già  perduti;   e  molte  volte  ode  l'uomo  molti 
istromenti  in  aria,  e  propriamente  tamburi:   e  così  si  passa 
questo  gran  diserto.  Or  lasciamo  del  diserto,  e  diremo  della 
provincia  ch'èe  all'uscita  del  diserto. 

spiriti  in  àiere  :  queste  voci  di  spiriti  in  aria,  e  il  suono  dei  tam- 
buri, ricordato  poco  dopo,  non  sono  che  fenomeni  acustici,  riper- 
cussioni di  lontane  onde  sonore,  avvertiti  anche  dall'  Humboldt 
nelle  alte  e  solitarie  catene  delle  Ande. 


m   M.    MABCO    POLO  53 


XLVI. 


Della  gran  provincia  di  Tangut. 

All'  uscita  del  diserto  si  truova  una  città  che  ha  nome 
Sacbù,  ch'èe  al  Gran  Cane.  La  provincia  si  chiama  Tangut, 
e  adorano  gl'idoli;  ben  è  vero,  ch'egli  v'ha  alquanti  cri- 
stiani nestorini,  e  havvi  saracini.  La  terra  è  tra  levante  e 
greco.  Quegli  degl'idoli  hanno  per  loro  ispeziale  favella.  Non 
sono  mercatanti,  ma  vivono  in  terra;  egli  hanno  molte  badie 
e  monisteri  tutti  pieni  d' idoli  di  diverse  fatta,  agli  quali 
fanno  sacrifici  grandi  e  grandi  onori.  E  sappiate  che  ogni 
uomo  che  hae  fanciulli  fa  notricare  uno  montone  ad  onore 
degl'idoli:  in  capo  dell'anno,  ove  è  la  festa  del  suo  idolo, 
il  padre  col  figliuolo  menano  questo  montone  dinanzi  all'idolo 
suo,  e  fannogli  grande  riverenza  con  tutti  gli  figliuoli:  poscia 
fanno  correre  questo  montone:  fatto  questo,  rimenanlo  dinanzi 
dall'idolo,  e  tanto  vi  stanno  eh' è  detto  il  loro  ufficio:  e  i 
prieghi  sono  che  gli  salvi  i  loro  figliuoli.  Fatto  questo,  danno 
la  loro  parte  della  carne  all'  idolo,  l'altra  tagliono  e  portano 
a  casa  loro,  o  ad  altro  luogo  ch'egli  vogliono,  e  mandano  per 
loro  parenti,  e  frangiano  questa  carne  con  gran  festa  e  rive- 
renza. Poi  tolgono  l'ossa,  e  ripongonle  in  soppidiani  o  in  casse 

Sachù  :  Saciù,  che  significa  in  cinese  «  città  del  sabbione  »,  è  il 
primo  paese  all'uscita  del  deserto  di  Lop,  a  18  miglia  dal  varco 
della  Gran  Muraglia. 

Tangut:  vasto  reame,  corrispondente  all'attuale  provincia  cinese  di 
Kansuh,  a  nord  del  fiume  Giallo,  era  abitato  da  Tartari  Ugri  al 
tempo  di  M.  Polo.  La  sua  capitale  Ninghsia  cadde  nelle  mani  di 
Cinghis  nel  1225.  In  questa  provincia  M.  Polo  osserva  per  la 
prima  volta  gli  strani  riti  idolatri  dei  cinesi  e  dei  tibetani. 

soppidiani:  soppediani,  casse  che  si  mettevano  a  pie  del  lotto  per 
ri  por  vi  gli  abiti. 


54  IL   MILIONE  • 

molto  bene.  E  sappiate  che  tutti  gl'idolàtori,  quando  alcuno 
ne  muore,  gli  altri  pigliano  il  corpo  morto  e  fannolo  ardere; 
e  quando  si  cavano  di  loro  casa,  e  sono  portati  al  luogo  ove 
debbono  essere   arsi,  nella  via  i  suoi  parenti  in  più  luoghi 
hanno  fatte  certe  case  di  pertiche  e  di  canne  coperte  di  drappi 
di  seta  o  ad  oro  ;  e  quando  sono  col  morto  dinanzi  a  questa 
casa,  si  posano  lo  morto  dinanzi  a  questa  casa,  e  quivi  hanno 
vino  e  vivande  assai;   e  questo  fanno  perchè  sia  ricevuto  a 
cotale  onore  neLT  altro  mondo.  E  quando  il  corpo  è  menato 
al  luogo  ove  dee  essere  arso,  quivi  hanno  uomeni  di  carte 
intagliati,  e  cavagli  e  cammegli,  e  monete  grosse  come  bisanti: 
e  fanno  ardere  lo  corpo  con  tutte  queste  cose,  e  dicono  che 
q\iel  corpo  morto  avrà  tanti  cavagli  e  montoni  e  danari  e 
ogni  altra  cosa  nell'altro  mondo,  quant'egli  ne  fanno  ardere 
per  amore  di  colui  in  quel  luogo  dinanzi  dal  corpo.  E  quando 
lo  corpo  si  va  ad  ardere,  tutti  gli  stormenti  della  terra  vanno 
sonando  dinanzi  a  questo  corpo.  Ancora  vi  dico,  che  quando 
lo  corpo  è  morto,  si  mandono  gli  parenti  per  astrolagi  e  in- 
dovini, e  diconli  lo  dì  che  nacque  questo  morto,  e  coloro, 
per  loro  incantamenti  di  diavoli,  sanno  dire  a  costoro  l'ora 
che  questo  corpo  si  dee  ardere  ;  e  tengonlo  i  parenti  talvolta 
in  casa  quel  morto  8  ài  e  15  e  un  mese,  aspettando  l'ora 
eh' è  buona  da  ardere  secondo  quegli  indovini,  né  mai  non 
gli  arderebbono   altrementi.  Tengono   questo   corpo   in   una 
cassa  grossa  bene  un  palmo,  ben  serrata  e  ben  confitta  e  co- 
perta di  panno,  con  molto  zafferano  e  ispezie,  sì  che  non 
puta  a  quegli  che  stanno  nella  casa.  E  sappiate  che  quegli 
della  casa  fanno  mettere  tavola  dinanzi  dalla  cassa  ov'  è  il 
morto,  con  vino  e  con  pane  e  con  vivande,  come  s'egli  fosse 

idolàtori  :  idolatri.  Gli  «  uomeni  di  carte  intagliati  »  sono  simulacri 

del  defunto.  I  riti  qui  descritti  vivono  tuttora. 
bisanti:  moneta  d'  oro  che  si  coniava   a  Bisanzio,  valeva   11   lire. 

Si  gettavano  sul  rogo  non  le  monete,  ma  delle  imitazioni  di  carta. 


DI    M.    MARCO    POLO  55 

vivo;  e  questo  fanno  ogni  die,  infino  che  si  dee  ardere.  An- 
cora quegl'  indovini  dicono  agli  parenti  del  morto  che  non 
è  buono  trarre  lo  morto  per  l'uscio  :  e  mettono  cagioni  di 
qualche  stella,  eh' è  incontro  all'uscio;  onde  gli  parenti  lo 
mettono  per  altro  luogo,  e  talvolta  rompono  lo  muro  della 
casa  dall'  altro  lato  ;  e  tutti  gì'  idolàtori  del  mondo  vanno 
per  questa  maniera.  Or  lasciamo  di  questa,  e  direnvi  d'altre 
terre  che  sono  verso  lo  maestro,  presso  al*  capo  di  questo 
diserto. 

XLVII. 

Di  Chamul. 

Ghamul  è  una  provincia,  e  già  anticamente  fu  reame,  e 
havvi  ville  e  castella  assai.  La  mastra  città  ha  nome  Chamul. 
La  provincia  ù  in  mezzo  di  due  diserti:  dall'  una  parte  è  il 
grande  diserto,  dall'altra  èe  un  piccolo  diserto  di  tre  gior- 
nate. Sono  tutti  idoli,  lingua  hanno  per  sé,  vivono  de'  frutti 
della  terra,  e  hanno  assai  da  mangiare  e  da  bere,  e  vendonne 
assai;  e  sono  uomeni  di  grande  sollazzo,  che  non  attendono 
se  non  a  sonare  istromenti  e  a  cantare  e  a  ballare.  E  se  al- 
cuno forestiere  vi  va  ad  albergare,  egli  sono  troppo  allegri, 
e  comandono  alle  loro  mogli  che  gli  servono  in  tutto  loro 
bisogno;  e  il  marito  si  parte  di  casa,  e  va  a  stare  altrove 
due  dì  o  tre,  e  il  forestiere  rimane  colla  moglie,  e  fa  con  lei 
quello  che  vuole,  come  fosse  sua  moglie,  e  istanno  in  grandi 
sollazzi;  e  tutti  quelli  di  quella  provincia  sono  bozzi  delle 
loro   moglie,  ma  noi  si  tengono  a  vergogna.  Le  loro  donne 

mettono  cagioni  di  qualche  stella:    allegano    P  influsso  maligno 

di  qualche  stella. 
Chamul:  ITamil   (cinese   Hami),  gioiosa  ed  ospitale  oasi  ad  oriente 

dei  monti  Tien  Shan,  fra  un  vasto  deserto  di  trenta  giorni  a  sud, 

ed  uno  di  tre  giornate  a  nord 
bozzi:  becchi;  avolterare,  adulterare. 


56  IL    MILIONE 

sono  belle  e  giojose;  e  molte  allegre  di  quella  usanza.  Ora 
venne  che  al  tempo  di  Mogu  Cane  signore  di  Tarteri,  sap- 
piendo  che  tutti  gli  uomeni  di  questa  provincia  facevano 
avolterare  le  donne  loro  a'  forestieri,  incontanente  comandò 
che  niuno  dovesse  albergare  niuno  forestiere,  e  che  non  do- 
vesse avolterare  loro  donne.  Quando  quelli  di  Chamul  ebbero 
questo  comandamento,  furono  molto  tristi,  e  feciono  consiglio, 
e  mandarono  al  signore  un  gran  presente,  e  mandarongli  pre- 
gando che  lasciasse  fare  loro  la  loro  usanza  e  degli  loro  an- 
tichi, però  che  i  loro  idoli  l'avevano  molto  per  bene,  e  per 
quello  lo  loro  bene  della  terra  è  molto  multiplicato.  E  quando 
Mogu  Cane  intese  queste  parole,  rispuose:  quando  volete  vo- 
stra onta  e  vergogna,  e  voi  l'abbiate.  E  tuttavia  mantengono 
questa  usanza.  Or  lasciamo  di  Chamul,  e  diremo  d'altre  Pro- 
vincie tra  maestro  e  tramontana. 

XLVIII. 

Di  Chingitalas. 

Chingitalas  è  una  provincia  che  ancora  è  presso  a  diserto 
tra  maestro  e  tramontana,  ed  è  grande  sei  giornate,  ed  è  del 
Gran  Cane.  Quivi  hae  città  e  castella  assai;  quivi  hae  tre 
generazioni  di  genti,  cioè  idoli,  che  adorano  Malcometto,  e 
cristiani  nestorini.  Quivi  ha  montagne  ove  sono  buone  vene 
d'acciajo  e  d'andanico,  e  in  questa  montagna  è  un'altra  vena, 
della  quale  si  fa  la  salamandra .TLa  salamandra  non  è  bestia, 

Mogu  Cane  :  Mangka,  il  terzo  successore  di  Cinghis. 
Chingitalas:  (la  montagna  di  Cinghis),  Singitalas,  Tsungaria,  alle 

falde  degli  Aitai,  regione  montuosa,  ricca  di  miniere. 
la  salamandra:  (dall'arabo  al  amantar,  persiano  ah  amandar,  che 

significa  terra  verdognola)  è  l'asbesto  dei  Greci,  il  nostro  amianto. 

Questa  fibra  tessile  minerale  incombustibile  si  credeva  che  fosse 


DT    M.    MARCO    POLO  67 

rome  si  dice,  che  viva  nel  fuoco,  che  niimo  animale  può  vi- 
vere nel  fuoco:  ma  dirovvi  come  si  fa  la  salamandra.  Uno 
mio  compagno  e' ha  nome  Zuficar  (è  uno  Turchio),  istette  in 
quella  contrada  per  lo  Gran  Cane  signore  tre  anni;  e  faceva 
tare  questa  salamandra,  e  disselo  a  me,  ed  era  persona  che 
ne  vidde  assai  volte,  ed  io  ne  viddi  delle  fatte.  Egli  è  vero 
che  questa  vena  si  cava,  e  istringesi  insieme,  e  fa  fila  come 
di  lana,  e  poscia  la  fa  seccare  e  pestare  in  grandi  mortai  di 
cuoio,  e  poi  la  fanno  lavare,  e  la  terra  si  cade,  quella  che 
v'è  appiccatale  rimangono  le  fila  come  di  lana.  Questa  si 
fila  e  fassene  panno  da  tovaglie.  Fatte  le  tovaglie,  elle  sono 
brune  ;  mettendole  nel  fuoco,  diventano  bianche  e  tutte  le  volte 
che  sono  sucide  si  mettono  nel  fuoco,  e  diventan  bianche,  come 
ueve:  e  queste  sono  le  salamandre,  e  l'altre  sono  favole.  Anche 
vi  dico,  che  a  Roma  hae  una  di  queste  tovaglie,  che  '1  Gran 
Cane  mandò  per  gran  presente,  perchè  il  sudario  del  Nostro 
Signore  vi  fosse  messo  entro.  Or  lasciamo  di  questa  provincia, 
e  andremo  ad  altre  provincie  tra  greco  e  levante. 


XLIX. 

Di  Succiur. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  questa  provincia,  va  10  gior- 
nate tra  greco  e  levante  ;  e  in  tutto  questo  non  si  truova 
se  no  poca  abitazione,  ne  non  v'  è  nulla  da  ricordare.  Di 
capo  di  queste  dieci  giornate  è  una  provincia  eh'  è  chiamata 
Succiur,  nella  quale  hae  cittadi  e  castella  assai  :    quivi  hae 

la  lana  di  un  animale  vivente  nel  fuoco,  e  così  nacque  la  leg- 
genda della  salamandra.  La  radice  als  si  trova  nelle  voci  :  azzurro. 
Azzorrc,  lazidi,  Lajtn<r<]  =  verde  mare  (oltre-mare). 
Succiur  :    Soehou,    a   dieci  giornate  da  Saciù,  e  a  novantanove    da 


58  IL   MILIONE 

cristiani  e  idoli,  e  sono  al  Gran  Cane.  Ella  è  grande  pro- 
vincia, ha  nome  Ienaraus.  Ov'  è  questa  provincia,  e  queste 
due  eh'  io  v'  ho  contate  indreto,  è  chiamata  Tangut.  E  per 
tutte  sue  montagne  si  truova  il  rebarbero  in  grande  abbon- 
danza ,  e  quivi  lo  comperano  i  mercatanti ,  e  portanlo  per 
tutto  il  mondo.  Vivono  dei  frutti  della  terra,  non  si  trava- 
gliono  di  mercatanzie.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  diremo  di 
Ghampiciù. 

L. 

Di  Champiciù. 

Ghampiciù  è  una  città  eh' è  in  Tangut:  è  molto  nobile 
e  grande,  ed  è  capo  della  provincia  di  Tangut.  La  gente  sono 
idoli,  ed  havvi  di  quelli  ch'adorano  Malcometto,  e  havvi  cri- 
stiani, e  havvi  in  quella  città  tre  chiese  grandi  e  belle.  Gl'idoli 
hanno  badie  e  monisteri  secondo  loro  usanza;  egli  hanno  molti 
idoli,  e  hanno  di  quegli  che  sono  grandi  10  passi,  tali  di 
legno,  tali  di  terra,  e  tali  di  pietra,  e  sono  tutti  coperti  d'oro, 

Pechino,  è  la  prima  città  cinese  che  si  trova  arrivando  dal  de- 
serto in  Tangut. 

Questo  testo  include  la  provincia  di  Succi ur  (Ienaraus)  e  le 
due  detto  di  sopra,  cioè  Chamil  e  Chingitalas,  nel  reame  di 
Tangut.  Altri  testi  mancano  del  nome  Ienaraus,  e  indicano  invece 
le  due  seguenti  provi ncie  Champiciù  e  Eezima,  come  facenti 
parte  del  Tangut,  ciò  che  parrebbe  più  esatto. 

rebarbero  :  rheum.  palmatum  (cinese  ta  huang)  è  una  radice  che 
cresce  selvatica  in  alta  montagna  ed  ha  proprietà  lassative.  I 
Greci  la  chiamarono  rheon  barbarum,t  la  purga  dei  barbari  sciti. 
I  faceti  cinesi  dicono  che  gli  Inglesi  non  potrebbero  vivere  nel 
loro  clima  senza  di  essa. 

Champiciù  :  Kanchow,  (il  distretto  del  Kam)  allora  capitale  del 
Tangut. 


1)T    M.    MARCO    POLO  69 

molto  begli:  e  sappiate  che  gli  regolati  degli  idoli  vivono  più 
onestamente  che  gli  altri.  Egli  si  guardano  da  lussuria,  ma 
non  1'  hanno  per  gran  peccato;  ma  se  trovano  alcuno  uomo 
che  sia  giaciuto  con  femmina  contra  natura,  egliono  lo  con- 
dannono  a  morte.  E  sì  vi  dico  ch'egli  hanno  lunare,  come 
noi  abbiamo  il  mese;  ed  è  alcuno  lunare,  che  nessuno  idolo 
ucciderebbe  alcuna  bestia  per  niuna  cosa,  e  dura  per  5  giorni  : 
e  non  mangerebbono  carne  uccisa  in  quegli  5  dì;  e  vivono 
piue  onesti  questi  5  dì  che  gli  altri.  Egli  prendono  insino  in 
30  femmine,  e  piue  e  meno  secondo  eh' è  ricco;  ma  sappiate 
che  la  prima  tiene  per  la  migliore;  e  se  alcuna  non  gli  piace, 
egli  la  puote  ben  cacciare,  prendendone  per  moglie  la  cugina 
o  la  zia;  e  noi  tengono  a  peccato.  Egli  vivono  come  bestie. 
Or  ci  palliamo  di  qui,  e  diremo  d'altre  verso  tramontana;  e 
si  vi  dico,  che  messer  Niccolò  e  messer  Matteo  dimorarono 
uno  anno  in  questa  terra  per  loro  fatti.  Or  andremo  sessanta 
giornate  verso  tramontana. 

LI. 

Di   Eezima. 

Or  truova  Eezima  dopo  12  giornate,  ch'èe  a  capo  del  di- 
serto del  sabbione,  ed  èe  della  provincia  di  Tangut,  e  sono 
idoli.  Egli  hanno  cammelli  assai  e  bestie  assai;  e  quivi  na- 
scono falconi  lanieri  assai  e  buoni  ;  egli  vivono  di  lavoro  di 
terra,  e  non  sono  mercatanti.  E  in  questa  città  si  piglia  vi- 
vanda per  40  giorni,  per  uno  diserto  onde  si  conviene  andare, 
che  non  hae  abitazione  né  erbe  ne  frutti,  se  no»  la  state,  che 

lunare:  il  calendario  cinese  è  regolato  colle  fasi  della  luna. 

Eezima  :  Etsina,  Itsinay,  a  12  giornate  a  nord  di  Kanehow  e  a  40 
giornate  a  sud  di  Karakorum,  una  stazione  nel  deserto  di  Gobi, 
che  nel  1224  fu  quartiere  generale  di  Cinghis  Khan. 


60  IL    MILIONE 

vi  istanno. certe  genti.  Quivi  hae  valle  e  montagne,  e  ben  vi 
si  truova  bestie  selvatiche,  sì  come  asine  selvatiche  ;  quivi 
hae  boschi  di  pini.  E  quando  l'uomo  hae  cavalcato  40  gior- 
nate per  questo  diserto,  truova  una  provincia  verso  tramon- 
tana: udirete  quale. 

* 

LII. 

Di  Caracoram. 

Garacoram  è  una  città  che  gira  tre  miglia,  nella  quale  fue 
il  primo  signore  ch'ebboro  i  Tarteri,  quando  egli  si  partirono 
di  loro  contrada.  E  io  vi  conterò  di  tuttW.  fatti  *  di  Tarteri,  e 
come  egliono  ebbero  signoria,  e  com'egliono  si  sparsono  per 
lo  mondo.  E  fu  vero  che  gli  Tarteri  dimoravano  in  tramon- 
tana intra  Ciorcia.  E  in  quelle  contrade  ha  grande  piagge, 
ove  non  ha  abitazione,  cioè  di  castella  e  di  cittadi,  ma  havvi 
buone  pasture  e  acque  assai.  Egli  è  vero  eh' egliono  non  aveano 
signore,  ma  faceano  rendita  a  un  signore,  che  vale  a  dire  in 
francesco,  Preste  Giovanni:  e  di  sua  grandezza  favellava  tutto 

Caracoram:  Karakorum  (tartaro  Karakuren:  cinta  nera),  oggi  in 
rovine,  nell'alta  valle  dell1  Orchon  a  sud  del  lago  Baikal,  era 
la  capitale  di  Cinghis  Khan  (1187-1220).  Nella  sua  vecchia 
cinta  si  trova  oggi  il  più  antico  monastero  dei  lama  detto  Erde- 
nitso  o  Erdenichao.  Nel  1235  fu  chiamata  città  reale  (Ordu 
Balu)  da  Ottokai,  successore  di  Cinghis;  nel  1246vfu  visitata  da 
Giovanni  di  Pian  di  Carpi,  inviato  di  Innocenzo  IV  a  Batù,  e  nel 
1253  da  Rubruquis,  inviato  di  S.  Luigi  di  Francia.  Nel  1254 
Mogu  Khan,  fratello  e  predecessore  di  Kublai,  trasferi  la  capitale 
a  Giandù  o  Kemenfù  (v.  cap.  LXilI). 

Ciorcia  :  la  Manciuria. 

Preste  Giovanni:  non  è  nome  di  persona,  ma  è  il  titolo  del  Si- 
gnore del  Tangut,  tanto  è  vero  che  al  cap.  LXII  troviamo  un 
principe  Giorgio  che  è  pure  Preste  Giovanni.  Certi  principi  mon- 


DI   M.    MARCO    POLO  61 

il  mondo.  Gli  Tarteri  gli  davano  d'ogni  IO  bestie  l'ima.  Or 
venne  che  gli  Tarteri  moltiplicarono  molto.  Quando  Preste 
Giovanni  vidde  ch'egliono  moltipricavano  così,  pensò  ck'e- 
gliono  lo  puotessono  nuocere,  e  pensò  di  partirgli  per  più 
terre.  Adunque  mandò  de'  suoi  baroni  per  far  ciò;  e  quando 
gli  Tarteri  viddono  quello  che  il  signore  voleva  fare,  egli  ne 
furono  molto  dolenti.  Allora  si  partirono  tutti  insieme,  e  anda- 
rono per  luoghi  diserti  verso  tramontana,  tanto  che  '1  Preste 
Giovanni  non  poteva  loro  nuocere  ;  e  rubellaronsi  da  lui,  e 
non  gli  facevano  nulla  rendita,  e  così  dimorarono  un  gran 
tempo. 

LUI. 

Come  Cinghys  fu  lo  primo  Cane. 

Ora  avvenne  che  nel  1187  anni  gli  Tarteri  feciono  uno 
loro  re  ch'ebbe  nome  Cinghys  Cane.  Costui  fu  e  uomo  di  grande 
valenza  e  di  senno  e  di  prodezza:  e  sì  vi  dico,  che  quando 
costui  fu  chiamato  re,  tutti  gli  Tarteri,  quanti  n'erano  al 
mondo,  che  per  quelle  contrade  erano,  si  vennero  a  lui,  e 
tennolo  per  signore  ;  e  questo  Cinghys  Cane  tenea  la  signoria 
bene  e  francamente;  e  quivi  venne  tanta  moltitudine  di  Tar- 

goli  avevano  allora,  e  conservano  tuttora,  un  doppio  potere, 
spirituale  e  temporale,  come  i  Vescovi  del  M.  Evo.  Il  potere 
spirituale  deriva  loro  da  una  supposta  reincarnazione  del  Dalai 
Lama,  che  essi  chiamano  Hutuchtu,  e  i  Cinesi  Sifan  lama, 
ossia  lama  tibetano.  E  poiché  lama  (corruzione  dell'indiano  *ra- 
man)  significa  sacerdote,  così  gli  occidentali  tradussero  Sifan 
lama  in  Prete  Sifan,  che  poi  fu  storpiato  in  Prete  Jean,  Prete 
Zuan.  Preste  Giovanni. 
Cinghys  Cane:  (1156-122'i)  è  il  capostipite  degli  Imperatori  Mon- 
goli. Eletto  Khan  nel  1187,  dopo  la  vittoria  su  Prete  Giovanni 
(1220)  fu  nominato  Kagan,  ossia  Kan  dei  Kan,  e  morì  nel  1226 


62  IL    MILIONE 

• 

feri,  che  non  si  potrebbe  credere.  Quando  Cinghys  si  ridde 
cotanta  gente,  apparecchiossi  con  sua  gente  per  andare  a  con- 
quistare altre  terre.  E  sì  vi  dico  ch'egli  conquistò  in  ben  poco 
di  tempo  otto  provineie;  e  non  faceva  male  cui  egli  pigliava, 
ne  non  rubavano,  ma  menavaglisi  dietro  per  conquistare  l'altre 
contrade  ;  e  così  conquistò  molta  gente  ;  e  tutta  gente  andava 
volentieri  dietro  a  questo  signore,  veggendo  la  sua  bontà. 
Quando  Cinghys  si  vidde  tanta  gente,  disse  che  voleva  con- 
quistare tutto  il  mondo.  Allora  mandò  suoi  messaggi  al  Preste 
Giovanni,  e. ciò  fu  nel  1200  anni;  e  mandogli  a  dire,  che  vo- 
leva sua  figliuola  per  moglie.  Quando  il  Preste  Giovanni  in- 
tese che  Cinghys  avea  domandato  sua  figliuola  per  moglie, 
tenneselo  a  gran  dispetto,  e  disse:  non  ha  Cinghys  gran 
vergogna  di  domandare  mia  figlia  per  moglie  ?  non  sa  egli 
ch'egli  è  mio  uomo?  Or  tornate,  e  ditegli  ch'io  F arderei  in- 
nanzi eh'  io  gliela  .dessi  per  moglie  ;  e  ditegli  che  conviene 
eh'  io  l'uccida  sì  come  traditore  di  suo  signore.  E  disse  alli 
messi  :  partitevi  immantanente,  e  mai  non  ci  tornate.  Gli 
messaggi  si  partirono,  e  vennorsene  al  Gran  Cane,  e  ridis- 
sorgli  quello  che  il  Preste  Giovanni  avea  detto,  tutto  per 
ordine. 

a  Caiciù.  Venne  sepolto  nei  monti  Aitai,  la  cui  regione  prese 
il  nome  di  Cingitalas,  ossia  montagna  di  Cinghis  (v.  pag.  56). 
I  suoi  successori  furono  : 

1.  Okkotai  (Bacchia)  +  1241  B.  Mangka  (Mogu)    +  1256 

?..  Kuyuk  (Alcon)        -f  1248  4.  Kublai  (Coblau)    -f   1294 

Albero  genealogico  della  famiglia  di  Cinghis 

Cinglvs    +    1226 

I  I        '  I  I 

Juji  Jagatai        Okkotai  -4-  1241      ■     Tuli 

Batti  Kuyuk  +  1248 


Barka       Mangka  -4- 1256    Kublai  -4-  1294         Hulagu  Artigbuga 


! 


DI    M.    MARCO    POLO  f)3 

LIV. 

Come  Cinghys  Cane  fece  suo  isforzo 
contra  il  Preste  Giovanni. 

Quando  Cinghys  Cane  udio  la  grande  villania  che  '1  Preste 
Giovanni  gli  avea  mandato  a  dire,  enfiò  sì  forte,  che  per  poco 
die  non  gli  crepò  lo  cuore  in  corpo,  perciò  ch'egli  era  uomo 
molto  signore vole;  e  disse  che  conviene  che  cara  gli  costi  la 
villania  che.  gli  mandò  a  dire,  e  che  gli  farebbe  sapere  s'egli 
era  suo  servo.  Allora  Cinghys  fece  il  maggiore  isforzo  che  mai 
fosse  fatto  ;  e  mandò  a  dire  al  Preste  Giovanni  eh'  egli  si 
difendesse.  Lo  Preste  Giovanni  fu  molto  lieto,  e  fece  suo 
isforzo,  e  disse  di  pigliare  Cinghys,  e  di  ucciderlo:  faceasenc 
quasi  beffe,  noji  credendo  fosse  tanto  ardito.  Or  quando  Cin- 
ghys Cane  ebbe  fatto  suo  isforzo,  venne  ad  un  bel  piano,  e' ha 
nome  Tenduc,  eh' è  presso  al  Preste  Giovanni;  e  quivi  misse 
lo  campo.  Udendo  cioè  il  Preste  Giovanni,  sì  si  mosse  con 
suo  isforzo  per  venire  contro  Cinghys.  Quando  Cinghys  l'udio. 
fu  molto  lieto.  Or  lasciamo  di  Cinghys  Cane,  e  diremo  del 
Preste  Giovanni  e  di  sua  gente. 

LV. 

Come  il  Preste  Giovanni 
venne  contro  a  Cinghys  Cane. 

E  quando  il  Preste  Giovanni  seppe  che  Cinghys  era  ve- 
nuto sopra  di  lui,  mossesi  con  sua  gente,  e  venne  al  piano 
dov'era  Cinghys,  presso  al  campo  di  Cinghys  a  10  miglia,  e 

enfiò  si  forte  :  dalla  rabbia. 

Tenduc  :  vasto  reame  al  nord  della  Gran  Muraglia.    La  capitale  in 

mongolo    si    chiamava  Kuku-Khotan,    cioè    la    città   azzurra,  e 

corrispondo  all'odierna  Kwei-kwa  cheng. 


64  IL   MILIONE 

ciascuno  si  riposò,  per  essere  freschi  il  dì  della  battaglia,  e 
l'uno  e  l'altro  istavano  nel  piano  di  Tenduc.  Un  giorno  fece 
venire  Cinghys  suoi  astrolagi  cristiani  e  saracini,  e  comandò 
loro  che  gli  dicessono  chi  dovea  vincere.  Gli  cristiani  feciono 
venire  una  canna,  e  fessórla  per  mezzo,  e  dilungarono  l'una 
dall'altra,  e  l'una  missono  dalla  parte  di  Cinghys  e  l'altra 
dalla  parte  del  Preste  Giovanni,  e  missono  il  nome  del  Preste 
Giovanni  sulla  canna  dal  suo  lato,  e  il  nome  di  Cinghys  in 
sull'altra,  e  dissoro:  qual  canna  andrà  in  sull'altra,  quegli 
sarà  vincente.  Cinghys  Cane,  disse  che  questo  voleva  egli  ben 
vedere,  e  disse  che  gliel  mostrassero  il  più  tosto  che  potes- 
soro.  Quegli  cristiani  ebbero  lo  saltèro,  lessoro  certi  versi  e 
salmi  e  loro  incantamenti:  allora  la  canna  ov' era  il  nome  di 
Cinghys,  montò  sull'altra:  e  questo  vidde  ogni  uomo  che  v'era. 
Quando  Cinghys  vidde  questo,  egli  ebbe  grande  allegrezza, 
perchè  vidde  gli  cristiani  veritieri.  Gli  saracini  astrolagi,  di 
queste  cose  non  seppono  dire  nulla. 

LVI. 

Della  battaglia. 

Appresso  quel  dì,  s'apparecchiano  l'ima  parte  e  l'altra, 
e  combattonsi  insieme  duramente,  e  fu  la  maggiore  battaglia 
che  mai  fosse  veduta,  e  fu  il  maggiore  male  e  dall'una  parte 
e  dall'  altra  ;  ma  Cinghys  Cane  vinse  la  battaglia,  e  fuvvi 
morto  lo  Preste  Giovanni,  e  da  quel  die  innanzi  perdeo 
sua  terra  tutta.  E'  andolla  conquistando,  e  regnò  sei  anni 
sopra  questa  vittoria,  pigliando  molte  prò vincie.  In  capo  di 
sei  anni  istando  ad  uno  castello  e' ha  nome  Caiciù,  fue  fedito 

saltèro  :  libro  dei  salmi. 

E' andolla  conquistando:  il  soggetto  è  Cinghis. 
Caiciù  :  Taiciù,   in  Sliensi,  una  delle  provinole  settentrionali  della 
Cina  (v.  cap.  XCII). 


DI     M.     MARCO    POLO  *)6 

t 

noi  ginocchio  d'un  quadrello,  ond' egli  se  ne  niorìo;  di  che 
fu  gran  danno,  imperciocché  egli  era  prode  uomo  e  savio. 
Ora  abbiamo  contato  come  gli  Tarteri  ebboro  in  prima  signore, 
e  lìi  Cinghys  (lane;  e  com'egli  vinse  il  Preste  Giovanni.  Or 

vi  diremo  di  loro  costumi  e  di  loro  usanza. 


LVII. 


Del  numero  degli  Gran  Cani  quanti  furono. 

Sappiate  veramente  che  apresso  Cinghys  Cane  fu  Cin  Cane. 
Io  terzo  Bacchia,  lo  quarto  Alcon,  lo  quinto  Mogu,  lo  sesto 
Coblai,  e  questi  ha  più  podere;  che  se  tutti  gli  altri  fossero 
insieme  non  potrebbono  avere  tanto  podere  quanto  ha  que- 
sto <la  sozzo,  che  oggi  hae  nome  Gran  (lane,  cioè  Coblai:  e 
dicovi  più,  che  se  tutti  gli  signori  del  mondo,  cristiani  e  sa- 
larmi, fossero  insieme,  non  potrebbono  fare  quanto  farebbe 
Coblai  Cane.  E  dovete  sapere  che  tutti  gli  Gran  Cani  discesi 
di  Cinghys  Cane  sono  sotterrati  ad  una  montagna  grande,  la 
quale  è  chiamata  Altay.  E  ove  li  grandi  signori  di  Tartori 
muoiono,  se  niorissono  cento  giornate  dalla  lungi  a  quella 
montagna,  si  conviene  che  egli  vi  sieno  portati.  E  sì  vi  dico 
un'altra  cosa,  che  quando  i  corpi  de* Gran  Cani  sono  portati 

quadrello  :  freccia  formata  d'un1  asta  di  ferro  quadrata. 

Cin  Cane  :  è  difficile  precisare  se  alluda  a  qualche  figlio  di  Cinghia, 
designato  come  suo  successore  e  premortogli,  o  a  Gigatta  (Ja- 
gatai),  che  stabili  la  sua  residenza  a  Samarcanda  (v.   pag.  4S) 
lasciando  il  governo  della  Cina  al  fratello  Okkotai  (P>acchia). 

da   sezzo  :    (arcaismo)    ultimo.    Per  la   cronologia  dei  successori  di 
Cinghis  vedi  nota  a  pag.  62. 

Altay:  la  regione  dei  monti  Aitai,  d«»nde  hanno  orìgine  i  grandi  laghi 
e  fiumi  siberiani,  è  a  Nord-Ovest  della  Mongòlia.  Vedi  pag.  66. 

M  (ìrc<  >  Polo.  —  //  Milioni-  .". 


$6  IL    MILIONE 

sotterrare  a  questa  montagna,  se  fossero  a  lungi  40  giornate, 
o  più  o  meno,  tutte  le  gente  che  sono  incontrate  per  quello 
cammino  onde  si  porta  il  morto,  tutti  sono  messi  alle  ispade 
e  morti;  e  dicono  loro  quando  gli  uccidono:  andate  a  ser- 
vire lo  vostro  signore  nell'  altro  mondo  ;  che  credono  che 
tutti  coloro  che  sono  morti  lo  debbiano  servire  nell'  altro 
mondo  ;  e  così  gli  uccidono,  e  così  uccidono  gli  cavagli,  e 
pure  gli  migliori,  perchè  il  signore  gli  abbia  nell'altro  mondo. 
E  sappiate  che  quando  Mogu  Cane  morìo,  furono  morti  più 
di  20  mila  uomeni,  gli  quali  incontravano  il  corpo  che  s'  an- 
dava a  sotterrare.  Da  che  hoe  cominciato  di  Tarteri,  si  ve  ne 
dirò  molte  cose.  Gli  Tarteri  dimorano  lo  verno  in  piani  luo- 
ghi, ove  abbia  molta  erba  e  buona  pastura  per  loro  bestie; 
di  state,  in  luoghi  freddi  e  in  montagne  e  in  valli,  ove  hae 
acqua  assai  e  buone  pasture.  Le  case  loro  sono  di  legname, 
e  sono  coperte  di  feltro,  e  sono  tonde,  e  portatesi  dietro  in 
ogni  luogo  ov'egli  vanno,  perchè  gli  hanno  ordinato  sì  bene 
le  loro  pertiche,  ond'egli  le  fanno,  che  troppo  bene  le  pos- 
sono portare  leggiermente  in  tutte  le  parti  ov'  egli  vogliono. 
Queste  loro  case  sempre  fanno  1'  uscio  verso  il  mezzodie. 
Egli  hanno  carrette  coperte  di  feltro  nero,  che,  perchè  vi 
piova  suso,  non  si  bagna  nulla  cosa  che  dentro  vi  sia.  Egli 
le  fanno  menare  a  buoi  e  a  cavalli,  e  in  sulle  carrette  pon- 
gono loro  femmine  e  lor  fanciulli.  E  sì  vi  dico  che  loro  fem- 
mine comperano  e  vendono,  e  fanno  tutto  quello  che  bisogna 

messi  alle  ispade  :  trafitti.  Questi  sacrifici  umani  per  la  morte  di 
un  principe  ricordano  quelli  compiuti  dagli  Unni  dopo  la  morte 
di  Attila,  e  dai  Visigoti  dopo  la  morte  d'Alarico.  L'ultimo  che 
si  ricordi  in  Cina  fu  quello  del  1661,  sotto  V  imperatore  Shun-chi, 
•  della  dinastia  tartara  Tatsing,  quando  300  persone  s'  immolarono 
spontaneamente  per  placare  i  mani  di  una  concubina  imperiale. 

coperte  di  feltro  :  sono  lo  hibitheì  con  cui  i  Tartari  formano  i  loro 
accampamenti  mobili,  detti  yurte. 


DI   M.    MARCO    POLO  67 

a'  loro  mariti  ;  però  che  gli  uomeni  non  sanno  fare  altro  che 
cacciare  e  uccellare  e  fatti  (V  oste.  Egli  vivono  di  carne  e  di 
latte  e  di  cacciagioni  ;  egli  mangiano  di  pomi  di  Faraone, 
che  ve  n'ha  grande  abbondanza  da  tutte  parti  ;  e  mangiano 
carne  di  cavallo  e  di  cane  e  di  giumente  e  di  buoi  e  di  tutte 
(tirni,  e  beono  latte  di  giumente.  E  per  niuna  cosa  l'uno 
non  toccherebbe  la  moglie  dell'  altro,  però  che  V  hanno  per 
malvagia  cosa  e  per  grande  villania.  Le  donne  sono  buone, 
•'  guardano  bene  l'onore  di  loro  signori,  e  governano  bene 
tutta  la  famiglia  :  e  ciascuno  può  pigliare  tante  moglie  quan- 
t' egli  vuole,  infino  in  cento,  s'egli  hae  da  poterle  mante- 
nere. E  r  uomo  dà  alla  madre  della  femmina,  e  la  femmina 
non  dà  nulla  all'uomo;  e  hanno  per  migliore  e  per  piue  ve- 
ritiera la  prima  moglie,  che  l'altre  ;  egli  hanno  più  figliuoli 
che  I"  altre  genti,  per  le  molte  femmine  ;  e  prendono  per  mo- 
glie le  cugine,  e  ogni  altra  femmina,  salvo  la  madre  ;  e  pren- 
dono la  moglie  del  fratello  s?  egli  muore.  Quando  pigliano 
moglie  si  fanno  gran  nozze. 

fatti  d'oste:  combattimenti. 

pomi  di  Faraone:  il  testo  francese  parla  di  rais,  radici,  bulbi,  che 
la  versione  padovana  interpreta  erroneamente  come  «  rati  de 
Faraone  ».  Si  tratta  delle  saporite  cipolle,  originarie  dell'  Egitto. 

1'  uomo  dà  alla  madre  :  la  donna  tartara  passando  a  nozze  non 
porta  dote,  anzi  il  marito  deve,  come  al  tempo  dell'antica  Roma, 
pagarne  il  prezzo  ai  genitori  della  sposa.  La  poligamia  cinese  è 
limitata  dai  mezzi  del  marito  e  dalla  volontà  della  prima  moglie, 
ma  ogni  uomo  cerca  d1  aver  molti  figliuoli  che  gli  mantengano 
pulita  e  onorata  la  tomba  dopo  morte.  Non  vi  sono  nella  società 
cinese  né  figli  illegittimi,  né  celibi,  né  nubili  annos<  . 


68  IL   MILIONE 


• 


LVITI. 
Dello  iddio  de'  Tarteri. 

Sappiate  che  la  loro  legge  è  cotale,  eh'  egli  hanno  un  loro 
iddio  e'  ha  nome  Natigai,  e  dicono  che  quello  èe  iddio  ter- 
reno, che  guarda  i  loro  figliuoli  e  loro  bestiame  e  loro  biade  ; 
e  fannogli  grande  onore  e  grande  riverenza,  che  ciascuno  lo 
tiene  in  sua  casa  ;  e  fannogli  di  feltro  e  di  panno,  e  tengongli 
in  loro  casse  ;  e  ancora  fanno  la  moglie  di  questo  loro  iddio, 
e  fannogli  figliuoli  ancora  di  panno  ;  la  moglie  pongono  dal 
lato  manco,  e'  figliuoli  dinanzi.  Molto  gli  fanno  onore,  quando 
vengono  a  mangiare:  egli  tolgono  della  carne  grassa,  e  ungon- 
gli  la  bocca  a  quello  iddio  e  alla  moglie  e  a  quegli  figliuoli  ; 
poi  pigliano  del  brodo  e  gittanlo  giuso  dall' usciolo  ove  ista 
quello  iddio.  Quando  hanno  fatto  così,  dicono  che  il  loro  iddio 
e  la  sua  famiglia  hae  la  sua  parte.  Appresso  questo,  mangiano 
e  beono  ;  e  sappiate  eh'  egliono  beono  latte  di  giumente,  e 
concianlo  in  tale  modo  che  pare  vino  bianco,  e  buono  a  bere, 
e  chiamanlo  chemisi.  E  loro  vestimenta  sono  cotali  :  li  ricchi 
uomeni  vestono  di  drappi  d'  oro  e  di  seta  e  di  ricche  pelli  ce-^ 
beline  e  emine,  e  di  vai  e  di  volpe  molto  riccamente,  e  li  loro 
arnesi  sono  molto  di  gran  valuta  ;  loro  armi  sono  archi  e  spade 
e  mazze,  ma  d'  archi  si  aiutano  più  che  d'  altro,  imperocché 
egli  sono  troppo  buoni  arcieri.  In  loro  dosso  portano  arma- 
dura  di  cuoio   di  bufolo,   e  d'  altre    cuoia    forti.   Egli   sono 


chemisi  :  kumis,  latte  fermentato.  Il  siero  seccato  e  poi  sciolto  in 
acqua,  di  cui  è  fatto  parola  più  avanti,  si  dice  arrak  o  kefir. 
Ancor  oggi,  ali1  occorrenza,  i  tartari  bevono  sangue  di  cavallo. 

pelli  cebeline:  (giebelline)  zibelline,  ossia  di  martora;  ermine, 
d'ermellino;  i  vai,  sono  una  specie  di  scoiattoli. 


DI    M.    MARCO    POLO 

uomeiii  ìji  battaglia  valentri  duramente;  e  dirovvi  come 
egliono  si  possono  travagliare  più  che  gli  nitri  uomini  :  che 
quando  bisognerà,  egli  andrà  e  starà  un  mese  sanza  niuna 
vivanda,  salvo  che  vivere  di  latte  di  giumente  e  di  carne  di 
loro  cacciagione  che  prendono,  e  il  suo  cavallo  viverà  d'erba 
che  pascerà,  e  non  gli  bisognerà  portare  né  orzo  nò  paglia. 
Egli  sono  molto  ubidienti  al  loro  signore  ;  e  sappiate  che 
quando  e'  bisogna,  egli  andrà  e  starà  tutta  notte  a  cavallo, 
e  il  cavallo  sempre  andrà  pascendo  ;  e  sono  quella  gente  che 
più  sostengono  travaglio,  e  meno  vogliono  di  spesa,  e  clic 
più  vivono,  e  sono  per  conquistare  terre  e  reami.  Egli  sono 
così  ordinati,  che  quando  un  signore  mena  in  oste  100,000  ca- 
valieri, ad  ogni  mille  fae  un  capo,  e  a  ogni  10  mila  un  altro 
capo,  sì  che  non  ha  a  parlare  se  non  che  a  10  uomeni,  lo 
signore  delli  10 mila;  e  quegli  di  100 mila  non  ha  a  parlare 
se  non  con  10,  e  così  ogni  uomo  risponde  al  suo  capo.  Quando 
l'oste  va  per  monti  e  per  valle,  sempre  vanno  innanzi  200  uo- 
inoiii  a  sguardare,  e  altrettanti  di  dietro  e  dal  lato,  perche 
T  oste  non  possa  essere  assalito,  che  noi  sentissoro  ;  e  quando 
egli  vanno  in  oste  dalla  lunga,  portano  bottacci  di  cuoio 
ov'  egliono  portano  loro  latte,  e  una  pentola  ov'  eglino  cuo- 
cono  loro  carne,  e  portano  una  piccola  tenda  ov'  egli  fuggono 
dall'  acqua;  e  sì  vi  dico,  che  (filando  delli  è  bisogno,  egliono 
cavalcano  bene  10  giornate  senza  vivanda  che  tocchi  fuoco, 
ma  vivono  del  sangue  delli  loro  cavagli,  che  ciascuno  pone 
la  bocca  alla  vena  del  suo  cavallo  e  bee.  Egli  hanno  ancora 
loro  latte  secco  come  pasta,  e  mettono  di  quel  latte  nell'acqua, 
e  di  sfatinolo  vi  dentro,  e  poscia  il  beono.  E  vincono  le  bat- 
taglie altresì  fuggendo  come  cacciando,  che,  fuggendo,  saet- 
tano tuttavia,  e  gli  loro  cavagli  si  volgono  come  cani:  e 
quando  gli  loro  nemici  gli  credono  avere  isconfitti  caccian- 
dogli, e  egliono  sono  isconfitti  egliono:  imperciocché  tutti  gli 

valentri:  arcaismo  per  valenti  (vedi  pag.  43). 


70  IL   MILIONE 

loro  cavagli  sono  morti  per  le  loro  saette  ;  e  quando  gli  Tar- 
teri veggono  che  gli  cavagli  di  coloro  che  gli  cacciavano, 
morti,  egliono  si  rivolgono  a  loro,  e  sconfiggongli  per  la  loro 
prodezza  :  e  in  questo  modo  hanno  già  vinte  molte  battaglie. 
Tutto  questo  che  io  v'  ho  contato,  e  gli  costumi,  è  vero  degli 
diritti  Tarteri  ;  e  ora  vi  dico  che  sono  molti  i  bastardi,  che 
quegli  che  usano  a  Ucaresse  mantengono  gli  costumi  de- 
gl'  idoli,  e  hanno  lasciata  loro  legge,  e  quegli  che  usano  il 
levante  tengono  la  maniera  de'  saracini.  La  giustizia  vi  si  fa 
come  vi  dirò.  Egli  è  vero  che  se  alcuno  hae  imbolato  una 
piccola  cosa,  eh'  egli  non  ne  debba  perdere  persona,  egli  gli 
è  dato  sette  bastonate  o  12  o  24,  e  vanno_infino  alle  107, 
secondo  che  hae  fatta  1'  offesa  ;  e  tuttavia  ingrossano,  giu- 
gnendone  10.  E  se  alcuno  hae  tolto  tanto  che  debbia  per- 
dere la  persona,  o  cavallo  o  altra  gran  cosa,  si  è  tagliato 
per  mezzo  con  una  ispada  ;  e  se  vuole  pagare  nove  cotanti 
che  non  vale  la  cosa  ch'egli  ha  tolta,  campa  la  persona.  Lo 
bestiame  grosso  non  si  guarda,  ma  è  tutto  segnato,  sì  che 
colui  che  '1  trovasse  conosce  la  insegna  del  signore,  e  ri- 
mandalo ;  pecore  e  bestiame  minuto  ben  si  guardano.  Loro 
bestiame  è  molto  bello  e  grosso.  Ancora  vi  dico  un'altra  loro 
usanza,  cioè,  che  fanno  matrimoni  tra  loro  di  fanciulli  morti, 
cioè  a  dire  :  uno  uomo  hae  uno  suo  fanciullo  morto  ;  quando 
viene  nel  tempo  che  gli  darebbe  moglie,  se  fosse  vivo,  al- 
lotta fa  trovare  un  ch'abbia  una  fanciulla  morta,  che  si  faccia 
a  lui,  e  fanno  parentado  insieme,  e  danno  la  femmina  morta 
all'uomo  morto  ;  e  di  questo  fanno  fare  carte,  poscia  l'ardono, 

i  diritti  Tarteri:  i  Tartan  genuini,  non  imbastarditi  dal  buddismo 

o  dal  fatalismo  mussulmano. 
Ucaresse  :  Ucara  (Ukeh)  sul  Don,  e  Sarai  (Tsarew)  sul  Volga  erano 

i  maggiori  centri  dei  Tartari  occidentali  dell'Orda  d'oro. 
imbolato  :  involato,  rubato. 
nove  cotanti  :  nove  volte  il  prezzo. 
fanno  fare  carte:  simulacri  di  carta. 


l>[    M.    MARCO    J>OLf»  71 

e  quando  veggono  lo  fummo  in  aria,  allotta  dicono  che  la 
•  aria  ne  va  nell'altro  mondo,  ove  sono  li  loro  figliuoli,  e 
ch'egli  si  tengono  per  moglie  e  per  marito  nell'altro' mondo; 
egli  ne  fanno  grande  nozze,  e  si  ne  versano  assai,  e  dicono 
che  ne  vae  «r  figliuoli  nell'  altro  mondo.  Ancora  fanno  dipi- 
gnere  in  carte  uccelli,  cavagli,  arnesi  e  bisonti  e  altre  cose 
assai,  e  poi  le  fanno  ardere,  e  dicono  che  questo  sarà  loro 
presentato  da  dovero  nell'altro  mondo,  cioè  a'ioro  figliuoli  : 
e  quando  questo  è  fatto,  egliono  si  tengono  per  parenti  e  per 
amici,  come  se  i  loro  figliuoli  fossero  vivi.  Ora  v'abbiamo 
contate  1'  usanze  e  gli  costumi  de'  Tarteri  ;  ma  io  non  v'  ho 
contati  degli  gran  fatti  degli  Gran  Cani,  e  di  sua  corte  ;  ma  io 
ve  ne  conterò  in  questo  libro,  ove  si  converrà.  Or  torneremo 
al  gran  piano  che  noi  lasciammo  quando  cominciammo  a  ra- 
gionare de'.  Tarteri. 


LIX. 


Del  piano  di  Banchù. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  Caracoram  e  da  Altay.  ov'  è 
lo  luogo  ove  si  sotterrano  gli  corpi  delli  Tarteri,  sì  come  v'ho 
contato  di  sopra,  1'  uomo  va  più  innanzi  per  una  contrada 
verso  tramontana,  la  quale  si  chiama  lo  piano  di  Banchù,  e 


si  ne  versano  assai  :  quest'uso  di  versar  bevande  ricorda  le  liba- 
gioni antiche. 

poi  le  fanno  ardere  :  ancor  oggi  si  usano  questi  bruciamenti  in 
Cina  per  la  festa  dei  morti  (Tsing  ming)  che,  come  in  Roma 
antica,  ha  luogo  ai  primi  d'aprile. 

Caracoram  :  vedi  pa$<.  60. 

lo  piano  di  Banchù  :  abitato  dai  Metrucci,  ò  la  Siberia  al  nord  dei 
monti  Aitai.  La  cacciagione  congelata  la  quale  viene  portata  a 


72  IL    MILIONE 

dura  ben  40  giornate  ;  la  gente  sono  chiamate*  Metrucci,  e 
sono  salvatica  gente.  Egliono  vivono  di  bestie;  e  il  più  di 
cervi,  e  sono  al  Gran  Cane  ;  egli  non  hanno  biade  né  vino  ; 
la  state  hanno  cacciagioni  e  uccellagioni  assai,  di  verno  non 
vi  sta  né  bestia  né  uccelli  per  lo  grande  freddo.  E  quando 
l'uomo  è  di  capo  delle  40  giornate  truova  lo  mare  occeano  ; 
e  quivi  hae  montagne  ove  i  falconi  pellegrini  fanno  loro  nidio, 
né  non  v'ha  se  non  una  generazione  d'  uccelli,  di  che  si  pa- 
scono quei  falconi,  e  sono  grandi  come  pernicie,  e  chiamansi 
bugherlac,  e  hanno  fatto  i  piedi  come  pappagallo,  la^oda  come 
rondine,  e  sono  molto  volanti  ;  e  quando  il  Gran  Cane  vuole 
di  quegli  falconi,  manda  a  quella  montagna;  e  all'isole  di 
quel  mare  nascono  i  girfalchi.  E  sì  vi  dico  che  questo  luogo 
è  tanto  verso  la  tramontana,  che  la  tramontana  rimane  adietro 
verso  mezzodie.  E  di  quegli  girfalchi  v'  ha  tanti,  che  '1  Gran 
Cane  n'  ha  quant'  egli  ne  vuole  ;  e  quegli  che  portano  questi 
girfalchi  al  Gran  Cane,  e  agli  signori  del  levante,  cioè  ad  Arcon 
e  agli  altri,  sono  gli  Tarteri.  Or  v'abbiamo  contato  tutti  gli 
fatti  delle  provincie  della  tramontana  infino  al  mare  occeano  ; 
oggimai  vi  conteremo  d'altre  provincie.  e  ritorneremo  al  Gran 
Cane,  e  ritorneremo  a  una  provincia  che  abbiamo  iscritta  in 
nostro  libro,  che  ha  nome  Champiciii.» 


Pekino  durante  1'  inverno  attraverso  le  vie  carovaniere  che  s'in- 
crociano al  confine  russo  a  Kiachta,  fornisce  abbondantemente 
il  mercato  della  capitale  cinese. 

bugherlac  :  è  la  pernice  pterocles  syrrkaptes  Pallasii,  la  sand 
grouse  degli  Inglesi. 

la  tramontana  rimane  adietro:  espressione  iperbolica  per  indi- 
care la  sterminata  e  sconosciuta  estensione  dell'Asia  setten- 
trionale. 

Arcon:  vedi  pag.  13. 

Champiciù  :  vedi  pag.  58. 


DI    M.    MÀfcCO    POLO  78 


LX. 


Del  reame  di  Erghuil. 

fó  quando  l'uomo  si  parte  di  questo  Chainpiciù  ch'io  ho 
contato,  l'uomo  vae  5  giornate  per  luogo  ov'  hae  molti  ispiriti, 
è  odegli  l'uomo  la  notte  parlare  nell'aere  più  volte.  A  capo  di 
queste  5  giornate,  1'  uomo  trova  un  reame  lo  quale  ha  nome 
Erghuil,  ed  è  al  Gran  Cane,  ed  è  della  gran  provincia  di 
Tangut,  che  hae  più  reami.  Le  genti  sono  idoli,  e  cristiani 
n<  stormi,  e  di  quegli  che  adorano  Malcometto  ;  e  v'ha  cittadi 
assai  :  la  mastra  cittade  ha  nome  Erginul.  E  uscendo  di  que- 
sta città,  e  andando  verso  Catai,  truovasi  ima  città  eh'  ha 
nome  Sining.  e  havvi  ville  e  castella  assai,  e  sono  di  Tangut 
medesimo,  ed  è  al  Gran  Cane.  Le  genti  sono  idoli,  e  che  ado- 
rono  Malcometto,  e  cristiani  v'ha;  e  havvi  buoi  salvatici) i, 
che  sono  grandi  come  leonfanti,  e  sono  molto  begli  a  vedere, 
ch'egli  sono  tutti  pilosi,  salvo  che  lo  dosso,  e  sono  bianchi 
e  neri,  e  '1  pelo  è  lungo  tre  palmi,  e  sono  sì  begli  eli'  èe 
una  maraviglia  a  vedere  ;  e  di  questi  buoi  medesimi  hanno 
di  dimestichi,    perchè   hanno  presi  de'  salvatichi  e  hannogli 


Erghuil  :  è  una  provincia  del  Tangut,  Fattuale  Liang-chou,  presso 
le  sorgenti  del  fiume  Giallo,  nel  Tibet,  abitata  da  tartari  Ugri. 
Città  capitale  Erginul. 

Catai:  la  Cina  del  nord  (v.  pag.  120). 

Sining:  Sining-fu,  la  Siling  Khotan  dei  Tartari,  allo  sbocco  della 
via  che  va  da  Lhasa  al  Kansuh;  importante  centro  per  il  com- 
mercio del  muschio  e  del  rabarbaro. 

Giova  notare  che  1"  importanza  delle  città  cinesi  è  significata 
dalla  sillaba  finale:  (ti,  chon,  hsìen  indicano  rispettivamente 
città  di  primo,  secondo  e  terzo  ordine. 


74  II*   MILIONE 

dimesticati.  Egli  gli  caricano  e  lavorano  con  essi,  e  hanno  forza 
due  cotanti  che  gli  altri.  E  in  questa  contrada  nasce  lo  mi- 
gliore moscado  che  sia  al  mondo.  Sappiate  che  '1  moscado  si 
trova  in  questa  maniera,  eh'  egli  èe  una  piccola  bestia  come 
una  gatta,  ma  èe  così  fatta:  ella  hae  pelo  di  cerbio  così  grosso, 
lo  pie  come  gatta,  e  hae  4  denti,  due  di  sopra  e  due  di  sotto, 
che  sono  lunghi  tre  dita,  e  sono  sottili,  li  due  vanno  in  giuso 
e  li  due  in  suso:  ella  è  bella  bestia.  Lo  moscado  si  truova  in 
questa  maniera  :  che  quando  l'uomo  l'hae  presa,  l'uomo  truova 
tra  la  pelle  e  la  carne  del  bellico  una  postèma,  e  quella  si 
taglia  con  tutto  il  cuoio,  e  quello  è  lo  moscado,  di  che -viene 
grande  olore  ;  e  in  questa  contrada  n'ha  grande  abondanza, 
così  buono  come  vi  ho  detto.  Egli  vivono  di  mercatanzie  e 
d'arti,  e  hanno  biade.  La  provincia  è  grande  15  giornate,  e 
v'  ha  fagiani  due  cotanti  grandi  che  i  nostri  :  egli  sono  grandi 
come  paoni,  un  poco  meno,  egli  hanno  la  coda  lunga  10  palmi 
e  9  e  8  e  7  il  meno.  Ancora  v'  ha  fagiani  fatti  al  modo  di 
questo  paese.  Le  genti  sono  idoli,  e  grassi,  e  hanno  piccolo 
naso,  gli  capegli  neri,  e  non  hanno  barba  se  non  al  mento. 
Le  donne  non  hanno  addosso  pelo  niuno,  in  niuno  luogo, 
salvo  che  nel  capo  ;  elle  hanno  molto  belle  carni  e  bianche, 
e  son  ben  fatte  di  loro  fattezze,  e  molto  si  dilettano  con  uo- 
meni.  E  puossi  pigliare  tante  femmine  quante  altri  vuole, 
avendo  il  podere  ;  e  se  la  femmina  è  bella  e  di  piccolo  li- 
gnaggio, uno  grande  uomo  la  toglie  per  moglie,  e  dà  alla  ma- 
dre molto  avere,  quello  di  che  egli  s'accordano.  Or  ci  par- 
tiamo di  qui,  e  andremo  ad  un'  altra  provincia  verso  levante. 


moscado  :  muschio,  piccolo  rosicante  ohe  ha  in  una  borsa  sotto 
l'ombelico  la  sostanza  odorosa  dello  stesso  nome.  In  Oriente 
il  muschio  è  conosciuto  col  nome  persiano  kasturi,  e  tartaro 
gudderi. 

postèma:  glandola. 


l'I     M.    MARCO    POLO  75 

IAI. 
D*  Egrigay. 

Quando  l'upmo  si  parie  d'  Erghuil,  e  vassi  per  levante 
8  giornate,  egli  truova  una  provincia  chiamata  Egrigaia,  e 
havvi  cittadi  e  castella  assai  ;  èe  di  Tangut  ;  la  maestra 
città  e  chiamata  Calatia,  la  gente  adorano  gl'idoli,  e  havvi 
tre  chiese  de' cristiani  nestorini,  e  sono  al  Gran  Cane.  In 
questa  città  si  fa  ciambellotti  di  pelo  di  cammello  li  più  belli 
del  mondo,  e  di  lana  bianca  fanno  ciambellotti  bianchi  molto 
begli,  e  fannone  in  grande  quantitade,  e  portansi  in  molte 
parti.  Or  usciamo  di  questa  provincia,  e  entreremo  in  un'al- 
tra provincia  chiamata  Tenduc,  e  entreremo  nelle  terre  del 
Preste  Giovanni. 

LXII. 

Della  provincia  di  Tenduc. 

Tenduc  è  una  provincia  verso  levante,  ove  hae  cittadi  e 
castella  assai,  e  sono  al  Gran  Cane,  e  sono  discendenti  del 
Preste  Giovanni.  La  mastra  cittade  è  Tenduc,  e  di  questa 
provincia  è  re  un  discendente  del  legnaggio  del  Preste  Gio- 

Egrigay  :  TEgrigaia  (cinese  Ulahai,  tartaro  Uiraca,  Ir  gai)  o  terra 
degli  Ugri,  capitale  Calatia  (Kalat),  ad  otto  giornate  all'oriente 
di  Sining,  era  famosa  per  i  suoi  panni  di  pelo  di  cammello  (cam- 
bellotti,  ciambellotti,  zambellotti). 

Tenduc:  vedi  pag.  63. 

Preste  Giovanni:  v.  pag.  60.  Questo  Sifan  lama  Giorgio  (Kiorki). 
vassallo  del  Gran  Cane,  morì  nel  1305.  La  influenza  dei  cristiani 
nestorini  fu  di  breve  durata,  perchè  all'epoca  del  viaggio  di  Gio- 
vanni da  Montecorvino  (1305-24)  era  già  svanita.  Le  molte  città 
ricordate  da  M.  Polo  andarono  distrutte  durante  la  dinastia  dei 
Ming. 


76  IL    MILIONE 

vanni,  e  ancora  si  è  Preste  Giovanni  e  suo  nome  si  è  Giorgio. 
Egli  tiene  la  terra  per  lo  Gran  Cane,  ma  non  tutta  quella  che 
teneva  lo  Preste  Giovanni,  ma  alcuna  parte  di  quelle  mede- 
sime ;  e  sì  vi  dico,  che  tuttavia  il  Gran  Cane  ha  date  di  sue 
figliuole  e  di  suoi  parenti  per  moglie  a  questo  re,  discen- 
dente del  Preste  Giovanni.  In  questa  provincia  si  truova  le 
pietre  che  si  fa  1'  azurro  molto  buono,  e  havvi  ciambellotti 
di  pelo  di  cammello.  Egli  vivono  de'  frutti  della  terra  ;  quivi 
si  ha  mercatanzie  ed  arti  ;  la  terra  tengono  gli  cristiani,  ma 
e'  v'  ha  degl'  idoli  e  di  quegli  che  adorono  Malcometto.  Egli 
sono  gli  più  bianchi  uomini  del  paese  e  più  belli,  e  i  più 
savi,  e  più  uomini  mercatanti.  E  sappiate  che  questa  pro- 
vincia era  la  mastra  sedia  del  Preste  Giovanni,  quando  egli 
signoreggiava  i  Tarteri  ;  e  in  tutta  quella  contrada  ancora  vi 
stanno  di  suoi  discendenti,  e  il  re  che  la  signoreggia  è  di 
suo  lignaggio  ;  e  questo  è  lo  luogo  che  noi  chiamiamo  Goggo 
e  Magogo,  ma  egli  lo  chiamano  Nug  e  Mogul;  e  ciascuna 
di  queste  provincie  ha  generazioni  di  gente  alquante,  e  in 
Mogul  dimorano  i  Tarteri.  E  quando  l'uomo  cavalca  per  que- 
sta provincia  7  giornate  per  levante  verso  li  Tarteri,  l'uomo 
truova  molte  cittadi  e  castella,  ov'  ha  gente  che  adorano 
Malcometto,  e  idoli,  e  cristiani  nestorini.  Egli  vivono  d'arti 
e  di  mercatanzie,  egli  sanno  fare  drappi  dorati,  che  si  chia- 
mano nasicci,  e  drappi  di  seta  di  molte  maniere,  e  sono  al 
Gran   Cane  ;  e  v'  ha  una  città  e'  ha  nome  Sindciù,    ove  si 


si  fa  l' azurro:  lapislazuli,  v.  pag.  43. 

mastra  sedia:  sede  principale. 

Gog  e  Magog  :  (Nug  e  Mogul)  indicano  la  Mongolia.  La  capitale 
odierna  è  Urga,  dove  risiede  il  Sifan  lama  Hutuchtù  (v.  pag.  61).. 

nasicci  :  drappi  di  seta  tessuti  con  fili  d'oro.  Nella  Manciuria  vive 
un  baco  dà  seta  semi  selvatico  che  si  nutre  della  foglia  delVailan- 
tus  e  produce  una  seta  cruda  molta  resistente. 

Sindciù  e  G-avor:  sembrano  potersi  identificare  con   le  due  mag- 


DI   M.    MARCO    POLO  77 

fanno  molte  arti,  e  favvisi  tutti  fornimenti  da  oste,  e  havvi 
una  montagna,  nella  quale  hae  una  molto  buona  argentiera. 
Egli  hanno  cacciagioni  di  bestie  e  cV  uccelli.  Noi  ci  parti- 
remo di  qui  e  andremo  tre  giornate,  e  troveremo  una  città 
che  si  chiama  Gavor,  nella  quale  hae  un  grande .  palagio, 
eh'  èe  del  Gran  Cane.  E  sappiate  che  '1  Gran  Cane  dimora 
volentieri  in  questa  città  e  in  questo  palagio,  perciò  ch'egli 
v'  ha  lago  e  riviera  assai,  ove  dimora  molte  grue,  e  havvi  un 
molto  bello  piano,  ove  dimora  gran  grue,  assai  fagiani  e  per- 
nicie  ;  v'  hae  di  molte  fatte  d'uccelli,  e  per  questo  vi  prende 
il  Gran  Cane  molto  sollazzo,  perch'egli  fa  uccellare  a  girfalchi 
e  a  falconi,  e  prendono  molti  uccelli.  E  v'  hae  5  maniere  eli 
grue:  l'una  sono  tutti  neri  come  carboni,  e  sono  molti  grandi; 
l'altra  sono  tutti  bianchi  e  hanno  1'  alie  molto  bene  fatte 
come  quelle  del  paone,  lo  capo  hanno  vermiglio  e  nero  e  molto 
ben  lutto,  lo  collo  nero  e  bianco,  e  sono  maggiori  degli  altri 
assai  :  la  terza  maniera  sono  fatti  come  gli  nostri  ;  la  quarta 
maniera  sono  piccoli,  e  hanno  agli  orecchi  penne  nere  e  bian- 
che :  la  quinta  sono  lutti  grigi  grandissimi,  e  hanno  il  capo 
bianco  e  nero.  E  appresso  a  questa  città  hae  una  valle,  ove 
il  Gran  (lane  ha  fatto  faro  molte  casette,  ov'egli  fa  fare  molte 
cators,  cioè  cotornici  ;  e  alla  guardia  di  questi  uccelli  fa 
slare  piò  uonieni  ;  e  havvene  tanta  abbondanza  che  ciò  èe 
maraviglia  :  e  quando  il  (Iran  (lane  viene  in  quella  contrada 
hae  di  questi  uccelli  una  grande  abbondanza.  Di  qui  ci  pal- 
liamo, e  andremo  a  tre  giornale  tra  tramontana  e  greco. 


giovi  città  della  Manciuria,  Sheng-ching  e  Jehor  (V  attuale 
Mukden),  sedi  originarie  della  dinastia  imperiale  Tatsing  che 
regnò  dal  1644  fino  ai  nostri  giorni  (1911). 

fornimenti  da  oste:  armi  ed  apparecchi  da  guerra. 

girfalchi:  falco  peregrinator    vedi  pag.  31. 

cators  :  cotornici,  vedi  pag.  '.IO. 


78  IL   MILIONE 


LXIII. 

Della  città  di  Qiandù. 

Quando  l'uomo  è  partito  di  questa  cittade  cavalca  tre  gior- 
nate, si  traeva  una  cittade  eh' è  chiamata  Giandù,  la  quale 
fece  fare  lo  Gran  Cane  ch'oggi  regna.  Goblai  Gane;  e  hae  fatto 
fare  in  questa  città  un  palagio  di  marmo  e  d'altre  ricche 
pietre;  le  sale  e  le  camere  sono  tutte  dorale,  ed  èe  molto 
bellissimo  maravigliosamente.  E  attorno  a  questo  palagio  èe 
muro  eh' è  grande  15  miglia,  e  quivi  hae  fiumi  e  fontane  e 
prati  assai,  e  quivi  tiene  il  Gran  Gane  di  molte  fatte  bestie, 
cioè  cervi,  dani  e  cavriuoli,  per  dare  mangiare  a'  girfalchi  e 
a'  falconi  che  tiene  in  muda;  in  quello  luogo  egli  v'ha  bene 
200  girfalchi  ;  egli  medesimo  vuole  andare  bene  una  volta  la 
settimana,  e  le  più  volte,  quando  il  Gran  Cane  va  per 'questo 
prato  murato,  porta  un  leopardo  in  sulla  groppa  del  cavallo; 
e  quando  vuole  fare  pigliare  alcuna  di  queste  bestie,  lascia 
andare  lo  leopardo,  e  lo  leopardo  la  piglia,  e  egli  la  fa  dare 
a'  suoi  girfalchi,  che  tiene  in  muda:  e  questo  fa  per  suo  di- 
letto. Sappiate  che  '1  Gran  Gane  ha  fatto  fare  in  mezzo  di 
questo  prato  un  palagio  di  canne,  ma  è  tutto  dentro  inno- 
rato,  ed  èe  lavorato  molto  sottilmente  a  bestie  e  a  uccelli 

I 

Griandù:  detta  al  capitolo  Vili  Kemenfu,  è  Sbanchi,  la  residenza 
estiva  di  Kublai,  da  lui  abbellita  nel  1256  quando  successe  al 
fratello  Mogu.  Il  giovane  Marco  vide  qui  V  imperatore  per  la 
prima  volta  (vedi  pag.  IO). 

innorato:  dal  lat.  inauratus,  dorato.  Il  palazzo  di  canne  qui  de- 
scritto era  una  creazione  artistica  cinese  fatta  per  la  casa  im- 
periale Sung  a  Kaifengfu  nelPHonan,  e  di  là  portata  a  Shandu 
per  servire  da  pengtzii,  o  tettoia  di  riparo  contro  l'abbagliante 
calore  estivo  del    Nord.  Di  questa  residenza  di  Kublai    non  re- 


DI    M.    MARCO    POLO  79 

limoniti,  là  copertura  è  di  canne  vemicate,  e  commesse  sì 
bone,  che  acqua  non  vi  puote  entrare.  Sappiate  che  quelle 
canne  sono  grosse  più  di  3  palmi  o  4,  e  sono  lunghe  da  IO 
passi  infino  in  15,  e  tagliansi  al  nodo,  e  per  lungo,  e  sono 
fatte  come  tegoli,  sì  che  si  può  bene  coprire  la  casa;  e  hallo 
fatto  sì  ordinatamente  ch'egli  il  fa  disfare  qualunque  otta  egli 
vuole,  e  fallo  sostenere  a  più  di  200  corde  di  seta.  E  sap- 
piate che  tre  mesi  deiranno  istae  in  questo  palagio  lo  Gran 
Cane,  cioè  giugno  e  luglio  ed  agosto,  e  questo  fa  perchè  v'ha 
caldo,  e  questi  tre  mesi  istà  fatto  questo  palagio,  gli  altri 
mesi  dell'anno  istà  disfatto  e  riposto,  e  puollo  fare  e  disfare 
a  suo  volere.  E  quando  e'  viene  a'  28  dì  di  agosto,  la  Gran 
Cane  si  parte  di  questo  palagio,  e  dirovvi  la  cagione.  Egli  è 
vero  ch'egli  hae  una  generazione  di  cavagli  bianchi  e  di  giu- 
menta, bianche  come  neve,  senza  niun  altro  colore,  e  sono  in 
quantità  di  bene  10  milia  giumente,  e  lo  latte  di  queste  giu- 
mente bianche  non  può  bere  niuna  persona,  se  non  di  schiatta 
imperiale.  Bene  un'altra  generazione  di  genti  chiamata  Buat 
o  Oriat,  che  ne  possono  bere  per  grazia  di  Ginghys  lo  Gran 
(lane,  che  '1  concedette  loro  per  una  battaglia  che  vinsero 
con  lui.  E  quando  queste  bestie  vanno  pascendo,  egli  è  fatto 
loro  tanto  onore,  che  non  n'è  sì  gran  barone  che  passasse 
per  queste  bestie,  per  non  iscioperarle  del  pascere,  che  non 
si  scansi;  e  gli  stronomi  e  gl'idoli  hanno  detto  al  Gran  Cane, 
che  di  questo  latte  si  dee  versare  ogni  anno  a'  dì  28  d'agosto 
per  l'aria  e  per  la  terra,  acciò  che  gli  spiriti  e  gl'idoli  ìrab- 

stavano  che  poche  rovine  nel  1691  quando  furono  visitate  da 
Padre  Gerbillon,  un  missionario  francese  che,  per  incarico  dello 
imperatore  Kanghsi,  accompagnava  come  interpetre  i  negozia- 
tori della  pace  di  Aigun  tra  la  Cina  e  la  Russia. 

qualunque  otta  :  a  qualunque  ora. 

Buat  e  Oriat:  i  Burlati,  una  tribù  mongola  nomade,  che  vive  sullo 
rive  del  lago  Baikal. 


80  IL    MILIONE 

biano  a  bere  la  loro  parte,  acciò  che  salvino  le  loro  famiglie 
e  uccelli  e  ogni  loro  cosa;  e  poi  si  parte  lo  Gran  Cane,  e  va 
ad  un  altro  luogo.  E  sì  vi  dirò  una  maraviglia,  che  io  avea 
dimenticata  ;  che  quando  il  Gran  Cane  è  in  questo  palagio  e 
egli  viene  un  mal  tempo,  e  gli  astronomi  e  incantatori  fanno 
che  '1  mal  tempo  non  viene  in  sul  suo  palagio;  e  questi  savi 
uomeni  sono  chiamati  «tebot»,  e  sanno  più  d'arte  di  diavolo 
che  tutta  l'altra  gente,  e  fanno  credere  alla  gente,  che  questo 
avviene  per  santità.  E  questa  gente  medesima  eh'  io  v'  ho 
detto,  hanno  una  tale  usanza,  che  quando  alcuno  uomo  è 
morto  per  Ja  signoria,  egli  il  fanno  cuocere  e  mangianlo,  ma 
no  se  morisse  di  sua  morte;  e  sono  si  grandi  incantatori, 
che  quando  il  Gran  Cane  mangia  in  sulla  mastra  sala  e  gli 
coppi  pieni  di  vino  e  di  latte  e  d'altre  loro  bevande,  che  sono 
d'altra  parte  della  sala,  si  gli  fanno  venire  sanza  che  altri 
gli  tocchi,  e  vegniono  dinanzi  al  Gran  Cane,  e  questo  veg- 
giono  bene  10  mila  persone:  e  questo  è  vero  senza  menzogna; 
e  questo  beri  si  può  fare  per  nigromanzia.  E  quando  viene 
in  niuna  festa  di  niuno  idolo,  egli  vanno  al  Gran  Cane,  e 
fannosi  dare  alquanti  montoni,  e  legno  aloe  e  altre  cose,  per 
tare  onore  a  quello  idolo,  perciò  che  gli  salvi  lo  suo  corpo 
e  le  sue  cose;  e  quando  quegl' incantatori  hanno  fatto  questo, 
fanno  grande  afummicata  dinanzi  agi'  idoli  di  buone  ispezie 
con  grandi  canti  :  poscia  hanno  questa  carne  cotta  di  questi 
montoni,  e  pongonia  dinanzi  degl'  idoli,  e  versano  lo  brodo 
qua  e  là,  e  dicono  che  gì' idoli  ne  pigliono  quello  che  vo- 
gliono :  e  in  cotale  maniera  fanno  onore  agi'  idoli  il  dì  della 
loro  festa,  che  ciascuno  idolo  hae  propria  festa  coni'  hanno 

tebot:  sono  gli  yoghi,  stregoni  indiani  penetrati  in  Cina  per  ìa  via 
del  Tibet,  insieme  con  i  fattucchieri  del  Kashmir.  Costoro  mangia- 
vano i  corpi  dei  «morti  per  una  signoria  »,  cioè  dei  giustiziati. 

coppi:  grandi  vasi  di  terra. 

afummicata:  abhruciamento  d'  incensi  e  di  legni  odorosi. 


DI     M.     M  Mv'i  0     POLO  81 

•ili  nostri  santi.  Egli  hanno  badie  o  monisteri;  e  si  vi  dico, 
che  v'  ha  una  piccola  città  che  hae  uno  monistero  che  hanno 
pino  di  200  monaci,  e  vestonsi  più  onestamente  che  tutta 
l'altra  gente.  Egli  fanno  le  loro  feste  le  maggiori  agi'  idoli  del 
inondo,  co'  gli  maggiori  canti  e  co'  gli  maggiori  alluminali. 
Ancora  v'ha  un'altra  maniera  di  religiosi  detti  «  sensin  »,  che 
fanno  così  aspra  vita,  come  io  vi  conterò.  Egli  mai  non  man- 
giano altro  che  crusca  di  grano,  e  fannola  istare  in  molle  nel- 
l'acqua calda  un  poco,  e  poscia  la  menano  e  mangianla:  e 
quasi  tutto  1'  anno  digiunano,  e  molti  idoli  hanno,  e  molto 
isianno  in  orazioni,  e  talvolta  adorano  lo  fuoco;  e  quelle  altre 
regole  dicono  di  costoro  che  sono  paterini.  Altra  maniera  v'ha 
di  monaci,  che  pigliano  moglie  e  hanno  figliuoli  assai,  e  questi 
vestono  d'altri  vestimenti  che  gli  altri,  sì  che  vi  dico,  che 
grande  differenza  ha  dall'una  maniera  all' altra  sì  di  vita  e 
sì  di  vestimenta  :  e  di  questo  v'  hae,  che  tutti  i  loro  idoli 
hanno  nome  di  femmina.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  conterovvi 
del  grandissimo  signore  di  tutti  gli  Tarteri,  cioè  lo  nobile 
(Iran  (lane  che  Goblai  è  chiamato. 

sensin:  questi  t  paterini  »  ossia  puri,  sono  i  Taoisti,  seguaci  di 
Laotzù,  che  conducono  vita  molto  rigida,  praticano  il  celibato  e  le 
più  dure  astinenze,  vestono  di  grigio  ed  hanno  il  capo  tonsurato. 
In  mezzo  allo  spettacolo  fastoso  di  questa  corte  mongola,  tra 
i  lama  tibetani  gialli  e  rossi,  fra  gli  ambasciatori  birmani,  e  i 
giganteschi  generali  tartari,  dalla  pelle  lucente  di  grasso  di  mon- 
tone e  dagli  abiti  sfolgoranti  di  pietre  preziose,  in  mezzo  alla 
turba  variopinta  degli  stregoni,  degli  astrologhi  e  dei  fattuc- 
chieri, noi  cerchiamo  invàno  i  seguaci  di  Confucio  e  dei  suoi  dieci 
Saggi.  Essi,  così  in  vista  sotto  la  dinastia  cinese  dei  Sung,  ora 
si  sono  ritirati  in  disparte  a  far  raccolte  e  commenti  di  classici, 
a  compilare  enciclopedie  per  1'  istruzione  del  popolo,  a  preparar 
la  riscossa.  A  poco  a  poco  la  vita,  il  gusto  e  la  cultura  cinese 
li  prenderanno  il  sopravvento  sul  fasto  barbarico  dei  dominatori 
tartari,  e  la  letteratura,  il  teatro,  la  pittura  cinese  continueranno 
le  loro  gloriose  tradizioni. 

Marco  Polo.  —  Il  Milione  0 


82  IL    MILIONE 


LXIV. 

Di  tutti  i  fatti  del  Gran  Cane  che  regna  ora. 

Vogliovi  cominciare  a  parlare  di  tutte  le  grandissime  ma- 
raviglie del  Gran  Cane,  che  aguale  regna,  che  Coblai  Cane 
si  chiama,  che  vale  a  dire  in  nostra  lingua,  lo  signore  dei 
signori:  e  certo  questo  nome  è  bene  diritto,  perciò  che  questo 
Gran  Cane  è  '1  più  possente  signore  di  genti  e  di  terre  e  di 
tesoro,  che  niuno  signore  che  sia,  né  che  mai  fu  dinanzi  infino 
al  dì  d'oggi;  e  questo  mostrerò  eh'  è  vero  in  questo  nostro 
libro,  sì  che  ogni  uomo  ne  sarà  contento,  e  di  questo  mo- 
strerò ragione. 


LXV. 


Della  gran  battaglia 
che  '1  Gran  Cane  fece  con  Naiam. 


Or  sappiate  veramente  ch'egli  è  della  diritta  ischiatta  di 
Ginghys  Cane,  dirittamente  da  essere  signore  di  tutti  gli  Tar- 
teri.  E  questo  Coblai  è  lo  sesto  Cane;  che  sono  istati  insino 


che  aguale  regna:  oggi  regnante,  v.  pag.  35. 

lo  sesto  Cane:  vedi  pag.  65.  Kublai,  nato  nel  1212,  cominciò  a 
regnare  a  31  anno;  dal  1251  al  56  fu  viceré  dello  Shensi,  dal 
56  air  80  imperatore  mongolo,  e  dall1  80  al  94  Imperatore  della 
Cina  e  sue  dipendenze.  Mori  a  82  anni  nel  1294.  (Ser  Marco  lo 
crede  ancor  vivo  nel  98).  Egli  è  il  fondatore  della  dinastia  Yuan, 
che  regnò  dal  1280  al  1368.  Nel  1274  fissò  la  capitale  a  Pekino 
da  lui  fondata,  abbellita  e  cinta  di  mura.  Caduta  Hangchow, 
capitale  dei  Sung  (1276),  la  collegò  per  mezzo  del  Gran  Canale 


DI    M.    HÀRCO    POLO  83 

a  (|iii:  e  sappiate  che  questo  Goblai  cominciò  a  regnare  nel 
1256  anni.  E  sappiate  ch'egli  ebbe  la  signoria  per  suo  gran 
valore  e  per  sua  prodezza  e  sonno,  che  gli  suoi  fratelli  gliela 
volevano  torre,  e  gli  suoi  parenti:  e  sappiate  che  di  ragiono 
la  signoria  cadeva  a  cosini.  Egli  è.  eh'  egli  cominciò  a  re- 
gnare 'ri  anni  infino  a  questo  punto,  che  corre  lu29<S  anni, 
e  puote  bene  avere  8-")  anni.  In  prima  ch'egli  fosse  signore, 
egli  andò  in  più  osti,  e  portossi  gagliardamente,  sì  eh'  egli 
era  tenuto  prode  nomo  d'arme  e  buono  eavagliere;  ma  poi 
ch'egli  fu  signore,  non  andò  in  oste  più  ch'una  volta:  e  quello 
fu  negli  anni  P28(>r  e  io  vi  dirò  perchè  fu.  Egli  è  vero  che 
uno  ch'ebbe  nome  Naiam,  lo  quale  era  uomo  del  (iran  Cane, 
e  molte  terre  teneva  da  lui,  e  provincie,  sì  che  poteva  ben 
fare  400  mila  uomeni  a  cavallo,  e  suoi  anticessori  soleano 
«ssere  anticamente  sotto  il  Gran  Cane,  e  era  giovane  di  u20 
anni.  Or  disse  quello  Naiam,  che  non  voleva  essere  più  sotto 
il  (Iran  Cane,  ma  gli  torrobbe  tutta  la  terra.  Allotta  mandò 

con  Pekino,  pel  trasporto  del  tributo  del  riso.  Annesse  all' Im- 
pero la    Birmania  (1283),  PAnnam  (1285)  e  nel  1286  si  liberò 
del  suo  più  pericoloso  vassallo  Naiam,  il  quale,  essendo  suo  pa- 
rente, pretendeva  la  successione  diretta  'al  trono  mongolo.  Fece 
un'infelice  spedizione  al  Giappone  (1284)    per  punirlo  di   avere 
ucciso  un  suo    ambasciatore.    Unificato  e  allargato  il  più  vasto 
impero  formatosi  dopo  la  dinastia  degli  Han,  mise  presidii  tartari 
nelle  provincie  e  le  inondò  di    carta    moneta.    Protesse  il  Bud- 
dismo, gli  astrologi,  i  conventi  e  le  arti.  Si  servì  del  talento  al- 
trui   senza    riguardo  a  nazionalità   e    religione,  e  gli    stranieri. 
Persiani,  Saraceni  e  i  Polo,  ebbero  da  lui  alte  posizioni  di  fidu- 
cia.   Morì  carico  di  anni  e  di  figli,  senza  però  esser   riuscito  a 
domare  il  suo  acerrimo  nemico  Caydu,  che  gli  sopravvisse  6  anni. 
cioè  fino  al  1301. 
Naiam:  vassallo  di  Kublai,  era  signore  della  Mongolia,  della  Man- 
ciuria  e  della   Corea;    Caydu    (Haitu)  della   Tsungaria  e  della 
e  piccola  Bukaria. 


84  IL    MILIONE 

Naiam  a  Gaydu,  ch'era  gran  signore,  e  era  nipote  del  Gran 
Cane,  ch'egli  venisse  dall'una  parte,  e  egli  andrebbe  dall'altra, 
per  torgli  la  terra  e  la  signoria  ;  e  questo  Gaydu  disse  che 
ben  gli  piaceva,  e  disse  d'essere  bene  apparecchiato  a  quel 
tempo  che  avevano  ordinato ,  e  sappiate  che  -questi  avea  da 
mettere  in  campo  100  mila  uomeni  a  cavallo;  e  vi  dico  che 
questi  due  baroni  feciono  grande  ragunata  di  cavalieri  e  di 
pedoni  per  venire  addosso  al  Gran  Cane.  E  quando  il  Gran 
Gane  seppe  queste  cose,  egli  non  si  ispaventò  punto,  ma  sì 
còme  savio  nomo,  disse  che  mai  non  voleva  portare  corona 
né  tenere  terra,  se  egli  questi  due  traditori  non  mettesse  a 
morte.  E  sappiate  che  questo  Gran  Cane  fece  tutto  suo  appa- 
recchiamento in  22  dì  celatamente,  sì  che  non  si  seppe,  di 
fuori  dal  suo  Consiglio.  Egli  ebbe  bene  360  mila  uomeni  a 
cavallo,  e  bene  100  mila  uomeni  a  piede  ;  e  sappiate  che  tutta 
questa  gente  furono  di  sua  casa,  e  perciò  fece  egli  così  poca 
gente,  che  s'egli  avesse  richiesta  tutta  sua  gente,  egli  ne 
avrebbe  avuta  tanta  che  non  si  potrebbe  credere  ;  ma  avrebbe 
troppo  penato,  e  non  sarebbe  istato  così  segreto.  E  questi 
trecento  sessanta  migliaia  di  cavaglieli  eh'  egli  fece,  furono 
pure  falconieri,  e  gente  che  andava  dietro  a  lui.  E  quando  il 
Gran  Gane  ebbe  fatto  questo  apparecchiamento,  egli  ebbe  suoi 
astrologi,  e  domandogli  s'egli  dovea  vincere  la  battaglia;  ri- 
spuosono  di  sì,  e  ch'egli  metterebbe  a  morte  i  suoi  nemici. 
Lo  Gran  Gane  si  misse  in  via  con  sue  gente,  e  venne  in  20 
giorni  a  un  piano  grande,  ove  Naiam  era  con  tutta  sua  gente, 
che  ben  erano  300  mila  cavaglieli  :  e  giunsono  un  die  la  mat- 
tina per  tempo,  sì  che  Naiam  non  ne  seppe  nulla,  perciò  che 
il  Gran  Gane  avea  fatte  sì  pigliare  le  vie,  che  ninna  ispia  gli 
poteva  rapportare,  che  non  fosse  presa.  E  quando  lo  Gran 
Gane  giunse  al  campo  con  sua  gente,  Naiam  istava  in  sul 
letto  con  la  moglie  in  grande  sollazzo,  eh'  e'  le  voleva  molto 
gran  bene. 


1)1    M.    MAUC0   POI-'» 


86 


LXVL 
Comincia  la  gran  battaglia. 

Quando  l'alba  del  die  lue  venuta,  el  Gran  (lane  apparve 
sopra  il  piano,  ove  Naiam  dimorava  molto  segretamente,  per- 
ciò che  Naiam  non  credeva  per  ninna  cosa  che  '1  Gran  Cane 
venisse  (juivi,  e  perciò  non  faceva  guardare  il  campo  né  di- 
nanzi uè  di  dietro.  Lo  Gran  Cane  giunse  sopra  questo  luogo,  e 
avea  una  bertesca  sopra  quattro  leonlanti  ove  avea  suso  in- 
segne, sì  che  bene  si  vedeva  dalla  lunga.  La  sua  gente  era 
ischierata  a  trenta  milia,  e  intornearono  il  campo  tutto  quanto, 
attorno  attorno  in  un  punto;  e  ciascuno  cavaliere,  quasi  una 
buona  parte,  avea  un  pedone  in  groppa  con  suo  arco  in  mano; 
e  (piando  Naiam  vidde  il  Gran  Cane  con  sua  gente,  fu  tutto 
[smarrito;  egli  e  suoi  e'  ricorsero  all'armi,  e  schieraronsi  bene 

uditamente  e  acconciaronsi,  sì  che  non  era  se  non  a  fedire. 
Allotta  cominciarono  a  sonare  molti  istromenti,  e  a  cantare 
ad  alte  bocie:  però  che  l'usanza  dei  Tarteri  è  tale,  che  infino 


la  gran  battaglia:  la  descrizione  della  battaglia,  con  le  sue  inia- 
gini  di  piova  di  saette,  col  rauco  suono  delle  trombe  e  dei  nac- 
cheri,  e  il  rumore  e  le  grida  che  vincevano  i  tuoni,  sembra  essere 

ata  fornita  a  Marco  Polo  dal  suo  compiacente  segretario  e  tra- 
duttore di  annali  al  ministero  degli  affari  esteri.  Il  suo  sapore 
e  colore  orientale  ricordano  il  San  Uno  ehi,  o  Storia  dei  tre  regni, 
un  romanzo  storico  molto  noto.  Gli  elefanti  mandati  come  tributo 

alla  Birmania  (1288)  appaiono  qui  per  la  prima  volta  in  bat- 
taglia, non  come  strumenti  di  guerra,  ma  per  portare  Y  Impe- 
ratore entro  una  torretta  (bertesca)  addobbata  di  bandiere.  Il  tali- 
smano della  croce  contro  le  saette  è  un'eco  delle  Crociate  e  della 
visione  costantiniana,  suggerita  dai  nestorini. 


•es 


80  IL    MILIONE 

che  '1  gran  nacchere)  non  suona,  eh 'è  uno  istorrnento  del  ca- 
pitano, mai  non  coinbatterebbono  ;  e  infino  che  pena  a  sonare, 
gli  altri  suonano  molti  istormenti,  e  cantano.  Ora  èe  lo  gran 
cantare  e  '1  sonare  sì  grande  da' ogni  parte,  che  cioè  era  grande 
maraviglia.  Quando  furono  apparecchiate  amendue  le  parti,  e 
gli  gran  naccheroni  cominciarono  a  sonare,  e  l'uno  venne 
contro  all'altro,  e  cominciaronsi  a  fedire  di  lande  e  di  spade; 
e  fu  la  battaglia  molta  crudele  e  fellonesca;  e  le  saette  an- 
davano tanto  per  l'aria,  che  non  si  poteva  vedere  l'aria,  se 
non  come  fosse  piova;  e'  cavagli  cadevano  dall'una  parte  e 
dall'altra,  ed  eravi  tale  lo  romore,  che  gli  tuoni  non  si  sa- 
rebbono  uditi.  E  sappiate  che  Naiam  era  cristiano  battezzato, 
e  in  questa  battaglia  avea  egli  la  croce  di  Cristo  sulla  sua 
insegna.  E  sappiate  che  quella  fu  la  più  crudele  battaglia,  e 
la  più  paurosa  che  fosse  mai  al  nostro  tempo,  né  ove  tanta 
gente  morisse;  e  vi  morirono  tanta  gente  tra  dell'una  parte 
e  dell'altra,  che  xiò  sarebbe  maraviglia  a  credere:  ella  durò 
dalla  mattina  infino  a  mezzodì  passato,  ma  al  dasezzo  rimase 
il  campo  al  Gran  Cane.  Quando  Naiam  e  sua  gente  viddono 
ch'egliono  non  potevano  Sofferire  piue,  missonsi  a  fuggire  ; 
ina  non  valse  nulla,  che  pur  Naiam  fu  preso,  e  tutti  i  suoi 
baroni  e  la  sua  gente  s' arenderono  al  Gran  Cane. 

LXVII. 

Come  Naiam  fu  morto. 

E  quando  il  Gran  Cane  seppe  che  Naiam  era  preso,  egli 
comandò  che  fosse  morto  in  tal  maniera  :  eh'  egli  fu  messo 
in  su  'n  tappeto,  e  tanto  fu  pallaio  e  menato  in  qua  e  in 

gran  nacchero:  timballo,  cassa  di  rame  coperta  di  -cuoio,  su  cui  si 

batte  violentemente. 
al  dasezzo:  da  ultimo. 
pallaio:  sballottato  sul  tappeto  come  una  palla. 


M    M.    MARCO    POLO 

là,  ched  egli  morto:  e  cioè  fece,  che  non  voleva  che '1  san- 
gue del  lignaggio  dello  imperadore  facesse  lamento  all'aria  : 
e  questo  Naiam  era  di  suo  lignaggio.  Quando  questa  batta- 
glia fu  vinta,  tutta  la  gente  di  Naiani  fece  la  rendila  al  Gran 
(lane,  e  la  fed'eltade.  Le  pfovinciè  sono  queste  :  la  prima  è 
Giorcia,  la  seconda  Cauly,  la  terza  Baiscol.  la  quarta  Chingi- 
talas.  Quando  il  Gran  (lane  ebbe  vinta  la  battaglia,  gli  saracini. 
e  gli  altri  che  v'erano  di  diverse  genti,  si  diedono  maraviglia 
della  croce  che  Naiam  avea  recata  neir  insegna,  e  dicevano 
verso  gli  cristiani:  vedete  la  croce  del  vostro  Iddio  come  hae 
aiutato  Naiam  e  sua  gente?  E  tanto  il  dicevano,  che  'I  Gran 
(lane  il  seppe,  e  crucciossi  contra  a  coloro  che  dicevano  vil- 
lania alti  cristiani;  e  fece  chiamare  li  cristiani  che  quivi  erano, 
e  disse:  se  'I  vostro  Iddio  non  hae  ajutato  Naiam,  egli  hae 
l'atto  grande  ragione,  perciò  che  Iddio  è  buono,  e  non  vuol 
l'are  se  non  ragione:  Naiam  era  disleale  e  traditore,  che  ve- 
niva contro  al  suo  signore  e  perciò  fece  Iddio  bene  che  non 
l'aiutò.  Gli  cristiani  dissono  ch'egli  avea  detto  il  vero;  che 
la  croce  non  voleva  fare  altro  che  diritto:  egli  hae  bene  avuto 
quello  di  che  era  degno.  E  (pieste  parole  della  croce  furono 
,tra   'I  (Iran  (lane  e  gli  cristiani. 

LXVIII, 
Come  il  Gran  Cane  tornò  nella  città  di  Camblau. 

Oliando  lo  Gran  (lane  ebbe  vinta  la  battaglia,  come  voi 
avete  udito,  egli  si  tornò  alla  gran  città  di  Camblau  con 
grande  lesta  e  con  grande  sollazzo.   E  quando  l'altro  re,  che 

Ciorcia:  la  Manciuria;  Cauly  la  Corca;  Baiscol  la  regione  del  Bai  kal: 
Chingitalas  la  Tsungaria;  la  Bukaria  invece  non  fu  definitiva- 
mente annessa  alla  Cina  ehe  nel  1718,  col  nome  di  Turkestan  cinese. 

Camblau  :  è  il  nome  tartaro  di  Pekino,  di  cui  vedi  la  magnifica  de- 
scrizione al  capitolo  LXX1J, 


88 


11-    .MILIONN 


(lavelli  avea  noine,  Lidio  che  Naiani  era  istato  isconiitto,  riten* 
nesi  di  non  fare  oste  contro  lo  Gran  Cane,  ma  avea  gran 
paura  del  Gran  Cane.  Ora  avete  udito  come  il  Gran  Cane 
andò  in  oste,  che  tutte  le  altre  volte  pur  mandò  suoi  fi- 
gliuoli, e  suoi  baroni,  e  questa  volta  vi  volle  andare  pur  egli; 
perciò  che  '1  fatto  gli  pareva  troppo  grande.  Or  lasciamo  an- 
dare questa  materia,  e  torneremo  a  contare  de'  grandi  fatti 
del  Gran  Cane.  Noi  abbiamo  contato  di  quale  lignaggio  e'  fu, 
e  sua  nazione;  ora  vi  dirò  degli  doni  ch'egli  fece  alli  baroni 
i  quali  si  portarono  bene  nella  battaglia,  e  quello  che  fece  a 
quelli  che  furono  vili  e  codardi.  Io  vi  dico  che  agli  prodi 
diede,  che  s'egli  era  signore  di  100  uomeni,  egli  lo  fece  di 
1000,  e  faceali  gran  doni  di  vassellamenta  d'ariento  e  di  ta- 
vole da  signore;  quegli  eh' hae  signoria  di  100  ha  tavola  di 
ariento;  e  quegli  che  l'ha  di  1000  l'hae  d'oro,  e  d'ariento 
v  d'oro;  e  quegli  che  hae  signoria  di  10000  ha  tavola  d'oro 
a  testa  di  lione.  Lo  peso  di  queste  tavole  si  è  cotale;  che 
quelli  che  hae  siguoria  di  100  o  di  1000  la  sua  tavola  pesa 
libbre  120,  e  quella  e'  ha  testa  di  lione  pesa  altrettanto,  le 
altre  sono  d' argento  e  in  tutte  queste  tavole  è  scritto  un 
comandamento  che  dice  così:  «  per  la  forza  del  grande  Iddio, 
e  per  la  grazia  e'  ha  donata  al  nostro  imperatore,  lo  nome 
del  Gran  Cane  sia  benedetto,  e  tutti  quelli  che  non  ubidiranno 
siano  morti  e  distrutti  ».  E  ancora  questi  che  hanno  queste 
tavole  hanno  brivilegi  ov'  è  iscritto  tutto  ciò  che  debbono  fare 
nella  loro  signoria.  Ancora  vi  dico  che  colui  che  ha  signoria 
di  10000  uomeni,  o  è  signore  d' una  grande  oste  generale, 
questi  hanno  tavola  che  pesa  libbre  300,  e  havvi  iscritte  let- 
tere che  dicono  così  come  io  v'  ho  detto  di  sopra,  è  disotto 
alla  tavola  èe  iscolpito  un  leone,  e  dall'altro  lato  èe  il  sole 
e  la  luna  ;  ancora  hanno  brivilegi  di  gran  comandamenti,  e 
di  gran  fatti;  e  questi  ch'hanno  queste  nobile  tavole,  hanno 
per  comandamento  che  tutte  le  volte  eh'  egliono   cavalcano, 


DI    .M.    MARCO    POLO 

debbiano  pollare  sopra  lo  capo  un  palio  in  siguiiicanza  di 
grande  signoria,  e  tutta  volta  quando  seggono,  debbiano  se- 
dere in  sedia  d'ariento.  Ancora  questi  cotali,  loro  dona  lo 
Gran  (-ano  una  tavola,  nella  quale  ha  eli  sopra  un  lione  e 
un  girfalco  intagliali,  e  cpieste  tavole  dona  egli  agli  tre  gran 
baroni,  perciò  ch'abbiano  balia  com'egli  medesimo,  e  puote 
prendere  lo  cavallo  del  signore  quando  gli  piace,  uon  che 
gli  altri.  Or  lasciamo  di  questa  materia,  e  conteròvi  delle 
fattezze  del  Gran  Cane  e  di  sua  contenenza. 


LXLX. 

Delle  fattezze  del  Gran  Cane. 

Lo  (Iran  Signore  de' Signori,  che  Goblai  (lane  è  chiamato, 
è  di  bella  grandezza:  né  piccolo,  ne  grande,  ma  è  di  mez- 
zana fatta  ;  egli  e  carnuto  di  bella  maniera  ;  egli  è  troppo 
bene  tagliato  di  tutte  membra;  egli  hae  lo  suo  bianco  e  ver- 
miglio come  rjosa,  gli  occhi  neri  e  belli,  lo  naso  ben  fatto  e 
ben  gli  siede.  Egli  hae  tuttavia  quattro  femmine,  le  quali 
tiene  per  sue  diritte  mogli.  E  '1  maggiore  figliuolo,  eh'  egli 
ha  di  queste  quattro  mogli,  dee  essere  signore,  per  ragione 
dello  imperio  dopo  la  morte  del  suo  padre.  Elle  sono  chia- 
mate imperadricie,  e  ciascuna  è  chiamata  per  suo  nome,  e 
ciascuna  di  queste  donne  tiene  corte  per  sé;  e  non  ve  n'ha 
ninna  che  non  abbia  300  donzelle,  e  hanno  molti  valletti  e 
scudieri,  e  molti  altri  uomeni  e  femmine,  sì  che  ciascuna  di 
queste  donne  ha  bene  in  sua  corte  1000  persone.  E  quando 
vuole  giacere  con  alcuna  di  queste  donne,  egli  la  fa  venire 
in  sua  camera,  e  talvolta  vaé  alla  sua.  Egli  tiene  ancora 
molte  amiche;  e  dirovvi  com'egli  è  vero,  che  gli  è  una  ge- 

palio  :  il  parasole  rosso  portato  innanzi  ai  grandi  dignitari. 


90  IL   MILIONE 

iterazione  eli  Talleri,  che  sono  chiamati  Ungrat,  che  sono 
molta  bella  gente  e  avellenti,  e  di  queste  sono  iscelte  100  le 
pili  belle  donzelle  che  vi  sieno,  e  sono  menate  al  Gran  Cane; 
ed  egli  le  fa  guardare  a  donne  del  palagio,  e  falle  giacere 
appresso  lui  in  un  letto  per  sapere  s'ella  hae  buono  fiato,,  e 
per  sapere  s'ella  è  pulcella,  e  bene7  sa  d'ogni  cosa;  e  quelle 
che  sono  buone  e  belle  di  tutte  cose,  sono  messe  a  servire 
lo  signore  in  tal  maniera,  coni'  io  vi  dirò.  Egli  è  vero  che 
ogni  tre  dì  e  tre  notti,  sei  di  queste  donzelle  servono  lo  si- 
gnore in  camera  e  al  letto  e  a  ciò  che  bisogna,  e  '1  signore 
fae  di  loro  quello  eli 'egli  vuole,  e  di  capo  di  tre  dì  e  di  tre 
notti  vengniono  le  altre  sei  donzelle,  e  cosìe  vae  tutto  l'anno 
di  sei  in  sei  donzelle. 


De'  figliuoli  del  Gran  Cane. 

Ancora  sappiate,  che  '1  Gran  Cane  hae  delle  sue  quattro 
moglie  22  figliuoli  maschi;  lo  maggiore  avea  nome  Ginghys 
Cane,  e  questo  dovea  essere  Gran  Cane  e  signore  di  tutto 
l' imperio.  Ora  avvenne  ch'egli  morìo,  e  rimase  un  figliuolo 
eh'  ha  nome  Temur,  e  questo  Temur  dee  essere  Gran  Cane 
e  signore,  perchè  fu  figliuolo  del  maggiore  figliuolo.  E  sì  vi 
dico,  che  costui  è  savio  uomo  e  prode  e  bene  approvato  in 


Ungrat:  TJiguri,  Ugri,  o  Kirghizi  degli  Aitai,  progenitori  degli  Un- 
gheresi, le  cui  donne  sono  note  anche  oggi  per  la  loro  avve- 
nenza. Le  imperatrici  della  dinastia  Tatsing,  mancese,  erano 
scelte  tra  le  famiglie  dei  più  alti  dignitari  di  quella  regione.  Le 
mancesi  che  s'  incontrano  oggi  a  Pelano  si  riconoscono  dall'ac- 
conciatura del  capo,  dal  piede  cresciuto  liberamente  e  non  stor- 
piato, e  dal  loro  portamento  sicuro  e  disinvolto. 


DI    M.    MAR»  0    POLO  (.)1 

pili  battaglie.  E  sappiate  che  "1  (Iran  (lane  ha  25  figliuoli  di 
sur  amiche,  e  ciascuno  è  gran  barone;  e  ancora  dico  che 
(Irgli  ±2  figliuoli  ch'egli  ha  delle  4  moglie,  gli  sette  ne  sono 
re  di  grandissimi  reami,  e  tutti  mantengono  bene  loro  regni, 
come  savi  e  prodi  uomeni  che  sono,  e  hen  tengono  ragione, 
e  risomigliano  dal  padre  di  prodezza  e  di  senno,  ciré  1  mi- 
gliore rettore  di  genti  e  d'osti  che  mai  fosse  tra'  Talleri.  Or 
v*  ho  divisato  del  Gran  Cane,  e  di  sue  femmine  e  di  suoi 
figliuoli,  ora  vi  diviserò  com'egli  tiene  sua  corte,  e  sua 
maniera. 

LXXI. 

Del  palagio  del  Gran  Cane. 

Sappiate  veramente  che  '1  Gran  (lane  dimoia  nella  mastra 
città,  eh' è  chiamata  Cambiali,  tre  mesi  dell'anno,  Cioè,  di- 
cembre, gennaio  e  febbrajo,  e  in  questa  città  ha  suo  grande 
palagio:  ed  io  diviserò  com'egli  è  fatto.  Lo  palagio  è  di  muro 
quadro,  per  ogni  verso  un  miglio,  e  in  su  ciascuno  canto  di 
(piesto  palagio  è  uno  molto  bel  palagio,  e  quivi  si  tiene  tutti 
gli  arnesi  del  Gran  Cane,  cioè,  archi,  turcassi  e  selle  e  freni, 
corde  e  tende,  e  tutto  ciò  che  bisogna  ad  oste  e  a  guerra. 
E  ancora  tra  questi  palagi  hae  quattro  palagi  in  (piesto  cer- 
còvito,  sì  che  in  questo  muro  attorno  attorno  sono  otto  pa- 
lagi, e  tutti  sono  pieni  d'arnesi,  e  in  ciascuno  ha  pur  d'una 

Lo  palagio:  il  palagio  imperiale  consiste  di  vari  padiglioni  {t'ing) 
sostenuti  da  colonne  di  7  piedi  di  circonferenza.  Le  camere,  alte 
e  spaziose  (oltre  30  metri  quadrati)  poggiano  su  di  un  «  ispazzo  » 
o  pavimento,  rialzato  10  palmi  dal  suolo,  e  non  hanno  palco  o 
tramezzo.  La  loro  pesante  copritura,  o  tetto  di  tegole  verniciate 
giallo  e  biodo  (viola,  blu)  si  vede  splendere  nell'azzurro  puris- 
simo del  cielo  di  Pekino  dall'alto  delle  sue  mura. 

cercòvito  :  circuito. 


92  IL    MILIONE 

cosa.  E  in  questo  muro,  verso  la  faccia  del  mezzodì,  hae 
cinque  porte,  e  nel  mezzo  è  una  grandissima  porta,  che  non 
si  apre  mai  né  chiude  se  non  quando  il  Gran  Cane  vi  passa, 
cioè  entra  e  esce.  E  dal  lato  a  questa  porta  ne  sono  due  pic- 
cole, da  ogni  lato  una,  onde  entra  tutta  l'altra  gente.  Dal- 
l'altro lato  n'hae  un'altra  grande,  per  la  quale  entra  comu- 
nemente tutta  l'altra  gente,  cioè  ogni  uomo.  E  dentro  a  questo 
muro  hae  un  altro  muro,  e  attorno  attorno  hae  otto  palagi 
come  nel  p  rimaio,  e  così  sono  fatti;  ancora  vi  stae  gli  arnesi 
del  Gran  Cane.  Nella  faccia  verso  mezzodie  hae  5  porte,  nel- 
l'altra pure  una,  e  in  mezzo  di  questo  muro  èe  il  palagio  del 
Gran  Cane,  elfo  fatto  com' io  vi  conterò.  Egli  è  il  maggiore 
che  mai  fu  veduto,  egli  non  v'ha  palco;  ma  lo  ispazzo  èe 
alto  più  che  l'altra  terra  bene  10  palmi;  la  copritura  è  molto 
altissima.  Le  mura  delle  sale  e  delle  camere  sono  tutte  co- 
perte d'oro  e  d'ariento,  havvi  iscolpite  belle  istorie  di  donne, 
di  cavalieri,  e  d'uccelli  e  di  bestie  e  di  molte  altre  belle  cose; 
e  la  copritura  èe  altresì  fatta  che  non  vi  si  può  vedere  altro 
che  oro  e  ariento.  La  sala  è  sì  lunga  e  sì  larga,  che  bene  vi 
mangiano  6000  persone,  e  havvi  tante  camere,  eh' è  una  ma- 
raviglia a  credere.  La  copritura  di  sopra,  cioè  di  fuori,  è 
vermiglia  e  bioda  e  verde,  e  di  tutti  altri  colori,  ed  è  sì  bene 
invernicata,  che  luce  come  oro  o  cristallo,  sì  che  molto  dalla 
lunge  si  vede  lucere  lo  palagio.  La  copritura  è  molto  ferma. 
Tra  l'uno  muro  e  l'altro  dentro  a  quello  eh'  io  v'  ho  contato 
di  sopra  havvi  begli  prati  e  albori,  e  havvi  molte  maniere  di 
bestie  salvatiche,  cioè,  cervi  bianchi,  cavriuoli,  e  dani,  le 
bestie  che  fanno  il  moscado,  vaj  e  ermellini,  e  altre  belle  bestie. 
LS,  terra  dentro  questo  giardino  è  tutta  piena  dentro  di  queste 
bestie,  salvo  la  via  donde  gli  uomeni  entrano  ;  e  dalla  parte 
verso  il  maestro  hae  uno  lago  molto  grande,  ove  hae  molte 

dani  :  daini. 
maestro:  nord-ovest. 


/ 


UT    M.    MARCO    POLO  93 

generazioni  di  pesci.  E  sì  vi  dico  che  un  gran  fiume  v'entra 
ed  esce,  ed  èe  sì  ordinato,  che  ninno  pesce  ne  pnote  uscire 
(e  liavvi  fatto  mettere  molte  ingenerazioni  di  pesci  in  questo 
lago),  e  questo  è  con  rete  di  ferro.  Anche  vi  dico,  che  verso 
tramontana,  da  lungi  del  palagio  una  arcala,  ha  fatto  fare  un 
monte,  eh' è  alto  bene  100  passi,  e  gira  bene  un  miglio,  lo 
quale  monte  è  pieno  d'albori  tutto  quanto,  che  di  niuno  tempo 
perdono  foglie,  ma  sempre  son  verdi.  E  sappiate,  che  quando 
è  detto  al  Gran  (lane  d'uno  bollo  albore,  egli  lo  fa  pigliare 
con  tutte  le  barbe  e  con  molta  terra  e  fallo  piantare  in  quel 
monte,  e  sia  grande  quanto  vuole,  ch'egli  lo  fa  portare  a'  leon- 
fanti.  E  sì  vi  dico,  ch'egli  ha  fatto  coprire  tutto  il  monte  della 
terra  dello  azzurro  eh' è  tutta  verde,  si  che  nel  monte  non 
ha  cosa  se  non  tutla  verde,  perciò  si  chiama  lo  monte  verde. 
E  in  sul  colmo  del  monte  è  un  palagio  e  molto  grande,  sì 
che  a  guatarlo  è  una  grande  maraviglia,  e  non  è  uomo  che  '1 
guardi,  che  non  ne  prenda  allegrezza;  e  per  avere  quella  bella 
vista  l'ha  fatto  fare  il  Gran  Signore  per  suo  conforto  e  sol- 
lazzo. Ancora  vi  dico,  che  appresso  di  questo  palagio  n'hae 
un  altro  né  più  né  meno  fatto,  ove  istà  lo  nipote  del  Gran 
(lane,  che  dee  regnare  dopo  lui,  e  questi  è  Temur  figliuolo 
di  Cinghis,  ch'era  lo  maggiore  figliuolo  del  Gran  (lane;  e 
(|uesto  Temur  che  dee  regnare  tiene  tutta  la  maniera  del  suo 
avolo,  e  ha  già  bolla  d'oro  e  sugiello  d'  imperio,  ma  non  fa 
l'ufieio  finché  Tavolo  è  vivo. 


un  gran  fiume  :  il  fiume  che  traversa  la  cinta  imperiale  è  il  Yuho, 
••he  si  gitta  nel  Peiho.  La  montagna  verde  (Chings  han)  e  il 
lago,  ritrovo  di  pattinatori  nell'inverno,  formano  una  delle  at- 
trattive della  residenza  imperiale. 

una  arcata  :  un  trar  d'arco. 


94 


IL   MILIONE 


LXXII. 

Della  città  grande  di  Cambiati 

Dacché  v'ho  contati  de'  palagi,  sì  vi  conterò  della  grande 
città  di  Cambiali,  ove  sono  questi  palagi,  e  perchè  fu  fatta, 
e  com'egli  è  vero,  che  appresso  a  questa  città  n'avea  un'altra 
grande  e  bella,  e  avea  nome  Camblau,  che  vale  a  dire,  in  no- 
stra lingua  la  città  del  Signore  ;  e  il  Gran  Cane  trovando  per 
astrolomia,  che  questa  città  si  dovea  Ribellare,  e  dare  gran 
briga  allo  imperio,  e  però  il  Gran  Cane  fece  fare  questa  città 
presso  a  quella,  che  non  v'  è  in  mezzo  se  non  un  fiume,  e 


Camblau  :  Cambaluc  (Kaan-baligh,  la  città  del  Khan,  Fattuale 
Pekino),  fu  edificata  e  murata  da  Kublai  tra  il  1264  e  il  74,  a 
nord  dell'  antica  Yenching,  i  cui  principali  abitanti  vi  furono 
trasportati  come  ostaggi.  Dal  racconto  di  Marco  parrebbe  che 
anche  la  città  distrutta  fosse  chiamata  Camblau;  il  testo  fran- 
cese dice  che  Kublai  diede  alla  capitale  il  nome  di  Taidù  (resi- 
denza della  Corte). 

La  divisione  in  città  tartara  e  cinese  data  dai  Manciù  ;  la 
prima  è  riservata  alla  Corte  ed  ai  Tartari  ;  la  seconda  co1  suoi 
sobborghi  è  abitata  da  Cinesi  e  da  mercanti,  possiede  alberghi 
e  luoghi  di  ritrovo  per  i  forastieri.  Le  vie  principali,  larghe  e 
dritte,  tracciate  secondo  i  punti  cardinali  e  munite  di  fogne, 
sono  oggi  una  pestilente  rovina  di  fossi,  di  fango  e  di  polvere. 
Le  rughe  (confr.  il  ir.  rue)  o  vie  trasversali,  non  mostrano  che 
gli  usci  delle  case  e  la  rara  punta  di  un  tetto,  e  sono  chiuse  da 
pancelli.  Le  porte  della  città  vengono  chiuse  la  notte  al  sonar 
del  coprifuoco.  La  cinta  imperiale  è  vigilata  da  soldati.  Non  c'è 
l'abitudine  della  vita  all'aria  aperta,  l'uso  della  passeggiata  nel 
corso  o  sui  viali,  e  le  conseguenti  spese  di  spazzatura,  illumi- 
nazione e  guardie  di  città.  I  corvi  fanno*  il  loro  nido  sugli  al- 
beri attorno  alle  case;  e  stormi  di  colombi  svolazzano  per  l'aria, 


DI   M.    MABCO    POLO  95 

fece  cavare  la  gente  di  quella  città,  e  mettere  in  quell'altra, 
la  quale  è  chiamata  Cambiati.  Questa  città  è  grande  in  giro 
da  24  miglia,  cioè  sei  miglia  per  ogni  canto,  ed  è  tutta  qua- 
dra, che  non  è  più  dall'  uno  lato  che  dall'altro  ;  questa  città  è 
murata  di  terra,  e  sono  grosse  le  mura  10  passi,  e  alte  20,  ina 
non  sono  così  grosse  di  sopra  come  di  sotto  ;  anzi  vegnono  di 
sopra  assottigliando  tanto,  che  vengono  grosse  di  sopra  tre 
passi,  e  sono  tutte  merlate  e  bianche;  e  quivi  ha  L2  porte,  e 
in  su  ciascuna  porta  hae  un  gran  palagio,  sì  che  in  ciascuno 
quadro  hae  tre  porte  e  cinque  palagi.  Ancora  in  ciascuno  qua- 
dro di  questo  muro  hae  un  grande  palagio,  ove  istanno  gli 
uomeni  che  guardano  la  terra.  E  sappiate  che  le  rughe  della 
città  sono  sì  ritte,  che  1'  ima  porta  vede  1'  altra  :  e  di  tutte 


con  un  fischietto  automatico  attaccatogli  alla  coda  dai  loro  pa- 
droni per  difenderli  dagli  uccelli  rapaci.  Alle  donne  è  proibito 
andare  nei  templi  buddistici.  Il  teatro  —  un'arena  di  tavole  — 
è  invece  affollatissimo  ed  aperto  in  permanenza.  La  vita  pri- 
vata, spesso  di  quattro  generazioni  della  stessa  famiglia,  si 
svolge  raccolta  sotto  il  medesimo  tetto  o  nell'  atrio  della  casa, 
come  in  un  patio  spagnuolo  o  in  un  impluvio  pompeiano.  I 
negozi,  senza  vetrine,  affollati  di  uomini  e  rischiarati  da  un  lu- 
cernario, non  hanno  alcuna  attrattiva  per  le  signore.  Il  tempio 
di  Confucio  (Kuo  Txù  chien),  la  Lamaseria  mongola  (Yung  ho 
kung),  il  Mercato  del  Lung  fu  sstì,  e  le  dodici  porte  della  città 
si  possono  a  stento  chiamare  i  soli  monumenti  notevoli  della 
gran  capitale.  L'architettura  cinese  non  è  riuscita  a  costruire, 
oltre  mura,  canali,  scarpate  e  ponti,  ne  un  palazzo,  ne  un  tem- 
pio, né  un  teatro,  nò  una  scuola.  L'unica  sua  produzione,  il 
padiglione  dal  tetto  pesante,  sopracarico  di  dragoni  e  d'  uccelli 
di  maiolica,  cogli  angoli  rivolti  in  alto,  che  ricorda  la  sua  ori- 
gine, la  tenda,  è  rimasta  inalterata  fino  ad  oggi.  Le  ville  im- 
periali fuori  di  Pekino  —  Wan  shou  shan  e  Yuan  ming  yuan 
—  sono  costruzioni  relativamente  moderne  del  XVII  secolo,  di- 
rette ed  abbellite  da  missionari  italiani. 


96  IL    MILIONE 

quante  incontra  così.  Nella  terra  ha  molti  palagi,  e  nel  mezzo 
n'hae  uno,  ov'  è  suso  una  campana  molto  grande,  t^he  suona 
la  sera  tre  volte,  che  niuno  non  puote  poi  andare  per  la  terra 
sanza  grande  bisogno,  o  di  femmina  che  partorisse,  o  per  al- 
cuno infermo.  Sappiate  che  ciascuna  porta  guarda  1000  uo- 
meni,  e  non  crediate  che  vi  si  guardi  per  paura  d' altra  gente, 
ma  fassi  per  riverenza  del  Signore,  che  là  entro  dimora,  e 
perchè  gli  ladroni  non  facciano  male  per  la  terra.  Ora  v'ho 
contato  di  sopra  della  città  :  or  vi  voglio  contare  com'  egli 
tiene  corte  e  ragione,  e  di  suoi  gran  fatti  ;  cioè  del  Signore. 
Or  sappiate  che  '1  Gran  Cane  si  fa  guardare  da  12,000 
uomeni  a  cavallo,  e  chiamansi  questi  «tan  ».  cioè  a  dire  cava- 
lieri fedeli  del  Signore,  e  questo  non  fae  per  paura;  e  tra 
questi  12  000  cavalieri,  hae  quattro  capitani,  sì  che  ciascuno 
n'  hae  3000  sotto  di  sé,  de'  quali  ne  stanno  sempre  nel  pa- 
lagio 1'  una  capitaneria  che  sono  3000,  e  guardano  tre  dì  e 
tre  notti,  e  mangianvi  e  dormonvi.  Di  capo  degli  tre  dì  que- 
sti se  ne  vanno,  e  gli  altri  vi  vengono,  e  così  fanno  tutto 
l'anno.  E  quando  il  Gran  Cane. vuole  fare  una  grande  corte, 
le  tavole  istanno  in  questo  modo.  La  tavola  del  Gran  Cane 
è  alta  più  che  V  altre,  e  siede  verso  tramontana,  e  volge  il 
volto  verso  mezzodie.  La  sua  prima  moglie  siede  lungo  lui 
dal  lato  manco  ;  e  dal  lato  ritto,  più  basso  un  poco,  seggono 
gli  figliuoli  e  gli  nipoti,  e  suoi  parenti  che  sieno  dello  impe- 
riale lignaggio,  sì  che  il  loro  capo  viene  agli  piedi  del  Si- 
gnore. Poscia  seggono  gli  altri  baroni  più  a  basso,  e  così  va 
delle  femmine,  che  le  figliuole  del  Gran  Cane*  signore  e  le 
nipote  e  le  parenti  seggono  più  basso  dalla  sinistra  parte,  e 
ancora  più  basso  di  loro  le  moglie  di  tutti  gli  altri  baroni  ; 
e  ciascuno  sae  il  suo  luogo  ov'  egli  dee  sedere  per  1'  ordina- 
mento del  Gran  Cane.  Le  tavole  sono  poste  per  cotal  modo, 
che  '1  Gran  Cane  puote  vedere  ogni  uomo,  e  questi  sono 
grandissima  quantitade.  E  di  fuori  di  questa  sala  ne  mangia 


•v 


■Il 

V 


V, 


DI    M.     MARCO    PÒLO  97 

più  di  40  000,  perchè  vi  vengono  molti  uonaeni  con  molti  pre- 
senti, gli  quali  vi  vengono  di  strane  contrade  con  istrani  pre- 
senti. E  di  tali  ve  n'  hae  eh'  hanno  signoria,  e  questa  cotal 
gente  viene  in  questo  cotal  die,  che  1  Signore  fae  nozze  e 
tiene  corte  e  tavola.  E  un  grandissimo  vaso  d'oro  fine,  che 
tiene  come  una  gran  botte,  pieno  di  buon  vino,  ista  nella 
sala,  e  da  ogni  lato  di  questo  vaso  ne  sono  due  piccoli  ;  di 
(jnel  grande  si  cava  di  quel  vino,  e  degli  due  piccoli,  beve- 
raggi. Havvi  vaselli  vernicati  d'  oro,  che  tiene  1'  uno  tanto 
vino  che  ne  avrebbono  assai  più  d'otto  uomeni,  e  hanne  per 
le  tavole  tra  due  uno.  E  anche  ha  ciascuno  una  coppa  d'oro 
con  manico,  con  che  beono  ;  e  tutto  questo  fornimento  è  di 
gran  valuta.  E  sappiate  che  '1  Gran  Signore  hae  tanti  vasel- 
lamenti  d'oro  e  d'ariento,  che  non  potresti  credere  se  noi 
vedessi.  E  sappiate  che  quegli  che  fanno  la  credenza  al  Gran 
Cane  signore,  sono  grandi  baroni,  e  tengono  fasciata  la  bocca 
e  il  naso  con  begli  drappi  di  seta  acciò  lo  loro  fiato  non  an- 
dasse nelle  vivande  del  Signore.  E  quando  il  Gran  Cane  dee 
bere,  tutti  gli  stormenti  suonano,  che  ve  n'  ha  grande  quan- 
tità; e  questo  fanno  quando  hae  in  mano  Ja  coppa,  e  allotta 
noni  uomo  s'inginocchia,  e  baroni  e  tutta  gente,  e  fanno  se- 
gno di  grande  umilitade  ;  e  così  si  fa  tuttavia  che  dee  bere. 
Di  vivande  non  vi  dico,  perciò  che  ogni  uomo  dee  credere 
<*lf  egli  n'  hae  grande  abondanza  ;  nò  non  v'  ha  niuno  barone 
aè  cavaliere,  che  non  vi  meni  sua  moglie  perchè  mangi  col- 
I  altre  donne.  Quando  il  Gran  Signore  ha  mangiato,  e  le  ta- 
vole sono  levate,  molti  giucolari  vi  fanno  gran  sollazzo  di 
tragittare  e  d' altre  cose  ;  poscia  se  ne  va  o^ni  uomo  al  suo 
albergo. 

giucolari:  giullari,  giocolieri,  prestidigitatori   entrano  in  scena  an- 
cor oggi  alla  fine  dei  pranzi  cinesi. 


I.    —    11    Milton, 


98  IL   MILIONE 


LXXIII. 


Della  festa  della  natività  del  Gran  Cane. 

Sappiate  che  tutti  gli  Tarteri  fanno  festa  di  loro  nativi- 
tade.  Il  Gran  Cane  nacque  a  dì  28  di  settembre  in  lunedì  ; 
e  ogni  uomo  in  quel  dì  fae  la  maggiore  festa  che  egli  faccia 
per  neuna  altra  cosa,  salvo  quella  ch'egli  fa  per  lo  capo  del- 
l'anno,  com'io  v'ho  contato.  Ora  lo  Gran  Cane  lo  giorno 
della  sua  nativitade  si  veste  di  drappi  d'oro  battuto,  e  con 
lui  si  vestono  12  000  baroni  e  cavalieri,  e  tutti  d'un  colore 
e  d'  una  foggia,  ma  non  sono  sì  cari;  e  hanno  gran  cinture 
d'  oro,  e  questo  dona  loro  il  Gran  Cane.  E  sì  vi  dico  che  v'  ha 
tale  di  queste  vestimenta,  che  vagliono  le  pietre  preziose  e 
le  perle,  che  sono  sopra  queste  vestimenta,  più  di  10000  bi- 
santi  d'  oro  :  e  di  questi  v'  ha  molti  ;  e  sappiate  che  il  Gran 
Cane  dona  13  volte  l'anno  ricche  vestimenta  a  quei  12  000  ba- 
roni e  vestegli  tutti  d'un  colore  con  lui;  e  queste  cose  non 
potrebbe  ben  fare  niuno  altro  signore  ch'egli,  né  mante- 
nerlo. 

LXXIV. 

Qui  divisa  della  festa. 

Sappiate  che  '1  dì  della  sua  nativitade  tutti  gli  Tarteri  del 
mondo,  e  tutte  le  provincie  che  tengono  le  terre  da  lui,  lo 
dì  fanno  gran  festa,  e  tutti  il  presentano  secondo  che  si  con- 
viene e  a  chi  '1  presenta  e  com'  è  ordinato;  ancora  lo  pre- 
senta chi  da  lui  vuole  alcuna  signoria,  e  il  Gran  Signore  hae 
12  baroni  che  donano  queste  signorie  a  questi  cotali  secondo 

12  baroni  :  j  presidenti  dei  Ministeri,  che    formavano    il    Consiglio 
di  Stato  (v.  pag.  112). 


DÌ  m.   marco  polo  99 

che  si  conviene.  E  questo  dì  ogni  generazione  di  genti  fanno 
prieghi  agli  loro  Iddìi,  che  gli  salvino  lo  loro  signore,  e  che 
gli  doni  lunga  vita  e  gioia  e  santa  :  e  così  fanno  quel  dì  gran 
lesta.  Or  lasciamo  questa  maniera,  e  dirovvi  di  un'altra  festa 
ch'egli  fanno  a  capo  dell'anno,  la  quale  si  chiama  la  bianca 
lesta. 

LXXV. 
Della  bianca  festa. 

Egli  è  vero  che  fanno  lor  festa  in  capo  d'  anno  del  mese 
di  febbraio.  E  lo  Gran  Cane  e  sua  gente  ne  fanno  cotale  fe- 
sta :  egli  è  usanza  che  lo  Gran  Cane  e  sua  gente  si  vestono 
di  vestimenta  bianche,  e  maschi  e  femmine,  purché  le  possa 
lare,  e  questo  fanno  però  che  i  vestiri  bianchi  somigliano  a 
loro  buoni  e  avventurosi  :  e  però  il  fanno  di  capo  dell'anno, 
perchè  a  loro  prenda  tutto  l'anno  flene  e  allegrezza.  E  questo 
die,  chi  tiene  terra  da  lui,  sì  '1  presenta  grandi  presenti,  se- 
condo eh'  egli  possono,  d'oro  o  d'ariento  e  di  perle  e  d'altre 
cose;  ed  èe  ordinato  ogni  presente,  quasi  i  più,  cose  bianche. 
E  questo  fanno  perchè  in  tutto  Y  anno  abbiano  tesoro  assai 

santa:  sanità. 

La  bianca  festa:  è  quella  del  Capo  d'anno,  che  in  Cina  ha  luogo 
alla  prima  luna  di  Febbraio,  quando  comincia  il  nuovo  anno 
lunare,  e  dura  un  mese.  Oggi  quest1  è  la  festa  cinese  per  ec- 
cellenza. Si  chiude  bottega  per  far  un  fracasso  indemoniato 
con  tam-tam  e  petardi,  si  chiudon  gli  uffici  per  scambiarsi  au- 
guri, visite,  strenne.  Il  colore  di  festa  oggi  è  il  rosso.  Il  sug- 
gello ufficiale,  la  carta  da  lettere,  i  biglietti  da  visita  sono  rossi. 
Il  violaceo  e  il  bianco  sono  invece  colori  di  lutto.  La  cintura 
gialla  e  la  giacca  di  seta  gialla  sono  le  più  alte  decorazioni 
i  inesi.  La  cronologia  cinese,  calcolata  sull'anno  lunare,  comincia 
il  2637  a.  C.  Essa  è  notata  non  coi  numeri,  ma  con  un  sistema 


100  IL    MILIONE 

e  allegrezza.  E  anche  in  questo  die  sono  presentati  al  Gran 
Cane  più  di  10000  cavalli  bianchi  belli  e  ricchi  ;  e  ancora 
più  di  5000  leonfanti  tutti  coperti  di  panno  ad  oro  e  a  seta, 
e  ciascuno  hae  addosso  uno  iscrigno  pieno  di  vasellamenta 
d'oro  e  d'ariento,  o  d'altre  cose  che  bisognano  a  quella  fe- 
sta, e  tutti  passano  dinanzi  dal  Signore;  e  questa  è  la  più 
bella  cosa  che  giammai  sia  veduta.  (Lo  scrigno  vuol  dire  in 
nostra  lingua  un  forzieretto) .  E  ancora  vi  dico  che  la  mattina 
di  questa  festa,  prima  che  le  tavole  sieno  messe,  tutti  gli  re, 
duchi  e  marchesi  e  conti  e  baroni  e  cavalieri,  astrolomi  e 
falconieri,  e  molti  altri  officiali,  rettori  di  terre,  di  genti  e 
d'  osti,  vegnono  dinanzi  alla  sala  del  Gran  Cane,  e  quelli  che 
quivi  non  capiono,  dimorano  di  fuori  del  palagio  in  luogo  che 
lo  signore  gli  vede  ben  tutti  ;  e  sono  così  ordinati.  Prima 
sono  i  figliuoli  e  nipoti  e  quelli  dello  imperiale  lignaggio, 
appresso  lo  re,  e  appresso  gli  duchi,  poscia  gli  altri  per  or- 
dine, com'  è  convenevole.  Quando  sono  tutti  assettati  cia- 
scuno nel  suo  luogo  allotta  si  leva  un  grande  parlato,  e  dice 

di  12  caratteri  detti  ti  chi  (rami  terrestri),  accoppiati  con  altri 
IO  caratteri  detti  tien  kart  (tronchi  celesti),  in  modo  che  for- 
mano 60  coppie,  sufficienti  a  indicare  i  60  anni  del  ciclo,  o  se- 
colo cinese.  Questo  sistema  d'origine  caldàica  serve  per  notare 
Panno,  il  mese,  il  giorno  e  l'ora,  di  ciascun  uomo,  «  e  ognuno 
sa  queste  cose  (cioè  questi  8  caratteri)  di  se  stesso  ».  Il  padre 
tiene  lo  stato  civile  di  casa.  Le  dato  dei  documenti  ufficiali  sono 
notate  non  col  millennio,  ma  col  nienhao,  ossia  con  due  carat- 
teri indicanti  il  nome  che  1'  Imperatore  ha  assunto  salendo  al 
trono,  e  l'anno  del  suo  regno;  in  modo  che  i  forestieri  hanno 
bisogno  di  un  calendario  coordinato,  solare  e  lunare,  per  cercare 
la  data  corrispondente. 
un  grande  parlato  :  il  grande  cerimoniere  che  ordina  l'omaggio 
della  prosternazione  (Ko  t'ou)  il  quale  si  compie  battendo  il  suolo 
colla  fronte  tre  o  nove  volte.  Da  questa  cerimonia  sono  oggi 
esenti  i  ministri  esteri  e  il  loro  seguito. 


I 


HI    M.    MARI  0    POLO  I  <>1 

,kI  alta  boce  :  inchinate  ed  adorale  :  e  così  tosto  coni'  egli  ha 
detto,  questi  hanno  tutti  la  fronte  in  terra,  e  dicono  loro  ora- 
zioni verso  lo  signore,  allotta  l'adorano  come  iddio,  e  questo  . 
fanno  quattro  volte.  Poscia  si  vanno  ad  un  altare.  o\  '  ha  suso 
una  tavola  vermiglia,  nella  quale  è  iscritto  il  nome  del  Gran 
Cane,  »i  ancora  v'ha  un  hello  incensiere,  e  inciensano  ([nella 
tavola  e  l'altare  a  gran  riverenza  :  poscia  si  tornano  al  Ioni 
luogo.  Quand'  hanno  così  fatto,  allotta  si  fanno  gli  presenti 
eli'  io  v'  ho  contato,  che  sono  di  gran  valuta.  Quando  questo  è 
l'alto,  sì  che  il  (Iran  (lane  1'  ha  vedute  tutte  queste  cose,  met- 
lonsi  le  tavole,  e  pongonsi  a  mangiare  così  ordinatamente 
coni*  io  \  '  ho  contato  di  sopra.  Or  v'  ho  contato  della  bianca 
lesta  del  capo  dell'  anno  ;  or  vi  conterò  d'  una  nobilissima 
cosa  eh'  ha  fatto  lo  Gran  Cane  :  egli  hae  ordinate  certe  ve- 
stimenta  a  certi  baroni  che  veglione  a  questa  festa. 


LXXVI. 

Dei  12  baroni  che  vengono  alla  festa, 
come  sono  vestiti  dal  Gran  Cane. 

Or  sappiate  veramente  che  'I  Gran  (lane  hae  1*2  baroni 
che  sono  chiamati  «quita».  cioè  a  dire  li  prossimani  figliuoli 
del  signore.  Egli  dona  a  ciascuno  13  robe,  e  ciascuna  divi- 
sata I'  una  dall'altra  di  colori:  e  sono  adornate  di  pietre  e 
di  perle  e  d'altre  ricche  cose,  che  sono  di  gran  valuta.  An- 
cora dona  a  ciascuno  uu  ricco  iscaggiale  d'oro  molto  bello, 
e  dona  a  ciascuno  calzamento  di  carnuto  lavorato  con  fila 
d'oriento  sottilmente1,  che  sono  molto  begli  e  ricchi.  Egli  sono 

iscaggiale:  cintura  (taì  tvu). 

calzamento  di  carnuto:  calzamelo  con  gambuto  (gambale)  di  ca- 
moscio ricamato  in  argento,  per  ripararsi  dalla  mota. 


102  IL   MILIONE 

sie  adornati,  che  ciascuno  pare  un  re.  E  ciascuna  di  queste 
feste  è  ordinata  qual  vestimenta  si  debbia  mettere;  e  così 
lo  gran  Signore  hae  13  robe  simile  a  quelle  di  quei  baroni, 
cioè  di  colore  ;  ma  elle  sono  più  nobile  e  di  più  valuta.  Or 
v'  ho  contato  delle  vestimenta  che  dona  lo  signore  agii  suoi 
baroni,  che  sono  di  tanta  valuta  che  non  si  potrebbe  contare. 
E  tutto  cioè  fae  il  Gran  Cane  per  fare  la  festa  sua  più  or- 
revole e  più  bella.  Ancora  vi  dico  una  grande  maraviglia, 
che  un  gran  leone  è  menato  dinanzi  al  Gran  Signore,  e  quan- 
d'  egli  vede  il  Gran  Signore,  egli  si  pone  a  giacere  dinanzi 
da  lui,  e  fagli  segno  di  grande  umiltade,  e  fa  sembianza 
ch'egli  lo  conosca  per  signore,  ed  è  sanza  catena  e  sanza 
legatura  alcuna  ;  e  questo  è  bene  grande  maraviglia.  Or  la- 
sciamo istare  queste  cose,  e  conterò vvi  della  grande  caccia 
eh'  egli  fa  fare,  cioè  il  Gran  Cane,  come  voi  udirete. 

LXXVIL 

Della  grande  caccia  che  fa  il  Gran  Cane. 

Sappiate  di  vero  sanza  mentire,  che  1  Gran  Signore  dimorfi 
nella  città  del  Gatai  tre  mesi  dell'anno,  cioè  dicembre,  gen- 
naio e  febbraio.  Egli  ha  ordinato  che  40  giornate  d'intorno  a 
lui,  che  tutte  gente  debbiano  cacciare  e  uccellare.  E  hae  or- 
dinato che  tutti  signori  di  genti,  di  terre,  che  tutte  le  gran 
bestie  selvatiche,  cioè  cinghiari,  cervi  e  cavriuoli  e  dani  ed 
altre  bestie,  gli  sieno  recate,  cioè  la  maggiore  partita  Hi 
quelle  gran  bestie  :  e  in  questa  maniera  cacciano  tutte  le 
genti  eh'  io  v'  ho  contate.  E  quegli  delle  30  giornate  gli  man- 
dano le  bestie,  e  sono  in  grande  quantità  e  cavano  loro  tutto 
lo  interame  dentro  ;  quegli  delle  40  giornate  non  mandano 
le  carne,  ma  mandano  le  cuoia,  però  che  il  signore  ne  fa 
tutto  fornimento  da  arme  e  da  osti.  Or  v'  ho  divisato  della 
caccia,  ora  vi  diviserò  delle  bestie  fiere  che  tiene  lo  Gran  Cane. 


IM    M.    MAKf"    POLO  10M 


LXXVIII. 

De'  leoni  e  dell'  altre  bestie  da  cacciare. 

Ancora  sappiate  che  '1  Gran  Sire  ha  bene  leopardi  assai. 
e  che  tutti  sono  buoni  da  cacciare  e  da  prendere  bestie;  egli 
hae  ancora  grande  quantità  di  leoni,  che  tutti  sono  ammae- 
strati a  prendere  bestie  e  molto  sono  buoni  a  cacciare;  egli 
lui  piue  leoni  grandissimi,  e  maggiori  assai  che  quegli  di 
Bambellonia  :  egli  sono  di  molto  bel  pelo  e  di  bel  colore,  che 
egli  sono  tutti  vergati  per  lo  lungo,  neri,  vermigli  e  bianchi. 
e  sono  ammaestrati  a  prendere  porci  salvatichi,  e  buoi  sal- 
vatichi. cervi,  cavriuoli,  orsi  e  asini  salvatichi,  e  altre  bestie. 
E  sì  vi  dico  eh'  egli  è  molto  bella  cosa  a  vedere  le  bestie 
salvatiche  quando  il  lione  le  prende,  che  quando  vanno  alla 
caccia  egli  gli  portano  in  sulle  carrette  in  una  gabbia,  e  ha 
seco  un  piccolo  cane.  Egli  hae  ancora  il  signore  grande 
abondanza  d' aguglie,  colle  quali  si  pigliano  volpi  e  lievrr  e 
dani  e  cavriuoli  e  lupi  ;  ma  quelle  che  sono  amaestrate  a 
lupi,  sono  molte  grandi  e  di  grande  podere,  che  egli  non  è 
sì  grande  lupo  che  iscampi  dinanzi  da  quelle  aguglie,  che 
non  sia  preso.  Oravi  conterò  della  grande  abondanza  de'buoni 
cani  che  hae  lo  Gran  Sire. 

Egli  è  vero  che  'I  Gran  Cane  hae  due  baroni,  gli  quali  sono 

fratelli  carnali,  che  l'uno  ha  nome  Baian,  e  l'altro  Manga: 

li  sono  chiamati  «tinuci»,  cioè  a  dire,  quegli  che  tengono 

i  leoni:   vergati  per  lo  lungo,  addestrati  alla  caccia,  sono  leopardi  o 

lonze  (leonze)  felis  jubaba,  detti  neir  Indostan  cheetar,  e  colà 

usati  per  la  caccia  delle  antilopi. 
aguglie:  aquile. 
tinuci:  nome  della  carica  che  corrisponderebbe  a  Grandi  Cacciatori 

del  re.  Baian  diventò  generale  e   si  coprì  di  gloria  nella  presa 

di  Hangchow  (vedi  cap.  CXX), 


J04  IL    MILIONE 

gii  cani  mastini.  Ciascuno  di  questi  frategli  liae  10  000  uo- 
meni  sotto  sé,  e  tutti  gli  10  000  sono  vestiti  d'un  colore,  e 
gli  altri  sono  vestiti  d'un  altro  colore,  cioè  vermiglio  e  biodo. 
E  tutte  le  volte  eh'  egli  vanno  col  Gran  Sire  a  cacciare  si 
portano  quelle  vestimenta  eh'  io  v'  ho  contate  ;  e  di  questi 
10  000  n'  hae  bene  2000,  che  ciascuno  hae  un  gran  mastino 
con  seco,  o  due  o  più,  sì  eh'  e'  sono  una  grande  moltitudine. 
E  quando  il  Gran  Sire  va  alla  caccia  mena  seco  l'uno  di  que- 
sti due  fratelli  con  10  000  uomeni,  e  con  ben  5000  cani  dal- 
l'una  parte;  e  l'altro  fratello  si  è  dall'altra  coli' altra  sua 
gente  e  cani;  e  vanno  sì  di  lungi  l'uno  dall'altro,  che  ten- 
gono bene  una  giornata  o  più.  Egli  non  truovano  niuna  be- 
stia salvatica,  che  non  sia  presa.  Egli  è  troppo  bella  cosa  a 
vedere  questa  caccia,  e  la  maniera  di  questi  cani  e  di  questi 
cacciatori,  che  io  vi  dico,  che  quando  il  Gran  Signore  va 
co'  suoi  baroni  uccellando,  vedesi  venire  attorno  di  questi 
cani  cacciando  orsi,  porci  e  cavriuoli  e  cerbi  e  altre  bestie,  e 
d'  una  parte  e  dall'  altra  ;  sì  che  è  bella  cosa  a  vedere.  Ora 
v'  ho  contato  della  caccia  di  cani,  or  vi  conterò  come  il  Gran 
Cane  va  gli  altri  tre  mesi. 

LXXIX. 
Come  il  Gran  Cane  va  in  caccia. 

Quando  il  Gran  Sire  ha  dimorato  tre  mesi  nella  èittà  eh'  io 
v*  ho  contato  di  sopra,  cioè  dicembre  e  gennaio  e  febbraio, 
sì  si  parte  di  quindi  del  mese  di  marzo,  e  vae  in  verso  il 
mezzodie  infino  al  mare  oceano,  che  v'ha  due  giornate,  e  mena 
con  seco  ben  10  000  falconieri,  e  porta  bene  500  girfalchi  e 
falconi  pellegrini  e  falconi  sagri  in  grande  abondanza  ;  ancora 

sagri:  falconi  persiani  detti  asker  o  shahr.  L'astore  che  serviva  a 
uccellare  in  riviera  è  il  cormoran  (corbus  marimis),  di  cui  si 
fa  uso  anche  oggi. 


DI    Bf.    MARCO    POLO  IO 

porta  grande  quantità  d'astori  per  uccellare  in  riviera;  e  non 
crediate  che  lutti  gli  tenga  insieme,  ma  l'uno  istà  (pia  e  l'altro 

là.  a  100  a  '200,  e  a  più  e  a  meno,  e  questi  uccellano,  e  la 
maggior  parte  ch'egli  prendono  danno  al  signore.  E  sì  vi  dico 
ehe  (pianilo  il  Gran  Sire  va  uccellando  co'  suoi  falconi  e  cogli 
altri  uccelli  egli  liae  bene  10  000  uomeni  che  sono  ordinati 
a  due  a  due,  che  si  chiamano  «tostaer»  che  viene  a  dire  in 
nostra  lingua,  uomo  che  dimora  a  guardia;  e  questo  si  fa  a 
due  a  due,  acciò  che  tenghino  molta  terra  ;  e  ciascheduno 
hae  lunga  e  cappello  e  sturmento  da  chiamare  gli  uccelli,  e 
tenergli.  E  quando  il  Gran  Cane  fa  gittare  alcun  uccello. 
e'  non  bisogna  che  quegli  che  '1  getta  gli  vada  dietro,  perciò 
che  (piegli  uomeni  eh'  io  v'  ho  detto  di  sopra,  che  stanno  a 
due  a  due,  gli  guardano  bene,  che  non  puote  andare  in  niuna 
parte  che  non  sia  preso.  E  se  all'uccello  fa  bisogno  soccorso, 
egli  gliel  (lamio  incontanente.  E  tutti  gli  uccelli  del  Gran  Sire 
e  degli  altri  baroni  hanno  una  piccola  tavola  d'ariento  a/piedi. 
ov*  è  iscritto  il  nome  di  colui  di  cui  èe  l'uccello,  e  per  que- 
sto è  conosciuto  di  cui  egli  è  :  e  com'è  preso,  così  èrenduto 
a  cui  egli  è.  e  s'egli  non  sa  di  cui  ei  si  sia.  sì  '1  porta  ad 
uno  barone,  eh'  ha  nome  «  bulargugi  ».  cioè  a  dire  guardiano 
delle  cose  che  si  truovano.  E  quegli  che  il  piglia,  se  tosto 
noi  porta  a  quel  barone,  è  tenuto  ladrone  :  e  così  si  fa  de 'ca- 
vagli e  di  tutte  cose  che  si  truovano.  E  quel  barone  sì  lo  fa 
guardare  tanto  che  si  tniova  di  cui  egli  è.  e  ogni  uomo  il 
(piale  ha  perduto  veruna  cosa  incontanente  ricorre  a  questo 
barone;  e  questo  barone  istà  tuttavia  nel  più  alto  luogo  del- 

tostaer:  sono  gli  strozzieri  (cinese:  tossii  c/na  rhr)  che  tengono  i 
falconi  con  una  striscia  di  cuoio,  «  la  lunga  » .  Il  cappello  di 
«uoio  serve  a  coprire  il  falcone  perchè  non  veda  luce  e  non  si 
dibatta. 

bulargugi:  (cinese:  wu  lou  rhr  wu  ss/'<)  sopraintendente  delle  cose 
smarrite. 


106  IL   MILIONE 

l'oste  con  suo  gonfalone,  perchè  ogni  uomo  il  vegga  :  sì  che 
chi  ha  perduto  sì  se  ne  rammenta,  quando  il  vede  ;  e  così 
non  vi  si  perde  quasi  nulla.  E  quando  il  Gran  Sire  va  per 
questa  via  verso  il  mare  oceano,  eh'  io  v7  ho  contato,  e'puote 
vedere  molte  belle  viste  di  vedere  prendere  bestie  e  uccelli  ; 
e  non  è  sollazzo  al  mondo  che  questo  vaglia.  E  '1  Gran  Sire 
va  tuttavia  sopra  quattro  lionfanti,  ov'eglHiae  una  molto  bella 
camera  di  legno,  'la  quale  è  dentro  coperta  a  drappi  d'  oro 
battuto,  e  di  fuori  è  coperta  di  cuoia  di  leoni.  Lo  Gran  Sire 
tiene  tuttavia  quivi  entro  12  girfalchi  dei  migliori  eh'  egli  ab- 
bia ;  e  quivi  dimora  più  baioni  a  suo  sollazzo  e  a  sua  com- 
pagnia. E  quando  il  gran  Sire  va  in  questa  gabbia,  e  gli  cava- 
lieri che  cavalcano  presso  a  questa  camera,  dicono  al  signore  : 
Sire,  grue  passano  :  ed  egli  allora  fae  iscoprire  la  camera,  è 
prende  di  quegli  girfalchi  e  lasciagli  andare  a  quegli  grue  ;  e 
poche  gliene  campano  che  non  sieno  prese  ;  e  tuttavia  il  gran 
Sire  dimora  in  sul  letto,  e  ciò  gli  è  ben  gran  sollazzo  e  di- 
letto :  e  tutti  gli  altri  cavalieri  cavalcano  attorno  al  signore. 
E  sappiate  che  non  è  niuno  signore  al  mondo,  che  tanto  sol- 
lazzo in  questo  mondo  potesse  avere,  né  che  avesse  il  podere 
d'averlo,  né  fu,  né  mai  sarà,  per  quello  eh*  io  creda.  E  quando 
egli  è  tanto  andato,  ch'egli  è  venuto  ad  un  luogo  eh' è  chia- 
mato Tarcarmodu,  quivi  fa  tendere  suoi  padiglioni  e  tende  (e 
di  suoi  figliuoli  e  di  suoi  baroni  e  di  sue  amiche  che  sono 
più  di  10  000)  molto  belli  e  ricchi.  E  diviserovvi  com'è  fatto 
il  suo  padiglione.  La  sua  tenda  ov',  egli  tiene  la  sua  corte, 
ed  è  sì  grande  che  bene  vi  stanno  sotto  1000  cavalieri,  e 
questa  tenda  ha  la  porta  verso  mezzodie,  e  in  questa  sala 
dimorano  i  baroni  e  altra  gente.  Un'  altra  tenda  è,  che  si 
tiene  con  questa,  ed  è  verso  il  ponente.  E  in  questa  dimora 
lo  signore.  E  quando  egli  vuole  parlare  ad  alcuno,  egli  lo  fa 

Tarcarmodu:  Chakiri  mondu,  paese  sull'alto  Ussuri,  affluente  del- 
PAmur. 


DI    M.    MARCO    POLO  107 

andare  là  entro:  e  dirieto  della  gran  sala,  è  una  camera  ove 
dorme  il  signore.  Ancora  v'  hae  altre  tende,  ma  non  si  ten- 
dono colla  gran  tenda.  E  sappiate  che  le  due  sale,  ch'io  v'ho 
contate,  e  la  camera  sono  fatte  conr  io  vi  conterò.  Ciascuna 
sala  hae  quattro  colonne  di  legno  di  spezie  molto  belle  :  di 
Inori  sono  coperte  di  cuoia  di  leoni,  sì  eh'  acqua  né  altra 
cosa  non  vi  passa  dallato  ;  dentro  sono  tutte  le  pelle  d'  ar- 
mine e  di  gierbellini.  e  sono  quelle  pelle  che  sono  più  belle 
e  piò  ricche  e  di  maggiore  valuta  che  pelle  che  sieno.   Ma 
bene  è  vero,  che  la  pelle  del  gierbellino  (e  tanta  quanto  sa- 
rebbe una  pelle  d'  uomo),   fina,   varrebbe  bene  2000  bisanli 
doro,  se  fosse  comunale  varrebbe  ben  1000.  E  chiamanle  li 
Tarteri  le  «roi  de  pelame  »,  e  sono  della  grandezza  d'una  faina. 
e  di  queste  due  pelli  sono  lavorati  ed  intagliati  la  sala  grande 
del  signore,  e  sono  intagliate   sottilmente,   eh'  è  una  mara- 
viglia a  vedere.   E  la  camera  dove  il  Signore   dorme,  eh'  è 
allato  a  queste  sale,  è,  né  più  né  meno  fatta.   Elle  costano 
tanto  queste  tre  tende,  che  un  piccolo  re  non  le   potrebbe 
pagare.  E  allato  a  queste  sono  altre  tende  molto  bene  ordi- 
nate ;  e  l'amiche  del  signore  hanno  altresì  molte  ricche  tende 
e  padiglioni;  e  gli  uccelli  hanno  molte  tende,  e  i  falconi:  e 
le  più  belle  hanno  i  girfalchi,  e  anche  hanno  le  bestie  tende 
grande   quantità.   E  sappiate  che  in  questo  campo  ha  tanta 
gente,  eh' è  una  maraviglia  credere,  che  pare  la  maggior  città 
ch'egli  abbia;  però  che  dalla  lunga  vi  viene  molta  gente,  e 
lienvi  tutta  sua  famiglia  così  ordinata  di  falconieri  e  d'altri  N 
nficiali  tome  se  fosse  nella  sua  mastra  villa.  E  sappiate  ch'egli 
dimora  in  questo  luogo  infino  alla  Pasqua  di  Resurresso;  e 

le  roi  de  pelame:  l'ermellino  e  lo  zibellino  sono  il  re  dello  pel- 
liccia. Questa  frase  francese  nella  trascrizione  dei  copisti  di- 
ventò: leroide  pellame,  lenoide  pel  Ione,  e  trasse  fuor  di  carreg- 
giata i  poveri  commentatori  ! 

Pasqua  di  Resurresso:  di  Resurrezione. 


108  il  milioni: 

lutto  questo  tempo  non  fa  altro  che  uccellare  alla  riviera  a 
gru  e  a  cecini  e  ad  altri  uccelli.  E  ancora  tutti  gli  altri  che 
stanno  presso  a  lui  gli  recano  dalla  lunga  uccellagioni  e  cac- 
ciagioni assai.  Egli  dimora  in  questo  tempo  a  tanto  sollazzo, 
che  non  è  uomo  che  '1  potesse  credere  ;  perciò  che  egli  è  suo 
affare  e  suo  diletto  più  eh'  io  non  r  ho  contato.  E  sì  vi  dico 
che  nessuno  mercante,  né  niuno  artefice,  né  villano  non  puote 
tenere  né  falconi,  nò  cani  da  cacciare,  presso  dove  il  signore 
dimora,  a  30  giornate.  Da  questo  in  fuori  ogni  uomo  a  suo 
senno  puote  fare  di  questo.  Ancora  sappiate,  che  in  tutte  le 
parti  ove  il  Gran  Cane  ha  signoria,  ninno  re  nò  barone  nò 
alcuno  altro  uomo  non  può  prendere,  ne  cacciare  nò  lepre1. 
uè  dani,  né  cavriuoli,  nò  cierbi  nò  di  niuna  bestia  che  mol- 
tiplichi, del  mese  di  marzo  infìno  all' ottobre.  E  chi  contra 
ciò  facesse,  sarebbe  bene  punito.  E  sì  vi  dico  ch'egli  è  si 
bene  ubbidito,  che  le  lepre  e  dani  e  cavriuoli  e  1'  altre  be- 
stie, eh'  io  v'ho  contato,  vegniono  più  volte  insino  all'uomo, 
e  non  le  tocca,  e  non  le  fa  male.  In  cotal  modo  dimora  lo 
Gran  Cane  in  questo  luogo  infìno  alla  Pasqua  di  Resurresso  ; 
poscia  si  parte  di  questo  luogo  per  questa  medesima  via  alla 
città  di  Gamblau,  tuttavia  cacciando  e  uccellando  a  gran  sol- 
lazzo e  a  grande  gioia. 

JjAaA  . 

Come  il  Gran  Cane  tiene  sua  corte  e  festa. 

E  quando  egli  è  venuto  alla  sua  mastra  villa  di  Gam- 
blau,  egli  dimora  nel  suo  mastro  palagio  tre  dì  e  non  più. 
Egli  tiene  grande  corte  e  grande  tavole  e  gran  festa,  e  mena 

cecini:  cigni  (eyenus). 

vegniono  più  volte  :  la  mansuetudine  dei  cervi  si  nota  ancor  oggi, 
specialmente  in  Giappone  nel  parco  di  Naia,  tra  Osaka  e  Kioto. 
Le  credenze  buddistiche  e  le  pene  severe  hanno  educato  il  po- 
polo al  rispetto  per  quegli  animali. 


DI    N.    IÙLBO0    POLO  i  100 

grande  allegrezza  con  queste  sue  femmine,  ed  èe  grande  ma- 
raviglia a  vedere  la  grande  solinità  che  fa  il  Gran  Sire  in 
questi  tre  dì.  E  sì  vi  dico  che  in  questa  città  ha  tanta  abon- 
danza  di  masnade  e  di  gente,  tra  dentro  e  di  fuori  della  villa, 
<he  sappiate  ch'egli  ha  tanti  borghi  quante  sono  le  porte,  cioè 
12  molto  grandi,  e  non  è  uomo  che  potesse  contare  lo  nu- 
mero della  gente,  eh'  assai  hae  più  gente  negli  borghi  che 
nella  città.  E  in  questi  borghi  albergano  i  mercanti  con  ogni 
altra  gente,  che  vegnono  per  loro  bisogna  alla  terra  e  ai  bor- 
ghi. Hae  altresì  belli  palagi,  come  nella  città.  E  sappiate  che 
nella  città  non  si  sotterra  niiino  uomo  che  muoia,  anzi  si 
vanno  a  sotterrare  di  fuori  dagli  borghi;  e  s'egli  adora  gl'i- 
doli, si  va  fuori  degli  borghi  ad  ardersi.  E  ancora  vi  dico, 
die  dentro  dalla  terra  non  osa  istare  niuna  femmina  di  suo 
corpo  che  faccia  male  per  danari;  ma  stanno  tutte  nei  bor- 
ghi: e  sì  vi  dico  che  femmine  che  fallano  per  danari  ve  n'han 
bene  °20000,  e  sì  vi  dico  che  tutte  vi  bisognano  per  la  grande 
abondanza  di  mercatanti  e  di  forestieri  che  vi  capitano  tutto 
die.  Adunque  potete  vedere  se  in  Gamblau  ha  grande  abon- 
danza di  gente,  da  che  male  femmine  v'  ha  cotante,  com'io 
ho  contato.  E  sappiate  per  vero  che  in  Gamblau  vengono 
le  più  care  cose  e  di  maggiore  valuta  che  'n  terra  del  mondo; 
e  ciò  sono  tutte  le  care  cose  che  vengono  dall'  India,  come 
sono  pietre  preziose,  perle  ed  altre  cose  che  sono  recate  a 
questa  villa  :  e  ancora  tutte  le  care  cose  e  le  belle  che  sono 
recate  dal  Catai.  e  di  tutte  altre  provincie:  e  questo  è  per 
lo  signore  che  vi  dimora  e  per  le  donne  e  per  gli  baroni  e 
per  la  molta  gente  che  vi  dimora,  per  la  corte  che  vi  tiene 

SOlinità:  solennità. 

non  si  sotterra  niuno:  tumulazioni  e  pire  funerarie  erano  vietate 

entro  la  cinta  delle  città  cinesi,  come  in  Koma  antica. 
le  femmine  che  fallano:  erano  allora,  e  sono  tuttora,  relegate  nei 

sobborghi  o  nella  città  cinese,  ma  escluse  dalla  città  tartara. 


110  IL    MILIONE 

lo  signore.  E  più  mercatanzie  vi  si  vendono  e  vi  si  compe- 
rano; e  voglio  che  voi  sappiate  che  ogni  dì  vi  vengono  in 
questa  terra  più  di  1000  carrette  cariche  di  seta,  perchè 
vi  si  lavora  molti  drappi  ad  oro  ed  a  seta.  E  anche  a  que- 
sta città  d' intorno  intorno,  bene  a  200  miglia  vegnono  a 
comperare  a  questa  terra  quello  che  loro  bisogna  ;  sì  che 
non  è  maraviglia  se  tanta  mercatanzia  vi  viene.  Ora  vi  divi- 
serò del  fatto  della  moneta  che  si  fa  in  questa  città  di  Cam- 
biali ,  e  sì  vi  mostrerò  come  il  Gran  Cane  puote  più  spendere 
e  più  fare  ch'io  non  v'ho  contato;  e  dirovvi  in  questo  libro 
come. 

LXXX1. 

Della  moneta  del  Gran  Cane. 

Egli  è  vero  che  in  questa  città  di  Cambiali  ee  la  tavola 
del  Gran  Sire;  èe  ordinata  in  tal  maniera,  che  l'uomo  puote 
ben  dire  che  il  Cjan  Sire  hae  P  archimia  perfettamente,  e 
mostrerollovi  incontanente.  Or  sappiate  eh'  egli  fa  fare  una 
cotale  moneta,  coni'  io  vi  dirò.  E'  fa  prendere  iscorza  d'un 
albore  eh'  ha  nome  gelso;  e  è  l'albore  le  cui  foglie  mangiano 
gli  vermini  che  fanno  la  seta.  E  colgon  la  buccia  sottile,  eh' è 
tra  la  buccia  grossa  e  l'albore,  o  vogli  tu  legno  dentro,  e  di 
quella  buccia  fa  fare  carte,  come  di  bambagia,  e  sono  tutte 
nere.  Quando  queste   carte    sono  fatte  così,  egli  ne  fa  delle 

la  tavola:  la  zecca,  o  meglio  la  banca  per  l'emissione  di  carta  moneta. 

archimia:  il  Gran  Cane  aveva  risolto  il  difficile  problema  di  tra- 
sformar la  carta  in  metallo  prezioso  ! 

la  buccia  sottile:  il  libro.  Come  i  biglietti  erano  stampati  con 
tavole,  spazzola  e  inchiostro,  M.  Polo  avrebbe  potuto  qui  men- 
zionare anche  la  stampa  dei  libri  :  altra  novità  per  lui. 

La  carta-moneta:  emessa  e  regolata  come  monopolio  di  Stato  da 
[Cablai    khan,  ora  in  uso  in  Cina    fin  dalla  precedente  dinastia 


DI    M.    MARCO    POLO  111 

piccole,  che  vagliono  una  medaglia  di  tornesello  piccolo,  e 
L'altra  vale  un  tornesello,  e  l'altra  vale  un  grosso  d'argento 
Hi  Vinegia.  e  l'altra  un  mezzo,  e  l'altra  2  grossi,  e  l'altra  5 
e  l'altra  IO,  e  l'altra  un  bisant^ d'oro,  e  l'altra  due,  e  l'al- 
tra 3;  e  così  va  infino  in  10  bisanti.  E  tutte  queste  carte 
sono  sugiellate  col  sugiello  del  Gran  Sire,  e  hanne  fatte  fare 
tante,  che  tutto  il  suo  tesoro  ne  pagherebbe.  E  quando  que- 
ste carte  son  fatte,  egli  ne  fa  fare  tutti  gli  pagamenti,  e  fagli 
i  spandere  per  tutte  le  provincie  e  regni  e  terre  ove  egli  hae 
signoria;  e  nessuno  gli  osa  rifiutare,  a  pena  della  vita.  E  sì 
u  dico  che  tutte  le  genti  e  regni  che  sono  sotto  sua  signoria 
si  pagano  di  questa  moneta,  di  ogni  mercatanzia  di  perle, 
d'oro  e  d'ariento  e  di  pietre  preziose,  e  generalmente  d'ogni 
altra  cosa,  e  si  vi  dico  che  la  carta  che  si  mette  per  10  bi- 
santi, non  ne  pesa  uno;  e  sì  vi  dico  che  gli  mercatanti  le 
più  volte  cambiano  questa  moneta  a  perle,  o  a  oro,  e  altre 
coso  rare.  E  molte  volte  è  recato  al  Gran  Sire  per  gli  mer- 

<  Jhin.  11  mercato  di  Pelano  è  anche  oggi  inondato  di  biglietti 
di  vario  taglio  (p'ìao  c¥aó)  emessi,  sotto  certe  garanzie,  da  nu- 
merose banche  private,  che  ne  regolano  giornalmente  il  cambio 
con  la  moneta  effettiva,  cioè  il  dollaro  d'argento  messicano  che 
vaie  circa  L.  it.  2,60.  Gli  spiccioli  di  rame,  o  dischi  forati,  ven- 
gono ragguagliati  alla  loro  unità  di  valore,  che  è  il  peso  di  una 
oncia  d'argento  detta  liang,  dai  cinesi,  tael  dai  forestieri.  I  sot- 
tomultipli del  tael  sono  decimali  : 

1   liang  (oncia)  —  IO  chien      ^=  100  fen  =   1000  li 

1  (tael)       »        =    >•    (niace)  =     ■»     (candareeii)  =      »     (cash) 

Il  tael  corrente  a  Shanghai  pesa  gr.  37,58  d'argento  (titol.  ^90/10oo) 
e  il  suo  valore  oscilla  sulle  L.  it.  3,75.  Per  le  grandi  somme 
l'unità  di  valore  è  il  wan  (10.000  tael),  che  in  tartaro  è  chiamati» 
toman,  e  in  persiano  tomai  (vedi  cap.  CXXXII).  Nel  1889  a 
Canton  fu  inaugurata  una  zecca  sul  modello  europeo  e  diretta  da 
stranieri,  per  la  coniazione  di  monete  di  argento  sul  tipo  del  dol- 
laro messicano. 


112  IL    MILIONE 

catanti  tanta  inercatanzia  in  oro  e  in  allento,  che  vale  4000 
di  bisanti  ;  e  '1  Gran  Sire  fa  tutto  pagare  di  quelle  carte  ; 
e'  mercatanti  le  pigliano  volentieri,  perchè  le  spendono  per 
tutto  il  paese.  E  molte  volte  fa  bandire  il  Gran  Cane,  che 
ogni  uomo  che  hae  oro  e  ariento  o  perle  o  pietre  preziose  o 
alcun' altra  cara  cosa  che  incontanente  la  debbiano  avere  apre- 
sentata alla  tavola  del  Gran  Sire,  ed  egli  lo  fa  pagare  di 
queste  carte;  e  tanto  gliene  viene  di  questa  mercatanzia  ch'èe 
un  miracolo.  E  quando  ad  alcuno  si  rompe  o  guastasi  niuna 
di  queste  carte,  egli  va  alla  tavola  del  Gran  Sire,  e  incon- 
tanente gliene  cambia  e  égli  data  bella  e  nuova,  ma  sì  gliene 
lascia  tre  per  cento.  Ancora  sappiate  che  se  alcuno  vuol  fare 
vasellame  d' ariento  o  cintura,  egli  va  alla  tavola  del  Gran 
Sire,  ed  égli  dato  per  queste  carte  ariento  quant'  e'  ne  vuole, 
contandosi  le  carte  secondo  che  si  ispendono.  E  questa  è  la 
ragione  perchè  il  Gran  Sire  dee  avere  più  oro  e  più  ariento, 
che  signore  del  mondo.  E  sì  vi  dico,  che  tra  tutti  signori  del 
mondo  non  hanno  tanta  ricchezza,  quanto  hae  il  Gran  Cane 
solo.  Or  v'  ho  contato  della  moneta  delle  carte  ;  or  vi  con- 
terò della  signoria  della  città  di  Camblau. 


LXXXII. 

Degli  12  baroni  che  sono  sopra  ordinare 
tutte  le  cose  del  Gran  Cane. 

Or  sappiate  veramente,   che   '1  Gran  Sire  ha  12  baroni 
con  lui,  grandissimi  ;   e  quelli  sono  sopra  tutte  le  cose  che 

I  12  baroni:  sono  i  presidenti  dei  vari  Ministeri,  che  accentrano  in 
Pekino  l'amministrazione  dell'  Impero,  come  Finanza  (Hu  pu), 
Giustizia  (Hsing  pu),  Esteri  {Wai  wu  pu),  Guerra  (Ping  pn), 
Lavori  Pubblici  (Kung  pu)  ecc. 


DI    M.     MARCO    POLO  I  L3 

bisognano  a  34  provincie.  E  diro v vi  loro  maniera  e  loro  or- 
dinamenti. E  prima  vi  dico  che  questi  12  baroni  istanno  in 
un  palagio  dentro  Camblau  :  èe  molto  bello  e  grande,  e  ha 
.molte  sale  e  molte  magioni  e  camere.  E  in  ciascuna  provincia 
hae  uno  procuratore  e  molti  iscrittori  in  quel  palagio,  e  cia- 
scuno il  suo  palagio  per  sé  ;  e  questi  proccuratori  e  questi 
iscrivani  fanno  tutte  quelle  cose  che  fanno  bisogno  a  quelle 
Provincie  a  cui  egli  sono  deputati  ;  e  questo  fanno  per  lo 
comandamento  de'  12  baroni.  E  hanno  tale  signoria,  com'io 
vi  dirò:  ch'egli  alleggono  tutti  gli  signori  di  quelle  provincie 
ch'io  v'ho  detto  di  sopra,  e  quando  egli  hanno  chiamato 
quegli  che  a  lor  paiono,  e  gli  migliori,  egliono  il  dicono  al 
Gran  Cane,  e  egli  gli  conferma  e  fagli  cotali  tavole  d'  oro, 
come  a  sua  signoria  si  conviene.  Ancora  questi  12  baroni 
fanno  andare  l'oste  ove  si  conviene,  e  del  modo  e  della  quan- 
tità, e  d'ogni  cosa,  secondo  la  volontà  del  signore.  E  com'io 
vi  dico  di  queste  due  cose,  così  vi  dico  di  tutte  le  altre  che 
bisognano  a  quelle  provincie.  E  questa  si  chiama  la  Corte 
maggiore  che  sia  nella  corte  del  Gran  Cane,  però  eh'  egli 
hanno  grande  podere  di  fare  bene  a  cui  egliono  vogliono. 
Le  provincie  non  vi  conto  per  nome,  però  eh'  io  le  vi  con- 
terò per  ordine  in  questo  libro;  e  conterovvi  come  il  Gran 
Sire  manda  messaggi,  e  come  hanno  gli  cavagli  apparec- 
chiati. 

Le  Provincie  erano  34;  16  della  Cina  propria,  e  18  delle  dipen- 
denze. A  capo  dei  Ministeri  era  la  Corte  Maggiore  o  Consiglio 
di  Stato,  sotto  la  sorveglianza  personale  dell1  Imperatore.  I  Cen- 
sori, o  Ministri  senza  portafogli,  informavano  direttamente 
V  Imperatore  su  tutto  ciò  che  riguardava  lo  Stato,  il  popolo  e 
la  condotta  dello  stesso  sovrano,  e  spesso  fra  di  loro  si  sono 
trovati  caratteri  di  stampo  romano  antico. 

alleggono:  eleggono. 

Marco  Polo  —  Il  Milione 


114  IL    MILIONE 


LXXXIII. 

Come  di  Camblau  si  partono  molti  messaggi 
per  andare  in  molte  parti. 

Or  sappiate  per  veritade  che  di  questa  cittade  si  partono 
molti  messaggi,  gli  quali  vanno  per  molte  provincie:  l'uno 
va  all'una,  e  l'altro  va  all'altra,  e  così  di  tutti;  che  a  tutti 
è  divisato  ove  debbiano  andare.  E  sappiate  che  quando  si 
partono  di  Camblau  questi  messaggi,  per  tutte  le  vie  ov'egli 
vanno,  di  capo  delle  25  miglia, .  egli  truovano  una  posta,  ove 
in  ciascuna  hae  un  grandissimo  palagio  e  bello,  ove  alber- 
gono  i  messaggi  del  Gran  Sire,  ov'  è  uno  letto  coperto  di 
drappo  di  seta,  e  ha  tutto  quello  che  a  messaggio  si  conviene. 
E  se  uno  re  vi  capitasse,  sì  vi  sarebbe  bene  albergato.  E 
sappiate  che  a  queste  poste  truovano  gli  messaggi  del  Gran 
Sire,  e  havvi  bene  96  cavalli,  che  '1  Gran  Sire  hae  ordinato 
che  tuttavia  dimorino  quivi,  e  sieno  apparecchiati  per  li  mes- 
saggi, quando  egli  vanno  in  alcuno  luogo.  E  sappiate  che  a 
ogni  capo  di  25  miglia  sono  apparecchiate  queste  cose  eh'  io 
v'  ho  contate  :  e  questo  è  nelle  vie  mastre  che  vanno  alle 
Provincie  ch'io  v'hoe  contate  di  sopra.  E  a  ciascuna  di  que- 

La  posta  descritta  da  Marco  Polo  era  un'  istituzione  per  uso  esclu- 
sivo dello  Stato,  sotto  il  diretto  controllo  del  Ministero  della 
Guerra.  Come  ai  tempi  di  Augusto  in  Europa,  la  posta  cinese 
correva  sulle  20  vie  maestre  che  congiungono  Pekino  alle  Pro- 
vincie, a  carico  delle  quali  ne  stava  la  spesa.  Il  servizio  di  cor- 
rispondenza per  privati  era  fatto  da  numerose  agenzie  di  cor- 
rieri, esistenti  ancor  oggi.  La  posta  moderna  di  tipo  europeo  (Iu 
eheng  chic)  data  dal  1891,  fa  servizio  di  Stato  e  per  privati, 
ed  è  messa,  come  le  Dogane  Marittime,  sotto  il  controllo  del 
Ministero  degli  Esteri,  ma  non  fa  parte  dell'Unione  postale.  Pa- 
recchi uffici  postali  esteri  funzionano  in  Cina  come  in  Turchia. 

'  '   Il 


DJ    M,    MARCO    POLO  1L5 

ste  poste  èe  apparecchiato  da  300  o  400  cavalli  per  gli  mes- 
saggi al  loro  comandamento.  Ancora  v'  ha  così  belli  palagi, 
com'io  v'  ho  contato  di  sopra,  ove  albergano  messaggi  così  ric- 
camente com'io  v'ho  contato  di  sopra;  e  per  questa  maniera  si 
va  per  tutte  le  provincie  del  Gran  Sire.  E  quando  gli  messaggi 
vanno  per  alcuno  luogo  disabitato,  lo  Gran  Cane  hae  fatte 
fare  queste  poste  piue  alla  lungi  a  35  miglia,  o  a  40.  E  in 
questa  maniera  vanno  gli  messaggi  del  Gran  Sire  per  tutte 
le  provincie,  e  hanno  albergherìe  e  cavalli  apparecchiati,  come 
voi  avete  udito,  a  ogni  giornata.  E  questo  è  la  maggiore  gran- 
dezza che  avesse  mai  niuno  imperadore,  né  che  aver  potesse 
ninno  altro  uomo  terreno:  che  sappiate  veramente  che  piue 
di  200  mila  di  cavalli  istanno  a  queste  poste,  pur  per  questi 
messaggi.  Ancora  gli  palagi  sono  più  di  10  mila  che  sono  così 
t'orniti  di  ricchi  arnesi,  com'io  v'ho  contato;  e  questa  è  cosa 
di  sì  gran  valuta,  e  sì  maravigliosa,  che  non  si  potrebbe 
iscrivere  né  contare.  Ancora  vi  dirò  un'altra  bella  cosa.  Egli 
è  vero  che  tra  runa  posta  e  l'altra  é  ordinato  tra  ogni  tre 
miglia  una  villa,  dov'  ha  bene  40  case  d'uomeni  appiede,  che 
fanno  ancora  queste  messaggerie  del  Gran  Sire.  E  dirovvi 
com'egliono  portano  una  gran  cintura  piena  di  sonagli  attorno 
attorno,  che  s'odono  bene  dalla  lunga;  e  questi  messaggi 
vanno  a  gran  galoppo,  e  non  vanno  se  non  tre  miglie;  e  gli 
altri  che  dimorano  in  capo  delle  3  miglia,  quando  odono  questi 
sonagli,  che  si  odono  bene  dalla  lunga,  ed  egli  istanno  tut- 
tavia apparecchiati,  e  corre  contra  colui,  e  pigliano  questa 
cosa  che  colui  porta,  ed  è  una  piccola  carta,  che  gli  dona 
quel  messaggio,  e  mettesi  correndo,  e  va  infino  alle  tre  mi- 
glia, e  fa  così  come  ha  fatto  quell'altro.  E  sì  vi  dico  che  '1 
(ìran  Sire  ha  novelle  per  uomini  a  piedi,  in  un  dì  e  in  una 
notte,  bene  10  giornate  dalla  lunga  ;  e  in  due  dì  e  in  due 
notti,  bene  di  20  giornate;  e  così  in  10  dì  e  in  10  notte  avrà 
novelle  bene  di  100  giornate:  e  sì  vi  dico  che  questi  cotali 


116  IL  MILIONE 

uomeni  recano  in  un  dì  al  signore  fatti  di  10  giornate.  E  il 
Gran  Sire  non  piglia  da  questi  cotali  uomeni  niuno  tributo, 
ma  fa  loro  donare  de'  cavalli  e  delle  cose  che  sono  ne'  pa- 
lagi di  queste  poste  eh'  io  v'  ho  contato.  E  questo  non  costa 
nulla  al  Gran  Sire,  però  che  le  città  che  sono  attorno  a  quelle 
poste  vi  pongono  i  cavagli,  e  fannogli  questi  arnesi,  sì  che 
le  poste  sono  fornite  per  gli  vicini,  e  il  Gran  Sire  non  vi 
mette  nulla,  salvo  che  le  prime  poste.  E  sì  vi  dico,  che 
quando  gli  bisogna  che  il  messaggio  da  cavallo  vada  tosta- 
mente per  contare  al  Gran  Sire  novelle  d'alcuna  terra  Ri- 
bellata, o  d'alcuno  barone,  o  d'alcuna  cosa  che  sia  bisogne- 
vole al  Gran  Signore,  egli  cavalca  bene  200  miglia  in  un 
die,  ovvero  250:  e  mostrerovvi  ragione  com'  è  questo.  Quando 
gli  messaggi  vogliono  andare  così  tosto  e  tante  miglia,  egli 
ha  la  tavola  del  girfalco,  in  significanza  ch'egli  vuole  andare 
tosto;  s'egli  sono  due,  egli  si  muovono  dal  luogo  ov' egli 
sono,  su  due  cavagli  buoni  e  freschi  e  correnti,  egli  si  ben- 
dano la  testa  e  '1  capo,  e  sì  si  mettono  alla  gran  corsa,  tanto 
ch'egli  sono  venuti  all'altra  posta  di  25  miglia,  quivi  prende 
due  cavagli  buoni  e  freschi,  e  montanvi  su,  e  non  ristanno 
fino  all'altra  posta;  e  così  vanno  tutto  die,  e  così  vanno  in 
un  die  bene  250  miglia  per  recare  novelle  al  Gran  Sire,  e 
quando  bisognano,  bene  300.  Or  lasciamo  di  questi  messaggi, 
e  conterò vvi  d'una  gran  bontà  che  fa  il  Gran  Sire  a  sua  gente 
due  volte  l'anno. 

LXXXIV. 

Come  '1  Gran  Cane  aiuta  sua  gente 
quando  è  pistolenza  di  biade. 

Or  sappiate  ancora  per  verità  che  il  Gran  Sire  manda 
messaggi  per  tutte  sue  provincie  per^sapere  di  suoi  uomini 

pistolenza  :  pestilenza,  carestia. 


D]    M.    MARCO    POLO  117 

s'egli  hanno  danno  di  loro  biade,  o  per  diffalta  di  tempo  o 
di  grilli  o  per  altra  pistolenza  :  e  s'egli  truova  che  alcuna 
sua  gente  abbia  questo  dannaggio.  egli  non  gli  fa  torre  tre- 
buto  cbegli  debono  dare,  ina  falli  donare  di  sua  biada,  acciò 
cb'abbiano  che  seminare  e  che  mangiare;  e  questo  è  gran 
latto  dini  signore  a  farlo.  E  questo  fa  la  state;  lo  verno  fa 
cercare  se  ad  alcuna  gente  muore  sue  bestie,  fae  lo  somi- 
gliante: e  così  sostiene  lo  Gran  Sire  sua  gente.  Lasciarenin 
questa  maniera,  e  dirovvi  <T un'altra. 

Or  sappiate  per  vero,  che  il  Gran  Sire  ba  ordinato  per 
tutte  le  mastre  vie  che  sono  nelli  suoi  regni,  che  vi  siano 
piantati  gli  albori  lungi  l'uno  dall'altro  su  per  la  ripa  della 
via  due  passi;  e  questo,  acciò  che  li  mercatanti  e  messaggi 
o  altra  gente  non  possa  fallare  la  via  quando  vanno  per  cam- 
mino o  per  luoghi  diserti;  e  questi  albori  sono  tamanti  che 
bene  si  possono  vedere  dalla  lunga.  Or  v'  ho  contato  delle 
vie.  or  vi  conterò  d'altro. 


LXXXV. 
Del  vino. 

Ancora  sappiate  che  la  maggiore  parte  del  Catai  beono 
uno  cotale  vino  coni' io  vi  conterò.  Egli  fanno  una  posgione 
di  riso  e  con  molte  altre  buone  spezie,   e  concianla  in  tale 

diffalta  :  mancanza,  colpa  della  stagione  o  delle  cavallette  (grilli). 

tamanti  :  (arcaismo)  tanti,  tanto  grandi. 

Il  vino  cinese  :  {shao  chiù,  in  cantonese  samshu,  in  giapponese 
sake),  è  una  distillazione  di  riso,  color  rosa  pallido  o  chiaro, 
che  vien  bevuta  calda  in  calicetti  minuscoli.  Non  è  vino  da  pasteg- 
giare o  dissetare.  L1  uva  importata  in  Cina  dalla  Battriana, 
come   appare   dal  suo  nome  cinese  puf  off  (hotros),  è  nel  Nord 


118  IL   MILIONE 

manierai  ch'egli  è  meglio  da  bere  che  nullo  altro  vino:  egli 
è  chiaro  e  bello  e  inebria  più  tosto  che  altro  vino,  perciò 
eh' è  molto  caldo.  Or  lasciamo  di  questo,  e  conterovvi  delle 
pietre  che  ardono  come  buccia. 

LXXXVI. 

Delle  pietre  eh'  ardono. 

Egli  è  vero  che  per  tutta  la  provincia  del  Gatai  hae  una 
maniera  di  pietre  nere  che  si  cavano  delle  montagne  come 
vena,  che  ardono  come  bucce,  e  tengono  più  lo  fuoco  che 
non  fanno  le  legna;  e  mettendole  la  sera  nel  fuoco,  s'  elle 
s' aprendono  bene,  tutta  notte  mantengono  lo  fuoco,  e  per 
tutta  la  contrada  del  Gatai  non  ardono  altro.  Bene  hanno 
legne,  ma  queste  pietre  costan  meno,  e  sono  gran  risparmio 
di  legna.  Or  vi  dirò  come  il  Gran  Sire  fa,  acciò  che  le  biade 
non  siano  troppo  care. 

abbondante  e  buona  per  tavola,  non  per  vinificazione.  L'univer- 
sale bevanda  o  «  posgione  »  che  rinfresca  e  non  inebria,  il  thè, 
così  comunemente  bevuto  e  offerto  in  Cina,  non  è  ricordato  nelle 
note  di  Marco  Polo.  Il  thè  è  di  rito  nella  celebrazione  dei  ma- 
trimoni, nelle  visite  ufficiali  e  nella  relazioni  sociali.  I  Cinesi 
hanno  la  migliore  bevanda,  il  thè;  il  migliore  nutrimento,  il 
riso;  e  il  migliore  vestito,  la  seta. 
Le  pietre  che  ardono:  sono,  s'intende,  il  carbone  fossile  o  antra- 
cite, il  cui  nome  era  ignoto  a  Marco  Polo.  La  Cina  n'è  ricchis- 
sima in  tutte  le  provincie.  Molte  concessioni  di  giacimenti  car- 
boniferi sono  in  mani  straniere  sul  Yangtze  ed  altrove.  Il  carbone 
artificiale,  cioè  polvere  di  carbone  mescolata  a  terra  in  forma 
di  pallottole,  è  molto  in  uso  in  Pekino.  Il  carbone  vegetale  si  ot- 
tiene dai  monti  boscosi  del  Fukien. 


IH    li.    MARCO    POLO  1  ]U 


LXXXVII. 

Come  il  Gran  Cane  fa  riporre  le  biade 
per  soccorrere  sua  gente. 

Sappiate  che  il  Gran  Cane,  quando  è  grande  abondanza 
di  biada,  egli  ne  fa  fare  molte  cànove  d'  ogne  biade,  come 
di  grano,  miglio,  panico,  orzo  e  riso  :  e  falle  sì  governare 
che  non  si  guastano.  Poscia  quando  è  il  gran  caro,  si  '1  fa 
trarre  fuori.  E  tiello  talvolta  3  o  4  anni,  e  fai'  dare  per  lo 
terzo  e  per  lo  quarto  di  quello  che  si  vende  comunemente; 
e  in  questa  maniera  non  vi  può  essere  gran  caro;  e  questo 
fa  fare  per  ogni  terra  ov'  egli  hae  signoria.  Or  lasciamo 
di  questa  matèra,  e  dirovvi  della  carità  che  fa  fare  il  Gran 
(lane. 

LXXXVIII. 

Della  carità  del  signore. 

Ora  vi  conterò  come  il  Gran  Cane  fa  carità  alti  poveri  che 
stanno  in  Cambiali.  A  tutte  le  famiglie  povere  della  città,  che 
sono  in  famiglia  6  o  8,  o  più  o  meno,  che  non  hanno  clic 
mangiare,  egli  li  fa  dare  grano  e  altra  biada  :  e  questo  fa 
fare  a  grandissima  quantità  di  famiglie.  Ancor  non  è  vietato 
lo  pane  del  signore  a  niuna  persona  che  voglia  andare  per 
esso.  E  sappiate  che  ve  ne  vanno  ogni  dì  più  di  30  mila:  e 
questo  fa  fare  tutto  Tanno:  e  questo  è  gran  bontà  di  signore: 

cànove  :  depositi,  magazzini.  Erano  i  Monti  frumentarì  e  le  riserve 
di  riso  per  far  fronte  ai  bisogni  della  popolazione  in  tempo  di 
siccità  o  carestia. 


120  II-    MILIONI 

e  per  questo  è  adorato  come  Iddio  dal  popolo.  Or  lasciamo 
della  città  di  Cambiari,  e  entreremo  nel  Catai  per  contare 
di  gran  cose  che  vi  sono. 

LXXXIX. 

Della  provincia  del  Catai. 

Or  sappiate  che  il  Gran  Cane  mandò  per  ambasciadore 
messer  Marco  verso  ponente  :  però  vi  conterò  tutto  quello  che 
vidde  in  quella  via  andando  e  tornando.  Quando  l'uomo  si 
parte  di  Camblau,  presso  alle  10  miglia  si  truova  un  fiume  1 
quale  si  chiama  Palizanchiò,    lo    quale  fiume  va  insino  al 

Catai  :  questo  nome  è  l'alterazione  della  parola  Kitai  o  Kinstan, 
che  i  Persiani  e  i  Tartari  davano  alla  Cina,  al  Nord  del  fiume 
Giallo,  fin  dal  tempo  della  dinastia  Ch'in  (221  a.  C),  quando 
il  primo  imperatore  Shih  Huang-ti  aveva  costituito  una  forte 
monarchia  sulle  rovine  del  feudalesimo,  cinto  il  paese  a  nord 
con  la  Grande  Muraglia,  e  stabilita  la  sua  capitale  a  Singan, 
nello  Shensi.  La  Cina  meridionale,  dal  fiume  Giallo  alla  co- 
sta, era  chiamata  dai  Tartari  «  Eumangi  »  o  più  semplicemente 
«Mangi»  perchè  la  voce  man  significa  in  cinese:  mezzogiorno. 
I  Cinesi  chiamano  la  loro  terra  Chimg-kuo  (impero  di  mezzo) 
o  Hua-kuo  (terra  fiorita),  e  sé  stessi  cliung-huo-jen  o  hua-jen, 
oppure  anche  han-tze  (figli  niella  dinastia  Han,  che  li  governò 
per  quattro  secoli,  dal  200  a.  C.  al  200  d.  C). 

Da  questo  capitolo  comincia  la  descrizione  del  viaggio  fatto  da 
M.  Polo  nel  1283  attraverso  la  Cina,  la  Birmania  e  il  Tonchino 
(v.  sulla  Carta  itinerario  3°). 

Palizanchiò:  (Pa  li  san  chiaó)  -  nome  di  ponte,  non  di  fiume  - 
è  il  ponte  in  marmo  a  10  miglia  a  S.  0.  di  Pekino,  sul  fiume 
Huan  (Hun  ho),  un  affluente  del  Peiho.  Questo  storico  fiume,  il 
Peiho,  scende  dalPaltipiano  dei  monti  Kingan,  passa  a  Sud  di 
Pekino,  diventa  navigabile  a  Tungchow,  bagna  il  porto  di  Tien- 


DI     M.     M  \U<  0     POLO  121 

mare  oceano,  e  quinci  passano  molti  mercatanti  con  molle 
inercatanzie  ;  e  in  su  questo  fiume  ha  un  molto  bel  ponte  di 
pietre.  E  sì  vi  dico  che  al  mondo  non  ha  uno  così  fatto. 
perchè  egli  è  lungo  bene  300  passi  e  largo  otto,  che  vi  puote 
andare  bene  10  cavalieri  allato  Funo  all'altro,  e  v'ha 34  archi, 
e  34  pile  nell'acqua,  ed  è  tutto  di  marmo,  ed  ha  colonne  così 
fatte  com'  io  vi  dirò.  Egli  è  fatto  dal  capo  del  ponte  una  co- 
lonna di  marmo,  e  sotto  la  colonna  hae  un  lione  di  marmo. 
e  di  sopra  un  altro,  molto  begli  e  grandi  e  ben  fatti;  e  di 
lungi  a  questa  colonna  un  passo,  n'ha  un  altra,  né  più  né 
meno  fatta,  con  due  leoni  :  e  dall'  una  colonna  all'  altra  è 
chiuso  di  tavole  di  marmo,  perciò  che  niuno  potesse  cadere 
nell'acqua:  e  così  va  di  lungo  in  lungo  per  tutto  il  ponte; 
sì  eh' è  la  più  bella  cosa  del  mondo  a  vedere.  Ora  abbiamo 
delio  del  ponte,  ora  sì  vi  conterò  di  nuove  cose. 


XG. 


Della  grande  città  del  Giogiù. 

Quando  l'uomo  si  parte  da  questo  ponte,  l'uomo  va  trenta 
miglia  per  ponente,  tuttavia  trovando  belle  case  e  begli  al- 
berghi, e  albori  e  vigne,  e  quivi  truova  una  città  che  ha 
nome  Gioghi,  grande  e  bella.  Quivi  hae  molte  badie  d'idoli. 

tsiu  e  sbocca  nel  golfo  del  Pechili.  Da  Pekiuo  a  Tungchov . 
suo  scalo,  l'antica  via  lastricata,  ormai  inservibile,  passa  un 
altro  ponte  famoso,  a  8  leghe  cinesi  dalla  città,  Palichiao,  dove 
nel  1860  le  truppe  anglo-francesi  sbaragliarono  hi  cavalleria 
tartara  di  Sinkolinzin. 
Giogiù  :  (Geoguy  e  Cuciù  dei  testi)  è  Tsochou,  città  di  second*  or- 
dine. A  un  miglio  fuori  la  città,  la  via  si  biforca;  un  ramo  va 
ali1  Ovest  in  Catai,  l'altro  al  Sud  in  Mangi. 


122  IL    MILIONE 

Egli  vivono  di  niercatanzia  e  d'arti,  e  quivi  si  lavora  drappi 
di  seta  e  d'  oro,  e  bel  zendado,  e  quivi  ha  begli  alberghi. 
Quando  l'uomo  hae  passato  questa  villa  d'uno  miglio,  l'uomo 
truova  due  vie,  l'una  va  verso  ponente,  e  l'altra  va  verso  isci- 
rocco.  Quella  di  verso  il  ponente  è  del  Catai,  e  l'altra  verso 
iscirocco  va  verso  il  gran  mare  alla  gran  provincia  d'Eumangi. 
E  sappiate  veramente  che  l'uomo  cavalca  per  ponente  per  la 
provincia  del  Catai  ben  10  giornate,  tuttavia  trovando  belle 
cittadi  e  belle  castella  di  mercatanzie  e  d'arti,  e  belle  vigne, 
e  albori  assai,  e  gente  dimestiche.  Quivi  non  ha  altro  da  ri- 
cordare, perciò  ci  partiamo  di  qui.  e  andremo  ad  un  reame 
chiamato  Taianfù. 

.  XCI. 

Del  reame  di  Taianfù. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  questa  città  di  Giogiù,  caval- 
cando 10  giornate  truova  uno  reame  chiamato  Taianfu.  E  di 
capo  di  questa  provincia  ove  noi  siamo  venuti  è  una  città 
eh'  ha  nome  Taianfù,  ove  si  fa  mercatanzia  e  arti  assai  ;  e 
quivi  si  fanno  molti  fornimenti  che  bisognano  ad  osti  del 
Gran  Sire.  Quivi  hae  molto  vino,  e  per  tutta  la  provincia  del 
Catai  non  ha  vino,  se  non  in  questa  città,  e  questa  ne  for- 
nisce tutte  le  provincie  d' intorno  ;   quivi  si  fa  molta  seta, 

zendado  :  velo  di  seta,  dalla  radice  ghele  (v.  pag.  20). 

Eumangi  :  vedi  nota  a  Catai,  (pag.  120). 

Taianfù  :  Tai  yuan  fu,  capitale  della  provincia  dello  Shansi,  ricca 
di  antracite,  rinomata  per  le  sue  fabbriche  di  coltelli.  Dal  1274 
fa  capitale  temporanea  di  Kublai.  Il  vino  di  Taianfu,  esportato 
in  altre  provincie,  si  distillava  dal  riso,  non  si  otteneva  dal- 
l'uva.  I  missionari  cattolici  fanno  vino  d'uva  cinese  con  poco 
soddisfacente  risultato. 


DI   M.    BCÀBOO    POLO  12H 

però  eke  v'ha  molli  mori  gensi,  <i  molti  vermini  che  la  fauno. 
E  quando  l'uomo  si  parte  di  Taianfù,  l'uomo  cavalca  per  po- 
nente bene  7  giornate  per  molte  belle  contrade,  ove  si  truo- 
\ano  molte  ville  e  castella  assai  di  molta  mercatanzia  e  d'adi. 
Di  capo  delle  7  giornate  si  truova  una  città,  che  si  chiama 
Piantò,  ov'  ha  molti  mercatanti,  e  ove  si  fa  molta  seta  e  piùe 
altre  arti.  Or  lasciamo  questa,  e  dirovvi  d'un  castello  chia- 
mato Caicin. 

xeni. 

Del  castello  del  Caiciù. 

E  quando  Y  uomo  si  parte  di  Pianili,  e  va  per  ponente 
i  giornate,  e'  truova  un  bel  castello  eh'  ha  nome  Caiciù,  lo 
quale  fece  fare  uno  re  lo  quale  fu  chiamato  lo  re  Dor.  In 
questo  castello  èe  un  molto  bello  palagio,  ove  hae  una  molto 
bella  sala,  molto  bene  dipinta  di  tutti  gli  re  che  anticamente 
sono  istati  re  di  quel  reame  ;  ed  è  questo  molto  bella  cosa 
a  vedere.  E  di  questo  re  Dor  sì  vi  conterò  una  molto  bella 
novella,   d'un  fatto  che  fu  tra  lui  e  '1  Preste  Giovanni.  E 

gensi  :  gelsi,  dalla  solita  radice  gkele. 

Pianfù  :  Ping  yang  fu,  185  miglia  a  S.  0.  di  Tai  yuan  fu,  paese  fa- 
moso per  la  bellezza  delle  sue  donne. 

Caiciù  :  (Caagù.  Caiciù,  Caituy,  Taigiù  dei  testi)  è  Hiai  ehou,  a  2 
giornate  da  Ping  yang  fu,  a  nord  del  fiume  Giallo.  Era  il  ca- 
stello forte  dove  mori  Cinghis  Khan  (v.  pag.  64).  La  dinastia 
Chin  (1115-1234),  o  dinastia  d'oro  dei  Tartari  Nuchen,  vi  si 
rinchiudeva  noi  tempi  minacciosi.  L'ultimo  sovrano  della  di- 
nastia (il  Re  Dor  di  Marco  Polo)  si  chiamava  Altun  Khan. 
Salito  al  trono  nel  1168,  se  ne  stava  qui  rinchiuso  quando  cadde 
•  nel  laccio  tesogli  dal  Preste  Giovanni,  Unckhan,  tra  il  1180-1185. 
Nel  1190,  tornato  a  casa  con  un  bel  vestito  novo  regalatogli 
dal  Preste,  si  vide  arrivare  dinanzi  il  fratello  del  suo  benefat- 
tore,  Kushluek,  che  gli  sposò  la  figlia  o  gli  successe  al  trono. 


124  IL    MILIONE 

questi  è  in  sì  forte  luogo,  che  '1  Preste  Giovanni  no  gli  po- 
teva venire  addosso,  e  aveano  guerra  insieme  secondo  che 
diceano  quegli  di  quella  contrada.  Il  Preste  Giovanni  n'avea 
grande  ira  :  e  sette  valletti  del  Preste  Giovanni  sì  gli  dissoro 
che  egli  gli  recherebbono  innanzi  lo  re  Dor  tutto  vivo,  s'egli 
volesse;  e  '1  Preste  Giovanni  lor  disse  che  ciò  voleva  volen- 
tieri. Quando  questi  valletti  ebbono  udito  questo,  egli  si  par- 
tirono e  andarono  alla  corte  del  re  Dor,  e  dissono  al  re 
ch'egli  erano  d'istrane  parte,  e  dissono  ch'egli  erano  venuti 
per  servirlo:  e  egli  rispuose  loro  che  fossero  gli  ben  venuti, 
che  farebbe  loro  piacere  e  servigio,  e  così  cominciaro  gli  7 
valletti  del  Preste  Giovanni  a  servire  lo  re  Dor.  E  quando 
egliono  furono  istati  ben  due  anni,  egli  erano  istati  molti 
amati  dal  re  per  lo  bel  servigio  eh' egliono  gli  aveano  fatto; 
il  re  faceva  di  loro  come  se  tutti  e  sette  fossero  istati  suoi 
figliuoli.  Or  udirete  quello  che  questi  malvagi  fecero,  perchè 
niuno  non  si  puote  guardare  da'  traditori.  Ora  avvenne  che 
questo  re  si  andava  sollazzando  con  poca  gente,  tra  gli  quali 
erano  questi  sette  ;  e  quando  egliono  ebbono  passato  un  fiume 
di  lungi  dal  palagio  detto  di  sopra,  quando  questi  sette  vid- 
doro  che  il  re  non  avea  compagnia  che  '1  potesse  difendere, 
missoro  mano  alle  i spade,  e  dissono  d'ucciderlo,  o  egli  n'an- 
dasse co'  loro.  Quando  lo  re  si  vidde  a  questo,  diedesi  grande 
maraviglia,  e  disse:  come  questo,  figliuoli  miei?  perchè  mi 
fate  voi  questo?  ove  volete  ch'io  venga?  Egli  dissono  :  noi 
vogliamo  che  voi  vegniate  al  Preste  Giovanni,  che  è  nostro 
signore. 

xeni. 

Come  il  Preste  Giovanni  fece  prendere  lo  re  Dor. 

E  quando  lo  re  intese  ciò  che  costoro  gli  dissono,  buona- 
mente che  non  morì  di  dolore,  e  disse:  deh!  figliuoli,  non 
v'  ho  io  onorati  assai  ?  perchè  mi  volete  voi  mettere  nelle 


DI    AI.    MARCO    POI."  125 

mani  del  nimico  mio  ?  Quegli  rispuosono  che  conveniva  che 
così  fosse.  Allora  lo  menarono  al  Preste  Giovanni.  Quando 
il  Preste  Giovanni  il  vidde  ebbene  grande  allegrezza,  e  dis- 
segli  ch'egli  fosse  lo  malvenuto:  quegli  non  seppe  che  si  dire. 
Allotta  comandò  ch'egli  fosse  messo  a  guardare  bestie;  e  così 
fu:  e  questo  gli  fece  fare  per  dispetto,  tuttavia  ben  guardan- 
dolo. E  quando  egli  ebbe  guardate  le  bestie  bene  due  anni, 
egli  sei  fece  venire  dinanzi,  e  fecegli  donare  ricche  vestimenta, 
e  fecegli  onore  assai;  poscia  gli  disse:  signore  re,  aguale  ben 
puoti  vedere  che  tu  non  se'  da  guerreggiare  con  meco.  Ri- 
spuose  lo  re:  sempre  cognobbi  che  io  non  era  poderoso  da 
ciò  fare.  Allotta  disse  il  Preste  Giovanni:  non  ti  voglio  più 
fare  noia,  se  non  eh'  io  ti  farei  piacere  e  onore.  Allotta  fe- 
cegli donare  molti  begli  arnesi  e  cavagli,  e  compagnia  assai, 
e  lasciollo  andare.  E  questi  si  tornò  al  suo  reame;  e  da  quel- 
l'ora innanzi  fu  suo  amico  e  servidore.  Or  vi  conterò  d'un 'altra 
materia.  \ 

XCIV. 
Del  gran  fiume  di  Charamera. 

E  quando  l'uomo  si  parte  di  questo  castello  e  va  verso 
ponente  20  miglia,  trova  un  fiume  eh'  è  chiamato  Charamera, 
eh' è  sì  grande  che  non  si  può  passare  per  ponte,  e  va  in- 
agriate: ora. 

Charamera  :  (tartaro  Karamuren,  fiume  nero)  è  il  fiume  Giallo  o 
Huang  Ho,  il  tormento  della  Cina,  come  lo  chiamò  l'imperatore 
Ghia  Chfing  (1796-1821)  pei  suoi  periodici  straripamenti,  che  al- 
lagano intere  regioni  e  distruggono  migliaia  di  vite.  La  costosa 
e  complicata  amministrazione  costituita  espressamente  per  la 
sua  arginazione  è  impotente  contro  la  capricciosa  malvagità  del 
fiume.  Al  tempo  di  Marco  Polo  esso  sboccava  nel  mar  Giallo,  a 
sud  della    penisola   dello   Shantung:  dal   1853  mette  in  mare  a 


126  IL    MILIONE 

fine  al  mare  occeano.  E  su  per  questo  fiume  ha  molte  città  e 
castella,  ove  sono  molti  mercatanti  e  artefici.  Attorno  a  questo 
fiume  per  la  contrada  nasce  molto  giengievo,  e  hacci  tanti  uc- 
celli ch'è  una  maraviglia,  che  e'  v'ha  per  una  moneta  che  si 
chiama  «vaspre»,  ch'è  come  uno  viniziano,  tre  fagiani.  Quando 
l'uomo  ha  passato  questo  fiume,  e  l'uomo  è  ito  due  giornate, 
sì  si  truova  una  nobile  città  eh'  è  chiamata  Ghaciafù.  Le  genti 
sono  tutti  idoli,  e  tutti  quegli  della  provincia  del  Gatai  sono 
tutti  idoli,  ed  è  terra  eli  gran  mercatanzia  e  d'arti,  e  havvi 
molta  seta  ;  quivi  si  fanno  molti  drappi  di  seta  e  d'oro.  Qui 
non  ha  cosa  da  ricordare,  però  ci  partiamo,  e  dirovvi  d'una 
nobile  città  eh'  è  in  capo  del  reame  di  Kengianfu. 


xcv. 


Della  città  di  Kengianfu. 

Quando  1'  uomo  si  parte  della  città  eh'  è  detto  di  sopra, 
cavalca  8  giornate  per  ponente,  tuttavia  trovando  castella  e 
cittadi  assai,  e  di  mercatanzie  e  d'arti,  e  begli  giardini  e  case. 
Ancora  vi  dico   che  tutta  la  contrada  è  piena  di  gelsi  :    le 

N.  0.  di  Tsinan  nel  golfo  del  Pechili,  errando,  rodendo  e  deva- 
stando per  2700  miglia,  dal  Tibet  al  mare.  Le  sue  rapide  cor- 
renti lo  rendono  poco  navigabile.  Valenti  idraulici  europei  hanno 
fatto  studi  dal  1868  al  1891  per  regolarne  il  corso,  ma  le  finanze 
della  Cina  non  permettono  per  ora  di  affrontare  il  vasto  pro- 
blema. 

giengevo  :  zénzero. 

vaspre:  (asper,  akcke,  bianco)  era  una  moneta  turca  d'argento  che 
valeva  quanto  un  viniziano,  cioè  mezzo  scudo. 

Ghaciafù  :  (Cacafu,  Chancafu  dei  testi)  è  Ho  chan  fu,  a  due  gior- 
nate dal  fiume  Giallo  e  a  quattro  da  Caiciù. 


* 


IH     M.     MARCO    POLO  127 

genti  sono  idoli  :  quivi  ha  cacciagioni  e  uccellagioni  assai. 
Quando  l'uomo  ha  cavalcato  queste  8  giornate,  l'uomo  truova 
la  nobile  città  di  Kengianfù,  la  quale  è  nobile  e  grande,  e 
capo  di  reame.  E  anticamente  fu  buono  reame  e  possente  : 
aguale  n*  è  signore  il  figliuolo  del  Gran  Cane,  che  Manghala 
è  chiamato,  e  ha  corona.  Questa  terra  è  di  grande  merca- 
tanzia,  e  havvi  molte  gioie  ;  quivi  si  lavora  drappi  d'  oro  e 
di  seta  di  molte  maniere,  e  di  tutti  fornimenti  da  oste.  Egli 
hanno  di  tutte  cose  che  a  uomo  bisogna  per  vivere,  in  grande 
abondanza  e  per  gran  mercato.  La  villa  è  al  ponente,  e  sono 
tutti  idoli,  e  di  fuori  della  terra  è  il  palagio  di  Manghala  re, 
ciré  così  bello  com*  io  vi  dirò.  Egli  è  in  un  bel  piano  e 
grande,  e  v'  ha  fiume  largo  e  padule,  e  fontane  assai,  egli 
ha  dintorno  un  muro,  che  gira  ben  5  miglia,  ed  è  tutto  mer- 
lato e  ben  fatto  :  e  in  mezzo  di  questo  muro  è  il  palagio  sì 
bello  e  sì  grande,  che  non  si  potrebbe  nel  mondo  meglio  di- 
visare :  egli  ha  molte  belle  sale  e  molte  belle  camere  tutte 
dipinte  ad  oro  battuto.  Questo  Manghala  mantiene  bene  suo 
reame  in  grande  giustizia  e  ragione,  ed  e  molto  amato:  quivi 


Kengianfù  :  è  Singan,  la  capitale  dello  Shensi,  chiamata  per  molti 
secoli,  al  tempo  delle  antiche  dinastie  nazionali,  Ghang  An, 
(Anche  Odorico  da  Pordenone  la  chiama  Kanxarì).  I  Mongoli 
dopo  la  conquista  (1277)  le  mutaron  nome  e  la  chiamarono 
Ngan  si,  ma  tale  denominazione  non  ebbe  fortuna,  e  quando 
nel  1370  avvenne  la  restaurazione  dell'  impero  cinese  sotto  la 
dinastia  dei  Ming  la  città  prese  il  nome  attuale. 

Manghala:  vice  re  di  Kengianfù,  era  il  terzo  figlio  di  Kublai.  Nel 
vecchio  palazzo  regale  si  rifugiò  nel  1900  l' imperatrice  vedova 
Tsu  Hsi  col  figlio  giovanetto,  quando  le  milizie  internazionali 
occuparono  Pekino  per  domare  la  rivolta  dei  boxers.  A  Singan 
furono  trovati  due  documenti  importantissimi  :  la  tavola  nesto- 
rina  e  la  raccolta  dei  nove  classici  cinesi  incisi  su  lastre  di  pie- 
tra, oggi  trasportati  nel  tempio  di  Confucio  a  Pekino. 


128  IL    MILIONE 

ha  grandi  sollazzi  di  cacciare.  Ora  partiamo  di  qui,  e  dirovvi 
di  una  provincia  eh' è  molto  nelle  montagne,  e  ha  nome 
Ghunchum. 

XGVI. 

Della  provincia  di  Chunehum 

Quando  F  uomo  si  parte  da  questo  palagio  di  Manghala, 
l'uomo  va  per  ponente  tre  giornate  di  molto  bel  piano,  tut- 
tavia trovando  ville  e  castella  assai,  e  vivono  di  mercatanzie 
e  d'arti,  e  hanno  molta  seta.  Di  capo  delle  tre  giornate  sì  si 
truovano  montagne  e  valli  che  sono  della  provincia  di  Ghun- 
chum. Egli  ha  per  monti  e  per  valli  città  e  castella  assai,  e 
sono  idoli,  e  vivono  di  lor  lavorìo  di  terra  e  di  boscaglie  ;  e 
havvi  molti  boschi,  ove  sono  molte  belle  bestie  salvatiche, 
come  sono  lioni  e  orsi  e  cavriuoli,  lupi  cervieri,  dani  e  cierbi, 
e  altre  bestie  assai,  sì  che  troppo  n'  hanno  grande  utilità. 
E  per  questo  paese  cavalca  F  uo*no  20  giornate  per  montagne 
e  valli  e  boschi,  tuttavia  trovando  città  e  castella  assai  e 
buoni  alberghi.  Ora  partiremo  di  qui,  e  conterovvi  d'un'altra 
provincia. 

XGVII.       . 

D'  una  provincia  d'Ambalet. 

Quando  F  uomo  si  parte  ed  ha  cavalcate  queste  20  gior- 
nate delle  montagne  di  Ghunchum,  sì  si  truova  una  provincia 
che  ha  nome  Ambalet  Mangi,  e  havvi  cjjtà  e  castella  assai, 

Chunehum  :  corrisponde  all'odierna  provincia  di  Ssuchuan,  (il  ter- 
ritorio dei  quattro  fiumi),  vasta  e  ricca  regione  bagnata  da  quat- 
tro affluenti  del  fiume  Azzurro. 

lioni:  intendi  tigri;  il  leone  non  esiste  nella  Cina. 

Ambalet  Mangi  :  si  crede  che  voglia  indicare  Hangchung  sul  fiume 
Han,  città  di  confine  tra  il  Ssuchuan  e  lo  Shensi.  Le  venti  gior- 
nate vanno  calcolate  da  Singan. 


di    M.    MARCO    POLO  12^ 

e  sono  al  ponente,  e  sono  idoli,  e  vivono  di  mercatanzie  e 
d'arti;  e  per  questa  provincia  ha  tanto  giengiovo,  che  s'ispar- 
ge  per  tutto  lo  Gatai,  e  hassene  grande  guadagno  :  egli 
hanno  riso  e  grano,  altre  biade  assai  e  gran  mercato  :  è  di- 
vi/iosa d'  ogni  bene.  La  mastra  terra  èe  chiamata  Ambalet 
Mangi,  che  vale  a  dire,  l'ima  delle  confine  di  Mangi;  questa 
contrada  dura  due  giornate.  A  capo  di  queste  due  giornate  si 
I  movano  le  gran  valli  e  gli  gran  monti  e  boschi  assai,  e  vassi 
bene  20  giornate  per  ponente  truovando  ville  e  castella  assai. 
La  gente  sono  idoli,  vivono  de' frutti  della  terra,  e  d'uccelli 
e  di  bestie,  quivi  hae  lioni,  orsi,  lupi  cervieri,  dani  e  ca- 
vriuoli assai.  Quivi  ha  grande  quantità  di  quelle  bestiuole 
clie  fanno  il  moscado.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  dicovi  di  altre 
contrade  bene  e  ordinatamente,  come  voi  udirete. 


XCVIII. 

Della  provincia  di  Sindufù. 

E  quando  1'  uomo  è  ito  20  giornate  per  ponente,  com'io 
ho  detto,  l'uomo  truova  una  provincia  eh'  è  chiamata  an- 
cora delle  confine  de' Mangi,  e  hae  nome  Sindufù.  E  la  ma- 
stra città  hae  nome  Sindufù.  la  quale  fue  anticamente  grande 
città- e  nobile,  e  fuvvi  entro  un  molto  grande  e  ricco  re:  ella 
giròe  intorno  bene  20  miglia.  Ora  avvenne  che  fu  così  ordi- 
nata, che  il  re  che  morì  e'  lasciò  tre  figliuoli;  sì  che  egliono 
partirono  la  città  per  terzo,  e  ciascuno  rinchiuse  lo  suo  terzo 
eli  mure  dentro  da  questo  circóvito.    e  tutti  questi  figliuoli 

indufù  :  ò  Fattuale  Chingtù,  sul  fiume  To.  che  allora  veniva  con- 
siderato come  il  ramo  principale  del  fiume  Azzurro,  mentre  ne 
è  un  affluente. 

Marco  Polo  —   li  Milione  B 


130  IL    MILIONE 

furono  re,  e  aveano  grande  podere  di  terre  e  d;  avere,  perchè 
Io  loro  padre  fu  molto  poderoso.  E  '1  Gran  Cane  disertò  que- 
sti tre  re,  e  tiene  la  terra  per  sé.  E  sappiate  che  per  mezzo 
questa  città  passa  un  gran  fiume  d'acqua  dolce,  ed  è  largo 
bene  mezzo  miglio,  ov'  ha  molti  pesci,  e  va  infino  al  mare 
occeano,  e  havvi  da  80  in  100  miglia,  ed  è  chiamato  Kiang. 
E  in  su  questo  fiume  hae  città  e  castella  assai,  e  havvi  tante 
navi,  che  appena  si  potrebbe  credere  chi  noi  vedesse  ;  e  v'ha 
tanta  moltitudine  di  mercatanti,  che  vanno  giuso  e  suso,  eh' è 
una  grande  maraviglia.  E  il  fiume  è  sì  largò,  che  pare  un 
mare  a  vedere,  non  fiume.  E  dentro  della  città  in  su  questo 
fiume  è  un  ponte  tutto  di  pietre,  ed  èe  lungo  bene  un  mezzo 
miglio,  e  largo  otto  passi  :  e  su  per  quello  ponte  ha  colonne 
di  marmo,  che  sostengono  la  copritura  del  ponte  ;  e  sappiate 
ch'egli  è  coperto  di  bella  copritura,  e  tutto  dipinto  di  belle 
istorie,  e  havvi  suso  più  magioni  ove  si  tiene  molta  merca- 
tanzia  e  favvisi  arti  :  ma  sì  vi  dico  che  quelle  case  sono  di 
legno,  che  la  sera  si  disfanno  e  la  mattina  si  rifanno.  E  quivi 
è  lo  camarlingo  del  Gran  Sire,  che  riceve  lo  diritto  della  mer- 
catanzia  che  si  vende  in  su  quel  ponte  ;  e  sì  vi  dico  che  il 
diritto  di  quel  ponte  vale  1'  anno  bene  mille  bisanti  d'  oro. 
La  gente  è  tutta  ad  idoli.  Di  questa  città  si  parte  1'  uomo, 
e  cavalca  bene  per  piano  e  per  valli  cinque  giornate,  tro- 
vando città  e  castella  assai.  L'uomeni  vivono  del  frutto  della 
terra,  e  v'ha  bestie  salvatiche  assai,  come  s'  è  lioni  e  orsi 
e  altre  bestie  ;  quivi  si  fa  bel  zendado  e  drappi  dorati  assai. 


Kiang:  (il  fiume  per  eccellenza)  è  il  magnifico  Yangtze  Kiang,  o 
fiume  Azzurro,  l'arteria  commerciale  più  importante  della  Cina, 
sempre  gremito  di  navigli.  Esso  è  navigabile  fino  a  Chunking, 
a  800  miglia  dalla  costa,  che  è  Pemporio  commerciale  di  Chingtù 
(v.  cap.  CXXVT). 

camarlingo  :  tesoriere  della  dogana. 


T)T    M.    MARCO    POLO  131 

Egli  sono  di  Sindufù.  Quando  l'uomo  è  ito  queste  5  giornate 
di'  io  v'  ho  contate,  l'uomo  truova  una  provincia  molto  gua- 
sta e' ha  nomo  Tebet:  e  noi  ne  diremo  di  sotto. 


XCIX. 

Della  provincia  di  Tebet. 

Appresso  te  cinque  giornate  eh'  io  v*  ho  detto,  truova 
1'  uomo  una  provincia  che  guastoe  Mogir  Cane  per  guerra: 
e  v  ha  molte  ville  e  castella  tutte  guaste.  Quivi  hae  canne 
grosse  bene  quattro  ispanne,  lunghe  bene  15  passi,  e  hae 
dall'  uno  nodo  all'  altro  bene  tre  palmi.  E  sì  vi  dico  che  gli 
mercatanti  e  gli  viandanti  prendono  di  quelle  canne  la  notte 
e  fannole  ardere  nel  fuoco  ;  perchè  fanno  sì  grande  iscop- 
piata,  che  tutti  gli  leoni  e  orsi  e  altre  bestie  fiere  hanno 
paura  e  fuggono,  e  non  si  accosterebbero  al  fuoco  per  cosa 

Tebet  :  questo  capitolo  e  i  due  seguenti  contengono  le  prime  notizie 
che  V  Europa  ebbe  sulla  grande  regione  tibetana.  Per  averne  di 
più  precise  ed  estese  converrà  attendere  la  relazione  del  missio- 
nario Ippolito  Desideri  da  Pistoia  (1715-21),  che  venne  edita 
ai  nostri  giorni  da  0.  Puini,  per  incarico  della  Società  Geografica 
Italiana.  Degli  otto  reami  dol  Tibet,  M.  Polo  non  ne  visitò  che 
due,  uno  all'oriente  (Kam)  e  uno  a  mezzogiorno  (Mon).  Del 
Ivam  facevano  parte  le  due  provincie  di  Ghaindù  e  di  <1haragià. 
di  cui  si  parla  nei  capitoli  CI  e  CU, 

Il  nome  mongolo  di  Tebet  (Tebot)  venne  alla  intera  regione 
<la  uno  dei  reami  centrali  (Bod),  dove  trovasi  la  capitale  Lhasa: 
i  Cinesi  lo  chiamano  Hsi  txany.  Gli  abitanti,  detti  dai  Cinesi 
Sifan  (v.  pag.  61)  furono  sottomessi  tra  il  1238  e  il  54  da  Mogu, 
predecessore  e  fratello  di  Kublai.  Gran  parte  delle  provincie  orien- 
tali divennero  da  prima  i  reami  indipendenti  del  Tangut  e  del 
Chunchum,  poi  le  provincie  cinesi  di  Kansuh  e  Ssuchuan. 


132  IL    MILIONE 

del  mondo.  E  questo  si  fanno  per  paura  di  quelle  bestie, 
ch'è  ve  n'  ha  assai.  Le  canne  iscoppiono,  perchè  si  mettono 
verdi  nel  fuoco,  e  quelle  si  torcono  e  fendono  per  mezzo,  e 
per  questo  fendere  fanno  tanto  romore.  che  s'  odono  dalla 
lunga  presso  a  cinque  miglia  di  notte,  e  piue  ;  ed  è  sì  ter- 1 
ribile  cosa  a  udire,  che  chi  non  fosse  di  udirlo  usato,  ogni 
uomo,  n'avrebbe  gran  paura.  E  gli  cavagli  che  non  ne  sono 
usi,  si  spaventono  sì  forte  che  rompono  capresti  e  ogni  cosa, 
e  fuggono;  e  questo  avviene  ispesse  volte.  E  a  ciò  prendere 
rimedio,  e'  gli  fanno  a  cavagli  che  non  ne  sono  usi,  e'  gli 
fanno  incapestrare  di  tutti  e  quattro  li  piedi,  e  fasciare  gli 
occhi,  e  turare  gli  orecchi  ;  sì  che  non  può  fuggire  quando  ode 
questo  iscoppio;  e  così  campano  gli  uomeni,  la  notte,  loro  e 
le  loro  bestie.  E  quando  l'uomo  va  per  queste  contrade  bene 
20  giornate,  non  truova  né  alberghi  né  vivande,  ma  conviene 
ohe  porti  vivande  per  sé  e  per  sue  bestie  tutte  queste  20  gior- 
nate, tuttavia  trovando  fiere  pessime  e  bestie  salvatiche,  che 
sono  molto  pericolose.  Poscia  si  truova  castella  e  case  assai, 
ov'  hae  un  cotal  costume  di  maritare  femmine  com'  io  vi  dirò. 
Egli  è  vero  che  niuno  uomo  piglierebbe  una  pulciella  per  mo- 
glie per  tutto  il  mondo  ;  e  dicono  che  non  vagliono  nulla, 
s'  ella  non  è  costumata  con  molti  uomeni.  E  quando  gli  mer- 
catanti passano  per  le  contrade,  le  vecchie  tengono  loro 
figliuole  sulle  istrade  e  per  gli  alberghi  e  per  loro  tende,  e 
stanno  alO  e  a  20ea30,  e  fannole  giacere  con  questi  mer- 
catanti, e  poscia  le  maritano  :  e  quando  il  mercatante  hae 
fatto  suo  volere,  e'  conviene  che  il  mercatante  le  doni  qualche 
gioja,  acciò  che  possa  mostrare  come  altri  hae  avuto  affare 
seco  ;  e  quella  che  hae  più  gioie,  è  segno  che  più  uomeni 
sono  giaciuti  con  essa,  e  più  tosto  si  marita.  E  conviene  che 
ciascuna,  anzi  che  si  possa  maritare,  conviene  che  abbia  più 
di  20  segnali  a  collo,  per  mostrare  come  molti  uomeni  ab- 
biano avuto  affare  seco  :  e  quella  che  n'  ha  più,   è  tenuta 


DI    M.     M  \K<  0    POLO  1-H3 

migliore  e  dicono  eh'  è  più  graziosa  aite  l'altre.  La  gente  A 
idola  e  malvagia,  che  non  hanno  per  ninno  peccato  di  far 
male  e  di  rubare  :  e  sono  gli  migliori  ischerani  del  mondo. 
Egli  vivono  de'  frutti  della  terra,  e  di  bestie  e  d'  uccelli.  E 
dicovi  clic  in  quella  contrada  liae  molte  bestie  che  fanno  il 
moscado.  E  questa  mala  gente  liae  molti  buoni  cani,  e  pren- 
d oune  assai  di  queste  bestie.  Egli  non  hanno  né  carte,  uè 
monete  di  quelle  del  Gran  Cane,  ma  fannole  da  loro.  Egliono 
si  vestono  poveramente,  che  M  loro  vestire  si  è  di  canovacci  e 
di  pelle  di  bestie  e  di  bucherami,  e  hanno  loro  linguaggio, 
e  chiamasi  Tebet.  E  questa  Tebet  è  una  grandissima  provin- 
cia :  e  conterovvi  brievemente  come  voi  potrete  adire. 


G. 


Ancora  della  provincia  di  Tebet. 

Tebet  èe  una  grandissima  provincia,  e  hanno  linguaggio 
per  loro,  e  sono  idoli,  e  confinano  colli  Mangi,  e  con  molte 
altre  provincie:  egli  sono  molti  grandi  ladroni:  ed  è  sì  grande. 

La  gente  è  malvagia  :  i  costumi  immorali  e  briganteschi  di  imi 
fa  parola  M.  Polo  non  sono  inverosimili  a  riscontrarsi  sulla  ca- 
rovaniere deserte,  ma  sarebbe  però  grave  ingiustizia  estenderli 
ali1  intera  nazione  tibetana,  riconosciuta  da  tutti  i  viaggiatori 
susseguenti  come  affabile,  cortese,  attiva,  intelligente,  e  sopra- 
tutto disciplinata  e  religiosa. 

canovacci:  tela  greggia;  bucherami,  vedi  pag.  17. 

hanno  loro  linguaggio  :  monosillabico,  scritto  con  caratteri  deva- 
nagari.  Kublai  Khan  nel  1270  incaricò  il  lama  tibetano  Bashpa 
di  applicare  Talfabeto  tibetano  alla  lingua  cinese.  Tra  lo  iscri- 
zioni in  sei  lingue  da  lui  fatta  affiggere  alla  porta  della  Cina 
presso  Kalgan  vi  è  anche  la  cinese  in  caratteri  tibetani,  ma  la 


—     \ 


184  IL    MILIONE 

che  v'  ha  bene  8  reami  grandi,  e  grandissima  quantità  di 
cittade  e  di  castella  ;  egli  v'  ha  in  molti  luoghi  fiumi  e  laghi, 
e  havvi  montagne,  ove  si  truova  1'  oro  di  pagliuola  in  grande 
quantità.  E  in  questa  provincia  si  spende  lo  corallo,  e  èvvi 
molto  caro,  perchè  egiiono  lo  pongono  a  collo  di  loro  fem- 
mine e  di  loro  idoli,  e  hannolo  per  grande  gioja.  E  in  questa 
provincia  ha  ciambellotti  assai  e  drappi  d'oro  e  di. seta;  e 
quivi  nasce  molte  spezie,  che  mai  non  furono  vedute  in  que- 
ste nostre  contrade  ;  e  hanno  li  più  savi  incantatori  e  astro- 
lagi  che  sieno  in  questi  paesi.  Egli'fanno  tali  cose  per  opere 
di  diavoli,  che  non  si  vuole  contare  in  questo  libra,  però 
che  troppo  se  ne  maraviglierebboro  le  persone  ;  e  sono  male 
costumati.  Egli  hanno  grandissimi  cani,  e  mastini  grandi  come 
asini,  che  sono  buoni  da  pigliare  bestie  salvatiche.  Egli  hanno 
ancora  di  più  maniere  di  cani  da  caccia  ;  e  vi  nasce  ancora 
molti  buoni  falconi  pellegrini  e  bene  volanti.  Or  lasciamo  di 
questa  provincia  di  Tebet,  e  dirovvi  d'  un'altra  provincia  e 
regione,  la  quale  è  iscritta  di  sotto,  e  sono  al  Gran  Cane. 
E  tutte  provincie  e  regioni  che  sono  iscritte  in  questo  libro, 
sono  al  Gran  Cane,  salvo  quelle  dal  principio  di  questo  libro, 
che  sono  così  coni'  io  v'  ho  iscritto  ;  e  perciò  da  quelle  in- 
fuori, quanto  n'  è  iscritto  in  questo  libro,  tutte  sono  al  Gran 
Cane  ;  e  perchè  voi  noi  trovaste  iscritto,  sì  lo  intendete  in 
tal  maniera,  coni'  io  v'  ho  detto.  Or  lasciamo  qui,  e  conte- 
rovvi  della  provincia  di  Ghaindiì. 

tentata  innovazione  non  ebbe  successo,  e  la  Cina  continuò  a 
servirsi  della  sua  scrittura  ideografica,  che  ha  una  razionalità  e 
bellezza  particolare.  La  fonetica  cinese  è  poi  una  vera  musica, 
ha  una  grazia  e  un1  armonia  insuperabile. 


DI    M.    MAHOO    POI,'»  i*J& 


Gì. 


Delia  provincia  di   Qhaindù. 

Ghaindù  è  mia  provincia  verso  ponente,  e  non  lia  se  none 
uno  re,  e  sono  idoli,  e  sono  al  Gran  Cane  ;  e  v'  ha  città  e 
castella  assai,  e  v'ha  un  lago  ove  si  trova  molte  perle,  ma 
il  Gran  Cane  non  vuole  che  se  cavino,  che  se  ne  cavasse 
quante  se  ne  troverebbono,  diventerebbono  sì  vili,  che  sareb- 
bono  per  nulla  :  ma  il  Gran  Sire  ne  fa  torre  solamente  quante 
ne  bisognano  a  lui  ;  e  chi  altri  ne  cavasse  perderebbe  la 
persona.  Ancora  v'ha  una  montagna  ove  si  trovano  pietre  in 
grande  quantità,  che  si  chiamano  turchiese,  e  sono  molto 
belle  ;  e  il  Gran  Sire  non  le  lascia  trarre  se  non  per  suo  co- 
mandamento. E  sì  vi  dico  che  in  questa  contrada  ha  un  bel 
costume,  che  non  si  tengono  a  vergogna  se  uno  forestiere  o 
altra  persona  giace  colla  moglie  o  colla  figliuola  o  con  alcuna 
femmina  eh'  egli  abbiano  in  casa;  e  questo  tengono  a  bene, 
e  dicono  che  gli  loro  idoli  ne  danno  loro  molti  beni  tempo- 
rali ;  e  perciò  fanno  sì  gran  larghità  eli  loro  femmine  a"  fo- 
restieri, come  io  vi  dirò.  Che  sappiate  che  quando  uno  uomo 
di  questa  contrada  vede  che  gli  venga  un  forestiere  a  casa, 
incontanente  esce  di  casa,  e  comanda  alla  moglie  e  alla  altra 
famiglia,  eh'  al  forestiere  sia  fatto  ciò  che  vuole  come  alla 
sua  persona  :  e  esce  fuori  e  istà  a  sua  villa  o  altrove,  tanto 
che  il  forestiere  vi  dimora  tre  die.  E  il  forestiere  fa  appic- 
care suo  cappello  o  altra  cosa  alla  finestra,  a  significare  che 
egli  èe  ancora  là  entro,    perche  il  marito  o  altro  forestiere 

Ghaindù  :  (Kiam  do,  Kant  do)  è  un  lembo  del  Kam  tibetano,  rac- 
chiuso nel  gomito  che  descrive  il  corso  del  fiume  Azzurro,  e 
corrisponde  all'attuale  prefettura  di  Chien  Chang. 


L36  li-    MILIONE 

non  vi  andasse;  e  intìn  che  quel  segnale  istà  alla  casa  mai 
non  vi  torna  :  e  questo  si  fa  per  tutta  questa  provincia.  Egli 
hanno  moneta  com'  io  vi  dirò.  Egli  prendono  la  sei,  e  fannola 
cuocere,  e  gittanla  in  forma,  e  pesa  questa  forma  da  una 
mezza  libbra  :  e  le  quattro  venti  di  questi  tali  sei,  che  io 
v'ho  detto,  vagliono  un  saggio  d'oro  fine  ;  e  questa  è  la  pic- 
ciola  moneta  eh'  egli  ispendono.  Egli  hanno  bestie  che  fanno 
il  moscado,  in  grande  quantità  ;  egli  hanno  pesci  assai,  e 
càvangli  del  lago,  eh'  io  v'  ho  detto,  ove  si  truovano  le  perle; 
leoni,  lupi  cervieri,  orsi,  dani,  cavriuoli;  cervi  hanno  assai, 
e  di  tutti  uccelli  hanno  assai;  vino  di  vigne  non  hanno,  ma 
fanno  vino  di  grano  e  di  riso  con  molte  ispezie,  ed  è  buona 
bevigione.  In  questa  provincia  nasce  garofani  assai:  egli  è 
un  albero  piccolo  che  fa  le  foglie  grandi  quasi  come  corbezze. 
alcuna  cosa  più  lunghe  e  più  istrette,  lo  fiore  fa  bianco,  pic- 
colo come  il  garofano.  Egli  hanno  gengiavo  in  grande  abou- 
danza  e  cannella  e  altre  ispezie  assai,  che  non  ne  vengono 
in  nostra  contrada.  Or  lasciamo  di  questo,  e  conterovvi  di 
questa  contrada  medesima  più  innanzi.  Quando  1'  uomo  si 
parte  di  questa  Ghaindù,  l'uomo  cavalca  bene  10  giornate 
per  castella  e  per  cittadi  :  e  la  gente  è  tutta  di  questa  ma- 
niera di  costumi  e  d'ogni  maniera  di  quelli  eh'  io  v'ho  detto. 
Ora  passate  queste  10  giornate,  sì  si  truova  un  fiume  chia- 
mato Bruuis,  e  quivi  si  finisce  la  provincia  di  Ghaindù  ;  e  in 

la  sei  :  il  sale.  L1  articolo  femminile  si  trova  di  frequente  nei  testi 

antichi  invece    del    maschile,  es.  la  fiore.   Ancor    oggi  in  paesi 

remoti  il  sale  serve  come  moneta. 
quattroventi  :  (cfr.  frane,  quatrevingt)  ottanta. 
lupi  cervieri:  linci. 
albero  piccolo  :  è  forse  il  thè,  di  cui  esistono  vaste  piantagioni  nel 

distretto  di  Pu  èhr. 
Bruuis  :  (tartaro  Morui  usti)  è  il  nome  che  i  Tartari  danno  all'alto 

corso  del  fiume  Azzurro,  che  trasporta  la  sabbia  d'oro,  onde  i 

Cinesi  lo  chiamano  Chin  sha  kiang. 


DI    M.    M£R<  0    POLO  1^7 

questo  fiume  si  truova  gran  quantità  d'oro  dì  tagliuola,  e  in 
quella  parte  hae  cannella  assai.  Kgli  entra  questo  fiume  nel 
mare  oceano.  Or  lasciamo  di  questo  fiume,  clic  non  v*  ha  cosa 
piò  da  coniare;  e  diremo  di  un'altra  provincia  chiamata  (Iha- 
ragià,  come  voi  udirete, 


GII. 


Della  provincia  di  Charagià. 

Quando  V  uomo  ha  passato  questo  fiume,  sì  se  ne  entra 
nella  provincia  di  Charagià,  eh'  è  sì  grande  ebe  bene  hae 
sette  reami;  ed  è  verso  ponente;  e  sono  idoli,  e  sono  al  Gran 
Cane;  e  il  re  che  v'è  è  figliuolo  del  Gran  Cane,  ed  è  ricco 
e  poderoso,  e  mantiene  bene  s^a  terra  e  giustizia,  ed  è  prode 
uomo.  Quando  l'uomo  ha  passato  il  fiume  ch'io  v'ho  detto 
di  sopra,  ed  è  ito  sei  giornate,  sì  si  truova  città  e  castella  assai; 
quivi  nasce  troppi  buoni  cavagli,  e  costoro  vivono  di  bestiame 
e  di  terra.  Egli  hanno  loro  linguaggio,  molto  grave  da  inten- 
dere. Di  capo  di  queste  cinque  giornate  si  truova  la  mastra 
città,  ed  è  capo  del  regno,  ch'jè  chiamata  Jaci,  molto  grande 
e  nobile;  quivi  hae  mercatanti  e  artefici.  La  legge  v'è  di 
piò  maniere,  chi  adora  Malcometto.  e  chi  gl,y/idoli,  e  chi   è 

Charagià:  (tartaro  Karajan,  che  significa  fortezza,  confr.  Kahit, 
Calatia)  corrisponde  all'  odierna  Tali  in  riva  al  lago  omonimo 
popolato  di  miti  e  di  leggende.  Era  la  capitale  del  regno  di  Nan- 
chao,  distrutto  dai  Tartari  nel  1252,  e  vi  teneva  la  sua  corte 
Kogra  Khan,  uno  dei  figli  di  Kublai.  Tali  è  rinomata  per  la  sua 
grande  fiera  annuale  dove  s1  incontrano  costumi  e  tipi  di  tutto 
le  razze  confinanti. 

Iaci  :  è  Yunnanfù,  posta  anch'  essa,  come  Tali,  su  un  grande  lago 
alpestre  a  circa  1500  m.  sul  livello  del  mare. 


1S8  IL    MILIONE 

cristiano  nestorino.  E  V  ha  grano  e  riso  assai,  ed  è  contrada 
molto  inferma;  perciò  mangiano  riso,  e  vino  fanno  di  riso  e 
di  spezie,  ed  è  molto  chiaro  e  buono,  ed  inebria  tosto  come 
il  vino.  Egli  spendono  per  moneta  porcellane  bianche,  che  si 
truovano  nel  mare,  e  cfce  se  ne  fanno  le  scodelle,  e  vagliono 
le  80  porcellane  un  saggio  d'argento,  che  sono  due  viniziani 
grossi,  e  gli  otto  saggi  d'ariento  fine  vagliono  un  saggio  d'oro 
fine.  Egli  hanno  molte  saliere,  ove  si  cava  e  fa  molto  sale, 
onde  se  ne  fornisce  tutta  la  contrada  ;  di  questo  sale  lo  re 
n'hae  grande  guadagno.  E  non  curano  se  l'uno  tocca  la  fem- 
mina dell'altro,  pure  che  sia  sua  volontà  della  femmina.  Quivi 
hae  un  lago  che  gira  bene  100  miglia,  nel  quale  ha  molti 
pesci  grandi,  li  migliori  del  mondo,  di  tutte  fatte.  Egli  man- 
giano la  carne  cruda,  e  ogni  carne;  i  poveri  vanno  alla  bec- 
cheria, e  quando  s'apre  il  castrone  o  bue,  sì  gli  si  cava  le 
budella  di  corpo,  e  mettele  nella  salsa  dell'aglio,  e  mangianle, 
e  così  fanno  d'ogni  carne:  i  gentili  uomeni  la  mangiano  cruda, 
ma  la  fanno  minuzzare  molto  minutamente,  poscia  la  mettono 
nella  salsa,  e  mangionla  e  con  buone  ispezie,  e  mangioni; 
così  come  noi  la  cotta.  Ancora  vi  conterò  di  questa  provincia 
di  Gharagià  medesima. 

CUI. 

Ancora  della  provincia  di  Charagià.  Ij 

Quando  l'uomo  si  parte  della  città  di  Jaci,  e  va  10  gior- 
nate per  ponente,  truova  la  provincia  di  Gharagià,  e  la  ma- 
stra città  del  regno  è  chiamata  Gharagià;  e  sono  idoli,  e  sono 

- 

- 
inferma  :  insalubre. 

porcellane  bianche  :  conchiglie  dallo  smalto  bianco  e  lucente  (ey- 

praeae,  ingl.  coterie). 

fanno  minuzzare  :  tutte  le  vivande  cinesi  vengono  spezzate  e  mi- 


ni    M,    MARCO   POLO  189 

al  Gran  Cane.  Ed  il  re  è  figliuolo  del  Gran  Cane;  e  in  questa 
provincia  si  truova  Toro  della  pagliuola,  cioè  nel  fiume,  e  an- 
cora si  truova  in  laghi  e  in  montagne  oro  più  grosso  che  di 
pagliuola,  e  danne  un  saggio  d'oro  per  sei  d'ariento.  Ancora 
qui  si  spende  le  porcellane,  ch'io  vi  contai,  e  in  questa  pro- 
vincia non  si  truova  queste  porcellane,  ma  vengono  d'India. 
E  in  questa  provincia  nasce  lo  gran  colubre  e  1  gran  ser- 
pente, che  sono  sì  smisurati,  che  ogni  uomo  se  ne  dovrebbe 
maravigliare.  Egli  sono  molto  orribile  cosa  a  vedere,  e  sap- 
piate ch'egji  ve  n'ha  per  vero  di  quelli  che  sono  lunghi  IO 
gran  passi,  e  sono  grossi  10  palmi  ;  e  questi  sono  li  mag- 
giori: egli  hanno  due  gambe  dinanzi  presso  al  capo,  e  gli 
loro  piedi  sono  d'una  unghia  fatta  come  di  lione,  e  il  ceffo 
è  molto  grande,  e  lo  viso  è  maggiore  che  un  gran  pane;  la 
bocca  èe  tale,  che  bene  inghiottirebbe  un  uomo  al  tratto  : 
egli  hae  gli  denti  grandissimi,  ed  è  sì  smisuratamente  grande 
e  fiero,  che  non  è  uomo  né  bestia  che  nollo  dotti  e  non  n'abbia 
paura;  e  ancora  ve  n'ha  dei  minori  d'otto  passi  o  di  sei.  La 
maniera  come  si  prendono  si  è  questa.  Egli  dimorano  lo  die 
sotterra  per  lo  gran  caldo,  e  la  notte  escono  fuori  a  pascere, 
e  prendono  tutte  quelle  bestie  che  possono  avere;  elle  vanno 
a  bere  al  fiume  e  al  lago  e  alle  fontane;  elle  sono  sì  grande 
e  sì  grosse,  che  quando  vanno  a  bere  o  a  mangiare  di  notte, 
fae  nel  sabbione,  onde  vae,  tal  fossa  ch'e'pare  che  una  botte 
vi  sia  voltata;  e  li  cacciatori  che  la  vogliono  pigliare  veg- 
gono la  via  onde  è  ito  il  serpente,  e  hanno  un  palo  di  legno 

nuzzate  in  cucina,  perchè  il  coltello  non  si  usa  a  tavola.  1  Ci- 
nesi mangiano  con  bastoncini  di  legno  o  d'osso  (kuaitzu)  ed 
hanno  tovaglioli  di  carta. 

lo  gran  colubre:  si  tratta  probabilmente  di  qualche  gigantesca  tar- 
taruga o  di  qualche  allegatore  del  fiume  Rosso.  La  carne  della 
tartaruga  è  commestibile  e  il  suo  fiele  si  usa  nella  medicina  de- 
gli Orientali. 

nollo  dotti:  non  lo  tema. 


140  IL  milioni-: 

grosso  e  forte,  e  in  quel  palo  è  fitto  un  ferro  d'acciaio  fatto 
come  un  rasojo,  e  cuopresi  eoi  sabbione,  e  assai  fanno  di 
questi  ingegni  i  cacciatori:  e  quando  lo  colubre  viene  per 
questo  luogo,  percuote  in  questo  ferro  sì  forte,  che  si  fende 
dallo  capo  al  piede  infino  al  bellico,  sì  che  muore  inconta- 
nente; e  così  lo  prendono  i  cacciatori,  e  incontanente  ch'egli 
è  morto,  e'  gli  cavano  lo  fiele  di  corpo,  e  vendonlo  molto 
caro,  perciò  che  è  la  migliore  medicina  al  morso  del  cane 
rabbioso,  dandogliene  a  bere  d'un  peso  d'un  piccolo  danaio  ; 
e  quando  una  donna  non  potesse  partorire,  dandogliene  a 
bere  un  poco  di  quel  fiele,  incontanente  partorisce  ;  Laterza 
cosa  si  è  buono  a  nascienza,  ponendone  suso  un  poco  di 
quel  fiele,  e  in  poco  tempo  è  guarito:  e  per  queste  cagioni 
questo  fiele  èe.  molto  caro  in  questa  contrada.  E  ancora  la 
carne  si  vende,  perch'  è  molto  buona  a  mangiare.  E  dicovi 
che  questo  serpente  vae  alle  tane  de'  lioni  e  degli  orsi,  e 
mangia  loro  i  loro  figliuoli,  se  gli  puote  avere,  e  tutte  altre 
bestie  di  quella  contrada.  Egli  v'  ha  grandissimi  cavagli,  e  molti 
ne  vanno  in  India;  e  cavano  loro  due  o  tre  nodi  della  coda, 
acciò  che  non  meni  la  coda  quand'altri  cavalca,  perciò  ch'a 
loro  pare  molto  cosa  laida.  Egli  cavalcano  lungo  come  Fran- 
ceschi e  fanno  armi  turchiesche  di  cuoio  e  di  bufole.  e  hanno 
balestra,  e  attoscano  tutte  le  quadrella.  E  ancora  aveano  co- 
tale usanza  prima  che  il  Gran  Cane  gli  conquistasse,  che  se 
avenisse  che  alcuno  albergasse  a  lor  casa,  che  fosse  grazioso 
e  bello  e  savio,  sì  lo  uccidevano,  o  con  veleno  o  con  altro: 
e  questo  non  facevano  per  moneta,  ma  diceano  che  tutto  il 
senno  di  colui  e  la  grazia  e  la  ventura  rimaneva  in  lor  casa, 
e  daposcia  che  '1  Gran  Cane  la  conquistò,  eh' è  da  35  anni, 
non  fanno  più  questa  cosa,  per  paura  del  Gran  Cane.  Or  la- 
sciamo di  questa  provincia  e  dirovvi  d'un 'altra. 

nascienza  :  enfiagione. 

cavalcano  lungo:  cioè  con  lunghe  staffe. 


DI    \T.    MAROO    POLO  141 


GIV. 


Della  provincia  d'Ardanda. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  Gharagià,  e  va  j)er  ponente 
5  giornate,  truova  una  provincia  che  si  chiama  Ardanola,  e 
sono  idoli,  e  sono  al  Gran  Cane.  La  mastra  città  si  chiama 
Vocian.  Questa  gente  hanno  una  forma  d'oro  a  tutti  i  denti 
ed  a  quelli  di  sopra  e  a  quelli  di  sotto,  sì  che  tutti  i  denti 
paiono  d'oro:  e  questo  fanno  gli  uomeni,  ma  non  le  donne. 
(Ili  uomeni  sono  tutti  cavalieri,  e  secondo  loro  usanza  e'  nou 
fanno  nulla  salvo  che  andare  in  oste.  Le  donne  fanno  tutte 
loro  bisogne  cogli  schiavi  insieme,  ch'egli  hanno.  E  quando 
alcuna  donna  ha  fatto  il  fanciullo,  lo  marito  istae  nel  letto 
40  dì,  e  lava  il  fanciullo  e  governalo  ;  e  ciò  fanno,  perchè 
dicono,  che  la  donna  ha  durato  molto  affanno  del  fanciullo 
a  portarlo,  e  così  vogliono  chi  si  riposi,  e  tutti  gli  amici  ve- 
gliamo a  costui  al  letto  e  fanno  gran  festa  insieme;  e  la  mo- 
glie si  leva  del  letto,  e  fa  le  bisogne  di  casa,  e  serve  il  marito 
nel  letto.  E  mangiano  tutte  carne  e  crude  e  cotte,  e  riso  cotto 
con  carne.  Lo  vino  fanno  di  riso  con  ispezie,  ed  è  molto  buono. 
La  moneta  hanno  d'oro  e  di  porcellane,  e  danno  un  saggio 

Ardanda  :  (Kardandan,  Zardandan)  è  la  regione  a  sud  dei"Charagià, 
che  ha  per  capoluogo  lrungchang  (Uncian,  Vocian)  a  mezza 
strada  fra  Yunnanfù  e  Tali.  La  sua  china  scende  in  direzione 
S.  0.  fino  alla  Birmania,  attraversata  dai  burroni  profondi  e 
malsani  del  fiume  Rosso  (Sungìwi),  del  Mekong  e  del  Salween 
(Lantsang).  E  abitata  da  gente  che  i  Cinesi  chiamano  «  dai  denti 
d'oro  »  perchè  portano  una  placca  di  questo  metallo  aderente  ai 
denti.  Il  vocabolo  persiano  Zardandan  ha  lo  stesso  significato  e 
deve  essere  stato  suggerito  al  Polo  da  qualche  funzionario  per- 
siano da  lui  conosciuto  alla  Corte. 


142  IL  MILIONE 

d'oro  per  5  d'ariento,  perciò  che  non  hanno  argentiera  presso 
a  5  mesi  di  giornate  ;  e  di  questo  fanno  i  mercatanti  grande 
guadagno,  quando  ve  ne  recano.  Queste  genti  non  hanno  idoli 
né  chiese,  ma  adorano  lo  maggiore  della  casa,  e  dicono:  di 
costui  siamo.  Egli  non  hanno  lettere,  né  scritture;  e  cioè  non 
è  maraviglia,  però  che  stanno  in  luogo  molto  divisato,  che 
non  vi  si  puote  andare  di  state  per  cosa  del  mondo,  per  l'aria 
che  v'  è  così  corrotta,  che  mimo  forestiere  vi  può  vivere  per 
niuna  cosa.  Quando  hanno  affare  l'uno  coli 'altro,  fanno  tacche 
di  legno,  e  l'uno  tiene  l'unametà  e  l'altro  l'altra  metà;  quando 
colui  dee  pagare  la  moneta,  egli  la  paga,  e  fassi  dare  l'altra 
metà  della  tacca,  In  tutte  queste  provincie  non  è  medici  ;  e 
quando  egli  hanno  alcuno  malato,  egli  mandano  per  loro  magi 
e  incantatori  di  diavoli  ;  e  quando  sono  venuti  al  malato,  ed 
egli  gli  ha  contato  lo  male  che  egli  ha,  egli  suonano  loro  istor- 
menti  e  cantano  e  ballano  ;  quando  hanno  ballato  un  poco,  e 
I'  ano  di  questi  magi  cade  in  terra  colla  ischiuma  alla  bocca, 
e  tramortisce  :  e  \1  diavolo  gli  è  ricoverato  in  corpo,  e  così 
istà  grande  pezza  eh'  e'  pare  morto,  e  gli  altri  magi  diman- 
dano questo  tramortito  della  infermità  del  malato,  e  perché 
egli  hae  cioè  :  quegli  Tisponder  ch'egli  ha  questo  però  che  fece 
dispiacere  ad  alcuno  :  e  gli  magi  dicono  :  noi  ti  preghiamo  che 
tu  gli  perdoni,  e  prendi  del  suo  sangue,  sì  che  tue  ti  ristori  di 
quello  che  ti  piace.  SeM  malato  dee  morire,  lo  tramortito  dice: 
egli  ha  fatto  tanto  dispiacere  a  cotale  ispirito,  ch'egli  non  gli 
vuole  perdonare  per  cosa  del  mondo.  SeM  malato  dee  guarire, 

non  hanno  argentiera:  notizia  inesatta,  perchè  vi  sono  miniere 
argentifere  oggi  esaurite,  ma  sfruttate  per  molto  tempo,  e  le  mi- 
niere di  zinco  di  Kochiu  forniscono  argento  ancor  oggi. 

lo  maggiore  della  casa  :  il  culto  degli  antenati  vive  tuttora  nella  Cina. 

tacche  :  contrassegni,  ammessi  ancor  oggi  dai  nostri  codici  per  gli 
analfabeti. 

magi  e  incantatori:  esorcisti. 


DI    M.    MARCO    POLO  148 

dico  lo  spirito  eh'  è  nel  corpo  del  mago:  togliete  cotanti  mon- 
toni dal  capo  nero,  e  cotali  beveraggi,  che  sono  molto  cari,  o 
fate  sacrificio  a  cotale  ispirito.  Quando  gli  parenti  del  malato 
hanno  udito  questo,  fanno  tutto  ciò  che  dice  lo  spirito,  e  ucci- 
dono gli  montoni,  e  versono  lo  sangue  ov'egli  ha  detto,  per 
sacrificio  ;  poscia  fanno  cuocere  un  montone  o  piiìe  nella  casa 
del  malato  ;  e  quivi  sono  molti  di  questi  maghi  e  donne,  tanti 
quanti  egli  ha  detto  questo  spirito.  Quando  lo  montone  è  cotto, 
e  '1  beveraggio  apparecchiato,  e  la  gente  v'  è  ragunata  al 
mangiare,  egli  cominciano  a  cantare  e  a  ballare  e  a  sonare, 
e  gittano  del  brodo  per  la  casa  in  qua  e  in  la,  e  hanno  in- 
censo e  mirra,  e  affumicano  e  alluminano  tutta  la  casa. 
Quando  hanno  così  fatto  un  pezzo,  allotta  inchina  l'uno  e 
l'altro,  e  domandano  lo  spirito  se  ancora  ha  perdonato  al 
inalato  ;  quegli  risponde  :  non  gli  è  ancora  perdonato  ;  fate 
anche  cotale  cosa,  e  saràgli  perdonato  :  e  fatto  quello  che  ha 
comandato,  egli  dice:  egli  sarà  guarito  incontanente;  e  allotta 
dicono  eglino:  lo  spirito  è  bene  dalla  nostra  parte;  e  fanno 
grande  allegrezza:  e  mangiano  quel  montone,  e  beono,  e  ogni 
uomo  torna  alla  sua  casa;  e  il  malato  guarisce  incontanente. 
Or  lasciamo  questa  contrada,  e  dirovvi  d'altre  contrade,  come 
voi  udirete. 

GV. 
Della  grande  china. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  questa  provincia  eh'  io  v'  ho 
contato,  l'uomo  discende  per  una  grande  china,  eh'  è  bene 
due  giornate  e  mezzo  pure  a  china:  e  in  quelle  due  giornate 


• 


per  una  grande  china  :  Da  Vocian  a  MyeD  (Awaj  in  Birmani;),  vi 
sono  due  carovaniere,  una  superiore  (oggi  via  postale)  che  va  da 
Tali  a  Bhamo  sull1  Irawaddi,  passando  per  Teng  yueh.  e  poi  se- 
dile il  corso  discondente  del  fiume;  l'altra  battuta  soltanto  d'in- 


144  IL    MILIONE 

e  mezzo  non  hae  cosa  da  contare,  salvo  che  v'ha  una  gran 
«piazza,  ove  si  fa  certa  fiera  certi  dì  dell'anno.  E  quivi  ve- 
gnono  molti  mercatanti  che  recano  oro  e  ariento  e  altre  mer- 
catanzie  assai,  ed  è  grandissima  fiera;  e  quegli  che  recano 
l'oro  e  F ariento  quiritta,  ninno  puote  andare  in  loro  contrada, 
salvo  ch'eglino;  tant'è  contrada  rea,  e  divisata  dall'altre,  né 
niuno  puote  sapere  ov'egli  stanno,  perchè  niuno  vi  puote 
andare.  Quando  l'uomo  hae  passato  queste  due  giornate, 
l'uomo  truova  una  provincia  verso  mezzodie,  ed  è  agli  con- 
fini dell'India,  eh' è  chiamata  Myen;  poscia  va  l'uomo  15 
giornate  per  luogo  disabitato  e  sozzo,  ov'hae  molte  selve  e 
boschi,  ov'hae  lionfanti  e  liocorni  assai,  e  altre  diverse  bestie 
assai,  uomeni  né  abitazioni  non  v'  ha,  perciò  vi  lascerò  di 
questa  contrada,  e  clirovvi  d'una  istoria,  come  potrete  udire. 

evi. 

Della  provincia  di  Myen, 

Sappiate,  che  quando  Fuomo  ha  cavalcato  15  giornate, 
per  questo  così  diverso  luogo,  l'uomo  truova  una  città  c'ha 
nome  Myen,  molto  grande  e  nobile,  e  la  gente  è  d'idoli,  e 
sono  al  Gran  Cane,  e  hanno  linguaggio  per  loro,  e  in  questa 
città  hae  una  molto  ricca  casa.  Che  anticamente  fu  in  questa 
città  un  molto  ricco  re,  e  quando  venne  a  morte,  lasciò  che 
da  ogni  capo  della  sua  sepoltura  si  dovesse  fare  una  torre. 

verno  per  il  rifornimento  del  cotone  birmano,  che  scende  per  la 
gran  china  di  Vocian  a  Szemao  e  Mandalay,  passando  per  Meng- 
keng,  «  ove  si  fa  certa  fiera  ».  M.  Polo  sembra  aver  seguita 
quest'ultima. 

quiritta:  arcaismo,  qui  appunto. 

Myen  :  (cinese  Mien  fieri)  è  Awa.  allora  capitale  della  Birmania, 
oggi  in  rovina. 


ni  M.   MARCO   POLO  145 

l'una  d'oro  e  l'altra  d'anelito  ;  e  queste  torri  sono  fatte  com'io 
vi  dirò:  ch'elle  sono  alte  bene  10  passi,  e  grosse  come  si  con- 
viene a  quella  altezza;  la  torre  si  è  di  pietre,  tutta  coperta 
d'oro  di  fuori,  ed  èvvi  grosso  bene  un  dito,  si  che  vedendola 
pare  pure  d'oro.  E  disopra  è  tonda,  e  quel  tondo  è  tutto 
pieno  di  campanelle,  e  sono  dorate,  che  suonano  tutte  le  volte 
che  '1  vento  vi  percuote.  L'altra  è  d'ariento,  ed  è  fatta  né 
più  né  meno  che  quella  d'oro:  e  questo  re  le  fece  fare  per  sua 
grandezza  e  per  sua  anima;  e  dicovi  che  gli  è  la  più  bella 
cosa  del  mondo  a  vedere,  e  di  maggiore  valuta.  E  '1  Gran  Cane 
conquistò  questa  provincia,  com'  io  vi  dirò.  Il  Gran  Cane 
disse  a  tutti  i  giullari  che  aveva  in  sua  corte,  che  voleva 
ch'andassero  a  conquistare  la  provincia  de  Myen,  e  darebbe 
in  loro  compagnia  quegli  d'Aide  e  quegli  di  Gaveita.  Li  giullari 
dissoro,  che  volentieri.  Vennero  qui  con  questa  gente  i  giul- 
lari, e  presono  questa  provincia.  Quando  furono  a  questa  città, 
viddono  così  bella  cosa  di  queste  torri,  mandarono  a  dire  al 
Gran  Cane  la  bellezza  di  queste  torri,  e  la  ricchezza  e  '1  modo 
come  furono  fatte  e  ov'elle  erano,  e  se  voleva  che  le  disfa- 
cessono  e  mandassongli  1'  oro  e  1'  ariento.  E  lo  Gran  Cane, 
udendo  che  quello  re  l'avea  fatte  fare  per  la  sua  anima  e 
per  ricordanza  di  lui,  mandò  comandando   che  non  fossono 


Aide  e  Caveita:  noli1  India,  luoghi  famosi  per  i  loro  stregoni.  La 
Birmania  fu  conquistata  dall'  esercito  di  Kublai  nel  1283,  gui- 
dato dal  celebre  generale  persiano  Nasr-eddin,  da  cui  M.  Polo 
deve  avere  ottenuto  preziose  informazioni  sul  paese,  Nella  guerra 
birmana  la  cavalleria  tartara  venne  per  la  prima  volta  in  contatto 
con  gli  elefanti.  Saettati  abilmente  dai  Tartari  appiedati,  gli  ele- 
fanti si  sbandarono  e  scompigliarono  l'esercito  birmano,  ch'era 
venuto  loro  incontro  sulla  china  di  Vociali.  Duecento  elefanti 
furono  mandati  come  trofeo  di  guerra  a  Pekino.  Un  nuvolo  di 
astrologi,  d'  incantatori  e  di  stregoni  avrà  certamente  seguito 
l'esercito  tartaro. 

Ma  lieo  Polo.  —  Il  Milione.  LO 


-J 


146  IL   MILIONE 

guaste,  anzi  vi  stessono  per  colui  che  l'avea  fatte  fere,  cioè 
il  re  che  fu  di  quella  terra.  E  di  cioè  non  fue  maraviglia, 
perciò  che  niuno  tartero  non  tocca  cosa  di  niuno  uomo  morto. 
Egli  hanno  leonfanti  assai,  e  buoi  selvatici  grandi  e  belli,  e 
di  tutte  bestie  in  grande  abbondanza.  Ora  abbiamo  detto  di 
questa  provincia,  e  dirovvi  d'un' altra  eh'  ha  nome  Gangala. 

CVII. 
Della  provincia  di  Gangala. 

Gangala  è  una  provincia  verso  mezzodì,  che  negli  anni 
Domini  1290,  che  io  Marco  era  nella  corte  del  Gran  Cane, 
ancora  non  l'avea  conquistata;  ma  tuttavia  v'era  Toste  e  sua 
gente  per  conquistarla.  In  questa  provincia  egli  hanno  re,  e 
hanno  loro  linguaggio,  e  sono  pessimi  idoli,  e  sono  a'  con- 
fini dell'India;  qui  v' hae  molti  erniosi.  Li  baroni  di  quella 
contrada  hanno  li  buoi  grandi  come  leonfanti.  Egli  vivono  di 
carne  e  di  riso,  e  fanno  grande  mercatanzia,  ch'egli  hanno 
spigo  e  galiga  e  zizibe  e  zucchero  e  di  molte  altre  care  ispe- 
zie.  Quivi  vengono  i  mercatanti,  e  quivi  accattano  dell' ispe- 
zie  eh  io  v'  ho  detto,  e  quivi  ne  truovano  assai.  E  sappiate 
che  gli  mercatanti  in  questa  provincia  accattano  assai  ispe- 
ziona, poscia  le  portono  a  vendere  per  molte  altre  parti. 
Quivi  non  ha  altro  ch'io  voglia  contare;  e  perciò  ci  parti- 
remo, e  diremo  di  un'  altra  provincia  verso  levante  eh'  ha 
nome  Gaugigù. 

Gangala:  è  Kiang  Cheli  o  Kiang  hung,  sul  Mekong,  capitale  del 
Laos,  provincia  contesa  fra  la  Birmania  e  il  Siam.  La  Cina  non 
riuscì  mai  a  superare  1'  inestricabile  jungla  dalla  quale  essa  ne 
è  separata. 

buoi  grandi:  è  il  bos  gavaeus  o  gaurus  {gayal  degli  Indiani). 

lo  spigo  :  è  la  lavanda  odorosa  (spigonardo)  ;  la  galiga  è  la  radice 
nodosa  d^una  pianta  che  somiglia  il  mirto  ;  lo  xizibbo  è  il  giuggiolo. 


ni   M.    MARCO   POLO  147 

GVIII. 

Della  provincia  di  Caugigù. 

Cangigli  è  una  provincia  da  levante,  che  ha  re,  e  sono 
idoli  e  hanno  lingua  per  loro.  Egli  ubidiscono  al  Gran  Cane, 
e  ogni  anno  gli  fanno  tributo.  E  dicovi  che  quello  re  che 
regnava,  era  si  lussurioso  ch'egli  teneva  bene  300  moglie,  e 
com'egli  avea  una  bella  femmina  nella  contrada,  incontanente 
la  pigliava  per  moglie.  Quivi  si  truova  molto  oro  e  care  [spe- 
zie, ma  è  molto  di  lungi  dal  mare,  però  non  vagliono  guari 
loro  mercatanzie.  Egli  hanno  molti  lconfanti  e  altre  bestie 
assai,  e  vivono  di  carne  e  di  riso,  e  '1  vino  fanno  di  riso. 
I  maschi  e  le  femmine  si  dipingono  tutti  a  uccelli  e  ad  agu- 
glie  e  ad  altri  divisamenti,  e  dipingonsi  il  volto  e  le-  mani 
è  1  corpo  e  ogni  cosa;  e  questo  fanno  per  gentilezza,  e  chi 
più  n*  ha  di  queste  dipinture  più  si  tiene  gentile  e  più  bello. 
Or  lasciamo  di  questo,  e  dirovvi  d' un' altra  provincia  eh.' è 
chiamata  Amu,  ch'è  verso  levante. 

f  CIX. 

I  Della  provincia  d'Amu. 

Amu  è  una  provincia  verso  il  levante  che  sono  al  Gran 
(lane,  e  sono  idoli;  egli  vivono  di  bestie  e  di  terra,  e  hanno 

Caugigù:  (cinese  Chiao  chicli  kiw,  ossia  regno  di  confino)  ò  il  Ton- 
kino  superiore,  dal  1882-85  colonia  francese  floridissima,  solcata 
da  canali  e  traversata  da  ferrovie.  La  capitale  Hanoi  è  città  mo 
derna  con  tutti  i  conforti.  , 

Amu:  (Anin.  Homi,  Honing)  è  quella  parte  del  Yunnan  inferiore 
che  confina  col  Tonkino.  Per  rientrare  in  Cina  M.  Polo  deve 
avere  attraversato  il  passo  di  Ma  pai,  a  1000  in.  sul  mare,  ri- 
montando poi  Paltò  Sikiang. 


148  IL    MILIONE 

lingua  per  loro.  Le  donne  portano  alle  braccia  e  alle  gambe 
bracciali  d'oro  e  d'ariento  di  gran  valuta,  e  gli  uomeni  gli 
portano  migliori  e  più  cari.  Egli  hanno  buon  cavagli  ed  assai, 
e  quegli  d' India  ne  fanno  grande  mercatanzia,  egli  hanno 
grande  abondanza  di  buoi  e  di  bufale  e  di  vacche,  perchè 
hanno  molto  buon  luogo  da  ciò  per  fare  buone  pasture,  per 
erbe  eia  vivere  di  tutte  cose.  E  sappiate  che  da  Amu  infino 
a  Caugigù,  ch'è  di  dietro,  si  ha  15  giornate;  e  di  qui  a  Gan- 
gala,  la  terza  provincia,  a  petto  si  ha  20  giornate.  Or  ci  par- 
tiremo d'Amu,  e  andremo  a  un'altra  provincia  che  ha  nome 
Toloma,  ch'è  lungi  da  questa  8  giornate  verso  il  levante. 


GX. 


Della  provincia  di  Toloma. 

Toloma  è  una  provincia  verso  il  levante,  e  hanno  lingua 
per  loro  e  sono  al  Gran  Cane.  La  gente  è  idola  e  sono  bella 
gente,  non  bene  bianchi,  ma  bruni;  ma  sono  buoni  uomeni 
d'arme,  e  hanno  assai  città  e  castella,  e  hanno  grandissima 
quantità  di  montagne  e  forti.  E  quando  muoiono  fanno  ar- 
dere i  loro  corpi,  e  l'osse  che  non  possono  ardere,  sì  le  met- 
tono in  piccole  cassette  e  portanle  alle  montagne,  e  fannole 
istare  appiccate  nelle  caverne,  sì  che  niuno  uomo  né  altra 
bestia  nolle  puote  toccare.  Qui  si  truova  oro  assai,  la  moneta 


Toloma:  (Koloman)  era  la  parte  centrale  del  Yunnan,  una  serie  di N 
conche  alpestri,  abitate  dai  Lolo,  il  cui  nome  sembra  essersi 
conservato  nella  prefettura  di  Lunan.  I  Lolo  vivono  appartati 
dai  Cinesi.  Coi  loro  costumi  bizzarri  e  carichi  di  collane  d'ar- 
gento si  vedono  spesso  danzare  al  chiaro  di  luna  a  Yuan  chiang 
sul  fiume  Rosso,  sopra  Manhao,  o  girare  in  frotte  intorno  a 
Mengtze,  preceduti  da  un  porta-ombrello  quando  vengono  a  tra- 
piantare il  riso  dei  nuovi  padroni. 


DI    M.    MARCO    POLO 


149 


minuta  èe  di  porcellane,  e  così  tutte  queste  provincie,  come 
Gaugala  e  Caugigù  e  Amu,  e' spendono  oro  e  porcellane.  Quivi 
liae  pochi  mercatanti,  ma  sono  ricchi.  Egliono  vivono  di 
carne  e  di  laido  e  di  riso  e  di  molte  buone  ispezie.  Or  la- 
sciamo di  questa  provincia,  e  dirovvi  d'  un'  altra  chiamata 
Cuigiù,  verso  il  levante. 


CXI. 


Della  provincia  di  Cuigiù. 

Cuigiù  è  una  provincia  verso  il  levante,  che  quando  l'uomo 
si  parte  di  Toloma  e'  va  12  giornate  su  per  un  fiume  ov'  ha 
ville  e  castella  assai.  Non  v'  ha  cose  da  ricordare.  Di  capo 
delle  12  giornate  si  truova  la  città  di  Siungliè,  la  quale  è 
molto  nobile  e  molto  grande,  e  sono  idoli,  e  sono  al  Gran 
Cane,  e  vivono  di  mercatanzie  e  d'arti,  e  fanno  panni  di 
scorze  d'albori,  e  sono  bel  vestire  di  estate,  elle  sono  certe 
file  traggono  delle  dette  iscorze.  Egli  sono  uomeni  d'  arme, 
non  hanno  moneta,  se  non  le  carte  del  Gran  Cane.  E  v'  ha 
tanti  leoni,  che  se  neuno  dormisse  la  notte  fuori  di  casa, 
sarebbe  incontanente  mangiato.  E  chi  di  notte  va  per  questo 

laido  :  latto,  dal  fr.  lait. 

Cuigiù  :  è  il  lembo  occidentale  del  Kueichow,  attraversato  dal  Si- 
kiang  (fiume  dell'Ovest)  detto  anche  il  fiume  delle  perle,  infe- 
stato dalle  tigri,  (i  lioni  del  testo  v.  pag.  128). 

Siungliè:  è  la  pronuncia  locale  di  Hsuan-wei,  i  cui  abitanti  vestono 
d'estate  di  una  bella  tela  bianca  finissima,  ottonuta  dalla  fibra 
della  bohemeria  nivea,  una  specie  d'ortica,  che  in  Italia  è  co- 
nosciuta col  nome  di  ramié.  Da  Hsuan-wei  M.  Polo  rimonta  a 
Sindù,  Caicrù  e  Chaciafù(v.  pag.  126) e  ritorna  a  Giogiù(pag.  121) 
per  prendere  l'altro  ramo  della  via  di  S.  E.  che  dal  Catai  mena 
in  Mangi  per  il  Gran  Canale, 


150 


IL    MILIONE 


fiume,  se  la  barca  non  ista  ben  lungi  dalla  terra,  quando  si 
riposa  la  barca,  andrebbe  alcuno  leone,  e  piglierebbe  uno  di 
questi  uomeni,  e  mangerebbelo  ;  ma  gli  uomeni  se  ne  sanno 
bene  guardare.  Gli  leoni  vi  sono  grandissimi  e  pericolosi.  E 
sì  vi  dico  una  grande  maraviglia,  che  due  cani  vanno  a  un 
gran  leone,  e  sono  questi  cani  di  questa  contrada,  e  sì  lo  uc- 
cidono, tanto  sono  arditi.  E  dirovvi  come.  Quando  uno  uomo 
èe  a  cavallo  con  due  di  questi  buoni  cani,  come  i  cani  veg- 
gono il  leone,  tosto  corrono  a  lui,  l'uno  dinanzi  e  l'altro  di 
dietro,  ma  sono  sie  ammaestrati  e  leggieri  che  '1  lione  non 
gli  tocca,  perciò  che  '1  lione  riguarda  molto  l'uomo;  poi  il 
lione  si  mette  a  partire  per  trovare  albore,  ove  ponga  le  reni 
per  mostrare  il  viso  agli  cani,  e  gli  cani  tuttavia  lo  mordono 
alle  coscie,  e  fannolo  rivolgere  or  qua  or  là,  e  l'uomo  ch'è 
a  cavallo,  sì  lo  seguita  percotendolo  con  le  sue  saette  molte 
volte,  tanto  che  '1  lione  cade  morto,  sì  che  non  si  può  di- 
fendere da  un  uomo  a  cavallo  con  due  buoni  cani.  Costoro 
hanno  seta  assai,  e  su  per  questo  fiume  va  mercatanzia  as- 
sai da  ogni  parte,  e  altresì  per  gli  reami  di  questo  fiume.  E 
ancora  andando  su  per  questo  fiume  12  giornate  si  truova 
città  e  castella  assai;  la  gente  sono  idole  e  sono  al  Gran  Cane, 
e  spendono  monete  di  carte.  Alcuna  gente  v'  ha  d'arme,  al- 
cuna di  mercatanti  e  artefici.  Di  capo  delle  12  giornate  è 
Sindufù,  di  che  questo  libro  parlò  adrietro;  di  capo  di  que- 
ste 12  giornate,  l'uomo  cavalca  bene  70  giornate  per  terre 
e  per  provincie,  di  che  ne  parlò  questo  libro  adrieto;  di  capo 
delle  70  giornate  l'uomo  truova  Caiciiì,  ove  noi  fummo;  di 
Caiciù  si  parte  e  va  4  giornate  trovando  castella  e  città  assai, 
E  sono  artefici  e  mercatanti,  e  sono  al  Gran  Gane,  e  hanno  mo- 
neta di  carta.  Di  capo  alle  4  giornate  si  truova  Chaciafù  eh'  è 
della  provincia  del  Catai,  e  dirovvi  sua  usanza  e  suoi  costu- 
mi, come  voi  potrete  udire, 


DI    M.    MARCO    POLO  161 


GXII. 


Della  città  di  Chaciafù. 

Chaciafù  è  una  città  grande  e  nobile  verso  mezzodie,  la 
gente  sono  idoli  e  sono  al  Gran  Cane,  e  fanno  arciere  loro 
corpi  quando  sono  morti,  e  sono  mercatanti  e  artefici,  per- 
ch'egli  hanno  seta  assai  e  zendadi:  fanno  drappi  di  seta  in- 
dorati assai,  e  ha  città  e  castella  sotto  se.  Or  ci  partiamo  di 
qui,  e  andremo  3  giornate  verso  mezzodie,  e  diremo  di  un'al- 
tra città  che  ha  nome  Gianglù. 


GXIII. 
Della  città  di  Cianglù. 

Egli  è  una  molto  gran  città  nella  provincia  del  Gatai,  ed 
è  del  Gran  Cane,  e  sono  idoli,  e  la  moneta  hanno  di  carte,  e 
fanno  ardere  lor  corpi  morti  ;  e  in  questa  città  si  fa  sale  in 
grandissima  quantità,  e  dirovvi  come.  Qui  hae  una  terra  molto 
salata,  e  fannone  grandi  monti,  e  in  su  questi  monti  gettano 
molto  acqua,  tanto  che  l'acquava  di  sotto:  poscia  quest'acqua 
fanno  bollire  in  grande  caldaje  di  ferro,  ed  è  assai;  e  poi  que- 
st'acqua è  fatta  sale  bianca,  ed  è  minuta.  Di  questo  sale  si 
porta  per  molte  contrade.  Qui  non  ha  altro  che  ricordare.  Ora 
vi  conterò  di  un'altra  città  che  ha  nome  Gianglì,  ch'è  verso 
mezzodì.     . 


Cianglù:  ò  Ts'ang  ckou,  30  miglia  a  S.  E.  di  Chaciafù.  11  sale  di 
cui  si  parla  è  salnitro. 


152 


IL    MILIONE 


CXIV. 

Della  città  ch'ha  nome  Cianglì. 

Cianglì,  èe  una  città  della  provincia  del  Catai,  e  sono  idoli 
e  al  Gran  Cane,  e  hanno  monete  di  carte,  ed  è  di  lungi  di 
Gianglù  5  giornate,  sempre  trovando  città  e  castella.  E  que- 
sta contrada  è  al  Gran  Cane.  E  per  mezzo  della  terra  vae  un 
gran  fiume,  ove  sempre  va  molta  mercatanzia  di  seta  e  di 
molta  ispezieria  e  d'altre  cose,  Or  ci  partiamo,  e  dirovvi 
d'un'altra  città  ch'ha  nome  Codifù,  di  lungi  da  questa  6  gior- 
nate verso  mezzodie.  f 

GXV. 
Della  città  ch'ha  nome  Codifù. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  Cianglì  e'  vae  6  giornate  verso 
mezzodì  tuttavia  trovando  città  e  castella  di  grande  nobiltà; 
e  sono  idoli,  e  ardono  lo  corpo  morto,  e  sono  al  Gran  Cane, 
e  hanno  moneta  di  carte,  e  vivono  di  mercatanzie  e  d'arti, 
e  hanno  grande  abbondanza  d'ogni  cosa  da  vivere,  ma  non 


Cianglì  :  è  Techow,  all'entrata  della  provincia  dello  Shantung,  sul 
fiume  Wei. 

Codifù:  è  Todinfù  o  Tsinanfù,  86  miglia  da  Cianglì.  È  la  capitale 
dello  Shantung,  sul  fiume  Tatsing,  che  comunica  col  Gran  Ca- 
nale. La  seta  cruda  dello  Shantung  è  chiamata  dai  Cinesi  pen 
ssùj  cioè  di  color  naturale  (la  nostra  pongée). 

ardono  lo  corpo  morto:  la  cremazione  dei  cadaveri  (teo  tsang), 
notata  universalmente  da  Marco  Polo;  era  un'  istituzione  bud- 
distica che  dava  larghi  proventi  ai  lama.  Il  neo-confucianismo 
dei  Sung  insorse  contro  il  monachismo  e  la  cremazione,  e  que- 
sta oggi  è  permessa  ai  soli  bonzi.  I  Cinesi  inumano  i  loro  ca- 
daveri. 


DI    M.    KABCO    POLO  16H 

ci  ha  cosa  da  ricordare,  e  però  diremo  di   Godifù.   Sappiate 

che  Godifù  fu  già  molto  grandissimo  reame,  ma  'I  (Iran  (lane 
lo  conquistò  per  forza  d'arme,  ina  ancora  ella  ce  la  più  nobile 
città  di  quel  paese.  Qui  v'  liae.  grandissimi  mercatanti;  qui 
v*  liac  tanta  seta  eh'  ò  maraviglia,  e  belli  giardini  e  molti 
frutti  e  buoni.  E  sappiate  che  questa  città  ha  sotto  sé  15  città 
di  gran  podere,  e  sono  tutte  di  grande  mercatanzie  e  di  grande 
prode.  E  dicovi  clic  negli  anni  Domini  ff73  il  Gran  Cane  àvea 
dato  a  un  suo  barone  ben  80  mila  cavalieri,  ch'andasse  a  que- 
sta città  per  guardarla  e  per  salvarla;  e  quando  egli  fue  istato 
in  questa  contrada  un  tempo,  egli  ordinò  con  certi  uomeni  di 
([liei  paese  di  fare  tradimento  al  signore,  e  rubellare  tutte 
queste  terre  al  Gran  Cane.  Quando  il  Gran  Cane  seppe  questo, 
vi  mandò  suoi  due  baroni  con  100  mila  cavalieri;  quando  que- 
sti due  baroni  vi  furono  presso,  il  traditore  uscì  fuori  con 
questa  gente  che  avea,  che  erano  bene  100  mila  cavalieri  e 
molti  pedoni.  Qui  si  fu  la  battaglia  grandissima;  il  traditore 
fue  morto  e  molti  altri;  e  tutti  coloro  della  terra  eli' erano  col- 
pevoli il  Gran  Cane  gli  fece  uccidere,  e  a  tutti  gli  altri  per- 
donò. Oj  ci  partiamo  di  qui,  e  dirovvi  d'un'altra  città  che 
verso  mezzodì,  ch'ha  nome  Singiù. 

ex  VI. 

Della  città  eh'  ha  nome  Singiù. 

E  quando  l'uomo  si  parte  di  Godifù,  l'uomo  va  3  giornate 
verso  mezzodie,  tuttavia  trovando  città  e  castella  assai,  e  car- 
di grande  prode  :  di  gran  prò,  di  gran  vantaggio. 
negli  anni  1273:  il  governatore  Lu  (Lu  chiang-chiin)  fu  istigato 

a  ribellarsi  dai  discendenti  e  seguaci  di  Confucio,  che  era  nativo 

di  questa  provincia.  Il  movimento  insurrezionale  fu  tosto  sedato. 

I  libri  cinesi  mettono  questo  avvenimento  all'anno  1262. 
Singiù  :    o    ìSingiu    matou,    a    tre  giornate    a   sud  di    Tsinan,    è    il 


154  IL    MILIONE 

ciagioni  e  uccelli  assai,  e  d'ogni  cosa  ha  grande  abbondanza"; 
e  da  capo  delle  3  giornate  si  truova  la  città  di  Singiù  eh'  è 
molto  grande  e  bella  e  di  gran  mercatanzia  e  d'arti  assai,  e 
sono  idoli  e  sono  al  Gran  C#ne;  la  loro  moneta  èe  di  carte. 
E  sì  vi  dico  eh'  egli  hanno  un  fiume ,  onci'  egli  hanno  gran 
prode  ;  e  dirovvi  come  gli  uomeni  della  contrada  hanno  fatto 
questo  fiume  che  viene  verso  mezzodì.  Egli  1'  hanno  partito 
in  due  parti,  l'ima  parte  va  verso  levante,  e  va  ai  Mangi, 
l'altro  verso  il  ponente,  verso  lo  Calai.  E  dicovi  che  questa 
terra  ha  sì  gran  novero  di  ìiSvi,  che  quest'è  maraviglia,  e  non 
sono  già  gran  navi.  E  con  queste  navi  a  queste  provincie  por- 
tano e  recano  grande  mercatanzie,  tanto  eh' è  meraviglia  a 
credere.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  dirovvi  d'un'altra  verso  mez- 
zodì, eh'  ha  nome  Lingiù. 

GXVII. 

Della  città  che  ha  nome  Lingiù. 

Quando  l' uomo  si  parte  di  Singiù,  e'  va  per  mezzodì  8 
giornate,  tuttavia  trovando  città  e  castella  assai,  e  ricche  e 
grandi.  E  sono  idoli,  e  fanno  ardere  loro  corpo  morto,  e  sono 
al  Gran  Cane.  La  moneta  sono  carte;  a  capo  delle  8  giornate 
truova  una  città  eh'  ha  nome  Lingiù,  ch'è  capo  del  regno,  e 
la  città  è  molto  nobile,  e  sono  uomeni  d'arme.  Ancora  è  la 
terra  d'  arti  e  di  mercatanzia,  ed  havvi  bestie  e  uccelli  in 
grande  abbondanza,  e  assai  roba  da  mangiare  e  da  bere,  ed 
èe  in  sul  fiume  che  io  vi  ricordai  di  sopra,  ed  ha  maggiori  navi 
che  l'altre  di  sopra.  Or  lasciamo  qui,  e  dirovvi  d'un'altra 
città  eh'  ha  nome  Tigiù,  ch'è  molto  grande  e  ricca. 

porto  cT  imbarco    (matou)    sul  fiume  "Wei,  il  quale  versa  parte 
delle  sue  acque  nel  Gran  Canale. 
Lingiù:  è  Lienchou  sul  fiume  Luen. 


1)1    M.    MA  UGO    POLO  155 

GXVIII. 

Della  città  di  Tigiù. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  Lingiù,  e' va  3  giornate  per 
mezzodì,  trovando  castella  e  cittadi  assai,  e  sono  del  Catai, 
6  sono  idoli,  e  fanno  ardere  i  loro  corpi  morti,  e  sono  al 
Gran  Cane;  e  liavvi  uccelli  e  bestie  assai,  e  le  migliori 
del  mondo.  Di  tutto  da-  vivere  hanno  grande  abbondanza. 
Di  capo  delle  3  giornate  si  truova  una  città,  eh'  ha  nome  Ti- 
giù, molto  grande  e  nobile,  di  grande  mercatanzie  e  d'arti,  e 
questa  città  èe  all'entrata  della  gran  provincia  dei  Mangi. 
Questa  città  rende  grande  prode  al  Gran  Cane.  Or  ci  partiamo 
e  dirovvi  di  un'altra  città  eh'  ha  nome  Cingiù,  ch'è  ancora  a 
mezzodie. 

GXIX. 

Della  città  eh'  ha  nome  Cingiù. 

Quando  l'uomo  si  parte  della  città  di  Tigiù,  e'  vae  u2  gior- 
nale verso  mezzodie  per  belle  contrade  e  diviziose  d'ogni  cosa, 
e  a  capo  delle  2  giornate  truova  la  città  di  Cingiù,  ch'ò  molto 
grande  e  ricca  di  mercatanzia  e  d'arti.  La  gente  èe  idola,  e 

Tigiù:  ò  Taichou  all'entrata  della  provincia  di  Honan. 

Cingiù  :  Chin  chou,  a  due  giornate  dalla  città  di  Tigiù,  e  ad  una 
giornata  (oggi  60  miglia)  dal  mare,  era  il  gran  porto  dello  Shan- 
tung  meridionale  sullo  sbocco  del  fiume  Giallo,  prima  del  1853. 
In  queir  anno  il  fiume  ruppe  le  sue  dighe  a  Kaifeng,  capitalo 
dell'  Honan,  e  ritornò  nelP  alveo  antico,  dove  scorre  tuttora.  Il 
canale  dove  passò  Marco  Polo  rimase  a  secco,  e  dal  1868  vi  fio- 
risce un  notevole  centro  mercantile,  Tsinkiangpu,  stazione  della 
ferrovia  Shanghai-Tientsin. 


156  IL   MILIONE 

fanno  ardere  gli  corpi  loro  morti;  e  le  loro  monete  sono  carte, 
e  sono  al  Gran  Cane,  e  hanno  molto  grano  e  biade.  Qui  non 
ha  altro,  e  perciò  ci  partiremo,  e  andremo  più  innanzi.  Quando 
l'uomo  èe  ito  3  giornate  verso  mezzodie,  l'uomo  trova  belle 
città  e  castella  e  cacciagioni  e  uccellagioni  e  buon  grani  e 
biade  assai;  e  sono  della  maniera  che  quegli  di  sopra.  Di  capo 
delle  3  giornate  si  truova  il  gran  fiume  di  Charamera,  che  viene 
dalla  terra  del  Preste  Giovanni.  Sappiate  che  egli  è  largo  un 
miglio,  ed  è  molto  profondo,  sì  che  bene  vi  puote  andare  gran 
nave  ;  egli  ha  questo  fiume  bene  15  mila  navi,  che  tutte  sono 
del  Gran  Cane  per  portare  sue  cose  quando  fa  oste  all'  isole 
elei  mare,  che  7  mare  è  presso  a  una  giornata.  E  ciascuna  di 
queste  navi  vuole  ben  15  marinari,  e  portano  in  ognuna  15 
cavagli  cogli  uomeni,  co' loro  arnesi  e  vivande.  E  quando 
l'uomo  ha  passato  questo  fiume  entra  nella  gran  provincia  dei 
Mangi,  e  dirovvi  come  la  conquistò  il  Gran  Cane. 


GXX. 


Come  il  Gran  Cane 
conquistò  lo  reame  de  li  Mangi. 

Egli  è  vero  che  nella  gran  provincia  de  li  Mangi  era  si- 
gnore Fafuri  ed  era,  dal  Gran  Cane  in  fuori,  il  maggiore  si- 

Fafuri:  ò  la  trasformazione  del  vocabolo  franco  Empereur  data  la 
pronuncia  saracena  del  p  come  ph:  {opium  =  aphium).  L'  ul- 
timo erede  della  dinastia  cinese  dei  Sung,  la  quale  per  tre  se- 
coli (9G0-1280)  aveva  continuate  le  gloriose  tradizioni  letterarie 
artistiche  e  commerciali  inaugurate  nel  VII  secolo  coi  Tang,  fa- 
cendo della  Cina  il  paese  più  florido  e  più  civile  del  mondo, 
V  imperatore  Tu  tsung  (il  Fafuri  del  nostro  testo)  dovette  cedere 
dinanzi  all'  invasione  mongolica.  Ali1  appressarsi  del  generale 
tartaro  Baian  (cinese  Peli  yen,  cent' occhi,    il   gran  cacciatore 


DI    M.    MARCO    POLO  167 

gnore  elei  mondo,  e  '1  più  possente  d'avere  e  di  gente:  ma 
non  sono  genti  d'arme,  che  se  fossono  i stati  buoni  d'arme, 
alla  forza  della  contrada  mai  non  l'avrebbe  perduta,  che  le 
terre  sono  tutte  attorneate  d'acqua  molto  fonda,  e  non  vi  si 
va   per  ponte.    Sì   che   il   Gran  Cane   gli  mandò  un  barone 
ch'avea  nome  Baian  Sa,  cioè  a  dire  «Baian  100  occhi  »  :  e  que- 
sto fu  negli  anni  Domini  1273:  e  il  re  delli  Mangi  trovò  per 
sua  istrolomia,  che  la   sua  terra  mai  non  si  perderebbe,  se 
non  per  un    uomo  eh'  avesse   100  occhi.  E  andò  Baian  con 
grandissima  gente  e  con  molte    navi,  che   gli  portarono  uo- 
nieiii  a  piedi  e  a  cavallo,  e  venne  alla  prima  città  de  li  Mangi, 
e  non  si  vollono  arendere  a  lui;  poscia  andò  all'altre  infino 
alle  sei  città;  e  queste  lasciava:  però  che  il  Gran  Cane  gli 
ir. andava  molta  gente  dietro  ;  ed  ò  questo  Gran  Cane  che  oggi 
regna.  Ora  avenne  che  costui  prese  pure  queste  sei  città  per 
forza,  e  poscia  ne  pigliò  tante  che  n'ebbe  12;  poscia  se  ne 
andò  alla  mastra  città  de  li  Mangi,  e'  ha  nome  Kinsai,  ov'era 
il   re  e   la   rema.  Quando  il  re  vidde  tanta  gente,  ebbe  tal 
paura  che  si  partì  della  terra   con   molta  gente  e  bene  con 
1000  navi,  e  andò  al  mare  occeano,  e  fuggì  nell'  isole,  e  la 
rei na   rimase,   che   si  difendeva  al  meglio  che  poteva.  E  la 
reina  domandò  chi  era  il  signore  dell'oste.  Fulle  detto:  Baian 
100  occhi  ha  nome;  e  la  reina  si  ricordò  della  profezia  che 
abbiamo  detto  di  sopra,  incontanente  rendeo  la  terra,  e  in- 
di Kublai,  v.  pag.  103),  Fafuri  lasciò  la  capitale  Kinsai  (Hang- 
chow,  di  cui  vedi  una  magnifica  descrizione  al  cap.  CXXXI)-e  si 
rifugiò    a  "VVenchow,    dove   miseramente    perì.    La  moglie  e  le 
principessine,  rimaste  nella  capitale,  caddero  in  mano    dell1  in- 
vasore che  le  spedì  a  Pekino  come  preda  di  guerra,   insieme  a 
un  immenso  bottino  (1276).  La  conquista  tartara,  che  aveva  spaz- 
zato via  Pun  dopo  l'altro  Prete  Giovanni    dalla  Mongolia  e  dal 
Tangut  (1220)  e  la  dinastia  Chin  dal  Catai  (1234),  si  compieva 
con  P occupazione  della  Cina  meridionale,  che  iniziatasi  nel  1 269, 
finiva  nel  1279  con    P  occupazione  di  Siang  yang. 


168 


IL    MILIONE 


contanente  tutte  le  città  delli  Mangi  s'  arenderono  a  Baian. 
E  in  tutto  il  mondo  non  era  sì  grande  reame  come  questo, 
e  dirovvi  alcuna  delle  sue  grandezze.  Sappiate  che  questo  re 
faceva  ogni  anno  nutricare  20  mila  fanciulli  piccoli  ;  e  dirovvi 
come.  In  quella  provincia  si  gittano  i  fanciulli,  come  sono 
nati,  le  povere  persone  che  non  gli  possono  nutricare:  e 
quando  un  ricco  uomo  non  ha  figliuoli,  egli  va  al  re  e  fas- 
sene  dare  quant'egli  vuole;  e  quando  egli  ha  fanciulli  e  fan- 
ciulle a  maritare,  sì  gli  amoglia  insieme,  e  dà  loro  onde  pos- 
sano vivere;  e  in  questo  modo  n'alleva  ogni  anno  bene  20  mila 
fra  maschi  e  femine.  Ancora  fa  un'altra  cosa  che  quando  lo 
re  va  per  alcuno  luogo  e  vede  due  belle  case,  e  dal  lato  una 
piccola,  ed  egli  domanda  perchè  quelle  sono  maggiore  di 
quella,  e  s'egli  è  perchè  sia  alcuno  povero  che  nolla  possa 
fare  maggiore,  incontanente  comanda  che  di  suoi  danari  sia 
fatta.  Ancora  questo  re  si  fa  servire  a  più  di  mille  fra  don- 
zelli e  donzelle.  Egli  mantiene  suo  regno  in  tanta  giustizia, 
che  non  si  fa  niuno  male,  che  tutte  le  mercatanzie  istan.no 
fuori.  Contato  v'  ho  del  regno,  ora  vi  conterò  della  reina.  Ella 
fu  menata  al  Gran  Cane,  e  '1  Gran  Cane  le  fece  grande  onore 
come  a  grande  reina:  e  lo  re,  marito  di  questa  reina,  mai  non 
uscì  dell'  isole  del  mare  occeano,  e  quivi  morìo.  Or  lasciamo 
di  questa  materia,  e  tornerovvi  a  dire  della  provincia  de1 
Mangi,  e  di  loro  maniere  e  di  loro  costumi  ordinatamente; 
e  prima  cominceremo  della  città  di  Ghaigiagiù. 


si  gittano  i  fanciulli  :  sei  secoli  di  vita  non  hanno  gran  fatto  mu- 
tate le  condizioni  sociali  della  vecchia  provincia.  Alla  istituzione 
paesana  dell1  orfanotrofio  descritto  da  Marco  Polo,  si  è  aggiunta, 
per  opera  dei  missionari  cristiani,  la  Santa  Infanzia,  senza  per 
altro  esser  riuscita  ad  eliminare  la  dolorosa  piaga  sociale  dei 
bambini  reietti,  prodotta  dall'eccesso  di  popolazione,  derivante 
dall' affollamento  industriale  e  dal  monachismo  buddistico  pra- 
ticato in  larga  scala. 


DI    U.    MARCO    POLO  169 

CXXI. 

Della  città  chiamata  Chaigiagiù. 

Chaygiagiù  è  una  gran  città  e  nobile,  ed  è  all'  entrata 
della  provincia  dei  Mangi  inverso  isciloc.  La  gente  è  idola,  e 
ardono  i  loro  corpi  morti,  e  sono  al  Gran  Cane,  ed  è  in  sul 
gran  fiume  di  Gharamera,  e  havvi  molte  navi.  Questa  terra 
è  di  grande  mercatanzia,  perch'ò  capo  della  provincia,  ed  è 
in  luogo  da  ciò.  Quivi  si  fa  molto  sale,  sì  che  ne  fornisce  da 
10  città:  il  Gran  Cane  n' hae  grande  rendita  di  questa  città, 
tra  del  sale  e  delle  mercatanzic.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  di- 
rovvi  d'un* altra  città  ch'ha  nome  Paochì. 

GXXII. 
Della  città  chiamata  Paochi. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  qui,  l'uomo  va  bene  una  gior- 
nata per  isciloc  per  una  istrada  lastricata  tutta  di  belle  pietre: 
e  da  ogni  lato  della  istrada  si  è  l'acqua  grande,  e  non  si 
puote  entrare  in  questa  provincia,  se  non  per  questa  istrada. 
Di  capo  di  questa  giornata  si  truova  una  città  che  ha  nome 
Paochì,  molto  grande  e  bella,  e  la  gente  è  idola,  e  fanno 
ardere  loro  corpi  morti,  e  sono  al  Gran  Cane,  e  sono  arte- 
fici e  mercatanti.  Molta  seta  hanno,  e  fanno  molti  drappi 
di  seta  e  ad  oro,  e  da  vivere  hanno  assai.  Quie  non  ha  al- 
tro, e  perciò  ci  partiremo,  e  diremo  di  un'altra  ch'ha  nome 
Ghayù. 

Chaigiagiù:  e  Iluai  ngan  fu,  gran  porto,  allora,  sul  fiume  Giallo,  a 
una  giornata  di  distanza  dal  mare  (v.  pag.  155). 

sciloc  :  scirocco. 

Paochì:  è  Pao  ying  hsien,  città  manifatturiera,  al  termine  di  una 
lunga  banchina  lastricata  con  belle  pietre,  che  ci  accompagna 
por  una  giornata  intera  di  cammino  lungo  il  canale. 


160 


IL    MILIONE 


CXXIII. 


Della  città  eh' è  chiamata  Chayù. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  Paochì,  l'uomo  vae  una  gior- 
nata per  isciloc,  e  truova  una  città  ch'ha  nome  Chayù,  molto 
grande,  e  sono  come  que'  di  sopra,  salvo  che  v'èpiue  bella 
uccellagione,  ed  evvi  per  uno  viniziano  d'ariento  tre  fagiani. 
Ora  vi  dirò  d'un'altra  chiamata  Tingiù. 


GXXIV. 
Della  città  eh' è  chiamata  Tingiù. 

Tingiù  è  una  città  molto  bella  e  piacevole,  non  molto 
grande,  eh 'è  di  lungi  da  quella  di  sopra  una  giornata.  La  gente 
si  è  idola,  e  sono  al  Gran  Cane,  moneta  hanno  di  carte;  qui 
si  fa  molte  mercatanzie  ed  arti;  ed  havvi  molte  navi,  ed  è 
verso  isciloc;  quivi  hae  uccellagioni  e  cacciagioni  assai,  ed  è 
presso  a  3  giornate  al  mare  occeano.  Qui  si  fa  molto  sale, 
e  '1  Cane  n'ha  tanta  rendita,  ch'a  pena  si  potrebbe  credere. 
Or  ci  partiamo  di  qui,  e  andiamo  a  un'altra  città,  eh' è  presso 
ad  una  giornata  a  questa. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  Tingiù,  l'uomo  vae  verso  isciloc 
una  giornata,  trovando  castella  e  case  assai.  Di  capo  della 
giornata  truova  l'uomo  una  città  grande  e  bella,  e' ha  sotto 

Chayù  :  è  Kao  yu,  città  sul  canale.  Molti  fagiani  a  buon  mercato.  I 
Cinesi  chiamano  i  fagiani  shan  chi,  galline  di  montagna,  e  ne 
hanno  di  varie  specie,  tra  cui  PAmherst,  importato  in  Europa 
dall'ambasciatore  inglese  di  questo  nome. 

Tingiù:  è  Tienchou,  città  di  second'ordine.  A  una  giornata  trovasi 
la  città  grande  e  fcbella  di  Yangchou,  dove  Marco  Polo  risiedè 
per  3  anni  (1278-80)  per  controllare  la  ragione  o  gabella  del 
sale  (v.  pag.  174)  principale  produzione  del  paese. 


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ITINERARIO 

DA 

PEKINO  A  ZAITON 

N.B.  Il  Canale  c/a  Tienls/na  Sinqiumaiou 
non  esistei/a  al  tempo  del  Poh- 


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DI    M.    MA»  0    POLO  161 

di  sè  27  città  tutte  buone,  ed  è  di  gran  mercatante;  e  in 
questa  hae  uno  de'  lu2  baroni  del  Signore;  e  messer .Marco 
Polo  signoreggiò  questa  città  tre  anni.  Qui  si  fa  molti  arnesi 
d'anni  e  da  cavalieri;  e  di  qui  ci  partiamo,  e  dirovvi  di  due 
grandi  provincie  de  li  Mangi,  che  sono  verso  levante;  e  prima, 
dell'una  ch'ha  nome  Nangì. 


GXXV. 
Della  provincia  di  Nangì, 

Nangì  èe  una  provincia  molto  grande  e  ricca,  e  la  gente 
idola,  la  moneta  è  di  carte,  e  sono  al  Gran  Cane,  e  vivono 
di  mercatanzie  e  d'arti,  e  hanno  seta  assai  e  uccellagioni  e 
cacciagioni,  e  ogni  cosa  da  vivere,  e  hanno  lioni  assai.  Di  qui 
ci  partiamo,  e  conterovvi  delle  tre  nobili  città  di  Saianfù,  però 


Nangì  :  ò  la  provincia  del  Kiangnan.  La  sua  capitalo  Nankin  ò  una 
vasta  città  riunita  da  una  lunga  strada  e  da  canali  alla  sponda 
sinistra  del  fiume  Azzurro.  Fu  capitale  dei  Ming  dal  1368  al  1400. 
La  sua  famosa  torre  di  porcellana  fu  abbattuta  dai  ribelli  Tai- 
ping  nel  1854.  Nel  1842  vi  fu  conchiusa  la  paco  tra  Inghilterra 
e  Cina  dopo  la  guerra  così  detta  dell'oppio.  La  città  ò  oggi  in 
comunicazione  ferroviaria  con  Soochow  e  Shanghai. 

Saianfù:  è  llsiang  yang  nella  provincia  di  Hupeh  sull'alto  Han,  un 
affluente  di  sinistra  che  si  versa  nel  fiume  Azzurro  ad  Ilankow, 
di  fronte  alle  due  grandi  città  di  AVuchang  e  Hanyang.  Tre  anni 
dopo  la  caduta  di  Hangchow,  la  sua  eroica  resistenza  al  lungo  as- 
sedio da  parte  dei  Tartari  (1269-79)  fu  domataMalle  macchine 
guerresche,  dai  mangani  e  dalle  catapulte  preparate  sotto  la  di- 
rezione del  padre  e  dello  zio  di  Marco,  postisi  anch'essi  al  servizio 
di  Kublai  Khan. 
Marco  Polo.  —  11  Milione.  11 


162  IL   MILIONE 

che  sono  di  troppo  grande  affare.  Saianfù  èe  una  gran  città  e 
nobile,  che  ha  sotto  sé  12  città  grandi  e  ricche;   qui  si  fa 
grandi  arti  e  mercatanzie,  e  sono  idoli;  la  moneta  è  di  carte, 
e  fanno  ardere  loro  corpo  morto,  e  sono  al  Gran  Cane;  e  havvi 
molta  seta,  e  tutte  le  nobile  cose  eh' a  nobile  città  conviene. 
E  sappiate  che  questa  città  si  tenne  tre  anni,  poscia  che  tutto 
il  Mangi  fue  renduto,  tuttavia  istandovi  l'oste;  ma  non  vi 
poteva  istare  se  non  da  un  lato  verso  tramontana,  che  l'altro 
si  è  il  lago  molto  profondo.  Vivanda  aveano  assai  per  questo 
lago,  sì  che  la  terra  per  questo  assedio  maknon  sarebbe  per- 
duta. E  volendosi  l'oste  partire  con  grande  ira,  messer  Nic- 
colò e  messer  Marco  Polo  e  suo  fratello  dissoro  al  Gran  Cane 
ch'aveano  con  loro  uomo  ingegnoso,  che  farebbe  tali  màngani, 
che  la  terra  si  vincerebbe  per  forza  ;  e  il  Gran  Cane  fu  molto 
lieto,  e  disse  che  tantosto  fosse  fatto.  Comandàro  costoro  a 
questo  loro  famigliare,  ch'era  cristiano  nestorino,  che  questi 
màngani  fossono  fatti,  ed  eglino  furono  fatti  e  dirizzati  dinanzi 
a  Saianfù;  e  furono  tre,  e  incominciarono  a  gittare  pietre  di 
300  libbre;  tutte  le  case  guastavano.  Questi  della  terra  ve- 
dendo questo  pericolo,  che  mai  non  aveano  veduto  niuno  màn- 
gano (e  questo  fue  il  primo  mangano  che  mai  fosse  veduto 
per  niuno  Tartero)  quegli  della  terra  furono  a  consiglio,  e 
renderò  la  terra  al  Gran  Cane,  com'erano  rendute  tutte  l'al- 
tre. E  questo  avvenne  per  la  bontà  di  messer  Niccolò  e  di 
messer   Matteo  e  di  messer  Marco  ;    e  non  fu  piccola  cosa, 
eh' eli' è  una  delle  maggiori  provincie  ch'abbia  il  Gran  Cane. 
Or  lasciamo  di  questa  provincia,  e  diciamo  d'una  provincia 
ch'ha  nome  Singiù. 


1)1    M.    MARCO    ruho 


GXXVI. 
Di  Singiù  e  del  gran  fiume  Kiang. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  qui,  e  va  verso  isciroc  15  mi- 
glia, l'uomo  truova  una  città  che  ha  nome  Singiù,  ma  non 
è  troppo  grande,  ma  è  di  grande  mercatanzia  e  di  grande 
navilio,  e  sono  al  Gran  Cane,  la  moneta  hanno  di  carte.  E 
sappiate  ch'eli' è  in  sul  maggior  fiume  del  mondo,  ch'ù  chia- 
mato Kiang:  egli  è  largo  in  tal  luogo  10  miglia,  e  in  tale  7 
e  in  tale  6:  è  lungo  più  di  100  giornate.  Questo  fiume  e 
questa  città  hae  molte  navi,  ed  èe  al  Gran  Cane,  ed  è  di 
grande  rendita  per  la  mercatanzia  che  v'  ha  molta,  che  va 
suso  e  giuso,  e  quivi  si  riposa.  E  perle  molte  città  che  sono 
in  su  quel  fiume  vi  va  piue  mercatanzie  che  per  tutti  gli  altri 
fiumi  de'  cristiani,  e  più  cara  mercatanzia  e  ancora  per  tutto 
loro  mare,  eh'  io  viddi  a  questa  città  per  una  volta  15  mila 
navi  da  portare  mercatanzia.  Or  sappiate,  da  che  questa  città, 


Singiù  :  (scritto  anche  Cingili  e  Tingili)  una  non  grande  città  16  mi- 
glia a  S.  E.  di  Nankino,  ó  la  moderna  Kiukiang,  all'entrata  del 
lago  Poyang,  tuttora  centro  di  gran  movimento  di  navi  e  mercan- 
zie. Non  lontano  dalle  rive  di  questo  lago  è  Kintechen,  famosa 
per  la  manifattura  di  stoviglie  e  vasi  artistici  di  porcellana 
esportati  in  tutta  la  Cina  (v.  pag.  180). 

Kiang:  il  Yangtze  kiang  (il  fiume  Azzurro,  v.  pag,  180)  che  porta 
sulle  sue  acque  il  commercio  di  sette  grandi  Provincie,  ricche 
e  popolate  come  reami.  E  lungo  circa  2200  km.  e  coi  suoi  nu- 
merosi affluenti  serve  di  arteria  di  comunicazione  per  circa  250 
milioni  di  abitanti.  Le  navi  del  tempo  di  Marco  Polo  non  sono 
state  scacciate  dalla  sopravvenuta  navigazione  a  vapore.  Gli 
svariatissimi  tipi  di  barche,  zattere,  velieri  d'ogni  ordine  e  per 
ogni  uso,  furono  esposti  a  Londra  in  una  recente  mostra  colo- 
niale. 


164  IL    MILIONE 

che  non  è  molta  grande,  ha  tante  navi,  quanto  sono  l'altre, 
eh'  hae  in  su  questo  fiume  ;  che  v'  ha  bene  16  provincie,  e  havvi 
su  bene  200  buone  città,  che  tutte  hanno  più  navilio  che  questa. 
Le  nave  sono  coverte,  e  hanno  un  àlbore,  ma  sono  di  gran 
portare,  che  bene  portano  quattromila  càntari  sino  in  12  mila 
càntari.  Tutte  le  navi  hanno  sarte  di  canape,  cioè  legami  per 
legare  le  navi,  e  per  tiralle  su  per  questo  fiume.  Le  piccole 
sono  di  canne,  grosse  e  grandi,  com'  io  v'  ho  detto  sopra. 
Egli  legono  l'ima  all'altra,  e  fannola  lunghi  bene  300  passi, 
e  fendonle,  e  sono  più  forti  che  di  canape.  Or  lasciamo  qui, 
e  tornàmo  a  Ghuaciù. 

GXXVII. 
Della  città  di  Chuaciù. 

Ghuaciù  è  una  piccola  città  verso  isciroc,  e  sono  idoli  e  al 
Gran  Cane,  e  hanno  moneta  di  carte  ;   e  sono  in  su  questo 

càntari:  misura  di  peso,  vale  100  rotoli,  oggi  quintale. 

Chuaciù:  Dopo  l'escursione  alla  provincia  di  Nangi,  a  Singiù  sul  fiu- 
me Kiang,e  a  Saian  sul  fiume  Han,  Marco  Polo  ritorna  a  Chuaciù  o 
Kuachou,  sulla  riva  sinistra  del  fiume  Azzurro  all'entrata  nord 
dol  Canale,  un  villaggio  oggi  deserto.  Il  gran  Canale,  come  ci 
dice  Marco  Polo,  fu  opera  di  Kublai  Khan  (1289-92).  E  una  via 
di  comunicazione  interna  senza  rivali  tra  cinque  provincie.  Fu 
completato  da  Yung  Lo  nel  1400  e  servì  pel  trasporto  del  sale 
e  del  riso  dalle  provincie  centrali  a  Pekino  fino  a  quando  le 
secche,  i  guasti,  le  inondazioni  e  il  deviamento  del  fiume  Giallo 
e  P  introduzione  della  navigazione  a  vaporo  non  spinsero  i 
Cinesi  a  costituire  una  società  nazionale  di  trasporti  marit- 
timi sul  modello  straniero,  la  China  Merchants  S.  i\7,  Co.  A 
questa  compagnia,  formata  da  capitale  cinese,  è  oggi  affidato  il 
monopolio  del  trasporto  del  tributo  del  riso  per  via  di  mare  a 
Tientsin. 


DI    M.    MARCO    POLO  li')') 

fiume.  Qui  si  ricoglie  molto  grano  e  riso,  e  vanno  fino  alla 
gran  città  di  Cambiali  per  acque,  alla  corte  del  Gran  Cane, 
non  per  mare,  ma  per  fiumi  e  per  laghi.  Della  biada  di  questa 
città  ne  logora  gran  parte  la  corte  del  Gran  Cane;  e  il 
(Iran  Cane  ha  fatto  ordinare  la  via  da  questa  città  infino  a 
Cambiali,  ch'egli  ha  fatto  fare  fosse  larghe  e  profonde  dal- 
l'uno fiume  all'altro,  e  dall'uno  lago  all'altro,  sì  che  vi  vanno 
ben  grandi  nave,  e  così  vi  puote  andare  per  terra,  che  lungo 
la  via  dell'acqua  è  quella  della  terra.  E  in  mezzo  di  questo 
fiume  hae  una  isola  guasta,  che  v'ha  un  monistero  d'idoli, 
che  v'ha  300  freri,  e  quivi  ha  molti*  idoli;  e  quest'è  capo  di 
molti  altri  monisteri  d'idoli.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  passe- 
remo lo  fiume,  e  dirovvi  di  Cinghianfù. 


CXXVIII. 
Della  città  chiamata  Cinghianfù. 

Cinghianfù  è  una  città  dei  Mangi,  che  si  sono  come  gli 
altri;  sono  mercatanti  e  artefici;  cacciagioni  e  uccellagioni 
hanno  assai,  e  hanno  molta  biada  e  seta,  e  drappi  di  seta 
e  d'oro.  Quivi  hae  due  chiese  di  cristiani  nestorini,  e  questo 
fu  negli  anni  Domini  1278  in  qua;  e  dirovvi  perchè.  E'  fu 
vero  che  in  quel  tempo  vi  fu  signore  per  lo  Gran  Cane  un 

logora  :  consuma. 

L'isola  guasta:  è  un  isolotto  nel  Yangtze,  detto  Chin  Shan  (mon- 
tagna d'oro)  con  sopra  un  convento  buddistico  e  pagoda,  molto 
frequentato  da  forestieri. 

freri:  fr.  frères,  frati. 

Cinghianfù:  ò  Cinkiangfu,  all'entrata  sud  del  gran  canale,  la  porta 
del  fiume  Azzurro.  Nel  1278  Kublai  vi  mise  come  governatore 
un  nestorino  Masarcliim  (Mar  Sarchis  o  Don  Giorgio)  che  vi  co- 
struì due  chiese. 


106 


IL    MILIONE 


cristiano  nestorino  bene  tre  anni,  ed  ebbe  nome  Masarchim, 
e  costui  le  fece  fare,  e  d'allora  in  qua  vi  sono  istate.  Or  ci 
partiamo  di  qui,  e  dirovvi  d'un  'altra  città  grande,  eli' è  chia- 
mata Cinghingiù. 

GXXIX. 

i 

Della  città  chiamata  Cinghingiù. 


Quando  l'uomo  si  parte  da  Gingliiaufù,  e'  va  3  giornate 
verso  isciroc,  tuttavia  trovando  città  e  castella  assai,  di  gran 
mercatanzia  e  d'arti;  e  sono  idoli  e  sono  al  Gran  Cane,  la 
moneta  hanno  di  carte.  Di  capo  di  queste  3  giornate  si  truova 
la  città  di  Cinghingiù  eh'  ò  molto  grande  e  nobile,  e  sono  come 
gli  altri  d'ogni  cosa,  e  hanno  da  vivere  d'ogni  cosa  assai.  Una 
cosa  ci  aviene  che  io  vi  conterò.  Quando  Baian,  barone  del  Gran 
Cane,  prese  tutta  questa  provincia,  poi  ch'ebbe  presa  la  città 
mastra,  mandò  sua  gente  a  prendere  questa  città;  e  questi 
s'arenderono.  Come  furono  nella  terra,  trovarono  sì  buono  vino, 
che  s'inebriarono  tutti,  e  stavano  come  morti,  sì  forte  dormi- 
vano; e  costoro  veggiendo  questo,  uccisongli  tutti  in  quella 
notte,  sì  che  niuno  ne  scampò,  e  non  dissoro  né  bene  né 
male,  sì  come  uomeni  morti.  E  quando  Baian  signore  del- 
l'oste, seppe  questo,  mandovvi  molta  gente  e  fecela  prendere 
per  forza;  e  preso  la  terra,  tutti  gli  missono  al  taglio  delle 
ispade.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  dirovvi  di  un'altra  città  che 
ha  nome  Suciù. 


Cinghingiù:  è  Changchou,  terra  di  buon  samshu,  o  vino  distillato 

dal  riso.    L1  eco  del  tremendo  scempio  che  Baian  fece  dei  suoi 

„    abitanti  nel  1278,  per  vendicare  i  suoi  tartari  sorpresi  ed  uccisi 

nel  sonno  dopo  copiose  libazioni,  è  ancor  vivo  nel  ricordo  di  Ser 

Marco  e  nel  paese. 


DI    M.    MARCO    POLO  107 

GXXX. 

Della  città  chiamata  Suciù. 

Suciù  èe  una  nobile  città;  e  sono  idoli,  e  sono  al  Gran 
(lane,  e  moneta  hanno  di  carte.  Egli  hanno  seta,  e  vivono  di 
mercatanzia  e  d'arti,  e  molti  drappi  di  seta  fanno,  e  sono 
ricchi  mercatanti.  Ella  è  sì  grande  ch'ella  gira  60  miglia,  e 
v'  ha  tanta  gente,  che  niuno  potrebbe  sapere  lo  numero.  E 
si  vi  dico,  che  se  fossero  buoni  uomeni  d'arme,  quegli  degli 
Mangi,  egli  conquisterebbono  tutto  il  mondo;  ma  egli  non 
sono  uomeni  d'arme,  ma  sono  savi  mercatanti  d'ogni  cosa,  e 
sono  buoni  e  naturali  filosafi.  E  sappiate  che  in  questa  città 
hae  bene  6  mila  ponti  di  pietra,  che  vi  passerebbe  sotto  una 
galea;  e  ancora  vi  dico  che  nelle  montagne  di  questa  città 
nasce  il  reubarbaro  e  il  giengiavo  in  grande  abondanza,  che 
per  uno  viniziano  grosso  s'avrebbe  bene  40  libbre  di  zenzavo 

Suciù:  è  Soochow,  grande_città  a  N.  0.  di  Shanghai,  con  cui  comu- 
nica per  acqua  e  per  una  ferrovia  di  80  km.  La  massa  bruna 
delle  sue  mura  assai  ben  conservate  si  specchia  a  sud  sul  gran 
Canale.  E  una  città  di  ponti  e  canali  come  Venezia,  il  ritiro  fa- 
vorito di  ex-funzionari,  aperta  al  commercio  estero  col  trattato 
di  Shimonoseki  (1896).  Di  essa  come  di  Hangchow  i  Cinesi 
dicono:   „ 

Se  in  cielo  v'è  il  paradiso,  in  terra  v'  ha  Soochow  e  Hangchow 
Tsai  shang  yu  t'ien  €ang,  tsaì  hsia  yu  Su  JJang. 

Marco  Polo  resta  qui  sbalordito  dall'  immensa  formicolante  po- 
polazione, e  pel  primo  ha  l1  impressione  (spesso  poi  ripetuta  col 
nomo  di  pericolo  giallo)  che  i  Cinesi  conquisterebbero  il  mondo 
se  non  fossero  filosofi  e  mercatanti,  ma  uomini  d'arme.  Soocbow 
fornisce  ricchi  tessuti  di  seta  alla  Casa  imperiale.  «  Reubarbaro 
e  gengiavo  »  non  sono  prodotti  locali,  ma  arrivano  da  altre  Pro- 
vincie, il  primo  dal  Ssuchuan,  il  secondo  da  Canton,  dove  viene 
preparato  in  gran  quantità  in  scatole  e  giare. 


168  IL    MILIONE 

fresco,  eh' è  molto  buono:  ed  ha  sotto  di  sé  16  città  molte 
grande  e  di  grande  mercatanzia  e  d'arti.  Or  ci  partiamo  da 
Suciù  e  conterovvi  di  un'altra  che  ha  nome  Vugiù;  e  questa 
è  lungi  di  Suciù  una  giornata.  Ella  è  molto  grande  e  nobile; 
ma  perchè  non  ci  ha  nulla  da  ricordare,  dirovvi  d'un'altra, 
eh'  ha  nome  Vughin.  Questa  è  grande  e  ricca,  e  sono  idoli 
e  sono  al  Gran  Cane,  e  la  moneta  hanno  di  carte.  Quivi  hanno 
abbondanza  d'ogni  cosa,  e  sono  mercatanti,  e  savi  molto,  e 
buoni  artefici.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  dirovvi  di  Gianghì, 
eh' è  molto  grande  e  bella,  e  hae  ogni  cosa,  come  l'altre,  e 
favisi  molto  zendado.  Qui  non  ha  altro  da  ricordare  :  partire- 
moci,  e  andremo  alla  nobile  città  di  Kinsai,  eh'  è  la  mastra 
città  del  fEame  delli  Mangi. 

CXXXI. 
Della  città  che  si  chiama  Kinsai. 

Quando  l'uomo  si  parte  dalla  città  di  Gianghì,  e'  va  tre 
giornate  per  molte  belle  città  e  .castella  ricche  e  nobile,  di 
grande  mercatanzie  e  artefici;  e  sono  idoli,  e  sono  al  Gran 
Cane,  e  hanno  moneta  di  carte;  egli  hanno  da  vivere  ciò  che 
bisogna  al  corpo  dell'uomo.  Di  capo  di  queste  tre  giornate 
sì  si  truova  la  sopra  nobile  città  di  Kinsai,  che  vale  a  dire 

Vugiù  :  è  Huchou,  gran  mercato  di  bozzoli,  spesso  visitato  da  espor- 
tatori italiani  residenti  a  Shanghai.  È  patria  del  più  gran  pit- 
tore cinese  Ts'ao  Fu-hsing,  che  dipinse  su  paraventi  di  seta 
dragoni,  cicogne  ed  altri  animali,  nel  secolo  d'oro  delParte  pit- 
torica (181-234). 

Vughin  :  è  Wuchiang,  mercato  di  bozzoli. 

Cianghi:  è  Kiahing,  mercato  di  bozzoli. 

Kinsai:  (cinese  Ching  She,  che  significa  «  la  capitale  »  e  non  la  città 
•  del  cielo)    era  il  titolo  di   Hangchow,  la   capitale  dei  Sung  dal 


DI    M.    MAftCO    POLO  169 

in  francesco,  la  città  de]  cielo:  e  conterovvi  di  sua  nobiltà, 
però  ch'ella  è  la  più  nobile  città  del  mondo  é  la  migliore.  E 

dirovvi  di  sua  nobiltà,  secondo  che  il  re  di  questa  provincia 
inscrisse  a  Baiali,  che  conquistò  questa  provincia  delli  Mangi; 
e  questi  lo  mandò  a  dire  al  Gran  Cane,  perciò  ch'egli,  sap- 
piendo  tanta  nobiltà,  nolla  farebbe  guastare;  ed  io  vi  conterò 
per  online  ciò  l'iscrittura  conteneva:  e  tutto  è  vero,  però  ch'io 
Marco  il  viddi  poscia  co'  miei  occhi.  La  città  di  Kinsai  dura  in 
giro  di  100  miglia,  e  hae  12  mila  ponti  di  pietra,  e  sotto  la 
maggiore  parte  di  questi  ponti  vi  potrebbe  passare,  sotto  l'arco, 
una  gran  nave,  e  per  gli  altri  bene  mezza  nave:  e  niuno  di 
ciò  si  maravigli,  perciò  ch'ella  èe  tutta  in  acqua  e  cerchiata 
d'acqua,  e  però  v'ha  tanti  ponti  per  andare  per  tutta  la  terra. 

1229  al  1276.  E  un'  immensa  città  di  ponti  e  di  canali  su 
fiume  Chfien  tcang,  a  15  miglia  dal  mare.  Il  suo  porto  Ngan  pìi 
e  Ningpo,  3  giornate  a  S.  E.  sul  fiume  Yung,  a  12  migliai 
dal  mare,  in  faccia  ali1  arcipelago  di  Chusan,  caro  ai  pellegrini 
buddisti  e  ai  touristi  di  Shanghai.  Qui  Ser  Marco  si  rivela  insu- 
perabile guida.  Le  sue  notizie  sono  tolte  dalla  «  scrittura  »  ossia 
dal  rapporto  del  generale  Baian  completate  dall'osservazione  sua. 
La  città  è  ordinata  in  12  corporazioni  di  arti  e  mestieri,  che 
non  si  devono  però  intendere  come  caste  chiuse,  perchè  as- 
sicuratasi una  lunga  fortuna,  in  Cina  è  facile  procurarsi  un 
posto  ufficiale  lautamente  retribuito.  Il  lago  Sihu  e  le  due  isole 
aprono  una  lunga  vista  di  paesaggi  e  battelli  imbandierati,  con 
allegre  comitive  di  poeti  e  di  filosofi  imberbi.  Le  «  torri  di  pie. 
tra  »  in  città  sono  i  «  monti  di  pietà  »,  di  cui  gli  Ebrei  non  fa- 
cevano allora  sentir  molto  bisogno  alle  nostre  città  di  Europa. 
«  L'uomo  con  la  tavoletta  in  mano  »  sui  punti  più  elevati  della 
città,  pronto  notte  e  giorno  a  dar  l'allarme  in  caso  d' incendio,  ò 
la  vedetta  dei  pompieri,  al  cui  segnale  i  garzoni  di  bottega  del 
quartiere  accorrono  immediatamente  con  secchie  e  pompe  sul 
luogo  del  fuoco.  Le  3  mila  «  istufe  »  sono  i  migliori  bagni  del 
mondo,  con  piscine  capaci  di  contenere  anche  100  persone. 


170  IL    MILIONE 


In  questa  città  v'ha  12  arti,  cioè  d'ogni  mestiere  una;  e  cia- 
scuna arte  hae  12  mila  istazioni,  cioè  12  mila  case;  e  in  cia- 
scuna bottega  hae  almeno  10  uomeni,  e  in  tale  15,  e  in  tale  20, 
e  in  tale  30,  e  in  tale  40,  non  tutti  maestri,  ma  discepoli; 
questa  città  fornisce  molte  contrade.  E  havvi  tanti  mercatanti 
e  sì  ricchi  e  in  tanto  novero,  che  non  si  potrebbono  contare, 
che  si  credesse.  Anche  vi  dico  che  tutti  li  buoni  uomeni  e 
le  donne  e  li  capi  maestri  non  fanno  nulla  di  loro  mano,  ma 
stanno    così   ^ilicatamente  come  se    fossero   re,    le    donne 
come  se  fossero  cose  angeliche.  Ed  èvvi  uno  ordinamento, 
che  niuno  puote   fare    altra   arte  che   fece   il  padre  :    se  '1 
suo   valesse  100  mila   bisanti  d'oro  non  oserebbe   fare   al- 
tro mestiere.  Anche  .vi  dico  che  verso  mezzodì  hae  un  lago, 
che  gira  bene  30  miglia,  e   tutto  dintorno  ha  belli  palagi, 
e  case  fatte  maravigliosamente,  che  sono  di  buoni   uomeni 
gentili  ;   e  havvi  monisteri  e  badie  d' idoli  in  grande  quan- 
tità: nel  mezzo  di  questo  lago  hae  due  isole;    su  ciascuna 
hae  un  molto  bel   palagio  e   ricco,  si  ben  fatto,  che   bene 
pare  palagio   d' imperadore  ;   e   chi  vuole  fare  nozze  o  con- 
viti, sì  il  fa  in  questi  palagi,  e  quivi  è  sempre  fornito  di  vas- 
sellamenti  e  di  scodelle  e  di  taglieri  e  d'altri  fornimenti.  Nella 
città  ha  molte  belle  case  e  torri  di  pietra  e  spesse,  ove  le  per- 
sone portano  le  cose,  quando  si  apprende  fuoco  nella  città, 
-che  molto  ispesso  vi  s'accende,  perchè  v'ha  molte  case  di 
legname.  Egliono  mangiano  tutta  carne  così  di  cane,  come 
d'altre  brutte  bestie,  e  come  delle  buone,  che  per  cosa  del 
mondo  niuno  cristiano  mangerebbe  di  quelle  bestie  eh'  egli 
mangiono.  Ancora  vi  dico,  che  ciascuno  de'  12  mila  ponti 
guarda  10  uomeni  di  dì  e  di  notte,  perchè  niuno  fosse  ardito 
di  Ribellare  la  città.  Nel  mezzo  della  città  v'hae  un  monte, 
ove  hae  suso  una  torre,  ove  ista  suso  sempre  un  uomo  con 
una  tavoletta  in  mano,  e  davvi  suso  d'un  bastone,  che  bene 
s'ode  dalla  lunga,  e  questo  fa  quando  fuoco  si  apprendesse 
nella  città,  o  che  mischia  o  battaglia  vi  si  facesse.  Molto  la 


DI    M.    MARCO    TOLO  171 

fa  ben  guardare  il  Gran  (lane,  perciò  eh' è  capo  di  tutta  la 
provincia  dei  Mangi,  e  perche  n'ha  di  questa  città  grande  ren- 
dila, sì  grande  che  appena  si  potrebbe  credere.  E  tutte  le  vie 
della  città  sono  lastricate  di  pietre  e  di  mattoni;  e  così  tutte 
le  mastre  vie  delli  Mangi,  sì  che  tutte  si  possono  cavalcare 
nettamente,  ed  a  piede  altresie.  E  ancora  vi  dico  che  questa 
città  hae  bene  3  mila  istufe,  ove  prendono  gran  diletto  gli  uo- 
ineni  e  le  femmine,  e  vanuovi  molto  ispesso,  però  che  vi- 
vono molto  nettamente  di  lor  corpo,  e  sono  i  più  belli  bagni 
del  mondo,  e  i  più  grandi,  che  bene  vi  si  bagnano  insieme 
100  persone.  Presso  a  questa  città,  a  quindici  miglia  è  il 
mare  occeano,  ed  è  tra  greco  e  levante.  E  quine  è  una  città 
ha  nome  Nganpiì,  ove  ha  molto  buon  porto,  e  li  avvi  molte  navi 
che  vengono  d'India  e  d'altri  paesi.  E  da  questa  citta  al  mare 
hae  un  gran  fiume,  onde  le  navi  possono  venire  infino  alla 
terra.  Questa  provincia  delli  Mangi  hae  partita  il  Gran  Cane 
in  8  parti,  e  hanno  fatti  8  reami  grandi  e  ricchi,  e  "tutti  ren- 
dono ogni  anno  trebuto  al  Gran  Cane  ;  e  in  questa  città  dimora 
l'uno  di  questi  re.  e  hae  sotto  se  bene  140  città  grandi  e  ricche. 
E  sappiate  che  la  provincia  delli  Mangi  ha  bene  1200  cittadi, 
e  ciascuna  ha  guardie  per  lo  Gran  Cane,  com'io  vi  dirò.  E 
sappiate  che  in  ciascuna  di  quelle,  il  meno  che  abbia,  si  sono 
mille  guardie,  e  di  tale  n'ha  10  mila  e  di  tale  20  mila  e  di  tale 
30  mila,  sì  che  il  numero  sarebbe  sì  grande,  che  non  si  po- 
trebbe contare  né  credere  di  leggieri.  Né  non  intendiate  che 
quegli  uomeni  siano  tutti  talleri,  ma  ve  n'ha  del  Catai:  e  non 
sono  tutti  a  cavallo  ([nelle  guardie,  ma  gran  partita  a  piede. 
La  rendita  del  Gran  (lane  di  questa  provincia  delli  Mangi  non 
Vi  potrebbe  credere,  uè  a  pena  iscrivere,  e  ancora  la  sua  no- 
biltà. L'usanze  de'  Mangi  sono  conv  io  vi  dirò.^Egli  è  vero  clic 

ha  guardie:  per  assicurare  la  conquista  il  Gran  Khan  mise  in  ogni 

città  presidii  numerosi  formati  di  tartari  e  di  cinesi  del  nord. 
L'usanze  dei  Mangi:    Lo  stato  civile  della   famiglia  è  tenuto  dal 


172 


IL    MILIONE 


quando  alcuno  fanciullo  nasce,  o  maschio  o  femmina,  il  padre 
fa  iscrivere  il  dì  e  Torà  e  il  punto  e  il  segno  e  la  pianeta  sotto 
ch'egli  è  nato,  sì  che  ogni  uomo  lo  sa  di  sé  queste  cose;  e 
quando  alcuno  vuole  fare  alcuno  viaggio,  o  alcuna  cosa,  vanno 
a'  loro  astrolagi,  in  cui  hanno  gran  fede,  e  fannosi  dire  lo  loro 
migliore.  Ancora  vi  dico  che  quando  lo  corpo  morto  si  porta 
ad  ardere,  tutti  i  parenti  si  vestono  di  canovaccio,  cioè  vil- 
mente, per  dolore,  e  vanno  così  apresso  al  morto,  e  vanno 
sonando  loro  istormenti,  e  vanno  cantando  loro  orazioni  d'i- 
doli, e  quando  e'  sono  là  ove  il  corpo  si  dee  ardere,  e'  fanno 
di  carte  uomeni  e  femmine,  cavalli,  danari,  cammelli  e  molte 
altre  cose  ;  quando  il  fuoco  è  bene  acceso  fanno  ardere  il  corpo 
con  tutte  queste  cose,  e  credono  che  quel  morto,  cioè  colui, 
avrà  nell'altro  mondo  tutte  quelle  cose  da  divero  al  suo  ser- 
vigio, e  tutto  l'onore  che  gli  è  fatto  in  questo  mondo  quando 
s'arde  gli  sarà  fatto  quando  andrà  nell'altro  mondo  dagli  idoli. 


capo  di  casa,  più  o  meno  addottorato  in  astrologia,  e  i  dati  del 
pianeta  sotto  cui  ciascuno  è  nato  sono  gli  8  caratteri  che  ognuno 
conosce  di  se  (v.  pag.  100)  che  servono  per  contrarre  nozze,  viag- 
giare, conchiudere  affari  e  scegliersi  una  tomba  su  per  campi  o 
per  i  monti.  C;  è  un  astrologo  professionista  in  piazza  (feng-shirì 
hsien-sheng),  —  un  letterato  bocciato  agli  esami,  improvvisato 
dottor  negromante,  —  che,  con  una  bacchetta  in  mano  e  la  scaglia 
della  tartaruga  sul  tavolo,  scruta  entro  gli  8  caratteri  e  cava 
l'oroscopo  —  ma  più  spesso  la  borsa  —  dell'ingenuo  cliente.  La  po- 
lizia della  città  è  organizzata  molto  economicamente.  Basta  che 
ogni  capo  di  famiglia  tenga  appeso  ali1  uscio  di  casa  il  registro 
dei  componenti  la  famiglia,  e  l'albergatore  quello  dei  viaggia- 
tori, perché  pace  e  tranquillità  regnino  tra  il  1600000  di  ma- 
gioni in  Hangchow.  Curioso  paese  questo  che  fa  a  meno  del  Sin- 
daco, delle  stato  civile,  dell'anagrafe,  della  statistica,  dei  pom- 
pieri, delle  guardie,  di  città,  dei  medici  condotti,  del  macello 
pubblico,  del  cimitero,  della  polizia,  delle  scuole  municipali, 
governative,  universitarie,  e  delle  prigioni! 


. 


DI    M.    MARCO    POLO  173 

E  in  questa  terra  èe  il  palagio  del  re  che  si  fuggì,  ch'era  si- 
gnore de  li  Mangi,  eh* è  il  più  nohile  e  il  più  ricco  del  mondo, 
ed  io  ve  ne  dirò  alcuna  cosa.  Egli  gira  10  miglia,  ed  è  quadro 
con  muro  alto  e  grosso,  e  attorno  e  dentro  a  questo  muro 
sono  molti  belli  giardini,  ov'  ha  tutti  buon  frutti,  ed  havvi 
molte  fontane,  e  più  laghi,  ov'  ha  molti  buon  pesci  :  e  nel 
mezzo  si  è  il  palagio  grande  e  bello:  la  sala  è  molto  bella, 
ove  mangerebbono  molte  persone,  tutta  dipinta  ad  oro  e  ad 
azurro,  con  molte  belle  istorie,  ond'è  molto  dilettevole  a  ve- 
dere, e  per  la  copritura  non  si  può  vedere  altro  che  dipin- 
tura ad  oro.  Non  si  potrebbe  contare  la  nobiltà  di  questo 
palagio;  egli  v'ha  20  sale  tutte  pari  di  grandezza,  e  sono  sì 
grande  che  bene  vi  mangerebbono  agiatamente  10  mila  uo- 
ineni,  e  si  ha  questo  palagio  bene  1000  camere.  E  sappiate 
che  in  questa  città,  ha  160  tomani  di  fumanti,  cioè  di  case, 
e  ciascuno  tornano  è  10  mila  case  fumanti  ;  la  somma  si 
è  un  milione  seicento  mila  di  magioni  abitanti,  nelle  quali 
lui  gran  palagi.  E  havvi  una  chiesa  di  Cristiani  nestorini  sola- 
mente. Sappiate  che  ciascuno  uomo  della  città  e  di  borghi 
hae  iscritto  in  su  l'uscio  lo  nome  suo  e  di  sua  moglie  e  de'  fi- 
gliuoli e  dei  fanti  e  degl'  ischiavi,  e  quanti  cavagli  egli  tiene, 
e  se  alcuno  ne  muore  fa  guastare  lo  suo  nome,  e  se  alcuno 
ne  nasce  sì  lo  vi  fa  porre,  sì  che  il  signore  della  città  sa  tutta 
la  gente  per  novero,  che  èe  nella  città:  e  così  si  fa  in  tutta 
la  provincia  de  li  Mangi  e  del  Catai.  Ancora  v'hae  un  altro 
costume,  che  gli  albergatori  iscrivono  in*  sulla  porta  della  casa 
tutti  gli  uomeni  degli  osti  suoi,  e  '1  die  che  vi  vengono;  e  '1 
die  che  se  ne  vanno  si  spengono  la  scrittura  ;  sì  che  il  si- 
gnore può  sapere  chi  va  e  chi  viene:  e  questo  è  bella  cosa 


tomani:  (cinese  wan)  unità  di  conto  (persiano   e  mongolo)  che  vale 

10000  (v.  pag.  111). 
fumanti  :  vale  fuoco,  famiglia. 
guastare  :  cancellare. 


174  IL   MILIONE 


e  saviamente  fatta.  Or  v'ho  detto  di  questo  una  parte;  or  vi 
vo  contare  della  rendita  che  hae  il  Gran  Cane  di  questa  terra 
e  suo  distretto,  eh' è  dell' 8  parti  l'ima  de  li  Mangi. 


GXXXIL 

Della  rendita  del  sale. 

Or  vi  conterò  della  rendita  eh'  hae  il  Gran  Cane  della  città 
di  Kinsai,  e  delle  terre  e  delle  genti  che  sono  sotto  lei;  e 
prima  vi  conterò  del  sale.  Lo  sale  di  questa  contrada  rende 
l'anno  al  Gran  Cane  80  tomai  d'oro,  ciascuno  tomai  èe  80  mila 
saggi  d'oro,  che  monta  per  tutto  sei  milioni  e  quattrocento- 
mila saggi  d'oro,  e  ciascuno  saggio  d'oro  vale  più  di  un  fio- 
rino; e  quest'è  maraviglio  sa  cosa.  Or  vi  dirò  dell'altre  cose. 
In  questa  contrada  nasce  e  favvisi  più  zucchero  che  'n  tutto 
l'altro  mondo,  e  questo  è  ancora  grandissima  rendita.  Ma  io 
vi  dirò  di  tutte  spezie  insieme:  sappiate  che  tutte  ispezierie, 
tutte  mercatanzie  rendono  al  re  il  terzo  per  100,  e  del  vino 
che  fanno  del  riso  hanne  ancora  grandissima  rendita,  e  de' 
carboni,  e  di  tutte  le  12  arti,  che  sono  15  mila  istazioni,  n'hae 
ancora  grandissima  rendita,  che  di  tutte  cose  si  paga  gabella; 
della  seta  si  dà  10  per  cento.  Sì  ch'io  Marco  Polo  e' ho  ve- 
duto, e  stato  sono  a  fare  la  ragione,  la  rendita  sanza  il  sale 
vale  ciascuno  anno  210  mila  di  tomai  d'oro:  e  questo  èe  il 
piue  ismisurato  novero  di  moneta  del  mondo,  che  monta  a 

210  mila  di  tomai  :  se  le  diecimila  oncie  (taels)  del  tornano  equi- 
valgono a  80.000  saggi  d'oro  (fiorini),  la  cifra  del  reddito  do- 
vrebbe essere  16.800.000  e  non  16.700.000;  cifra  certamente 
cospicua  ma  non  tale  da  meritare  P  iperbolica  espressione  di 
Ser  Marco.  Giova  infine  notare  che  non  tutte  le  otto  provincie 
dei  Mangi  sono  ricche  e  popolate  come  questa  delChekiang. 


DI    M.    MARCO    TOLO  1 75 

quìndici  milioni  e  settecento  mila,  equest'è  delle  otto  parti 
l'una  della  provincia.  Or  lasciamo  istare  di  questa  materia, 
e  diro v vi  d'una  città  eh'  ha  nome  Tanpigiù. 

GXXXIII. 
Della  città  che  si  chiama  Tanpigiù. 


Quando  l'uomo  si  parte  di  Kinsai,  e'  vae  una  giornata 
verso  iscirocco,  tuttavia  trovando  palagi  e  giardini  molti  belli, 
ove  si  truova  tutte  cose  da  vivere;  di  capo  queste  giornate 
si  truova  questa  città,  eh'  ha  nome  Tanpigiù,  molto  bella  e 
grande,  ed  è  di  sotto  a  Kinsai;  e  sono  idoli,  e  fanno  ardere 
i  loro  corpi;  la  moneta  èe  di  carte,  e  sono  al  Gran  Cane.  Qui 
non  ha  altro  da  dire.  Or  vi  dirò  d' una  altra  eh'  ha  nome 
Vugiù,  eh' è  di  lungi  da  quella  tre  giornate  per  iscirocco,  e 

Quando  si  parte  :  Uscendo  da  Kinsai  scivoliamo  rapidamente  in 
comode  barche  su  per  gP  incantevoli  canali  azzurrini  della  pro- 
vincia del  Chekiang,  tra  valli  fiammeggianti  di  azalee.  Alle 
chiuse  un  argano  solleva  la  barca  e,  con  un  tonfo,  la  vara  in  un 
altro  canale  superiore,  fiancheggiato  come  il  primo  da  banchine 
di  pietra  e  traversato  da  ponti.  Campi  di  riso  e  villaggi  si  suc- 
cedono ;  ogni  tanto  quattro  uomini,  attaccati  ad  una  sbarra, 
pedalano  furiosamente  l'acqua  del  canale  entro  i  loro  campi. 
Ecco  Tanpigiù  (Shao  Hsingì  famosa  per  i  suoi  letterati,  e  i  suoi 
prosciutti;  poi  viene  Vugiù  (Kin  Hua),  Chegiù  (Sin  chang), 
Cuciù  (Chuchou)  dove  possiamo  rifornirci  di  pesce,  riso,  oche 
e  samshn.  I  filari  di  gelsi  bassi  e  frondosi  adornano  le  ripe.  A 
Cuciù  «città  sezzaia  di  Kinsai»,  paese  di  confine  tra  il  Che- 
kiang  e  il  Fukien,  abbandoniamo  la  comoda  barca,  montiamo  in 
portantina,  e  quattro  portatori  dal  piede  più  sicuro  di  quello 
di  un  mulo,  ci  sollevano  in  aria  e  ci  portan  via  su  per  le  mu- 
lattiere e  giù  per  i  precipizi  delle  montagne  del  Fukien. 


176  IL   MILIONE 

sono  come  que'  di  sopra.  Di  qui  si  va  due  giornate  verso 
iscirocco,  tuttavia  trovando  castella  e  ville  assai.  L'uomo  va 
da  quella  città  a  truovarne  un'  altra  eh'  ha  nome  Chegiù,  e 
tutti  sono  come  quelli  di  sopra.  Di  qui  si  va  4  giornate  verso 
iscirocco  come  di  sopra:  qui  hae  uccelli  e  bestie  assai,  come 
s'è  lioni  grandissimi  e  fieri.  Qui  non  ha  montoni  né  pecore 
per  tutti  gli  Mangi;  ma  egli  hanno  buoi  e  becchi  e  capre  e 
porci  assai.  Di  qui  ci  partiamo,  che  non  hae  altro;  e  andremo 
quattro  giornate,  e  troveremo  la  città  di  Cudù,  ed  è  in  su 
un  monte  che  parte  lo  fiume,  che  l'una  metà  vae  in  giuso  e 
l'altra  in  suso.  Tutte  queste  città  sono  della  signoria  di  Kinsai. 
Tutti  sono  come  que'  di  sopra.  Di  capo  delle  quattro  giornate 
si  truovala  città  di  Guciù,  e  sono  come  gli  altri  di  sopra,  ed 
èe  la  città  sezzaia  di  Kinsai.  Or  comincia  l'altro  reame  de' 
Mangi,  eh'  è  chiamato  Fugiiì. 


CXXX1V. 

Del  reame  di  Fugiù. 

Quando  l'uomo  si  parte  da  questa  sezzaia  città  di  Kinsai, 
l' uomo  entra  nel  reame  di  Fugiù,  e  vassi  sei  giornate  per 
isciroc,  e  truova  città  e  castella  assai,  e  sono  idoli,  e  sono 
al  Gran  Cane,  e  sono  sottovia  signoria  di  Fugiù;  vivono  di 
mercatanzie  e  d'arti.  D'ogni  cosa  hanno  grande  abondanza, 
hanno  gengiavo  e  galanga  oltra  misura,  che  per  uno  viniziano 
grosso  n'avrebbe  l'uomo  piue  d'ottanta  libbre  di  gengiavo. 


il  reame  di  Fugiù:  è  V  odierna  provincia  del  Fukien  (capitale 
Foochow  sul  fiume  Min).  La  regione  ha  estese  piantagioni  di 
thè,  canne  da  zucchero,  e  olivi  kanlan,  verdi  e  fronzuti  come 
platani. 


DT   M.    MARCO    POLO  177 

E  v'è  un  frutto  che  pare  zafferano,  ma  e'  non  è,  ma  vale 
bene  altrettanto  ad  operare.  Egli  mangiano  d'ogni  brutta  carne; 
e  d'uomo  che  non  sia  morto  di  sua  morte,  e  molto  la  man- 
giano volentieri,  e  hannola  per  buona  carne.  Quando  vanno 
in  oste  si  tondono  gli  capelli  molto  alto,  e  nel  volto  si  dipin- 
gono d'azurro,  con  un  ferro  di  lancia,  e  sono  uomeni  molto 
crudeli  i  più  del  mondo,  che  tutto  di  vanno  uccidendo  gli 
uomeni  e  bevendo  il  sangue,  e  poscia  li  mangiano  tutti,  e 
altro  non  procacciano.  Nel  mezzo  di  queste  sei  giornate  ha 
una  città,  e' ha  nome  Kelinfù,  eh' è  molto  grande  e  nobile, 
'  e  sono  al  Gran  Cane,  e  hae  tre  ponti  di  pietra  li  più  belli 
del  mondo,  lunghi  un  miglio,  e  larghi  bene  8  passi,  e  sono 
tutti  in  colonne  di  marmo,  e  sono  si  belli  che  molto  tesoro 
costerebbono  a  farne  uno.  Egli  vivono  di  mercatanzia  e  d'arti, 
egli  lianno  seta  assai  e  gengiavo  e  galanga,  e  havvi  belle 
donne,  e  havvi  galline  che  non  hanno  penne  ma  peli  come 
gatte,  e  tutte  nere,  e  fanno  uova  come  le  nostre,  e  sono  molte 
1) Lione  da  mangiare.  Qui  non  ha  altro  in  queste  sei  giornate 
che  sono  dette  di  sopra,  se  no  molte  castella  e  città,  e  sono 
••ome*  quelle  di  sopra,  e  infra  15  miglia  dell'  altre  tre  gior- 
nate è  una  città,  ove  si  fa  tanto  zucchero,  che  se  ne  for- 
nisce il  Gran  Cane  e  tutta  sua  corte,  che  vale  gran  tesoro, 
e  ha  nome  Unken.  Qui  non  ha  altro.  Quando  l'uomo  si 
parte  di  15  miglia,  l'uomo  truova  la  città  nobile  di  Fugiù, 
eh'  è  capo  di  questo  reame,  e  però  ne  conterò  quello  che 
saprò. 


un  frutto  che  pare  zafferano:  ò  la  curcuma  longa  (ingl.  tur* 
mèric)  che  servo  a  dare  il  color  d'oro  alla  foglia  secca  del  the 
di  esportazione. 


Marco  Polo.  —  Il  Milioru 


178  IL    MILIONE 


GXXXV. 
Della  città  chiamata  Fugiù. 

Sappiate  che   questa  città  di  Fugiù  è  capo  del  regno  di 
Concha,  che  è  delle  nove  parti  l'una  delli  Mangi.  In  questa 
città  si  fa  grande  mercatanzia  ed   arti,  e  sono  idoli,  e  sono 
al  Gran  Cane  ;  e  il  Gran  Cane  vi  tiene  grande  oste  per  le  città 
e  per  le  castella,  che  spesso  vi  si  rubellano,  sì  che  inconte- 
nente vi  corrono  e  piglianle  e  guastante .  E  per  lo  mezzo  di  J 
questa  città  vae  un  fiume  largo  bene  un  miglio.  Qui  si  fanno  j 
molte  navi,  che  vanno  su  per  quel  fiume,  qui  si  fa  molto  zuc-   , 
chero  ;  qui  si  fa  grande   mercatanzia  di  pietre  preziose  e  di 
perle,  e  portanle  i  mercatanti,  che  vi  vengono  dall'  India.  EJ 
questa  terra  è  presso  al  porto  di  Ghatan  nel  mare  occeano; 

Concha:  sta  per  Kuang,  antica  denominazione  della  costa  meridio- 
nale cinese,  che  si  estendeva  anche  al  Fukien.  Questo  nome 
sopravvive  nelle  due  provincie  di  Kuangtung  e  Kuangsi  (il 
Kuang  orientale  e  l'occidentale).  Sotto  la  dinastia  dei  Tang 
(600-900)  era  terra  d'  esilio,  e  il  celebre  poeta  Li  Tai-pè  che 
vi  fu  relegato  ne  parla  come  Ovidio  del  Ponto.  La  città  di  Fu- 
giù (Foochow),  cinta  di  triplice  mura,  è  situata  sulla  sinistra 
del  fiume  Min,  in  mezzo  ad  un  anfiteatro  di  montagne;  un 
lungo  ponte  di  pietra  la  congiunge  con  l' isola  di  Nantai,  sulle 
cui  alture  sono  le  ricche  ville  degli  esportatori  di  thè,  i  conso- 
lati e  le  missioni  europee,  gradito  soggiorno  durante  i  mesi  afosi 
dell'estate. 

delle  nove  parti  l'una  :  si  tratta  d'un  errore  di  trascrizione,  per- 
chè nel  capitolo  CXXXII  è  detto  esattamente  che  la  provincia 
dei  Mangi  si  divide  in  otto  parti. 

Chatan:  corrisponde  a  Pagoda  Anchorage,  alla  foce  del  Min,  affol- 
lato ogni  anno  dal  maggio  all'  ottobre  di  piroscafi  che  caricano 


DI    M.    MAKCO    POLO  17D 

molte  care  cose  vi  sono  recate  d' India.  Egli  hanno  ben  da 
vivere  di  tutte  cose,  e  lianno  molti  giardini  con  molti  frutti, 
ed  è  sì  bene  ordinata  ch'è  maraviglia.  Perciò  non  ve  ne  con- 
terò più,  ma  conterovvi  d'altre  cose. 

CXXXVI. 

Della  città  chiamata  Zaiton. 

Or  sappiate  che  quando  l'uomo  si  parte  di  Fughi,  e' passa 
il  fiume,  e  va  5  giornate  per  isciroc,  tuttavia  trovando  città 
e  castella  assai  dove  hae  d'ogni  cosa  gran  dovizia;  e  v'ha 
monti  e.  valli  e  piani,  e  havvi  molti  boschi  e  molti  albori  che 
fanno  la  canfora,  e  v'ha  uccelli  e  bestie  assai:  e  vivono  di 
mercatanzie  e  d'  arti,  e  sono  idoli  come  quelli  di  sopra.  Di 
capo  di  queste  5  giornate  si  truova  una  città  e'  ha  nomo 
Zaiton,  che  molto  grande  e  nobile  ed  è  porto  ove  tutte  le  navi 

il  thè  per  l1  Europa,  l'Australia  e  l'America.  L'arsenale  fabbrica 
buone  navi  da  guerra. 

giardini  con  molti  frutti:  certe  frutta  del  Fukien  sono  ancor  oggi 
riservate  alla  Corte  imperiale,  come  i  mandarini  a  buccia  rossa, 
i  liciti  (specie  di  nepheliiim) ,  i  pòmpoli  (pa/mplemoi<sse),  i 
kamquot  (cinese  chin  kuo  =  frutto  d'oro),  e  le  olive  kanlan. 
E  singolare  come  Marco  Polo  non  ricordi  il  the,  l'arboscello 
dal  bianco  olezzante  fiorellino,  che  cresce  dovunque  e  fornisce 
la  bevanda  più  usuale  e  più  gradita.  Il  nome  thè  ò  la  pronun- 
cia fukienese  della  pianta  che  i  Cinesi,  e  con  essi  i  Mongoli  e 
i  Russi  chiamano  teià.  Essi  sogliono  mischiarvi  fiori  di  gelso- 
mino per  renderlo  più  profumato,  ma  non  a  tutti  quel  profumo 
piace. 

Zaiton:  (cinese  Haiteng)  era  il  porto  del  Fukicn  meridionale,  al- 
l'entrata del  canale  di  Formosa,  sulla  foce  del  fiume  Chang. 
li  Arabi    che    la    frequentavano    nel   IX  secolo  la  chiamarono 


180  IL    MILIONE 

d' India  fanno  capo  con  molta  mercatanzia  di  pietre  preziose 
e  d'altre  cose,  come  perle  grosse  e  buone.  E  questo  è  il  porto 
degli  mercatanti  delli  Mangi,  e  attorno  a  questo  porto  ha 
tante  navi  di  mercatanti  eh'  è  maraviglia:  e  di  questa  città 
vanno  poscia  per  tutta  la  provincia  delli  Mangi;  e  per  una 
nave  di  pepe,  che  viene  in  Alessandria  per  venire  in  Cristia- 
nità, sì  ve  vanno  a  questa  città  cinquanta,  che  questo  èe  uno 
delli  buoni  porti  del  mondo,  dove  viene  più  mercatanzia.  E 
sappiate  che  il  Gran  Cane  di  questo  porto  trae  grande  prode 
della  mercatanzia,  però  che  d'ogni  cosa  che  vi  viene,  conviene 
ch'egli  abbia  10  per  cento,  cioè  delle  10  parti  l'una  d'ogni 
cosa.  Le  navi  si  togliono  per  lo  salaro  di  mercatanzie  sottile 
30  per  cento,  e  del  pepe  44  per  cento,  e  del  legno  aloe  o 
di  sandali  e  d'altre  mercatanzie  grosse  40  per  cento,  sì  che 
gli  mercatanti  danno,  tra  le  navi  al  Gran  Cane,  bene  il  mezzo 
di  tutto;  e  però  il  Gran  Cane  guadagna  grande  quantità  di 
tesoro  di  questa  città.  E  sono  idoli,  e  la  terra  ha  grande  abon- 
danza  d'ogni  cosa  da  vivere.  E  in  questa  provincia  hae  una  città 
e'  ha  nome  Tenguisen,  che  vi  si  fanno  le  più  belle  iscodelle 
di  porcellane  del  mondo  :  e  non  ve  ne  se  ne  fae  in  altro  luogo 
del  mondo,  e  quindi  si  portano  in  ogni  parte,  e  per  uno  vi- 
niziano  se  ne  avrebbe  tre,  le  più  belle  del  mondo  e  le  più 
divisate.  Ora  avèmo  contato  degli  8  reami,  gli  tre  delli  Mangi, 
cioè,  Cingiù  e  Kinsai  e  Fugiù;  degli  altri  reami  non  conto, 


Saiton.  Della  sua  passata  floridezza  non  resta  più  traccia;  le 
navi  oggi  approdano  ad  Amoy  (cinese  Hsia  meri)  snlla  isoletta 
di  Kulangsu. 

salaro  :  voce  araba  che  significa  nolo. 

Tenguisen:  è  Kintechen,  la  celebre  manifattura  di  porcellane,  fio- 
rente fin  dall'epoca  della  dinastia  Han.  Si  trova  nella  provin- 
cia dello  Kiangsi,  non  lungi  dal  lago  Poyang,  in  vicinanza  di 
cave  di  haolin  (creta  bianca)  e  petunse  (roccia  feldspaticaj,  che 
sono  gì1  ingredienti  per  fare  la  porcellana. 


HI    M.     MARCO    POLO 


181 


però  che  sarebbe  lunga  mena:  ma  dirovvi  dell'  India,  ov'ha 
cose  l)el  I  issi  in  e  da  ricordare;  ed  io  Marco  Polo  tanto  vi  stetti 
che  bene  lo  saprò  contare  per  ordine. 

GXXXVII. 

Qui  si  comincia 
di  tutte  le  meravigliose  cose  cT  India, 

Poscia  ch'abbiamo  contato  di  cotante  provincie  terrene, 
come  avete  udito,  noi  conteremo  delle  meravigliose  cose  che 
sono  neir  India,  e  comincerovvi  dalle  navi,  ove  gli  merca- 
tanti vanno  e  vengono.  Sappiate  ch'elle  sono  d'un  legno 
chiamato  abete  e  di  zapino;  elle  hanno  una  coverta,  e  in  su 
questa  coverta  hae  bene  40  camere  nelle  più  navi,  ove  in 
ciascuna  puote  istare  un  mercatante  agiatamente;  e  hanno  un 
limone  e  4  albori,  e  molte  volte  vi  giungono  due  albori  che 
si  levano  e  pongono.  Le  tavole  sono  tutte  chiavate  doppie 
l'ima  in  su  l'altra,  con  buoni  aguti:  e  non  sono  impeciate. 
però  che  non  n'  hanno,  ma  sono  unte  coni'  io  vi  dirò,  però 
che  gli  hanno  cosa  che  la  tengono  per  migliore  che  pece. 
E'  tolgono  canape  trita  e  calcina  è  uno  olio  d'albori,  e  mi- 
schia no  insieme,  e  fassi  come  veschio;  e  questo  vale  bene 
altrettanto  come  pece.  Queste  navi  vogliono  ben  300  mari- 
nai: ma  elle  souo  tali  clic  portano  bene  5  mila  isporte  di 
pepe,  e  di  datteri  6  mila.  E'  vogano  co'  remi,  che  a  ciascun 
remo  vogliono  essere  quattro  marinai,  e  hanno  queste  navi 

zapino:  (frane,  sapin,  abete).  L'abete  però  non  è  pianta  dei  climi 
tropicali;  l'arsenale  di  Pagoda  Anchorage  adopera  legname  della 
perseci  nanrnu,  un  legno  resinoso  e  resistente  che  serve  anche 
per  bare.  Gli  aguti  sono  i  chiodi;  la  chiglia  è  spalmata  di  una 
vernice  resinosa  (tung  yu)  mescolata  con  calce, 


182  IL    MILIONE 

tale  barche,  che  porta  l'ima  ben  mille  isporte  di  pepe.  E  si 
vi  dico  che  questa  barca  mena  bene  40  marinai,  e  vanno  a 
remi,  e  molte  volte  aiutano  tirare  la  gran  nave;  ancora  mena 
la  nave  10  battelli  per  prendere  de'  pesci.  Ancora  vi  dico 
che  le  gran  barche  ancora  menano  battegli  ;  e  quando  la  nave 
ha  navigato  un  anno,  si  agiungono  un'altra  tavola  su  quelle 
due;  e  così  fanno  infino  alle  sei  tavole.  Or  v'  ho  contato  delle 
nave  che  vanno  per  1'  India,  e  prima  eh '  io  vi  conti  dell'In- 
dia sì  vi  conterò  di  molte  isole  che  sono  nel  mare  occeano, 
ove  noi  siamo,  e  sono  verso  il  levante;  e  primo  diremo  d'una 
e 'ha  nome  Zipagu. 

CXXXVIII. 
Dell'  isola  di  Zipagu. 

Zipagu  èe  una  isola  in  levante,  eh' è  nell'alto  mare  1500 
miglia.  L'isola  è  molto  grande,  le  genti  sono  bianche,  di  bella 
maniera  e  belle,  e  la  gente  è  idola,  e  non  ricevono  signoria  da 
neuno,  se  non  da  loro  medesimi.  Qui  si  truova  l'oro,  però 
n'hanno  assai;  niuno  uomo  non  vi  va,  e  niuno  mercatante 
non  leva  di  questo  oro:  perciò  n'hanno  eglino  cotanto.  Il 
palagio  del  signore  dell'  isola  èe  molto  grande,  ed  è  coperto 
d'oro,  come  si  cuoprono  di  qua  le  chiese  di  piombo,  e  tutto  lo 

isporte:  balle. 

Zipagu  :  o  Zipangu  (cinese  Jih  pcn  imo),  regno  del  Sol  levante,  è 
il  Giappone  (giapponese  Nippon).  Nel  1284  (e  non  1269  come 
dice  erroneamente  il  testo)  Kublai  Khan  per  vendicare  l'uccisione 
di  un  suo  ambasciatore,  mandò  100.000  uomini  al  Giappone 
sotto  il  comando  di  Abaka  (Abaka  Khan)  e  Sanici  (  Wan  San 
chirì),  ma  la  spedizione  ebbe  esito  infelice  per  causa  della  ri- 
valità fra  i  due  comandanti  e  per  uno  di  quei  frequenti  tifoni 
(cinese  tal  feng  =  gran  vento)  che  infestano  quel  mare. 


DI    M.    MARCO    POLO  183 

spazio  delle  camere  è  coperto  d'oro,  ed  èvvi  alto  bene  due  dita, 
e  tutte  le  finestre  e  mura  e  ogni  cosa  e  anche  Je  sale  sono  co- 
perte d'oro:  e  non  si  potrebbe  dire  la  sua  valuta.  Egli  hanno 
perle  assai,  e  sono  rosse  e  tonde  e  grosse,  e  sono  più  care  che 
le  bianche:  ancora  v'ha  molte  pietre  preziose,  e  non  si  po- 
trebbe contare  la  ricchezza  ch'è  in  questa  isola.  E  il  Gran 
(lane  che  oggi  regna,  per  questa  gran  ricchezza  che  in  questa 
isola,  la  volle  fare  pigliare,  e  mandovvi  due  baroni  con  molte 
navi,  e  gente  assai  a  piede  e  a  cavallo.  L'uno  di  questi  baroni 
avea  nome  Abaka  e  l'altro  Sanici,  ed  erano  molto  savi  e  valen- 
ti-i :  e  missorsi  in  mare  e  furono  in  su  questa  isola  e  pigliarono 
del  piano  e  delle  case  assai,  ma  non  aveano  preso  né  castella 
uè  città.  Or  gli  venne  una  mala  isciagura,  com'io  vi  dirò. 
Sappiate  che  tra  questi  due  baroni  avea  grande  invidia,  e 
l'uno  non  facea  per  l'altro  nulla.  Ora  avvenne  un  giorno  che  '1 
vento  della  tramontana  venne  sì  forte,  ch'egli  dissoro,  che, 
s'egli  non  si  partissono,  tutte  le  loro  navi  si  romperebbono: 
montarono  sulle  navi,  e  missorsi  nel  mare,  e  andarono  di 
lungi  di  quivi  4  miglia,  a  un'altra  isola  non  molto  grande. 
Chi  potè  montare  su  quella  isola  si  campò,  gli  altri  ruppono. 
E!  questi  furono  ben  30  mila  uomeni  che  scamparono  su  que- 
sta isola,  e  questi  si  tennero  tutti  morti,  però  che  vedeano 
che  non  potevano  iscampare,  e  vedevano  d'altre  nave  ch'erano 
iscampate,  che  se  ne  andavano  verso  loro  contrade,  e  tanto 
vogarono  che  tornarono  in  loro  paese.  Or  lasciamo  di  ([negli 
che  tornarono  in  loro  contrade,  e  diciamo  di  quegli  che  ri- 
niasono  in  quella  isola  per  morti.  x 

l  Sappiate  che  quando  questi  30  mila  uomeni  che  campa- 
rono in  siili'  isola  si  tenevano  morti,  perciò  che  non  vede- 
vano via  da  potere  campare,  e'  istavano  in  questa  isola  molto 
isronsolati.  Quando  gli  uomeni  della  grande  isola  viddono 
l'oste  così  isbarattata  e  rotta,  e  viddono  costoro   ch'erano 

ruppono  :  fecero  naufragio. 


184  IL    MILIONE 

arrivati  in  su  questa  isola,  ebbono  grande  allegrezza;  e  quando 
il  mare  fue  divenuto  in  bonaccia,  e'  presono  molte  navi  che 
aveano  per  V  isola,  e  andarono  all'  isoletta  ov'erano  costoro, 
e  si  montarono  in  terra  per  pigliare  costoro  ch'erano  in  sul- 
l' isoletta.  Quando  questi  30  mila  uomini  viddono  i  loro  ne- 
mici iscesi  in  terra,  e  viddono  che  in  sulle  navi  non  era  ri- 
maso  persona  per  guardare  le  navi,  egliono,  sì  come  savi, 
quando  gli  inimici  andavano  per  pigliarli,  egli  diedono  una 
gran  volta,  e  tuttavia  fuggendo,  e'  vennoro  verso  le  navi,  e 
quivi  montarono  tutti  incontanente  e  quivi  non  fu  chi  lor 
contendesse.  Quando  costoro  furono  sulle  navi,  levarono  via 
quegli  gonfaloni  che  vi  trovarono  suso,  e  andarono  verso 
l' isola  ov'era  la  mastra  villa  di  quella  isola  per  ch'egli  erano 
andati:  e  quegli  ch'erano  rimasi  nella  città,  vedendo  questi 
gonfaloni,  credevano  che  fossero  la  gente  ch'era  ita  a  pigliare 
quegli  30  mila  uomeni  nell'  altra  isola.  Quando  costoro  fu- 
rono alla  porta  della  terra,  egli  erano  sì  forti,  che  gli  cac- 
ciarono di  fuori  della  terra  quegli  che  vi  trovarono,  e  solo 
vi  tennono  le  belle  femmine  che  v'  erano,  per  loro  servire: 
e  in  tal  modo  presolo  la  città  la  gente  del  Gran  Cane.  Quando 
quegli  della  città  viddono  ch'erano  così  beffati,  volevano  mo- 
rire di  dolore,  e  vennono  con  altre  navi  alla  terra,  e  circun- 
daronla  dintorno  per  modo,  che  niuno  né  poteva  uscire  né 
entrare;  e  così  tennoro  la  terra  sei  mesi  assediata  ;  e  quegli 
dentro  s' ingegnarono  molto  di  mandare  novelle  di  loro  al 
Gran  Cane,  ma  noi  poterono  fare;  e  in  capo  di  sei  mesi  ren- 
derono la  terra  per  patti,  salvo  le  persone  e  '1  fornimento,  di 
potere  tornare  al  Gran  Cane:  e  questo  fu  negli  anni  Domini 
1269.  E  il  primo  barone  che  n'andò  in  prima,  lo  Gran  Cane 

- 

mastra  villa  :  la  città  capitale, 

1269  :  qui  vi  è  certamente  un  errore  di  data,  perchè  la  spedizione 
che  salpò  dai  porti  di  Ningpo  e  di  Zaiton  non  potè  avvenire 
prima  che  quelle  città  fossero  conquistate.  Si  corregga  1284. 


DI    M.    MARCO    POLO  185 

gli  fece  tagliare  il  capo,  e  1'  altro  fece  morire  in  carcere. 
D'una  cosa  avea  dimenticata,  che  quando  questi  due  baroni 
andavano  a  questa  isola,  perchè  un  castello  non  si  volle 
a  loro  arrendere,  egliono  lo  presono  poscia,  e  a  tutti  feciono 
tagliare  il  capo,  salvo  che  a  otto  che,  per  vertù  di  pie- 
tre che  aveano  nelle  braccia  dentro  dalla  carne,  per  modo 
del  mondo  non  si  poteva  loro  tagliare  ;  e  gli  baroni  vedendo 
ciò,  si  gli  feciono  ammazzare  con  mazze,  e  poscia  feciono 
cavare  loro  quelle  pietre  delle  braccia.  Or  lasciamo  di  que- 
sta materia,  e  andremo  più  innanzi. 

Or  sappiate  che  gì'  idoli  di  queste  isole  e  quegli  del  Ca- 
tai  sono  tutti  di  una  maniera;  e  questi  di  queste  isole,  e 
ancora  dell'altre  che  hanno  idoli,  tali  sono  e'  hanno  capo  di 

I  bue,  e  tali  di  porco,  e  così  di  molte  fazioni  di  bestie,  di 
porci  e  di  montoni  e  d'altri;  e  tali  hanno  un  capo  e  4  visi, 

I  e  tali  hanno  4  capi,  e  tali  10,  e  quanto  più  n'  hanno,  mag- 
giore isperanza  e  fede  hanno  in  loro.  Gli  fatti  di  questi  idoli 
sono  sì  diversi  e  di  tanta  diversità  di  diavoli  che  quivi  non 
si  vuole  contare.  Ora  vi  dirò  d'  una  usanza  eh'  ò  in  questa 
isola.  Quando  alcuno  di  questa  isola  prende  alcuno  uomo, 
che  non  si  possa  ricomperare,  convita  suoi  parenti  e  suoi 
compagni,  e  fallo  cuocere,  dallo  a  mangiare  a'  costoro,  e  di- 
cono eh 'è  la  migliore  carne  che  si  mangi.  Or  lasciamo  istare 

per  virtù  di  pietre  :  era  comune  nel  M.  Evo  la  credenza  nella 
virtù  miracolosa  di  certe  pietre;  vedi  per  es.  V Acerba  di  Cecco 
d'Ascoli  (Lib.  Ili,  cap.  48  e  seg.). 
fazioni  :  (frane,  facons)  maniere.  Il  Buddismo  giapponese  con  im- 
magini di  deità  dal  capo  ferino  e  dalle  braccia  multiple  venne 
r  importato  dalP  isola  di  Ceylon.  Il  culto  nazionale,  la  religione 
di  stato,  il  Sinto,  ossia  la  deificazione  della  natura  (giapponese 
sin,  cinese  shen)  e  degli  eroi  (kami)  non  ha  alcuna  immagine. 
Sugli  altari  dei  templi  sintoisti  di  Kioto  e  di  Nara  si  vede  sol- 
tanto un  disco  di  metallo,  come  simbolo  religioso. 
ricomperare  :  riscattare  per  denaro. 


186  IL   MILIONE 

questa  materia,  e  torniamo  alla  nostra.  Or  sappiate  che  que- 
sto mare  ov'è  questa  isola  si  chiama  lo  mare  di  Gin,  che  vale 
a  dire  lo  mare  eh 'è  contra  li  Mangi.  E  in  questo  mare  de'  Cin, 
secondo  che  dicono  i  savi  marinai  che  bene  lo  sanno,  hae 
7450  isole,  delle  quali  le  più  s'abitano.  E  sì  vi  dico  che  'n 
tutte  queste  isole  non  nasce  niuno  albore,  che  non  ne  vegna 
olore  come  di  legno  aloe,  o  maggiore  ;  e  hanno  ancora  molte 
care  ispezie,  e  di  piue  maniere.  E  in  queste  isole  nasce  il 
pepe  bianco  come  neve,  e  del  nero  in  grande  quantità.  Troppo 
è  di  grande  valuta  l'oro,  e  l'altre  care  cose  che  vi  sono,  ma 
sono  sì  di  lungi,  che  appena  vi  si  puote  andare.  E  le  navi 
di  Kinsai  e  di  Zaiton,  quando  vi  vanno,  sì  ne  recano  grandi 
guadagni,  e  penano  ad  andare  un  anno,  che  vanno  il  verno 
e  tornano  la  state,  che  quivi  non  regna  se  non  due  venti, 
l'uno  che  mena  in  là  e  l'altro  in  qua,  e  questi  venti  1'  uno 
è  di  verno  e  l'altro  è  di  state.  Ed  è  questa  contrada  molto 
lungi  dall'India.  E  questo  mare  èe  bene  del  mare  occeano, 
ma  chiamasi  de' Cin,  sì  come  si  dice  lo  mare  d'Inghilterra, 
lo  mare  di  Roccella  ;  e  il  mare  d' India  ancora  è  del  mare 
occeano.  Di  queste  isole  non  vi  conterò  più,  però  che  non  vi 

olore  :  fragranza. 

aloe:  (arabo  al  'ud  =  legno  odoroso)  chiamato  dai  Malesi  kalambak, 

onde  il  nostro  calambucco. 
due  venti:  i  monsoni,  venti  periodici  che  spirano   nella    zona   del 

tropico  in  due  direzioni  opposte;  dalPottobre  al  marzo  da  N.  E; 

9 

dalPaprile  al  settembre  da  S.  0. 

mare  de'  Cin:  questo  nome  risale  al  tempo  della  prima  unificazione 
dell'  impero  cinese  sotto  il  ferreo  dispotismo  di  Shih  Huang  ti 
(il  distruttore  dei  libri)  della  dinastia  Chcin  (246  a.  C).  D'allora 
in  poi  questa  denominazione,  tramandataci  da  navigatori  malesi, 
arabi  e  persiani,  servì  ad  indicare  tanto  V  impero  del  nord  (Ca- 
tai)  quanto  quello  del  sud  (Mangi). 

lo  mare  di  Roccella  :  così  si  chiamava  anticamente  il  golfo  di  Di- 
scaglia, dal  porto  fortificato  della  Rochelle. 

m 


DI    M.    MARCO    POLO  187 

sono  istillo,  e  il  (Iran  (lane  non  v'ha  che  fare.  Or  ritornere- 
mo al  Zaiton,  e  quivi  riconiiucieremo  nostro  libro. 


f  GXXXIX. 

[.  Della  provincia  di  Ciambà. 

[  Sappiate  che  quando  l'uomo  si  parte  dal  porto  di  Zaiton 
e  navica  verso  ponente,  e  alcuna  verso  garbi  1500  miglia, 
sì  si  trova  una  contrada,  e' ha  nome  Ciambà,  ch'è  molto  ricca 
terra  e  grande,  e  hanno  re  per  loro,  e  sono  idoli;  e  fanno 
trebuti  al  Gran  Cane  ciascun  anno  20  leonfanti,  e  non  gli 
danno  altro,  li  più  belli  che  vi  si  possono  trovare,  che  n'hanno 
assai.  E  questo  fece  conquistare  il  Gran  Cane  negli  anni 
Domini  1278.  Or  vi  dirò  dello  affare  del  re  e  del  regno.  Sap- 
pialo che  in  quello  regno  non  s'  usa  maritare  niuna  bella 
pulcella,  che  non  convenga  prima  che  il  re  la  provi;  e  s'ella 
gli  piace,  sì  la  si  tiene,  se  no,  sì  la  marita  a  qualche  barone. 
E  sì  vi  dico  che  negli  anni  Domini  1285,  secondo  ch'io  Marco 
L'olo  riddi,  quel  re  aveva  326  figliuoli  tra  maschi  e  femmine, 
che  bene  n'avea  150  da  portare  arme.  In  quel  regno  ha  molti 
leonfanti  e  legno  aloe  assai,  e  hanno  molto  del  legno  ebano, 

garbi:  voce  araba  che  denota  il  vento  di  S.  0.  (garbino,  gherbino). 

Ciambà:  (Siamba)  è  TAnnam  o  Concincina,  sottomessa  da  Kublai  dal 
1278  al  1283,  ed  obbligata  ad  offrire  un  tributo  annuo  di  venti 
elefanti.  Marco  Polo  vi  fu  nel  1283  in  missione,  e  vi  ripassò  nel 
viaggio  di  ritorno,  nel  1292. 

ebano:  dal  semitico  hobnim  (keben  =-=  pietra)  legno  nero,  durissimo, 
serve  per  mobili  da  incrostarsi  d'argento  e  madreperla,  e  per  va- 
schette ove  si  stempera  il  famoso  inchiostro  di  Cina.  Giova  av- 
vertire che  i  Cinesi  per  scrivere  non  adoprano  la  penna  ma  il 
pennello.  Il  nostro  calamaio  (porta  calamo)  corrisponde  al  per- 
siano kalamdan, 


188 


IL    MILIONE 


di  che  si  fanno  calamari.  Qui  non  ha  altro  da  ricordare:  or 
ci  partiamo  e  andremo  ad  un'isola  c'ha  nome  lava. 


uXL. 


Dell'  isola  di  lava. 

Quando  l'uomo  si  parte  da  Giambà,  e  va  tra  mezzodì  e 
isciroc,  bene  1500  miglia,  si  viene  ad  un'  isola  grandissima, 
e'  ha  nome  lava.  E  dicono  i  marinai  eh'  ella  è  la  maggiore 
isola  del  mondo,  che  gira  bene  3000  miglia;  e  sono  al  gran 
re,  e  sono  idoli,  e  non  fanno  trebuti  a  uomo  del  mondo,  ed 
è  di  molta  gran  ricchezza.  Quivi  hae  pepe  e  noce  moscade 
e  spigo  e  galanga  e  cubebe  e  garofani  e  di  tutte  care  ispe 
zie.  A  questa  isola  vengono  grande  quantità  di  navi  e  di 
mercatanzie,  e  fannovisi  grandi  guadagni;  quivi  hae  tanto 
tesoro  che  non  si  potrebbe  contare.  Lo  Gran  Cane  non  l'ha 
potuto  conquistare  per  lo  pericolo  del  navicare  e  della  via, 
sì  è  lunga.  E  di  questa  isola  i  mercatanti  di  Zaiton  e  delli 
Mangi  n'  hanno  cavato  e  cavano  gran  tesoro.  Ora  andiamo 
più  innanzi. 


lava:  (indiano  lauis,  cinese  Kuaiva)  è  il  nome  generico  che  i  primi 
navigatori  dettero  alle  isole  della  Malesia.  La  grande  lava  è  Bor- 
neo,  la  piccola,  Sumatra.  L1  isola  di  Giava  propriamente  detta 
eie  Mollicene  non  entrano  nel  novero  di  M.  Polo.  Egli  non  fu 
nemmeno  a  Borneo,  troppo  lontana  dalla  sua  rotta,  nota  soltanto 
quel  che  ne  sente  dire;  si  noti  che  la  noce  moscada  (ingl.  mace) 
e  il  garofano  non  sono  prodotti  di  Borneo,  ma  delle  Molucche; 
Podierno  loro  mercato  è  Batavia. 

cubebe:  (indiano  kabeb)  è  una  specie  di  pepe,  dai  chicchi  più  grossi 
delPordinario,  avente  proprietà  medicinali. 


DI    M.    MARCO    POTJ»  189 


GXLI. 
Dell'  isole  di  Sodur  e  Condur. 

Quando  l'uomo  si  parte  dall'  isola  di  lava,  e  va  tra  mez- 
zodì e  garbi,  700  miglia,  si  truova  due  isole,  1'  una  grande 
e  l'altra  piccola,  che  si  chiamano  Sodur  e  Condur;  e  di  qui 
si  parte  l'uomo,  e  va  per  isciroc,  da  105  miglia,  e  quivi 
Muova  una  provincia  che  si  chiama  Locac;  molto  grande 
e  ricca,  ed  òvvi  un  grande  re,  e  sono  idoli,  e  non  fanno 
tivbuto  a  niuno,  però  che  non  istanno  in  luogo  che  vi  possa 
andare  per  malfare;  e  in  questa  provincia  nasce  oro  dime- 
stico in  grande  quantità.  Egli  hanno  tanto  oro  che  non  si 
potrebbe  credere  ;  egli  hanno  lionfanti  e  cacciagioni  e  uc- 
cellagioni assai.  E  di  questa  provincia  si  portano  tutte  le 
porcellane  di  che  si  fa  le  monete  di  quelle  contrade.  Al- 
tro non  v'  ha  eh'  io  sappia,  però  ch'ò  sì  mal  luogo  che  poca 
gente  vi  va;  e  il  re  medesimo  n'ò  lieto,  però  che  non  vuole 
che  altri  sappi  lo  tesoro  ch'egli  ha.  Ora  andremo  più  oltre, 
e  conterovvi  altre  cose. 

Sodur  e  Condur  :  (isola  della  zucca)  è  il  gruppo  di  Pulo  Condor, 
sulla  costa  indocinese. 

Locac:  si  crede  fosse  il  Camboge;  capitale  Lawek,  ad  occidente  della 
foce  del  Mekong.  Però  lo  indicazioni  e  la  direzione  data  dal  te- 
sto sembrano  accennare  anche  al  Siam,  la  grande  e  ricca  re- 
gione che  provvedeva  le  conchiglie  di  porcellana  destinate  a  ser- 
vir di  moneta  ai  reami  del  nord.  Il  nome  Locac  probabilmente 
è  una  abbreviazione  di  Chin  Lo  Kok  (Hsien-lo  kuo),  con  cui  i 
marinai  fukienesi  designavano  quella  regione. 

oro  dimestico:  oro  in  natura,  non  mescolato  in  composiziono  con 
altri  ni  inorali. 


1 

4 

190  IL   MILIONE 


GXLII. 
Dell'  isola  di  Petàm. 

Or  sappiate  che  quando  l'uomo  si  parte  da  Locac,  e  va 
500  miglia  per  mezzodie,  e'  truova  una  isola  e'  ha  nome 
Petàm,  ch'è  molto  salvatico  luogo;  tutti  loro  boschi  sono  di 
legni  molto  odorifìchi.  Or  passeremo  queste  due  isole:  in- 
torno a  60  miglia,  e'  non  v'  ha  se  no  quattro  passi  di  acqua 
e  non  si  porta  timone  alle  navi  piccole,  per  l'acqua  pic- 
cola, onde  si  convengono  tirare  le  navi.  Quando  1'  uomo 
hae  passato  queste  60  miglia,  ancora  va  per  isciroc  30  mi- 
glia: qui  si  truova  una  isola,  che  v'  è  un  re  e  chiamasi  la 
città  Malavir,  e  l'isola  si  chiama  Petàm;  la  città  è  grande 
e  nobile  ;  qui  si  fa  grande  mercatanzia  di  ogni  cosa  ;  di  spe- 
zie ha  grande  abondanza.  Non  v'ha  altro  da  ricordare;  per- 
ciò ci  partiremo,  e  conterovvi  della  piccola  lava. 

GXLIIL 

Della  piccola  isola  di  lava. 

Quando  l'uomo  si  parte  dall'  isola  di  Petàm,  e  l'uomo  vj 
per  isciroc  da  100  miglia,  trova  Y  isola   di   lava  la  minore, 
ma  ella  non  è  sì  piccola  ch'ella  non  giri  2000  miglia;  e  di 

Petàm:  500  miglia  a  sud  di  Locac  è  T  isola  di  Bintang,  all'entrati 
est  dello  stretto  di  Malacca,e  Malavir  (Johore)  era  la  sua  capitalo. 
L'odierno  scalo  è  Singapore  (la  città  del  leone)  fondata  da  Sii 
Stamford  Raffles. 

La  piccola  lava  :  (Sumatra)  era  abitata  da  razze  malesi  semi-sel- 
vaggie. I  porti  degli  8  reami  in  cui  era  divisa  erano  frequentati 
da  mercanti  arabi  e  persiani,  che  v'  introdussero  la  religione  del 


DI    M.    MARCO    POLO  19 1 

questa  isola  vi  conterò  tutto  il  vero.  Sappiate  che  in  su  que- 
sta isola  hae  8  re  coronati,  e  sono  tutti  idoli,  e  ciascuno  di 
questi  reami  ha  lingua  per  sé.  Qui  ha  grande  abondanza  di 
tesori  e  di  tutte  care  ispezierie.  Or  vi  conterò  la  maniera  di 
tutti  questi  reami  di  ciascuno  per  sé  ;  e  dirovvi  una  cosa  che 
parrà  maraviglia  ad  ogni  uomo,  che  questa  isola  è  tanto  verso 
mezzodì,  che  la  tramontana  non  si  vede  nò  poco  nò  assai.  Or 
torneremo  alla  maniera  degli  uomeni,  e  dirovvi  del  reame  di 
Ferbert.  Sappiate  perchè  i  mercatanti  saracini  usano  in  questo 
reame  con  loro  navi,  e'hanno  convertita  questa  gente  alla  legge 
di  Malcometto;  e  questi  sono  soli  quelli  della  città.  Quelli 
delle  montagne  sono  come  bestie,  ch'egli  mangiano  carne 
d'uomo  e  d'ogni  altra  bestia  e  buona  e  rea;  egli  adorano 
molte  cose,  che  la  prima  cosa  ch'egliono  veggiono  la  mattina. 
si  l'adorano.  Or  v'  ho  contato  di  Ferbert;  ora  vi  conterò  del 
reame  di  Basma.  Lo  reame  di  Basma,  ch'è  all'uscita  di  Fer- 
bert, ò  reame  per  so,  e  loro  linguaggio  propio  :  e  non  hanno 
ninna  legge,  soijo  come  bestie.  Egliono  si  richiamano  per  lo 
Gran  Cane,  ma  non  gli  fanno  niuno  trebuto,  perchè  sono  sic 
alla  lunga,  che  la  gente  del  Gran  Cane  non  vi  potrebbe  an- 
dare; ma  alcuna  voltalo  presentano  d'alcuna  cara  cosa.  Egli 
hanno    lionfanti   assai    salvatichi,  e  unicorni    che  non  sono 


Corano  e  la  sua  scrittura  (1276).  Degli  8  reami,  il  Polo  uè  men- 
ziona 6,  a  N.  E.,  cioè: 

1.  Ferbert        (Ferlak,  Peilak) 

2.  Basma  (Basmaii,  Pa^ein) 

3.  Suiuara        (Samarcha,  dove  i  Polo  restarono  f>  mesi) 

4.  Dragouyan  (Deragola.  Andragiri) 

5.  Lanibri  (Jambi) 

G.     Fran  sur        (Kampar). 

è  tanto  verso  mezzodì:  espressione  iperbolica  per  indicare  la  po- 
sizione dell'  isola  verso  l'estremo  mezzogiorno.  Vedi  a  pag.  72 
l'espressione  opposta  per  indicare  l'estremo  settentrione. 

unicorni:   rinoceronti.   La  leggenda  che*  l'unicorno  fosse  preso  con 


192 


IL    MILIONE 


guari  minori  che  lionfanti,  e  sono  di  pelo  di  bufali  e  piedi 
come  leonfanti;  nel  mezzo  della  fronte  hanno  un  corno  nero 
e  grosso,  e  dicovi  che  non  fanno  male  con  quel  corno,  ma 
co'  la  lingua  che  !'  hanno  ispinosa  tutta  quanta  di  spine 
molto  grandi  :  lo  capo  hanno  come  di  cinghiaro  ;  la  testa  porta 
tuttavia  inchinata  verso  la  terra,  ed  ista  molto  volentieri  tra 
li  buoi,  ella  è  molto  laida  bestia  a  vedere.  Non  è  come  si 
dice  di  qua,  ch'ella  si  lascia  prendere  alla  pulciella,  ma  è  il 
contrario.  Egli  hanno  iscimmie  assai  e  di  diverse  fatte;  egli 
hanno  falconieri  buoni  ad  uccellare  ;  e  voglio  vi  fare  a  sapere 
che  quegli  che  recano  i  piccoli  uomeni  d' India,  si  è  menzo- 
gna, però  che  quegli  che  dicono  ch'egli  sieno  uomeni,  e'  gli 
fanno  in  questa  isola,  e  dirovvi  come.  In  questa  isola  hae 
iscimmie  molto  piccole,  e  hanno  viso  molto  simile  ad  uomo. 
Gli  uomeni  pelano  queste  iscimmie  salvo  la  barba  e  '1  pit- 
tignone,  poi  le  lascian  seccare,  e  pongonle  in  forma,  e  con-  ' 
cianle  con  zafferano  e  con  altre  cose,  ch'ei  pare  che  siano 
uomeni.  E  questo  èe  una  gran  bugia  quello  che  dicono,  per- 
ciò che  mai  non  furono  veduti  così  piccoli  uomeni.  Or  la- 
sciamo questo  reame,  che  non  ci  ha  altro  da  ricordare,  e  dr- 
rovvi  dell'altro  e'  ha  nome  Sumara. 


GXLIV. 


\ 


Del  reame  di  Sumatra. 

Ora  sappiate  che  quando  l'uomo  si  parte  di  Basma  egli 
truova  lo  reame  di  Sumara,  eh'  è  in  questa  isola  medesima, 
ed  io  Marco  Polo  vi  dimorai  5  mesi  per   lo  mal  tempo  che 


facilità  da  una  fanciulla  vergine  (pulciella)  era  diffusissima  nel 
M.  Evo  e  ha  dato  argomento  a  molte  rappresentazioni  artistiche. 
i  piccoli  uomeni  d'India:    sono  vivi  ancora  nelle  credenze  popo- 
lari dei  contadini  abruzzesi. 


DI     M.    MARCO    POLO  L93 

mi  vi  teneva  ;  e  ancora  la  tramontana  non  si  vedeva  né  le 
istelle  de]  maestro.  E  sono  idoli  salvatichi  e  hanno  re  ricco 
e  glande;  e  anche  s'appellano  per  lo  Gran  Cane.  Noi  vi  sterno 
5  mesi,  noi  uscimo  di  nave,  e  faciemo  castella  in  terra  di 
legname,  e  in  (jiiclle  castella  istavamo  per  paura  di  quella 
mala  gente,  e  delle  bestie  che  mangiano  gli  uomeni.  Egli 
hanno  il  migliore  pesce  del  mondo,  e  non  hanno  grano  ma 
riso,  e  non  hanno  vino,  se  non  corri'  io  vi  dirò.  Egli  hanno 
alberi  che  tagliano  gli  rami  e  quelli  gocciolano,  e  quella 
acqua  che  ne  cade  è  vino,  ed  empiesene  tra  dì  e  notte  un 
gran  coppo  che  sta  appiccato  al  troncone,  ed  ò  molto  buono. 
L'albero  òe  fatto  come  piccoli  alberi  di  datteri,  e  hanno  quat- 
tro rami,  e  quando  quel  troncone  non  getta  pitie  di  questo 
vino,  egiiono  gittano  dell'acqua  appio  di  questo  albore,  e 
i  si  anelo  un  poco,  el  troncone  gitta,  ed  havvene  del  bianco  e 
del  vermiglio.  Delle  noce  d' India  ve  n'  hae  grande  abon- 
danza.  Egiiono  mangiano  tutte  carne,  buone  e  ree.  Or  lascia- 
mo qui,  e  conterovvi  di  Dragouayn. 

CXLV. 
Del  reame  di  Dragouayn. 

Dragouayn  è  uno  reame  per  sé,  e  hanno  loro  linguaggio, 
e  sono  di  questa  isola;    la  gente  è  molto  salvatica  e  sono 

le  istelle  del  maestro:  le  costellazioni  del  Nord  Ovest  (la  Lira,  la 

Vega,  il  Cigno,  ecc.). 
l'albero  del  vino:  è  la  palma  borassus  gomutus  di  Loureiro,  che 

gli  indigeni  chiamano  anau  e  gomuto.  Il  liquore,  preferibile  a 

quello  della  noce  di  cocco,  o  noce  d'  India  ricordata  poco  dopo, 

vien  detto  mira. 
Dragouayn  :  (Deragola)  è  la    regione  S.  E.  bagnata    dal   fiume  In- 

dragiri. 

N'ARCO  Polo  —   11  Milione.  13 


194  IL    MILIONE 

idoli.  Ma  io  vi  conterò  un  mal  costume  eh'  egli  hanno,  che 
quando  alcuno  ha  male,  e'  mandano  per  loro  indovini  e  in- 
cantatori che  fanno  per  arti  di  diavolo,  e  domandano  se  '1 
malato  dee  guarire  o  morire;  e  se  il  malato  dee  morire,  egli 
mandano  per  certi,  ordinati  a  ciò,  e  dicono:  questo  malato 
è  giudicato  a  morte,  fa'  quello  che  dee  fare;  questi  gli  mette 
alcuna  cosa  sulla  gola  ed  affogalo  ;  e  poscia  lo  cuocono,  e 
quando  è  cotto  vengono  tutti  li  parenti  del  morto  e  mangianlo. 
Ancora  vi  dico  ch'eglino  mangiano  tutte  le  midolle  dell'ossa;  e 
che  questo  fanno,  perchè  dicono  che  non  vogliono  che  ne  ri- 
manga niuna  sustanza,  perchè  se  ne  rimanesse  alcuna  su- 
stanza  farebbe  vermini,  e  questi  vermini  morrebbono  per 
difalta  di  mangiare;  e  della  morte  di  questi  vermini  l'anima 
del  morto  n'avrebbe  gran  peccato,  e  perciò  mangiano  tutto; 
poscia  pigliano  l'osse  e  pongonle  in  una  archetta  in  caverne 
sotterra  nelle  montagne,  in  luogo  che  non  lo  possa  toccare 
né  uomo  né  bestia.  E  se  possono  pigliare  alcuno  uomo  d'altre 
contrade,  che  non  si  possa  ricomperare,  sì  lo  si  mangiano.  Or 
lasciamo  di  questo  reame,  e  conterò vvi  d'un  altro. 

GXLVI. 
Del  reame  di  Lambri. 

Lambii  èe  reame  per  sé,  e  richiamansi  per  lo  Gran  Cane, 
e  sono  idoli.  Egli  hanno  molti  berci  e  canfora  e  altre  care 
ispezie.  Del  seme  de'  berci  recai  io  a  Vinegia,  e  non  vi  nacque 
per  lo  freddo  luogo.  In  questo  reame  sono  uomeni  che  hanno 

archetta:  piccola  arca,  o  cassetta  funeraria. 

berci:  (berzil)  legno  verzino,  trovato  poi  anche  nel  Brasile,  che 
serve  come  materia  colorante.  È  la  Gaesalpinia  sappan  di 
Linneo  (il  sappan  tvood  del  commercio). 

uomeni  che  hanno  lunga  coda:  Vourang  otang,  la  grossa  e  fe- 
roce scimmia. 


DI    M.    MARCO    POLO  195 

coda  lunga,  più  d'un  palmo,  e  sono  la  maggiore  parte,  e 
dimorano  nelle  montagne  di  lungi  della  città.  Le  code  sono 
grosse  come  di  cane;  egli  lianno  unicorni  assai,  cacciagioni 
e  uccellagioni  assai.  Contato  v'ho  di  Lambii;  ora  conterovvi 
di  Fransur. 

CXLVII. 
Del  reame  di  Fransur. 

,  Fransur  èe  uno  reame  per  sé,  e  sono  idoli,  e  richiamansi 
per  lo  Gran  Cane,  e  sono  di  questa  medesima  isola  ;  e  qui 
nasce  la  migliore  camfera  del  mondo  la  quale  si  vende  a 
peso  d'oro.  Non  hanno  grano,  ma  mangiano  riso;  vino  hanno 
degli  alberi  che  abbiamo  detto  di  sopra.  Qui  hae  una  grande 
maraviglia  :  eh'  egli  hanno  farina  d'  albori,  che  sono  albori 
grossi,  e  hanno  la  buccia  sottile,  e  sono  tutti  pieni  dentro 
di  farina;  e  di  quella  farina  si  fanno  mangiari  di  pasta  assai 
e  buoni;  ed  io  più  volte  ne  mangiai.  Ora  abbiamo  contato  di 
questi  reami;  degli  altri  di  questa  isola  non  contiamo,  però 
elio  noi  non  vi  fummo,  e  però  vi  conterò  d'un'altra  isola  molto 
piccola,  che  si  chiama  Nenispola. 

9 

camfera  :  canfora,  così  chiamata  dalla  regione  dove  nasce,  Kampar, 
trasformata  per  la  pronuncia  orientale  del  p  in  Kamfur,  e  nel 
nostro  testo  storpiata  in  Fransur. 

farina  d'albori:  fornita  dalla  palina  sagù  o  rumbiya  dei  Malesi; 
la  manihot  (manioca,  tapioca)  del  Brasile.  Ogni  albero  produce 
circa  100  kg.  di  farina,  che  basta  arrostire  entro  nodi  di  bambù 
perchè  sia  commestibile. 


196  IL    MILIONE 


CXLVIII. 

Dell'  isola  di  Nenispola. 

Quando  l'uomo  si  parte  di  lava  e  del  reame  di  Lambii, 
e  va  per  tramontana  150  miglia,  si  truova  1'  uomo  le  due 
isole,  l'una  si  chiama  Negueram;  e  in  questa  isola  non  ha 
re,  anzi  vi  sono  le  genti  che  vivono  come  bestie  e  istanno 
ignudi  sanza  niuna  cosa  addosso;  e  sono  idoli;  e  tutti  loro 
boschi  sono  d'alberi  di  gran  valuta,  cioè  sandali,  noci  d'India, 
garofani  e  molti  altri  buoni  albori.  Altro  non  v'ha  da  ricor- 
dare; perciò  ci  partiremo  di  qui  e  dirovvi  dell'altra  isola  eh' e 
nome  Agama. 

GXLIX. 

.  Dell'  isola  d'Agama. 

Agama  èe  una  isola;  e  non  hanno  re,  e  sono  idoli,  e  sono 
come  bestie  salvatiche;  e  tutti  quegli  di  questa  isola  hanno 
capo  di  cane;  e  denti  e  naso  a  somiglianza  di  gran  mastino. 

Nenispola:  (Gavenis-pola,    Jauis-pulo)    oggi    Pulo  Wey    (pulo   in 

malese  indica  isola,  e  wey  è  quel  che  resta  di  Jauis,  javanese), 

è  la  verde  isola  che  si  osserva  dalla  tolda  del  piroscafo  passando 

all'altezza  della  punta  d'Achin. 
Negueram:  è  il  gruppo    delle   isole    Nicobar,  di    cui  la  principale 

Nancouri  fornisce  le  stuoie  tessute  con    fibre   di  noce  di  cocco, 

chiamate  stuoie  di  Manilla. 
sandali  :    dall'  indiano    chandana,    legno    odoroso    molto  usato   per 

fare  piccoli  oggetti,  ed  anche  per  bruciarsi  come  profumo  sugli 

altari  buddistici,  o  intorno  ai  cadaveri. 
Agama:  è  il  gruppo   delle    isole    Andaman,    VAgathos   daimon  di 

Tolomeo. 


DI    M.    MARCO    POLO  197 

Egli  hanno  molte  ispezic,  e  sono  mala  gente,  e  mangiano  tutti 
gli  uomeni  che  possono  pigliare,  da  quegli  della  contrada  di 
Inori.  Le  loro  vivande  sono  latte,  riso  e  carne  d'ogni  fatta; 
mangiano  frutti  diversi  da'  nostri.  Or  ci  partiamo  di  quinci, 
e  diremo  d'un 'altra  isola  chiamata  Seillam. 


CL. 


Dell'  isola  di  Seillam. 

Quando  1'  uomo  si  parte  dell'  isola  di  Agama,  e  va  per 
ponente  1000  miglia  e  per  gherbino,  egli  truova  l'isola  di 
Seillam)  eh'  è  la  migliore  isola  del  mondo  di  sua  grandezza. 
E  dirovvi  come  ella  gira  2400  miglia,  secondo  che  dice  lo 
mappamnndo.  E  sì  vi  dico  che  anticamente  ella  fu  via  mag- 
giore, che  girava  4690  miglia;  ma  il  vento  alla  tramontana 
vien  sì  forte,  che  una  gran  parte  n'ha  fatto  andare  sott'acqua. 
Questa  isola  si  ha  re  che  si  chiama  Sedemay.  E  sono  idoli, 
e  non  fanno  trebuto  a  neuno,  e  vanno  tutti  ignudi,  salvo  la 
natura:  non  hanno  biada,  ma  riso,  e  hanno  sosimai,  onde 
fanno  l'olio,  e  vivono  di  riso  e  di  carne  e  di  latte:  e  '1  vino 
fanno  degli  alberi  che  hoe  detto  di  sopra.  Or  lasciamo  andare 

Seillam:  (Zeilan,  Silan,  Ceylon)  è  la  grande  isola  a  60  miglia  dal 
capo  Comorin,  con  scali  a  Colombo  e  a  Point  de  Galles  pei  pi- 
roscafi che  dall'  Europa  vanno  in  Australia  o  nella  Cina.  L'at- 
tuale capitale  è  Kandy,  unita  a  Colombo  per  ferrovia.  Ai  tempi 
di  M.  Polo  il  re  Sedemay  (Ciandra  nax)  risiedeva  a  Dambada- 
ma,  40  miglia  a  N.  E.  di  Colombo.  Gl'indigeni  singalesi  sono 
di  razza  dravidica  (non  ariana)  di  color  rame  scuro,  pigri  ed 
imbelli;  il  loro  culto  ò  il  buddismo  idolatra. 

sosimai  :  semmum  indicum,  da  cui  s1  ottiene  T  olio  usato  univer- 
salmente in  Oriente  tanto  per  gli  usi  domestici  come  per  ungere 
la  persona. 


198  IL    MILIONE 

questo,  e  conterovvi  delle  più  preziose  cose  del  mondo.  Sap- 
piate che  in  questa  isola  nascono  i  buoni  e  nobili  rubini,  e  non 
nascono  in  niuno  luogo  del  mondo  piue,  e  qui  nascono  zaf- 
firi e  topazi  e  amatisti,  e  alcune  altre  pietre  preziose.  E  sì 
vi  dico  che  il  re  di  questa  isola  Ime  il  piue  bello  rubino  del 
mondo,  e  che  mai  fosse  veduto;  e  dirovvi  com'è  fatto.  Egli 
è  lungo  presso  che  un  palmo,  ed  è  grosso  bene  altrettanto, 
come  sia  un  braccio  di  uomo,  egli  è  la  piue  ispredente  cosa 
del  mondo,  egli  non  ha  niuna  tacca,  egli  è  vermiglio  come 
fuoco,  ed  è  di  sì  gran  valuta  che  non  si  potrebbe  comprare. 
E  il  Gran  Cane  mandò  per  questo  rubino,  e  gliene  voleva  dare 
la  valuta  d'una  buona  città,  ed  egli  disse  che  noi  darebbe  per 
cosa  del  mondo,  però  ch'egli  fue  dei  suoi  antichi.  Ora  la  gente 
che  v'è  si  è  vile  e  cattiva;  e,  se  gli  bisogna  gente  d'arme, 
hanno  gente  d'altra  contrada,  e  spezialmente  saracini.  Qui  non 
ha  altro  da  ricordare,  perciò  ci  partiremo,  e  conterovvi  di 
Maabar,  eh'  è  provincia. 

GLI. 
Della  provincia  di  Maabar.  . 

Quando  l'uomo  si  parte  dell'isola  di  Seillam  e  va  verso 
ponente  60  miglia,  truova  la  gran  provincia  di  Maabar,  eh'  è 

ispredente:  idiotismo  toscano  per  isprendente,  isplendeate. 

tacca  :  (fr.  tache)  macchia.  Il  commercio  di  pietre  preziose  è  tut- 
tora fiorente  nell'  isola  di  Ceylon  ;  vi  si  commerciano  rubini, 
zaffiri,  topazi,  ametiste,  smeraldi,  giacinti,  onici  ed  opale. 

Maabar:  Maawar,  (Mara war  =  ponte  di  Rama,  trasformato  dai  Sa- 
raceni in  ponte  d'Adamo)  è  la  costa  del  Coromandel  a  sud  di 
Madras,  che  s'avanza  nel  mare  a  mo1  di  grandi  banchi  di  sab- 
bia, quasi  traccia  d'un  remoto  istmo  subacqueo  che  servisse  da 
ponte  fra  V  India  e  l' isola  di  Ceylon.  Rama  vi  passò  con  le  sue 
schiere  e  vi  legò  il  suo  nome;  la    conquista  indiana  di  Ceylon 


DI   M.    MARCO    POLO  109 

chiamata  l'India  Maggiore,  e  questa  è  la  maggiore  India  che 
sia,  ed  è  della  terra  ferma.  E  sappiate  che  questa  provincia 
lia  cinque  re  che  sono  fratelli  carnali,  ed  io  vi  dirò  di  cia- 
scuno per  sé.  E  sappiate  che  questa  è  la  più  nohile  provincia 
del  inondo  e  la  più  ricca.  Sappiate  che  da  questo  capo  della 
provincia  regna  un  di  questi  re,  che  ha  nome  Senderhar,  re 
di  Var.  In  questo  regno  si  truova  le  perle  buone  e  grosse, 
eà  lo  vi  dirò  come  elle  si  pigjiano.  Sappiate  che  gli  ha  in 
questo  mare  un  golfo,  eh'  è  tra  l'isole  e  la  terra  ferma,  e  non 
ha  d'acqua  più  di  10  passi  o  12,  e  in  tal  luogo  non  più  di 
due;  e  in  questo  golfo  si  pigliano  le  perle  in  questo  modo. 
Gli  uomeni  pigliano  le  grandi  navi  e  piccole,  e  vanno  in  que- 
sto golfo,  dal  mese  d'aprile  inaino  a  mezzo  maggio,  in  un 
luogo  che  si  chiama  Bathalar,  e  vanno  nel  mare  60  miglia, 
e  quivi  gettano  loro  àncora,  ed  entrano  in  barche  piccole,  e 
pescano  com'  io  vi  dirò  ;  e  sono  molti  mercatanti,  e  fanno 
compagnia  insieme,  e  alluogano  molti  uomeni  per  questi  due 
mesi  che  dura  la  pescagione.  E  i  mercatanti  donano  al  re  delle 
10  parte  l'una  di  ciò  che  pigliano,  e  ancora  ne  donano  a  co- 
loro che  incantano  i  pesci,  che  non  faccino  male  agli  uomeni 
che  vanno  sotto  acqua  per  trovare  le  perle  :  a  costoro  donano 
delle  20  parti  l'una;  e  questi  sono  Abrinamani  incantatori; 


è  cantata  nel  poema  indiano  Ramayana,  tradotto  anche  in  ita- 
liano dal  Gorresio. 

India  Maggiore:  V  Indostan  (v.  pag.  3). 

Senderbar:  Sender  Bandi  Dawar. 

Bathalar:  le  perle  si  pescano  nel  golfo  di  Petlam,  che  va  dalla  baia 
di  Tutakorin  alle  isole  di  Manar  e  Ramiseram.  La  pesca  ha  luogo 
durante  i  monsoni  d1  inverno,  dopo  che  gV  incantatori  bramarli 
(Abrina?nani  del  testo)  hanno  reso  innocui  i  pescicani.  Le  perle 
si  trovano  in  molluschi  bivalvi  del  genere  delle  ostriche,  che 
chi  sa  mai  per  quale  confusione  nel  nostro  testo  son  trasfor- 
mati in  aringhe  ! 


200  IL   MILIONE 

e  questo  incantesimo  non  vale  se  none  il  die,  sì  che  di  notte 
nessuno  non  pesca;  e  costoro  ancora  incantano  ogni  bestia 
e  uccello.  Quando  questi  uomeni  allogati  vanno  sott'  acqua 
2  passi  o  4  o  6  infino  in  12,  egli  vi  stanno  tanto,  quantunque 
egliono  possono,  e  pigliano  cotali  pesci,  che  noi  chiamiamo 
aringhe,  e  in  queste  aringhe  si  pigliano  le  perle  grosse  e  mi- 
nute d'ogni  fatta.  E  sappiate  che  le  perle  che  si  truovano  in 
questo  mare  si  spandono  per  tutto  il  mondo,  e  questo  re 
n'ha  grande  tesoro.  Or  v'ho  detto  come  si  truovano  le  perle, 
e  da  mezzo  maggio  in  poi  non  ve  se  ne  truova  piue.  Ben' è 
vero,  che  di  lungi  di  qui  300  miglia,  e'  se  ne  truova  di  set- 
tembre infino  a  ottobre.  E  sì  vi  dico  che  tutta  la  provincia 
di  Maabar  non  fa  loro  bisogno  sarto,  però  che  vanno  tutti 
ignudi  d'  ogni  tempo,  però  eh'  egli  hanno  d'  ogni  tempo  il 
tempo  temperato,  cioè  né  freddo  né  caldo,  però  vanno  ignudi, 
salvo  che  cuoprono  la  loro  natura  con  un  poco  di  panno;  e  così 
vae  il  re  come  gli  altri,  salvo  che  porta  altre  cose,  come  vi 
dirò:  e'  porta  alla  natura  più  bello  panno  che  gli  altri,  e  a 
collo,  un  collaretto  tutto  pieno  di  pietre  preziose,  sì  che  quella 
gorgiera  vale  bene  due  gran  tesori;  ancora  gli  pende  da  collo 
una  corda  di  seta  sottile,  che  gli  va  giù  dinanzi  un  passo,  e 
in  questa  corda  ha  da  104  tra  perle  grosse  e  rubini,  il  qual 
cordone  è  di  grande  valuta.  E  dirovvi  perchè  egli  porta  questo 
cordone  :  perchè  conviene  egli  dica  ogni  dì  104  orazioni  a'  suoi 
idoli  ;  e  così  vuole  la  sua  legge  ;  e  così  facevano  gli  altri  re 
antichi,  e  così  fanno  questi  d'ora.  Ancora  portano  alle  braccia 
bracciali  tutti  pieni  di  queste  pietre  carissime  e  di  perle,  e 
ancora  tra  le  gambe  in  tre  luoghi  portano  di  questi  bracciali 
così  forniti!  Ancora  vi  dico  che  questo  re  porta  tante  pietre 
a  dosso  che  vagliono  una  buona  città;  e  questo  non  è  mara- 
viglia, avendone  cotanta  quantità,  com'io  v'ho  contato.  E  sì 


104  tra  perle  grosse  ecc.:  il  rosario  buddistico  (iapa,  frane,  cha- 
pelei)  col  quale  si  dicono  le  preghiere  è  composto  di  108  poste. 


DI   M.    MARCO    POLO  201 

vi  dico  mima  persona  puote  cavare  né  pietra  né  perla  fuori 
di  suo  reame,  che  pesi  da  un  mezzo  saggio  in  su;  e  il  re  fae 
ancora  bandire  per  tutto  il  suo  reame  che  chi  hae  grosse  pietre 
e  buone  o  grosse  perle,  ch'egli  le  porti  a  lui,  ed  egli  gliene 
farà  dare  due  cotanti  che  non  gli  costarono  ;  e  questa  è 
usanza  del  regno  di  dare  due  cotanti  che  non  gli  costano;  di 
elio  gli  mercatanti  e  ogni  uomo,  quando  n'hanno,  le  portano 
volentieri  al  signore,  perchè  sono  bene  pagati.  Or  sappiate 
che  questo  re  hae  bene  500  femmine,  cioè  mogli;  che,  come 
vede  una  bella  femmina  o  donzella,  sì  la  vuole  per  sé,  e  sì 
ne  fae  quello  ch'io  vi  dirò.  Incontanente  che  egli  vede  una 
bella  moglie  al  fratello,  sì  la  gli  toglie,  e  tienla  per  sua;  e  '1 
fratello,  perchè  è  savio  in  questo,  sì  gliene  sofferisce,  e  non 
vuole  briga  con  lui.  Ancora  sappiate  che  questo  re  ha  molti 
figliuoli  che  sono  grandi  baroni,  che  gli  vanno  d'intorno  sempre 
quando  cavalca,  e  quando  lo  re  è  morto  e  lo  corpo  suo  s'arde,  e 
tutti  questi  figliuoli  s'ardono,  salvo  il  maggiore  che  dee  regna- 
re; e  questo  fanno  per  servirlo  nell'altro  mondo.  Ancora  v'hae 
una  cotale  usanza,  che  del  tesoro  che  lascia  il  re  al  figliuolo 
maggiore,  mai  non  ne  tocca,  che  dice  che  noi  vuole  mancare, 
quello  che  gli  lasciò  il  suo  padre,  anzi  il  vuole  accrescere, 
e  ciascuno  l'accresce;  e  l'uno  il  lascia  all'altro,  e  perciò  è 
questo  re  così  ricco.  Ancora  vi  dico  che  in  questo  reame  non 
vi  nascono  cavagli,  e  perciò  tutta  la  rendita  loro  consumano 
pure  in  cavagli.  E  dirovvi  come  i  mercatanti  di  Ghisi  e  di 
Fars  e  di  Scier  e  di  Durfar  (queste  provincie  hanno  molti 

sofferisce:  dal  lai  su/fero;  offrir»1. 

quando  lo  re  è  morto  :  questo  sacrifìcio,  oggi  proibito,  si  chia- 
mava sitttee,  ed  ha  riscontro  con  quanto  praticavano  i  Tartari 
(vedi  pag.  66),  e  i  Sontiates  di  Aquitania  (v.  Cosare,  De  Bello 
Gallico  III.  32). 

Chisi  e  Fars:  nella  Persia  (v.  pagg.  22  e  28);  Scier  e  Dufar  sono 
sulla  costa  arabica. 


202  IL   MILIONE 

cavagli)  e  questi  mercatanti  empiono  le  navi  di  questi  cavagli, 
e  portangli  a  questi  cinque  re  che  sono  frategli,  e  vendono 
l'uno  bene  500  saggi  d'oro,  che  vagliono  piue  di  cento  marchi 
d'ariento;  e  questo  re  ne  compera  ogni  anno  2000  o  più,  e 
i  fratelli  altrettanti.  Di  capo  dell'anno  tutti  son  morti,  perchè 
non  v'ha  maniscalco  veruno,  sì  che  non  gli  sanno  governare; 
e  questi  mercatanti  non  ve  ne  menano  veruno,  perciò  che  vo- 
gliono prima  che  tutti  questi  cavagli  muojano,  per  guada- 
gnare. Ancora  v'ha  cotale  usanza;  quando  alcuno  uomo  hae 
fatto  malificio  veruno,  eh'  egli  debbia  perdere  la  persona,  e 
quel  cotale  uomo  dice  che  si  vuole  uccidere  egli  stesso  per 
amore  e  per  onore  di  cotale  idolo,  e  il  re  gli  dice  che  ben 
gli  piace.  Allotta  gli  parenti  e  gli  amici  di  questo  cotale  mal- 
fattore lo  pigliano,  e  pongonlo  in  su  "una  carretta,  e  dannogli 
bene  12  coltella,  e  portanlo  per  tutta  la  terra,  e  vanno  di- 
cendo: questo  cotale  prode  uomo,  dicendo  ad  alta  bocie,  egli 
si  va  ad  uccidere  egli  medesimo  per  amore  dei  cotale  idolo. 
E  quando  sono  al  luogo  ove  si  de'  fare  la  giustizia,  colui  che 
dee  morire  piglia  un  coltello,  e  grida  ad  alta  bocie:  io  muoio 
pei  amoie  di  cotale  idolo.  Quando  hae  detto  questo,  egli  si 
fiede  del  coltello  pei  mezzo  il  biaccio,  e  poi  piglia  l'altio  e 
dassi  neir  altio  biaccio,  e  poscia  dell'  altro  pei  lo  coipo,  e 
tanto  si  dà  che  s'uccide.  Quando  è  moito  gli  paienti  l'ardono 
con  grande  allegrezza.  Ancora  v'hae  un  altro  costume,  che, 
quando  alcuno  uomo  morto  s'arde,  la  moglie  si  getta  nel  fuoco, 
e  arde  con  esso  lui:  e  queste  femmine  che  fanno  questo,  sono 
molto  lodate  dalle  genti:  e  molte  donne  il  fanno.  Questa  gente 
adorano  gì'  idoli,  e  la  maggior  parte  il  bue,  perchè  dicono 

Ancora  v'  ha  cotale  usanza  :  il  condannato  a  morte  poteva  otte- 
nere dal  re  la  grazia  di  immolarsi  spontaneamente  a  Siva  o  a 
Juggarnaut  nella  festa  di  queste  divinità,  sotto  il  carro  delle 
quali  la  gente  esaltata  da  fanatismo  religioso  si  faceva  schiac- 
ciare. 


DI   M.    MARCO   POLO  203 

ch'è  buona  cosa;  e  veruno  v'è  che  mangiasse  carne  di  bue, 
nò  ninno  l'ucciderebbe  per  nulla.  Ma  e'  v'ha  una  generazione 
d'uomeni  che  hanno  nome  Ghavi,  che  mangiano  i  huoi,  ma 
non  gli  osorebbono  d'uccidere:  ma  se  alcuno  vi  muore  di  sua 
morto,  sì  il  mangiano  bene.  E  sì  vi  dico,  ch'egliono  ungono 
tutta  la  casa  di  grasso  di  bue.  Ancora  ci  ha  un  altro  costume, 
che  gli' re  e  baroni  e  tutta  altra  gente  non  siculo  mai  se  none 
in  terra;  e  dicono  che  questo  fanno,  perchè  sono  di  terra  e 
alla  terra  debbono  tornare,  sì  che  perciò  non  la  possono  troppo 
onorare.  E  questi  Ghavi,  che  mangiano  la  carne  de'  biioi, 
sono  quegli  i  cui  antichi  uccisono  san  Tommaso  l'Apostolo: 
e  veruno  di  questa  ingenerazionc  potrebbe  entrare  ancora  colà 
ov'ò  il  corpo  di  s.  Tommaso.  Ancora  vi  dico,  che  20  uomeni 
non  ve  ne  potrebbono  mettere  uno,  di  questa  cotale  genera- 
zione de'  Ghavi,  per  la  virtù  del  santo  corpo.  Qui  non  ha  da 
mangiare  altro  che  riso.  Ancora  vi  dico,  che  se  un  gran  de- 
si nere  si  desse  a  una  gran  cavalla,  non  ne  nascerebbe  se  non 
un  piccolo  ronzino  colle  gambe  torte,  che  non  vai  nulla,  e  non 
si  può  cavalcare.  E  questi  uomeni  vanno  in  battaglia  con 
iscudi  e  con  lance f  e  vanno  ignudi,  e  non  sono  prodi  uomeni, 
anzi  sono  vili  e  cattivi.  Egliono  non  ucciderebbono  niuna  be- 
stia, ma  (filando  vogliono  mangiare  alcuna  carne,  si  la  fanno 
uccidere  a'  saracini  e  ad  altra  gente  che  non  sia  di  loro  legge. 
Ancora  hanno  questa  usanza,  eh' e' maschi  e  le  femmine  ogni 
dì  si  lavano  due  volte  tutto  il  corpo,  la  mattina  e  la  sera;  e 
mai  non  mangerebbono,  se  questo  prima  non  avessoro  fatto, 
uè  non  berrébbono;  e  chi  questo  non  facesse  è  tenuto,  come 
sono  tra  noi  i  paterini.   E  in  questa  provincia  si  fa  grande 


Ghavi:  sono  i  paria,  ossia  i  reietti  da  tutto  le  caste  sociali,  accu- 
sati di  discendere  dagli  uccisori  di  San  Tommaso  (v.  cap.  CLIII), 
e  affetti  dalla  lebbra  o  dall'elefantiasi. 

paterini  :  eretici.     , 


204  IL   MILIONE 

giustizia  eli  quegli  che  fanno  micido,  o  che  imbolino,  e  d'ogni 
malificio.  E  chi  è  bevitore  di  vino  non  è  ricevuto  a  testimo- 
nianza per  l'ebrezza,  e  ancora  chi  va  per  mare,  dicono  eh' è 
disperato.  E  sappiate  ch'egliono  non  tengono  a  peccato  niuna 
lussuria.  E  v'  ha  sì  gran  caldo,  eh'  è  maraviglia  ;  e  vanno 
ignudi;  e  non  vi  piove,  se  no  tre  mesi  dell'anno,  giugno 
luglio  e  agosto  ;  e  se  non  fosse  questa  acqua  che  rinfrescj 
l'aiere,  e'  vi  sarebbe  tanto  caldo,  che  niuno  vi  camperebbe. 
Quivi  hae  molti  savi  uomeni  di  filosafia,  cioè,  di  quella  ch< 
fa  conoscere  gli  uomeni  alla  vista.  Egli  guatano  ad  agure  più 
che  uomeni  de]  mondo,  e  più  ne  sanno,  che  molte  volte  tor- 
nano a  dietro  di  loro  viaggio  per  uno  istarnuto,  o  per  un; 
vista  d'uccello.  E  di  tutti  i  loro  fanciulli,  quando  nascono, 
iscrivono  il  punto  e  la  pianeta  che  regnava  quando  nacque, 
perciò  che  v'  ha  molti  astrologi  ed  indovini.  E  sappiate  ch( 
per  tutta  l'India  li  loro  uccelli  sono  divisati  da'  nostri,  salvi 
la  quaglia  e  li  vilpristrelli  ;  egli  vi  sono  grandi  come  astori, 
tutti  neri  come  carboni.  E  danno  agli  cavagli  carne  cotta  coi 
riso,  e  molte  altre  cose  cotte.  Qui  ha  molti  monisteri  d' idoli, 
e  havvi  molte  donzelle  e  fanciulli  offerti  da  loro  padri  e  da 
loro  madri  per  alcuna  cagione  ;  e  il  signore  del  monistero, 
quando  vuole  fare  alcuno  sollazzo  agli  idoli,  si  richeggiom 
questi  offerti,  ed  egli  sono  tenuti  d'andarvi,  e  quivi  ballano 
e  trescano  e  fanno  gran  festa;  queste  sono  molte  donzelle: 
e  più  volte  queste  donzelle  portano  da  mangiare  a  questi  idoli, 
ove  sono   offerte,  e  pongono  la  tavola  dinanzi  agli  idoli,  e 

micido  :  omicidio. 
imbolino  :  rubino. 

filosafia:  da  intendersi  come  frenologia,   la  scienza  che  pretendeva 
conoscere  le  attitudini  spirituali  dell'uomo  dalla  forma  del  cranio. 
augure:  presagio. 

vilpistrelli  :  lat.  vespertilio,  pipistrello. 
donzelle  :  le  baiadere. 


DI    M.    MARCO    POLO  205 

pongonvi  suso  vivande,  e  lascianlevi  istare  suso  una  gran 
pezza,  e  tuttavia  le  donzelle  cantando  e  ballando  per  la  casa. 
Quando  hanno  fatto  questo,  dicono  che  lo  spirito  dell'  idolo 
Irne  mangiato  tutto  il  sottile  della  vivanda,  e  ripongonla,  e 
vannosene.  E  questo  fanno  le  pulcielle  tanto  che  si  maritano. 
Or  ci  partiamo  di  questo  regno,  e  dirovvi  d'un  altro,  che  ha 
nome  Multifili. 


OLII. 


Del  regno  di  Multifili. 

Multifili  è  un  reame  che  1'  uomo  trova  quando  si  parte 
da  Maahar,  e  va  per  tramontana  bene  1000  miglia.  Questo 
regno  è  ad  una  rema  molto  savia,  che  rimase  vedova  bene 
40  anni,  e  voleva  sì  gran  bene  al  suo  signore,  che  giammai 
non  volle  prendere  altro  marito  ;  e  costei  hae  tenuto  questo 
regno  in  grande  istato,  ed  era  più  amata  che  mai  fosse  o  re 
o  reina.  Ora  in  questo  reame  si  truova  diamanti  ;  e  dirovvi 
come.  Questo  reame  hae  grandi  montagne;  e  quando  piove, 
l'acqua  viene  rovinando  giuso  per  queste  montagne;  e  gli 
uomeni  vanno  cercando  per  la  via  ove  l'acqua  èe  ita,  e  tro- 
vanne  assai  di  diamanti;  e  la  state  che  non  vi  piove  si  se 
ne  truova  su  per  quelle  montagne  ;  ma  e'  v'  ha  sì  grande 
caldo  che  a  pena  vi  si  puote  sofferire.  E  su  per  le  montagne 
ha  lauti  serpenti  e  sì  grandi,  che  gli  uomeni  vivano  a  grande 
dottanza,  e  sono  molto  velenosi,  e  non  sono  arditi  d'andare 

Multifili  :  reame  1000  miglia  a  nord  di  Maabar,  corrisponde  alla 
valle  del  Kistna,  che  con  il  reame  di  Golconda,  o  Telingana, 
era  sotto  la  sovranità  del  re  di  Narzinga.  Queste  sono  le  terre 
dei  diamanti,  il  modo  di  cercare  i  quali  sembra  qui  tradotto  dai 
racconti  fantastici  di  Sindbad,  il  viaggiatore  delle  Mille  e  una 
notte. 


206  IL    MILIONE 

presso  alle  loro  caverne  di  quelli  serpenti.  Ancora  gli  uo- 
ineni  hanno  gli  diamanti  per  uno  altro  modo,  ch'egli  hanno 
sì  grandi  fossati  e  sì  profondi,  che  veruno  vi  puote  andare: 
ed  egli  vi  gettano  entro  pezzi  di  carne,  e  gittanla  im  questi 
fossati  di  che  la  carne  cade  in  su  questi  diamanti,  e  ficcansi 
nella  carne.  E  in  su  queste  montagne  istanno  aguglie  bianche 
che  stanno  tra  questi  serpenti;  quando  l' aguglie  sentono 
questa  carne  in  questi  fossati;  elle  si  vanno  colà  giuso,  e 
reconla  in  sulla  riva  di  questi  fossati,  e  questi  vanno  incontro 
all' aguglie,  e  l' aguglie  fuggono,  e  gli  uomeni  truovano  in 
questa  carne  questi  diamanti;  ed  ancora  ne  truovano,  che 
queste  aguglie  si  ne  beccano  di  questi  diamanti  colla  carne 
insieme,  e  gli  uomeni  vanno  la  mattina  al  nidio  dell' aguglia, 
e  trovano  coli 'uscita  loro  di  questi  diamanti.  Sì  che  così  si 
truovano  i  diamanti  per  questi  modi,  né  in  luogo  del  mondo 
non  se  ne  truova  di  questi  diamanti  se  non  in  questo  reame. 
E  non  crediate,  che  gli  buoni  diamanti  si  rechino  di  qua  tra 
gli  cristiani;  anzi  si  portano  al  Gran  Cane,  ed  agli  altri  re  e 
baroni  di  quelle  contrade  che  hanno  lo  gran  tesoro.  E  sap- 
piate che  in  questa  contrada  si  fa  il  migliore  bucherarne,  e 
il  più  sottile  che  nel  mondo  si  facci,  e  il  più  caro.  Egli  hanno 
bestie  assai,  e  hanno  i  maggiori  montoni  del  mondo,  ed  hanno 
grande  abondanza  d'ogni  cosa  da  vivere.  Ora  udirete  del 
corpo  di  messer  santo  Tommaso  Apostolo,  e  dove  egli  è. 


aguglie:  aquile, 

uscita:  sterco.  • 

bucherarne:  v.  pag.  17.  Ancor  oggi  l'India  produce  tessuti  finis- 
simi di  cotone  che  prendon  nome  dalle  città  di  Calicut  o  Can- 
nanore,  sulla  costa  del  Malabar. 


DI    M.    MARCO    POLO  207 

CU  11. 

Di  santo  Tommaso  l'Apostolo. 

Lo  corpo  di  santo  Tomaso  Appostolo  si  è  nella  provincia 
di  Maabar  in  una  piccola  terra,  che  non  v'ha  molti  uomeni, 
nò  mercatanti  non  vengono,  perchè  non  v'ha  mercatanzia,  e 
perchè  il  luogo  èe  molto  divisato  ;  ma  vengonvi  molti  cri- 
stiani e  molti  saracini  in  pellegrinaggio,  che  gli  saracini  di 
quelle  contrade  hanno  grande  fede  ili  lui,  e  dicono  eli'  egli 
fu  Saracino,  e  dicono  eh' è  gran  profeta,  e  chiamanlo  Vania, 
cioè,  santo  uomo.  Or  sappiate  che  v'  ha  cotale  maraviglia, 
clie  gli  cristiani  che  vi  vengono  in  pellegrinaggio  tolgono  della 
terra  del  luogo  ove  fu  morto  santo  Tomaso,  e  d annone  un 
poco  a  bere  a  coloro  ch'hanno  la  febbre  quartana  o  terzana; 
incontanente  sono  guariti;  e  quella  terra  si  è  rossa.  Ancora 
vi  dirò  una  maraviglia  che  avvenne  negli  anni  Domini  1288. 
Un  barone  era  in  quella  terra  che  avea  fatto  empiere  tutte  le 
case  della  chiesa  di  riso,  sì  che  niuno  pellegrino  vi  poteva 
albergare,  e  gli  cristiani  che  guardavano  la  chiesa  sì  ne  aveano 
grande  ira,  e  non  giovava  di  pregare,  tanto  che  questo  ba- 
rone le  facesse  isgombrare  :  sì  che  una  notte  aparve  a  questo 
barone  san  Tomaso  con  una  forca  in  mano,  e  missegliele  in 
bocca  e  dissegli:  se  tosto  non  fai  isgombrare  lamia  casa/ io 
li  farò  morire  di  mala  morte:  e  con  questa  forca  gli  strinse 

S.  Tommaso  l'Apostolo  :  è  il  predicatore  del  Vangelo  nell'Etiopia 
e  neh1  India,  che,  secondo  quanto  narra  una  leggenda,  fu  ucciso 
per  sbaglio  a  Meliapur  dai  Ghavi  cacciatori  di  pavoni.  Il  suo 
corpo,  che  sin  dall'epoca  di  M.  Polo  era  meta  di  pellegrinaggi 
cristiani,  venne  trasportato  nel  1522  a  Edessa;  ma  più  tardi  i 
Portoghesi  credettero  di  rinvenire  la  vera  salma  e  la  trasporta- 
rono nel  loro  possedimento  di  Goa,  dove  i  pellegrinaggi  conti- 
nuano tuttora.  A  lui  si  raccomandano  particolarmente  i  lebbrosi. 
11  racconto  di  Marco  ha  carattere  di  pura  leggenda. 


208  IL    MILIONE 

sì  la  gola,  che  a  colui  fue  gran  pena;  e  san  Tomaso  si  par- 
tio,  e  la  mattina  vegnente  lo  barone  fece  isgombrare  le  case 
della  chiesa,  e  disse  ciò  che  gli  era  intravenuto.  Gli  cristiani 
n'ebbono  grande  allegrezza,  e  grande  riverenza  ne  renderono 
a  san  Tomaso.  E  sappiate  ch'egli  guarisce  tutti  gli  cristiani 
che  sono  lebrosi.  Or  vi  conterò  come  fu  morto,  secondo  che 
io  intesi,  benché  la  leggenda  sua  dice  altrimenti;  or  diciamo 
quello  ch'io  udio.  Messer  santo  Tomaso  si  stava  in  uno  ro- 
mitoro  in  un  bosco,  e  diceva  sue  orazioni,  e  d'intorno  a  lui 
sie  avea  molti  paoni,  che  in  quella  contrada  n'hae  piue  che 
in  parte  del  mondo  ;  e  quando  san  Tomaso  orava,  e  uno  ido- 
latro della  ischiatta  di  Ghavi  andava  uccellando  a  paoni,  e 
saettando  a  uno  paone  sì  diede  a  san  Tomaso  per  le  coste, 
che  noi  vedeva;  ed  essendo  così  fedito,  orò  dolcemente,  e 
così  orando  morìo;  e  innanzi  che  venisse  in  questo  romi- 
toro,  molta  gente  convertì  alla  fede  di  Cristo  per  l'India.  Or 
lasciamo  di  san  Tomaso,  e  dirovvi  delle  cose  del  paese.  Sap- 
piate che  fanciulli  e  fanciulle  nascono  neri,  ma  non  così 
neri  com'egliono  sono  poscia,  che  continovamente  s'  ungono 
ogni  settimana  con  olio  di  sosima,  acciò  che  diventino  ben 
neri;  che  in  quella  contrada  quelli  eh' è  più  nero  è  più  pre- 
giato. Ancora  vi  dico,  che  questa  gente  fanno  dipingere  tulli 
i  loro  idoli  neri,  e  i  dimoni  bianchi  come  neve,  che  dicono 
che  il  loro  iddio  e  i  loro  santi  sono  neri.  E  si  vi  dico  che 
tanta  è  la  fede  e  la  speranza  ch'egli  hanno  nel  bue,  che  quando 
vanno  in  oste,  e'1  cavaliere  porta  del  pelo  del  bue  al  freno 
del  cavallo,  e  il  pedone  ne  porta  allo  iscudo,  e  tali  se  ne 
fanno  legare  a'capegli;  e  questo  fanno  per  campare  d'ogni 
pericolo  che  puote  incontrare  nell'  oste.  Per  questa  cagione 
il  pelo  del  bue  v'è  molto  caro,  però  che  niuno  uomo  si  tiene 
sicuro  s'egli  non  n'ha  addosso.  Ora  ci  partiremo  quinci,  e 
andremo  in  una  provincia  che  si  chiamano  i  Bregomanni. 


DI   M.    MARCO    POLO  209 


GLIV. 
Della  provincia  di  Iar. 

lar  è  una  provincia  verso  ponente,  quando  l'uomo  si 
parte  del  luogo  ov'  è  il  corpo  di  san  Tomaso.  E  di  questa 
provincia  son  nati  i  Bregomanni,  e  di  là  vennono  prima- 
mente. E  sì  vi  dico  che  questi  Bregomanni  sono  i  migliori 
mercatanti  e  gli  più  leali  del  mondo,  che  giammai  direbbono 
bugia  per  veruna  cosa  del  mondo,  e  non  mangiano  carne 
ne  beono  vino,  e  istanno  in  molta  grande  astinenza  e  one- 
stacle,  e  non  toccherebbono  altra  femmina  che  la  loro  moglie, 
né  non  ucciderebbono  veruno  animale,  né  non  farebbono 
cosa  onde  credessono  avere  peccato.  Tutti  gli  Bregomanni 
sono  conosciuti  per  un  filo  di  bambagia  ch'egli  portano. sotto 
la  spalla  manca,  e  si'l  sei  legano  sopra  la  spalla  dritta,  sì 
che  gli  viene  il  filo  a  traverso  il  petto  e  le  ispalle.  E  sì  vi 
dico  clie  egli  hanno  re  ricco  e  potente,  e  compera  volentieri 
perle  e  pietre  preziose,  e  conviene  che  abbia  tutte  le  perle 
che  recano  i  mercatanti  delli  Bregomanni  da  Maabar,  eh' è 
la  migliore  provincia  che  abbia  l'India.  Questi  sono  idola- 
tri,  e  vivono  ad  agora  di  bestie  e  d'uccelli   più  che  altra 

Iar  :  (Zar,  Lac)  provincia  ad  occidente  di  Madras,  ò  forse  Mysore, 
abitata  da  numerosi  bramani  (bregomanni),  la  casta  sacerdo- 
tale ed  aristocratica  dell'  India,  che  vive  affatto  separata  da 
quella  dei  guerrieri  [kshatrià)  e  da  quella  degli  agricoltori  (su- 
òra). I  bramani  si  riconoscono  dal  nastro  che  pende  loro  sulle 
spalle  a  mo1  di  scapolare,  detto  xennar  o  zinnalo  (cordone  sa- 
cro).  Quanto  il  Polo  riferisce  della  loro  moralità  commerciale, 
deriva  dalPaverli  confusi  con  i  commercianti  indiani  (baili  a  ni 
o  brancani),  perchè  i  bramani  non  esercitano  alcun  commercio. 

ad  agùra  :  traendo  augurio,  presagio,  dagli  uccelli  o  da  altri  ani- 
mali. 

Marco  Polo.         Il  Milione  14 


210  IL   MILIONE 

gente.  Ed  havvi  un  cotale  costume:  quando  alcuno  merca- 
tante fa  alcuna  mercatanzia,  egli  si  pone  mente  alla  ombra 
sua,  e  se  la  ombra  è  grande  come  ella  dee  essere,  si  compie 
la  mercatanzia,  e  se  non  fosse  tale  come  dee  'essere,  nolla 
compie  quel  die  per  cosa  del  mondo;  e  questo  fanno  sem- 
pre. Ancora  fanno  un'  altra  cosa  :  che  quando  egli  sono  in 
alcuna  bottega  per  comperare  alcuna  mercatanzia,  se  vi  viene 
alcuna  tarantola,  che  ve  ne  ha  molte,  si  guarda  da  quale 
parte  ella  viene,  e  puote  venire  da  tal  lato  ch'egli  compie  il 
mercato,  e  da  tale  che  noi  compierebbe  per  cosa  del  mondo. 
Ancora  quando  egliono  escono  di  casa,  ed  egli  od  alcuno 
istarnuta,  che  no  gli  piaccia,  immantanente  ritorna  in  casa, 
e  non  andrebbono  piue  innanzi.  Questi  Bregomanni  vivono 
piue  che  gente  che  sia  al  mondo,  perchè  mangiano  poco,  e 
fanno  grande  astinenza;  gli  denti  hanno  bonissimi,  per  una 
erba  di' egliono  usano  a  mangiare.  E  v'  ha  jiomeni  regolati 
che  vivono  più  ch'altra  gente,  e  vivono  bene  da  150  anni 
fino  in  200,  e  tutti  sono  prosperosi  a  servire  loro  idoli:  e 
tutto  questo  è  pella  grande  astinenza  ched  e' fanno.  E  questi 
regolati  si  chiamano  «  conguigati  »;  e  mangiano  sempre  buone 
vivande,  cioè,  lo  più,  riso  e  latte;  e  questi  conguigati  pi- 
gliano ogni  mese  un  cotale  beveraggio:  che  tolgono  siero 
vivo  e  solfo,  e  mischianlo  insieme  coli'  acqua,  e  beonlo,  e 
dicono  che  questo  tiene  sano  e  a  lunga  giovinitudine  ;  e  tutti 
quelli  che  l'usano  vivono  più  degli  altri.  Elli  sono  idoli,  ed 


per  una  erba  :  la  foglia  della  noce  cT areca,  che  si  mastica  mesco- 
lata con  calce,  cinnamomo  ed  altri  ingredienti;  secondo  un^bi- 
tudine,  comune  agli  indigeni  della  zona  tropicale.  L'areca  è  detta 
in  lingua  tamil  vettelei,  onde  il  persiano  tembul  e  V  inglese 
betel  nut. 

conguigati:  sono  per  1'  India  quello  che  i  fahiri  per  l'Arabia,  cioè 
degli  eremiti  o  dei  santoni  fanatici  e  mendicanti,  conosciuti  an- 
che coi  nomi  di  cuigni,  y oc/hi,  semiassi  o  qimnoso fisti. 


DI    M.    MARCO    POLO  211 

hanno  tanta  isperanza  nel  bue,  che  l'adorano;  e  gli  più  di 
loro  pollano  un  bue  di  cuoio  o  d'ottone  innorato  nella  fron- 
te; e  vanno  tutti  ignudi  senza  coprire  loro  natura  alcuno  di 
questi  regolati;  e  questo  dicono  che  fanno  per  gran  peniten- 
zia.  Ancora  vi  dico,  ch'egliono  ardono  l'ossa  del  bue,  e  fan- 
none  polvere,  e  di  quella  polvere  s'ungono  in  molte  parti 
del  corpo  loro  con  grande  reverenza  altresì,  come  fanno  i 
cristiani  dell'acqua  benedetta;  e  non  mangiano  ne  in  ta- 
glieri né  in  iscodelle;  ma  in  su  foglie  di  certi  arbori  secche 
e  non  verdi,  che  dicono  che  le  verdi  hanno  anima,  sì  che 
sarebbe  peccato;  ed  egliono  si  guardano  di  non  far  cosa 
onde  egliono  credessono  avere  peccato:  innanzi  si  lascereb- 
bono  morire.  E  quando  sono  domandati:  perchè  andate  voi 
ignudi,  e  quegli  dicono:  perchè  in  questo  mondo  noi  non. rc- 
cammo  nulla,  e  nulla  vogliamo  di  questo  mondo;  noi  non 
abbiamo  nulla  vergogna  di  mostrare  nostre  nature,  però  che 
noi  non  facciamo  con  esse  ninno  peccato,  e  perciò  noi  non 
abbiamo  vergogna  più  d'un  membro  che  d'un  altro;  ma  voi 
gli  portate  coperti,  però  che  -gli  adoperate  in  peccato,  e  però 
n'avete  voi  vergogna.  E  ancora  vi  dico  che  costoro  non  uc- 
ciderebbono  veruno  animale  di  mondo,  né  pulce  né  pidocchi 
né  mosca  nò  veruno  altro,  perchè  dicono  ch'egli  hanno  ani- 
ma: però  sarebbe  peccato.  Ancora  non  mangiano  veruna 
cosa  verde,  né  erba  né  frutti,  infino  tanto  ch'eglino  sono 
srechi,  però  che  dicono  anche  che  hanno  anima.  Egliono  dor- 
mono ignudi  in  su  la  terra,  né  non  terrebbono  nulla,  né  sotto 
né  addosso;  e  tutto  l'anno  digiunano,  e  non  mangiano  se  non 
pane  e  acqua.  Ancora  vi  dico  ch'egli  hanno  loro  aregolali. 
gli  quali  guardano  gl'idoli;  ora  gli  vogliono  provare,  s'egli 
sono  bene  onesti:  e  mandano  per  le  pulcelle  che  sono  offerte 

di  certi  arbori:    la    musa  paradisiaca,  una    banana   dallo  foglio 

larghissime. 
le  pulcelle  offerte  agli  idoli:  le  baiadere  (v.  pag,  204). 


212  IL   MILIONE 

agl'idoli,  e  fannogli  toccare  a  loro  in  più  parte  del  corpo,  ed 
istare  con  loro  in  sollazzo,  e  se'l  loro  vernbro  si  muta,  si '1 
mandano  via,  e  dicono  che  non  è  onesto,  e  non  vogliono  te- 
nere uomo  lussurioso,  e  se'l  vernbro  non  si  muta,  si'l  ten- 
gono a  servire  gli  idoli  nel  monistero.  Questi  ardono  gli  corpi 
morti  perchè  dicono  che,  se  non  si  ardessono,  e'  se  ne  fa- 
rebbe vermini,  e  quelli  vermini  morrebbono,  quando  non 
avessero  più  da  mangiare,  sì  che  egliono  sarebbono  cagione 
della  morte  di  quegli*  vermini,  perciò  che  dicono  che  gli 
vermini  hanno  anima,  onde  l'anima  di  quel  cotale  corpo 
n'avrebbe  pena  nell'altro  mondo;  e  perciò  ardono  i  corpi, 
perchè  egli  non  meni  i  vermini.  Ora  avemo  contato  i  co- 
stumi di  questi  idolatri,  dirovvi  di  una  novella  che  avea  di- 
menticata dell'isola  di  Seillam. 


CLV. 


Dell'  isola  di  Seillam. 

Seillam  è  una  grande  isola,  ed  è  grande  com'  io  v'  ho 
contato  qua  adrietro.  Ora  è  vero  che  in  questa  isola  hae  una 
grande  montagna,  ed  è  sì  dirivinata,  che  niuna  persona  vi 
puote  suso  andare,  se  non  per  un  modo,  che  a  questa  mon- 
tagna pendono  catene  di  ferro  sì  ordinate  che  gli  uomeni  vi 
possono  montare  suso.  E  dirovvi  che  in  quella  montagna  si 
è  il  monimento  d'Adamo  nostro  padre;  e  questo  dicono  i 
saracini,    ma   gl'idolatri   dicono   che  v'è  il  monimento  di 

vernbro:  per  membro,  come  velma  per  melma,  dato  lo  scambio  del 

suono  v  per  m  nel  dialetto  veneto. 
una  grande  montagna  :  il  picco  d'Adamo. 
dirivinata:  dirupata,  erta. 


DI    M.    MARCO    POLO  213 

Sergamo  Borghani,  e  questo  Sergamo  fue  il  primo  uomo  a  cui 
nome  fu  fatto  idolo,  che,  secondo  loro  usanza  e  secondo  loro 

Sergamo  Borghani:  è   il    Budda  (Sakiamuni   Beharani,  ossia  il 
sant'uomo  del  Behar)  figlio  di  Soddadhana,  ricco  e  possente  re 
di   Kapilavasta,    nel    Behar  a  nord    del    Gange.    Nato  a    Gaya 
000    anni    prima  di  Cristo,  abbandonò  da  giovane    regno  e  po- 
tenza e  famiglia  per  predicare  la  povertà,  l'umiltà,  la  carità,  il 
rispetto    della    natura    animata,  la  trasmigrazione  delle  anime, 
l'annientamento  delle  passioni  e  l'uguaglianza  sociale  coll'aboli- 
ziono  delle  caste.  Budda  (luce)  ò  colui  che,  dopo  lunghe  e  ri- 
petute trasmigrazioni  del  suo  spirito  nelle  varie  forme  degli  es- 
seri viventi,    raggiunge  1'  eccelso    stato   di  perfezione  morale  o 
santità  (nirvana)  immune  da    ulteriori    trasmigrazioni.    Sakia- 
muni  Budda  entrò  nel  nirvana,  cioè  morì,  in  un  ospedale  non 
lontano  da  Kusinagara.  I  suoi  seguaci^  atei,  panteisti,  scacciati 
dalle    terre  sacre    ai    bramani  e  al1  e   caste,  si    rifugiarono    nel 
Kashmir  al  Nord,  e  in  Ceylon    nel    Sud.  Da    questi  due  punti 
estremi  dell'India,  il  Buddismo  rialzò  le  ali  e  fece  propaganda 
delle    sue    dottrine  fuori    della    penisola,    verso  i  vergini    paesi 
dell'Estremo  Oriento.  Mentre  a  Roma  infierivano  le  persecuzioni 
contro  i  Cristiani,  la   mite  dottrina  di  Budda  era  entusiastica- 
mente accolta    nel  Tibet,   Tartaria,  Cina,  Birmania,  Siam,  An- 
nam,    Tonkino,  Corea  e  Giappone.  Questi  paesi  si  coprirono  di 
templi  (miao) ,   di    stupe  (cappelle  e    torri    votive),    di   pagode 
(cinese  paotai,  ind.  but-kadah)  o  torri  poligonali  a  7  e  9  piani 
in  onore    di    Budda,  e  di  immensi  monasteri  per  ambo  i  sessi. 
La  pittura,  la  scultura  e  l'architettura,  come  la  vita  spirituale 
e  la  letteratura  di  queste  contrade  furono  pervase  dal  pensiero 
e  dalla  cultura  indiana.  I  suoi   sacerdoti  e  i   suoi  santi  portan 
tutti  nomi  indiani  (il  cinese  pusa  deriva  dall'indiano  bodhisatva; 
il  tibetano  lama  dall'indiano  sraman;  bonxo  da  bikshu,  ecc.). 
La  gerarchia  chiesastica  buddistica  fu  riconosciuta  e  fissata  in 
Tibet,  Tartaria  e  Cina  nel  1274  da  Kublai  Khan;  ma  il  Buddismo, 
ufficialmente  introdotto  in  Cina  fin  dal  61  d.  Cr.,  sotto  l' impera- 
tore Mingti  della  dinastia  Han,  fioriva  largamente  già  nel  V  e  VI 
secolo.  Nel  620  un  patriarca  indiano  Bodhidharma,  28"  tra  gì 


214  IL   MILIONE 

dire,  egli  fue  il  migliore  uomo  che  mai  fosse  tra  loro,  e  il 
primo  ch'egliono  avessono  per  santo.  Questo  Sergamo  fu  fi- 
gliuolo di  un  grande  re  ricco  e  possente,  e  fu  sì  buono  che 
mai  non  volle  attendere  a  veruna  cosa  mondana.  Quando  il 
re  vidde  che  '1  figliuolo  teneva  questa  via,  e  che  non  voleva 
succedere  al  reame,  ebbene  grande  ira,  e  mandò  per  lui,  e 
promisegli  molte  cose,  e  dissegli  che  '1  voleva  fare  re,  e  sé 
voleva  disporre;  e  '1  figliuolo  non  ne  volle  udire  nulla.  Quando 
il  re  vidde  questo,  sì  n'ebbe  grande  ira,  che  a  pena  che  non 
morìo  ;  perchè  non  avea  più  figliuoli  che  costui,  né  a  cui  egli 
lasciasse  il  reame.  Ancora  il  padre  si  puose  in  cuore  pure  di 
fare  tornare  questo  suo  figliuolo  a  cose  mondane  :  egli  lo  fece 
mettere  in  un  bello  palagio,  e  missevi  con  lui  bene  300  don- 
zelle molto  belle,  che  lo  servissono,  e  queste  donzelle  lo  ser- 
vivano a  tavola  e  in  camera,  sempre  ballando  e  cantando  in 
grandi  sollazzi,  sì  come  il  re  avea  loro  comandato.  Costui 
istava  fermo,  e  per  questo  non  si  mutava  a  veruna  cosa  di 
peccato,  e  molto  faceva  buona  vita  secondo  loro  usanza.  Ora 
era  tanto  tempo  istato  in  casa,  che  non  avea  veduto  mai  niuno 
morto  né  alcuno  malato  ;   e  il  padre  volle  un  die  cavalcare 

indiani  e  1°  patriarca  cinese,  risiedeva  alla  Corte  cinese  a 
Loyang,  e  nel  648  i  buddisti  cinesi  Hsiian  Tsang  e  Fa  hsiang 
facevano  il  loro  pellegrinaggio  alla  terra  santa  di  Budda  in  India. 
La  storia  di  Budda  penetrò  anche  nella  letteratura  europea  nel 
secolo  XIII  sotto  le  forme  del  romanzo  di  Barlaam  e  Josaphat. 
Si  può  ripetere  del  Buddismo  quel  che  il  Machiavelli  disse  delle 
pratiche  cristiane,  che  cioè  evirò  i  Tartari,  sciogliendo  i  legami 
famigliari  e  sociali,  li  rilegò  a  biascicare  litanie  in  grandi  mo- 
nasteri e  tolse  loro  ogni  fisionomia  politica.  Il  Giappone  tentò 
di  recente  di  ravvivare  il  Buddismo  per  opporsi  alle  invadenti 
missioni  estere,  e  spinse  la  sua  propaganda  fino  in  Europa,  ma 
questo  tentativo  sembra  più  un  espediente  politico  che  una  vera 
rinascita  religiosa. 
e  sé  voleva  desporre:  voleva  deporre  il  comando,  abdicare. 


DI    M.    MARCO    POLO  215 

per  la  terra  con  questo  suo  figliuolo,  e  cavalcando  lo  re  e  il 
figliuolo,  ebbono  veduto  un  uomo  morto  cbe  si  portava  a  sot- 
terrare, ed  avea  molta  gente  dietro;  e  il  giovane  disse  al 
padre:  che  l'atto  ò  questo?  E  il  padre  disse:  figliuolo,  èe  uno 
uomo  morto.  E  quegli  isbigottie  tutto,  e  disse  al  padre: 
or  moiono  gli  uomeni  tutti?  E  il  padre  gli  disse:  figliuolo, 
sì;  e  il  giovane  non  disse  più  nulla,  e  rimase  tutto  pensoso. 
Andando  un  poco  più  innanzi,  e  que'  trovarono  un  veccbio 
die  non  poteva  andare,  ed  era  sì  vecchio  ch'avea  perduti  i 
denti.  E  questo  giovane  si  ritornò  al  palagio,  e  disse  che  non 
voleva  piue  istare  in  questo  misero  mondo,  da  che  gli  con- 
veniva morire,  o  di  vivere  sì  vecchio  che  gli  facesse  bisogno 
l'ajuto  altrui,  ma  disse  che  voleva  cercare  quello  che  mai 
non  moriva  né  non  invecchiava,  e  colui  che  lo  avea  creato 
e  fatto,  ed  a  lui  servire.  E  incontanente  si  partì  di  questo 
palagio,  e  andonne  in  su  questa  alta  montagna,  eh*  è  molto 
divisata  dall'  altre,  e  quivi  dimorò  poscia  tutta  la  vita  sua 
molto  onestamente,  che  per  certo,  s'egli  fosse  istato  cristiano 
battezzato,  egli  sarebbe  istato  un  gran  santo  appo  Dio.  E  in 
poco  tempo  costui  si  morìo,  e  fu  recato  dinanzi  dal  padre. 
Lo  re,  quando  il  vidde,  fue  il  più  tristo  uomo  che  mai  fosse 
al  mondo,  e  immantinente  fece  fare  una  istatua  tutta  d'oro 
a  sua  similitudine,  ornata  di  pietre  preziose,  e  mandò  per 
tutte  le  genti  del  suo  paese  e  del  suo  reame,  e  feciolo  ado- 
rare come  fosse  Iddio;  e  disse  che  questo  suo  figliuolo  era 
morto  84  volte;  e  disse  quando  morìo  la  prima  volta  divenne 
bue,  e  poscia  morìo  e  diventò  cane,  e  così  dicono  che  morìo 
84  volte,  e  tuttavia  diventava  qualche  animale,  o  cavallo  o 

iccello  od  altra  bestia.  Ma  in  capo  delle  84  volte  dicono  che 
morìe,  e  diventò  Iddio,  e  costui  hanno  gl'idolatri  per  lo  mi- 
gliore Iddio  ch'egli  abbiano.  E  sappiate  che  questo  fu  il  pri- 
maio  idolo  che  fosse  fatto,  e  di  costui  sono  discesi  tutti  gl'idoli 
e  questo  fu  nell'isola  di  Seillam  in  Inditi.  E  sì  vi  dico  che 

T  idolatri   vi  vengono   di  lontano  paese   in   pellegrinaggio, 


216  IL    MILIONE 

siccome  vanno  i  cristiani  a  santo  Iacopo  in  Galizia;  ma  i  sa-  I 
racini  che  vi  vengono  in  pellegrinaggio,  dicono  pure  che  èe 
il  monimento  d'Adamo;  ma,  secondo  che  dice  la  Santa  Iscrit- 
tura,  il  monimento  d'Adamo  èe  in  altra  parte.  Or  fu  detto 
al  Gran  Cane  che  '1  corpo  d'Adamo  era  in  su  questa  mon- 
tagna e  gli  denti  suoi  e  la  iscodella  dov'egli  mangiava;  pensò 
d'aver  gli  denti  e  la  iscodella,  fece  ambasciadori,  e  mandogli 
al  re  dell'isola  di  Seillam  a  dimandare  queste  cose;  e  il  re 
di  Seillam  le  donò  loro:  la  scodella  era  di  proferito  bianco 
e  vermiglio.  Gli  ambasciatori  tornarono,  e  recarono  al  Gran 
Cane  la  scodella  e  due  denti  mascellari,  i  quali  erano  molti 
grandi.  Quando  il  Gran  Cane  seppe  che  gli  ambasciadori 
erano  presso  alla  terra  ov'egli  dimorava,  che  venivano  con 
queste  cose,  fece  mettere  bando  che  ogni  uomo  e  tutti  i  re- 
golati andassono  incontro  a  quelle  reliquie,  che  credeva  che 
veramente  fossero  d'Adamo:  e  questo  fu  nel  1284  anni.  E 
fu  ricevuta  questa  cosa  in  Gamblau  con  grande  riverenza;  e 
trovossi  iscritto  che  quella  iscodella  avea  cotale  virtù,  che 
mettendovi  entro  vivanda  per  uno  uomo,  ne  aveano  assai 
cinque  uomeni;  e  il  Gran  Cane  il  provò,  e  trovò  ch'era  vero. 
Ora  udirete  della  città  di  Gaver. 


santo   Jacopo  di  Galizia  :  nel  nord  ovest   della  Spagna,  uno  dei 

pellegrinaggi  più  frequentati  nel  M.  Evo 
il  monimento  d'Adamo:    la   Scrittura   non  precisa  dove  Adamo 

fosse  sepolto,  ma  certo  la  sua  salma  non  potè  essere  trasportata 

a  Ceylon  ;  quanto  poi  ai  denti  che  ebbero  consacrazione  ufficiale 

da   Kublai  nel    1284,  si  tratta    di    reliquie    di  Budda,  non  già 

d'Adamo. 
di  proferito:  di  porfido.   Il  quintuplicarsi  delle  razioni  poste  nella 

miracolosa  scodella  è  la  variante  buddistica  della  moltiplicazione 

dei  pani  e  dei  pesci. 


m    M.    MARCO    POLO  217 


GLVI. 
Della  città  di  Caver. 

Caver  èe  una  città  nobile  e  grandi»,  ed  è  di  Asciar,  cioè 
del  primo  fratello  delli  cinque  re.  E  sappiate»  che  a  questa 
città  fauno  porto  tutte  le  navi  che  vengono  verso  ponente, 
cioè  di  ilorniuz  e  di  Jvinsai  e  d'Aden  e  di  tutta  l'Arabia, 
cariche  di  mercatanzia  e  di  cavagli,  e  fanno  qui  capo,  perch'èe 
buon  porto.  E  questo  re  è  molto  ricco  di  tesoro,  e'  1  suo  te- 
soro sono  molte  ricche  pietre  preziose.  Suo  regno  tiene  bene 
mercatanti,  e  spezialmente  mercatanti  che  vengono  d'  altra 
parte,  e  perciò  vi  vanno  più  volentieri.  E  quando  questi  cin- 
que fratelli  re  pigliano  briga  insieme  e  vogliono  combattere, 
la  madri»  eh 'è  ancora  viva,  sì  si  mette  in  mezzo  e  pacifica- 
gli: (|iiando  ella  non  puote,  si  piglia  un  coltello,  e  dice  e  Ih1 
si  ucciderà,  e  taglierassi  le  poppe  del  petto,  dond*  io  vi  diedi 
lo  mio  latte  :  allora  gli  figliuoli  per  la  piata  che  fa  la  madre 
loro,  e'provveggono  quello  eh' è  il  meglio,  si  fanno  la  pace. 
E  questo  è  divenuto  per  più  volte;  ma,  morta  che  sia  la  loro 
madre,  non  fallirà  che  non  abbiano  briga  insieme.  Partia- 
moci di  qui,  e  andremo  nel  reame  di  Ghoilu. 


Caver:  (Cael,  Kayl,  Ivayal,  che  in  lingua  tamil  vale  laguna)  era  il 
nome  del  famoso  scalo  del  Coromandel  alla  foce  del  fiume  Tam- 
raparni,  nella  provincia  di  Madras,  governato  da  Asciar  o  Ashar, 
uno  dei  cinque  fratelli  sovrani  di  Maabar.  La  loro  madre  ora  la 
regina  vedova  Rudrama  Devi  di  Warangol. 

piata:  idiotismo  per  pietà. 


218  IL    MILIONE 


CLVII. 
Del  reame  di  Choilu. 

Glioilu  si  è  un  gran  reame  verso  gherbino,  quando  l'uomo 
si  parte  da  Maabar,  e  va  500  miglia;  e  tutti  sono  idolatri, 
e  sì  v'ha  cristiani  e  Judei,  e  hanno  loro  linguaggio.  Qui  na- 
scono i  mirabolani  emblici,  e  pepe  in  grande  abbondanza, 
che  tutte  le  campagne  e  boschi  ne  sono  piene:  e  tagliansi 
di  maggio  e  di  giugno  e  di  luglio  ;  e  gli  albori  che  fanno  il 
pepe  son  dimestichi  e  piantansi  e  inacquansi.  Qui  hae  sì 
grande  caldo,  che  a  pena  vi  si  puote  sofferire,  che  se  togliessi 
un  uovo,  e  mettessolo  in  alcuno  fiume,  non  anderesti  quasi 
niente,  che  sarebbe  cotto.  Molti  mercatanti  vi  vengono  eli 
Mangi  e  d'Arabia  e  di  levante,  e  recano  e  portano  merca- 
tanzia  con  lor  navi.  Qui  si  ha  bestie  divisate  dall'  altre, 
ch'egli  hanno  leoni  tutti  neri,  e  pappagalli  di  più  fatte,  che 
ve  n'ha  de'bianchi,  ed  'hanno  i  piedi  e  '1  becco  rosso,  e  sono 
molto  begli  a  vedere;  e  sì  v'ha  paoni  e  galline  più  belli  e 
più  grandi  ch'e'nostri,  e  tutte  cose  hanno  divisate  dalle  no- 
stre, e  non  hanno  niuno  frutto  che  si  somigli  a'nostri.  Egli 
fanno  vino  di  zucchero  molto  buono.  Egli  hanno  grande  mer- 
cato d'ogni  cosa,  salvo  che  non  hanno  grano  né  biada,  ma 
hanno   molto   riso.  E  si  v'ha   molti   savi  istrolaghi.  Questa 

Choilu:  (Coilon,  Coulan)  era  il  reame  di  Kollam,  200  (non  500)  mi- 
glia a  S.  0.  di  Maabar,  abitato  da  razze  dravidiche.  Corrisponde 
oggi  al  distretto  di  Travancore.  Il  suo  porto  assai  frequentato  un 
tempo,  non  esiste  più.  Terra  caldissima  notevole  £>ei  leoni  (tigri) 
neri,  pavoni,  pappagalli,  kakatue,  indigo,  pepe,  mirabolani  em- 
blici (specie  di  susine  dolci)  e  frutta  tropicali,  cioè  ananas,  ba- 
nane (Adam's  appiè),  tamarindi,  ecc.  Il  vino  di  zucchero  è  uno 
spirito  distillato  dal  succo  (jaggri)  della  palma  detta  volgarmente 
brab  (borassus  flabelliformis). 


DI    M.    MARCO    POLO  _' Hi 

gente  sono  tutti  neri,  maschi  e  femmine,  e  vanno  tutti  ignu- 
di, se  non  se  Unito  eli' egliono  ricuoprono  loro  natura  con 
un  panno  molto  bianco.  Costoro  non  hanno  per  peccato  ve- 
runa lussuri,!,  e  tolgono  per  moglie  la  cugina  e  la  matrigna, 
quando  il  loro  padre  si  muore,  e  la  moglie  èe  del  fratello. 
Cotale  è  il  loro  costume  come  avete  inteso.  Or  ci  partiamo 
di  qui,  e  andremo  nelle  parti  d'India,  in  una  contrada  che 
si  chiama  Chomacci. 

CLVIII. 
Della  contrada  di  Chomacci. 

Chomacci  si  è  in  India,  dalla  qual  contrada  si  puote  ve- 
dere alcuna  cosa  della  tramontana.  Questo  luogo  non  è  molto 
dimestico,  ma  sente  del  salvatico;  qui  si  ha  molte  bestie 
salvatiche  di  diverse  fatte,  e  fiere.  Partiamoci  di  qui,  ed  en- 
triamo nel  reame  di  Ely. 

CLIX. 
Del  reame  di  Ely. 

Ely  si  è  un  reame  verso  ponente,  ed  è  di  lungi  di  Co- 
ni acci  quattrocento  miglia.  Qui  si  hae  re,  e  sono  gente  ido- 
latra, e  non  fanno  tributo  a  veruna  altra  persona.  Questo 
reame  non  ha  porto,  salvo  che  hae  un  gran  fiume,  il  quale 
hae  buone  foci.  Qui  si  nasce  pepe  e  giengiavo  e  molte  altre 

Chomacci:  (Ivomari)  contrada  selvaggia  intorno  al  capo  Comorin, 
nel  distretto  di  Travancore. 

Ely  :  (Elli,  Belli),  porto  non  lungi  da  Cannanore,  alla  foce  del  fiume 
di  Valia-patnam.  Il  reame  d'Ely  restava  tra  la  costa  del  Mala- 
bar  e  quella  di  Canara  ;  era  un  covo  di  pirati. 


220 


IL    MILIONE 


ispezierie.  Lo  re  si  è  ricco  di  tesoro  ma  non  di  genti.  L'en- 
trata del  reame  è  si  forte,  che  a  pena  vi  si  puote  entrare  per 
far  male;  e  qualunque  navi  capitassono  a  quella  foce,  s'ella 
prima  non  vinissi  alla  terra,  sì  la  pigliono  e  tolgono  ogni 
cosa,  e  dicono  :  Iddio  ci  ti  mandò,  perchè  tu  fossi  nostra; 
né  non  credono  avere  peccato  ;  e  così  si  fa  per  tutte  le  Pro- 
vincie dell'  India.  E  se  alcuna  nave  ci  capita  per  fortuna,  si  è 
presa  e  toltogli  ogni  cosa,  salvo  che  quelle  che  capitano  ad 
alcuna  terra  in  prima.  E  sappiate  che  le  navi  de 'Mangi  vi 
vengono  d'istate,  e  quelle  d'altre  parti,  e  caricano  in  tre  dì 
o  in  quattro  infino  a  otto  dì,  e  vannosene  il  più  tosto  che 
possono,  però  che  non  hanno  buon  porto  ove  molto  potes- 
sero istare,  per  le  piagge  che  vi  sono,  e  per  lo  sabbione. 
Vero  è  che  le  navi  de'Mangi  non  temono  vento,  per  le  buone  ] 
àncora  del  legno  che  mettono,  che  a  tutte  fortune  tengono 
bene  lor  navi.  Egli  hanno  leoni  e  altre  bestie  assai,  caccia- 
gioni e  uccellagioni  assai.  Partiamoci  di  qui,  e  dirovvi  di 
Melibar. 


GLX. 


Del  reame  di  Melibar. 

Melibar  è  uno  grandissimo  reame,  ed  hanno  loro  re  e 
linguaggio,  e  non  danno  trebuto  a  niuna  persona,  e  sono 
idolatri.  Di  questo  paese  si  vede  più  la  tramontana,  e  d'un 
altro  paese  che  v'  ò  allato,  e 'ha  nome  Ghufarat.  Ed  escene 


e  per  fortuna:  spintavi  dalla  tempesta. 

Melibar:  è  il  reame  di  Canara,  al  nord  di  Ely.  La  vera  costa  del 
Malabar  è  quella  che  si  stende  a  mezzogiorno  di  Ely  fino  al  Capo 
Comorin,  ma  questo  nome  vien  dato  anche  alla  costa  settentrio- 
nale per  il  suo  carattere  anfrattuoso  che  si  presta  assai  ben© 
come  nascondiglio  ai  corsali. 


DI    M.    MARCO    POLO  221 

bene  ogni  dì  bene  100  navi  di  corsali,  che  vanno  rubando 
il  mare,  e  menano  con  loro  la  moglie  e  figliuoli;  e  tutta  la 
state  vi  stanno  in  corso,  e  fanno  gran  danno  a'  mercatanti, 
e  partonsi  ;  e  sono  ben  tanti,  che  pigliano  bene  100  miglia  e 
più  del  mare,  e  farinosi  insegne  di  fuoco,  sì  che  veruna  nave 
non  può  passare  quel  mare  che  non  sia  presa.  Gli  merca- 
tanti che  I  sanno,  vanno  molti  insieme,  e  bene  armati,  sì 
che  non  hanno  paura  di  loro,  e  danno  loro  la  mala  ventura 
più  volte,  ma  non  per  tanto  che  pure  se  ne  pigliano.  Ma  non 
lamio  altrui  male,  se  non  ch'egli  rubano  e  tolgono  altrui  tutto 
l'avere,  e  dicono  :  andate  a  procacciare  dell'  altro.  Qui  si  ha 
pepe,  gengiavo  e  canella,  turbietti  e  norie  d'Indie,  e  molte  ai- 
Ire  ispezie,  e  bucherarne  del  più  bel  del  mondo.  Gli  merca- 
tanti recano  qui  rame,  drappi  di  seta  e  d'oro,  e  recano  ariento, 
garofani  e  spigo,  perch'egli  non  n'hanno.  Qui  si  vengono  i 
mercatanti  de'Mangi,  e  portano  queste  mercatanzie  in  molte 
parti.  A  dirvi  di  tutte  le  contrade  del  paese  sarebbe  troppo 
lunga  mena:  dirovvi  del  reame  di  Ghufarat,  e  di  loro  ma- 
niera e  costume. 

|  CLXL 

[  Del  reame  di  Ghufarat. 

:  Ghufarat  èe  un  gran  reame,  e  hanno  re  e  linguaggio  per 
loro,  e  sono  gente  idolatra,  e  non  fanno  trebuto  a  veruno 
signore  del  mondo;  e  sono  i  peggiori  corsali  che  vadano  per 
mare,  e  gli  più  maliziosi,  che  quando  e'  pigliano  alcuno  nier- 

insegne  di  fuoco  :  seguali  col  fuoco. 

turbietti:  o  turbitti  {radia  turpethi),  radice  medicinale  purgativa. 

Ghufarat  :  ò  la  penisola  del  Guggcrat  o  Gazerai,  a  nord  di  Bombay, 

uou  lungi  dalla  foce  dell'  ludo.  Il  suo  porto  è  Cambay  in  fondo 

al  golfo  omonimo. 


222  IL   MILIONE 

catante,  sì  gli  danno  bere  i  tamarindi  coli' acqua  salsa  per 
farlo  andare  a  sella,  e  poi  cercano  l'uscita,  se  '1  mercatante 
avesse  mangiato  perle  od  altre  care  cose,  per  ritro valle.  Ora 
avete  veduto  se  questo  è  gran  malizia,  che  dicono  che  gli 
mercatanti  le  trangugiano  quando  sono  presi,  perchè  non 
sieno  trovate  dai  corsali.  In  questo  paese  si  ha  pepe  e  gen- 
giavo  assai  e  bambagia,  perciò  che  hanno  albori  che  fanno 
della  bambagia,  che  sono  alti  bene  sei  passi,  ed  hanno  bene 
20  anni  ;  ma  quando  sono  così  vecchi  non  fanno  mai  buona 
bambagia  da  filare,  ma  fassene  altre  cose  :  da  12  anni  insino 
in  20  si  chiamano  vecchi.  Qui  si  conciano  molte  cuoia  di  bue 
e  di  becco  e  d'  unicorni  e  di  molte  altre  bestie,  e  fassene 
grande  mercatanzie,  e  fornisconsene  molte  contrade,  Partia- 
moci di  qui,  e  andiamo  in  una  contrada  che  si  chiama  Tana. 

CLXII. 
Del  reame  della  Tana. 

Tana  è  anche  un  grande  reame,  e  somigliai! si  a  costoro 
di  sopra,  ed  hanno  anche  loro  re.  Qui  non  ha  ispezierie  ; 
hacci  incenso,  ma  non  è  bianco,  anzi  è  bruno,  e  fassene 
grande  mercatanzia.  Qui  si  ha  bucherarne  e  bambagia  assai; 
gli  mercatanti  recano  qui  oro  e  ariento  e  rame  assai,  e  di 
quelle  cose  che  vi  bisognano,  e  portanne  delle  loro.  Ancora 
escono  di  qui  molti  corsali  di  mare,  e  fanno  grande  danno 

Tana  :  (Kanan)  non  lungi  dall'odierno  porto  di  Bombay.  Tana  è 
una  voce  semita  che  significa  porto  ;  cfr.  Tana,  porto  nel  mar 
d'Azoti*,  Aden,  Adana,  Adalia.  Era  il  mercato,  non  il  luogo  di 
produzione,  dell'incenso  che  vi  arrivava  dalla  terra  d'Oman.  11 
nome  semitico  dell'incenso  è  labari;  donde  il  nostro  olibano  ; 
quello  di  Sumatra,  più  scuro,  era  detto  labari  jaiiin  ossia  in- 
censo giavanese,  abbreviato  in  benzoin. 


m  m.  makco  polo  223 

a'mercatanti,  e  questo  è  per  volontà  di  loro  signore.  E  fa  il 
re  questo  paltò  con  loro,  che  gli  corsali  gli  danno  tutti  gli 
cavagli  che  pigliano,  che  molti  ve  ne  passano,  perciò  che  in 
India  so  ne  fa  grande  mercatanzia,  si  che  poche  nave  vanno 
per  l'India  che  non  menino  cavagli;  e  tutte  le  altre  cose 
sono  degli  corsali.  Or  ci  partiamo  di  qui,  e  andiamo  in  una 
contrada  che  si  chiama  Ghamhaet. 

GLXIII. 
'  Del  reame  di  Chambaet. 

ì  Chambaef  si  è  ancora  un  altro  gran  reame,  ed  è  simile 
a  questo  di  sopra,  salvo  che  non  ci  ha'corsali  nò  mala  gente; 
vivono  di  mercatanzie  e  d'arti,  e  sono  buona  gente,  ed  ò 
verso  di  ponente,  e  vedesi  meglio  la  tramontana.  Altro  non 
ci  ha  che  vi  sia  da  ricordare;  dirovvi  d'uno  reame  e' ha 
nomo  Chesmacoran. 

GLXIV. 
Dello  reame  di  Chesmacoran. 

(llicsmacoran  òe  uno  reame  che  hanno  loro  re,  e  anche 
;  sono  idolatri,  e  divisato  linguaggio,  ed  òe  reame  di  molta  mer- 
catanzia,  e  vivono  di  riso  e  di  carne  e  di  latte.  Questo  reame 
è  d'India,  e  sappiate  che  da  Maabar  insino  a  qui  ò  della 
maggiore  India  e  della  migliore,  e  le  terre  e  reami  che  noi 
v'abbiamo  contato  sono  pure  quelle  di  lungo  il  mare,  che  a 
contare  quelle  della  terra  ferma  sarebbe  troppo  lunga  mena. 
Vogliovi  dire  d'alquante  isole  che  sono  per  l'India. 

Chambaet  :  è  il  porto  di  Cambay  già  ricordato  (pag.  221). 

Chesmacoran  :  era  il  reame  di  Kij-Makran  formato  dalle  due  Pro- 
vincie Kedg  (Gedrosia  degli  antichi)  e  Makran  o  Arrakan.  a  oc- 
cidente delT  Indo. 


224  IL   MILIONE 

GLXV. 
D'alquante  isole  che  sono  per  V  India. 

L'isola  che  si  chiama  Malie  è  nell'  alto  mare  bene  500 
miglia,  verso  mezzodì,  partendosi  da  Ghesmacoran.  Questi 
sono  cristiani  battezzati,  e  tengono  legge  del  Vecchio  Testa- 
mento, che  mai  non  toccherebbero  femmina  pregna,  e  poi  ivi 
a  40  dì  che  ha  partorito.  E  dicovi  che  in  questa  isola  non 
istà  niuna  femmina,  ma  istanno  in  una  isola  più  là  che  si 
chiama  Femelle,  che  v'è  di  lungi  30  miglia.  E  gli  uomeni  vanno 
a  questa  isola  ove  istanno  queste  femmine,  e  istanno  con  loro 
tre  mesi  dell'anno,  e  in  capo  di  tre  mesi  si  tornano  nell'  isola 
loro.  E  in  questa  isola  nasce  l'ambra  molto  fina  e  bella.  Que- 
sti vivono  di  riso  e  di  carne  e  di  latte,  e  sono  buoni  pescatori, 
e  seccano  molti  pesci,  sì  che  tutto  l'anno  n'hanno  assai.  Qui 
non  ha  signore,  salvo  e' hanno  un  vescovo  ch'è  sotto  l'arcive- 
scovo di  Scara.  E  perciò  non  istanno  tutto  l'anno  colle  loro 
donne,  perchè  non  avrebbono  da  vivere;  e  i  loro  figliuoli 
istanno  colle  madri  14  anni,  e  poscia  lo  maschio  se  ne  va  col 
padre,  e  la  femmina  istà  colla  madre.  Qui  non  troviamo  altro 
da  ricordare  ;  partiamoci,  e  andiamone  all'isola  di  Scara. 

CLXVI. 
DelF  isola  di  Scara. 

Quando  F  uomo  si  parte  di  queste  due  isole,  si  va  per 
mezzodì  bene  500  miglia,  e  trovasi  V  isola  di  Scara.  Questa 

Malie:  le  isole  Malie  e  Femelle ,  Maschio  e  Femina,  si  crede  si eno 
Kuria  e  Muria  sulla  costa  araba;  abitate  da  pescatori.  Vi  si  trova 
ambra,  resina  vegetale,  come  sulla  opposta  costa. 

Scara:  (Scoira)  è  1'  isola  di  Socotora,  la  cui  spiaggia  arenosa  e  bianca 
si  vede  dal  piroscafo  passando  all'altezza  del  Capo  Guardami.  T 


DI    M.    MARCO   POLO  225 

gente  sono  anche  cristiani  battezzati,  e  hanno  arcivescovo.  Qui 
si  ha  molla  ambra;  egli  hanno  drappi  di  catanga  buoni  e  altre 
mercatanzie,  e  si  hanno  molti  pesci  salati  e  buoni,  e  vivono  di 
riso  e  di  carne  e  di  latte,  e  vanno  tutti  ignudi.  Qui  vanno 
molte  navi  di  inercatanzia.  Questo  arcivescovo  non  ha  che 
fare  col  papa  di  Roma,  ma  ò  sottoposto  all'arcivescovo  che  sta 
a  Baldac.  Ora  questo  arcivescovo  che  sta  a  Baldac  manda  più 
vescovi  e  arcivescovi  per  le  contrade,  come  fae  il  papa  di 
Roma  di  qua;  e  tutti  questi  vescovi  e  parlati  ubidiscono  que- 
sto arcivescovo  come  papa.  Qua  vengono  molti  corsari  a  ven- 
dere loro  prede,  e  vendonle  bene,  e  costoro  le  comperano, 
perchè  sanno  che  questi  corsari  non  rubano  se  non  saracini 
e  idolatri,  e  non  cristiani.  E  quando  questo  arcivescovo  del- 
l'isola di  Scara  muore,  conviene  che  venga  da  Baldac  que'che 
sono  buoni  incantatori;  ma  l'arcivescovo  molto  gli  contradice, 
e  dice  eh'  è  peccato,  e  di  costoro  dicono  che  gli  loro  anti- 
chi l'hanno  latto,  e  però  lo  vogliono  egliono  anche  fare.  Di- 
rovvi  di  loro  incantesimi.  Se  una  nave  andasse  a  vela,  forte, 
egli  farebbono  venire  vento  contrario,  e  farebbonla  tornare  a 
dietro  ;  e  fanno  venire  tempesta  in  mare  quando  vogliono, 
e  fanno  venire  qual  vento  e'  vogliono,  e  si  fanno  altre  cose 
meravigliose  che  non  ò  bene  ricordarle.  Altro  non  ci  ha  ch'io 
voglia  ricordare:  partiamoci  di  quinci  e  andremone  nell'isola 
di  Afadegascar. 


suoi  abitatori  erano  allora  cristiani  nestorini  sotto  la  giurisdi- 
zione spirituale  del  vescovo  di  Bagdad. 

catanga:  specie  di  stoffa  a  righe  di  vario  colore  di  lino  e  filaticcio, 
detta  anche  cataliiffa. 

parlati  :  dignitari  (v.  pag.  100). 


Marco  Polo.  —  1^  Milione.  15 


226 


IL  MILIONE 


GLXVIL 
Dell'  isola  di  Madegascar. 

Madegascar  si  è  una  isola  verso  mezzodì,  di  lungi  da  Scara 
1000  miglia.  E  questi  sono  saracini  che  adorano  Malcometto: 
questi  hanno  4  vescovi,  cioè  4  vecchi  uomini,  e'  hanno  si- 
gnoria di  tutta  V  isola.  E  sappiate  che  questa  è  la  migliore 
isola  e  la  maggiore  di  tutto  il  mondo,  che  si  dice  eh'  ella 
gira  4  mila  miglia,  e  vivono  di  mercatanzia  e  d'arti.  Qui  na- 
scono più  leonfanti,  che  in  parte  che  sia  nel  mondo;  e  an- 
cora per  tutto  l'altro  mondo  non  si  vendono  e  non  si  compe- 
rano tanti  denti  di  leonfanti,  quanto  si  fa  in  questa  isola  e 
in  quella  di  Zachibar.  E  sappiate  che  in  questa  isola  non  si 
mangia  altra  carne  che  di  cammelli,  e  mangiavesene  tanti 
che  non  si  potrebbe  credere,  e  dicono  che  questa  carne  è  la 
più  sana  e  la  migliore  che  sia  al  mondo.  Qui  si  ha  grandis- 
simi albori  di  sandali  rossi,  ed  hannone  grandi  boschi;  qui 
si  ha  ambra  assai,  però  che  in  quel  mare  hae  molte  balene 
e  capodoglie  ;  e  perchè  pigliano  assai  di  queste  balene  e 
di  questi  capidoglie  si  hanno  ambra  assai.  Egli  hanno  leoni, 
e  tutte  bestie  da  prendere  in  caccia,  e  uccelli  molti  divisati 


Madegascar  :  la  grande  isola  all'est  dell'Africa  è  menziouata  per  la 
prima  volta  da  Marco  Poto.  Egli  narra  ciò  che  gli  riferivano  i 
mercanti  che  v'erano  iti:  la  grande  abbondanza  d'avorio,  di 
sandalo  e  d'ambragrigia  (spermaceti),  e  la  presenza  dell'uccello 
grifone  (il  roe  o  rut  delle  Mille  e  una  notte)  che  si  crede  sia 
il  condor  o  1'  albatro  {diomedea  exulans).  La  carne  mangiata 
dagli  indigeni  non  è  di  cammello,  ma  di  bisonte,  o  bue  di  Ma- 
dagascar. Il  cinghiaro  salvatico  è  il  sus  aethiopicus  che  ha  quat- 
tro denti  molto  grossi  e  lunghi,  due  nella  mascella  superiore  e 
due  nella  inferiore. 


DI    M.    MARCO    POLO  227 

da'  nostri.  Qui  vengono  molte  navi,  e  arecano  e  portano  molta 
mercatanzia;  e  sì  vi  dico  che  le  navi  non  possono  andare  più 
innanzi  che  di  qui  a  questa  isola  verso  mezzodì,  e  a  Zachibar: 
però  che  il  mare  corre  sì  forte  verso  il  mezzodì  che  a  pena 
se  ne  potrebbe  tornare.  E  sì  vi  dico  che  le  navi  che  ven- 
gono di  Maabar  a  questa  isola,  vengono  in  20  dì  ;  e  quando 
elle  ritornano  a  Maabar  penano  a  ritornare  tre  mesi:  questo 
è  per  lo  mare  che  corre  così  forte  verso  il  mezzodì.  Ancora 
sappiate  che  quelle  isole  ch'abbiamo  contato,  che  sono  verso 
il  mezzodì,  le  navi  non  vi  vanno  volentieri  per  l'acque  che 
corrono  così  forte.  Diconmi  certi  mercatanti  che  vi  sono  iti, 
che  v'ha  uccelli  grifoni,  e  questi  uccelli  apariscono  certa 
parte  dell'anno,  ma  non  sono  così  fatti  come  e'  si  dice  di 
qua,  cioè  mezzo  uccello  e  mezzo  Lione,  ma  sono  fatti  come 
aguglie,  e  sono  grandi  com'  io  vi  dirò.  E'  pigliano  lo  leon- 
fante,  e  portanlo  suso  nell'aiere,  e  poscia  il  lasciano  cadere,  e 
quegli  si  disfà  tutto,  e  poscia  si  pasce  sopra  lui.  Ancora  di- 
cono coloro  che  gli  hanno  veduti,  che  l'alie  loro  sono  sì  grande 
che  cuoprono  20  passi,  e  le  penne  sono  lunghe  dodici  passi  e 
sono  grosse  come  si  conviene  a  quella  lunghezza.  Quello  che 
io  n'  ho  veduto  di  questi  uccelli,  io  il  vi  dirò  in  altro  luogo. 
Lo  Gran  Cane  vi  mandò  messaggi  per  sapere  di  quelle  cose 
di  quella  isola,  e  preserne  uno,  sì  che  vi  rimandò  ancora  mes- 
saggi per  fare  lasciare  quello.  Questi  messaggi  recarono  al 
Gran  Cane  un  dente  di  cinghiaro  selvatico  che  pesò  14  lib- 
bre. Egli  hanno  sì  divisate  bestie  e  uccelli  eh'  è  una  mara- 
viglia. Quegli  di  quella  isola  si  chiamano  quello  uccello  rat, 
ma  per  la  grandezza  sua  noi  crediamo  che  sia  uccello  grifone. 
Or  ci  partiamo  di  questa  isola,  e  andiamo  in  Zachibar. 


228 


IL   MILIONE 


CLXVIIL 
Dell'isola  di  Zachibar. 

Zachibar  è  una  isola  grande  e  bella,  e  gira  bene  2000  m  - 
glia,  e  tutti  sono  idolatri,  e  hanno  loro  re  e  loro  linguaggio. 
La  gente  è  grande  e  grossa,  ina  dovrebbono  essere  più  lun- 
ghi, alla  grossezza  ch'egli  hanno;  che  sono  sì  grossi  e  sì'mem- 
bruti  che  paiono  giganti,  e  sono  sì  forti,  che  porta  l'uno  di 
peso  per  quattro  uomeni,  e  questo  non  è  maraviglia,  che 
mangia  l'uno  bene  per  5  persone;  e  sono  tutti  neri,  e  vanno 
ignudi,  se  non  che  ricuoprono  loro  natura;  e  sono  i  loro  ca- 
pegli  tutti  ricciuti;  egli  hanno  gran  bocca,  e  '1  naso  rabbuf- 
fato in  suso,  e  le  labbra  e  le  nari  grosse  eh'  è  maraviglia, 
che  chi  gli  vedesse  in  altri  paesi,  parrebbono  diavoli.  Egli 
hanno  molti  leonfanti,  fanno  grande  mercatanzia  di  loro  denti: 
egli  hanno  leoni  assai,  e  d'altra  fatta  che  gli  altri,  e  si  v'ha 
lonze  e  liopardi  assai.  Or  vi  dico  ch'egli  hanno  tutte  bestie 
divisate  da  tutte  quelle  del  mondo,  ed  hanno  castroni  e  pe- 
core d'una  fatta  e  d'  un  colore  che  sono  tutti  bianchi,  e  la 
testa  è  nera:  e  in  tutta  questa  isola  non  si  troverebbono 
d'  altro  colore.  E  si  hanno  giraffe  molte  belle,  e  sono  fatte 
com'  io  vi  dirò.  Elle  hanno  corta  coda,  e  sono  alquanto  basse 
di  dietro,  che  le  gambe5  di  dietro  sono  piccole,  e  le  g&inbe 
dinanzi  e  '1  collo  si  è  molto  alto,  e  sono  alte  da  terra  ben 
tre  passi,  e  la  testa  è  piccola,,  e  non  fanno  niuno  male,  ed 
è  di  colore  rosso  e  bianco  a  cerchi,  ed  è  molto  bella  a  ve- 
dere. Lo  leonfante  giace  colla  lionfantessa  come  fa  1'  uomo 
colla  femmina,  cioè   che  sta  rovescio,  perchè  hae  la  natura 

Zachibar:  Zanzibar,  la  terra  dei  Zenguis  (neri)  che   si   estende  da 

Melinde  a  Capo  Delgado. 
rabbuffato  in  suso:  rincagnato,  camuso. 
lonze:  pantere. 


DI   M.    MARCO    POLO  229 

nel  corpo.  Qui  si  ha  le  più  sozze  femmine  del  mondo,  ch'elle 
hanno  la  bocca  grande,  e  il  naso  grosso  e  corto,  e  le  mani 
grosse  quattro  cotanti  che  l'altre.  Vivono  di  riso  e  di  carne  e 
di  latte  e  di  datteri.  Non  hanno  vino  di  vigne,  ma  fannolo 
di  riso  e  di  zucchero  e  di  spezie.  Qui    si  fanno  molte  mer- 
catanzie,  e  molti    mercatanti   vi  recano  e  portanne.  Ancora 
hanno  ambra  assai,  perchè  pigliano  molte  balene.  Gli  uomeni 
di  questa  isola  sono  buoni  combattitori  e  forti,  e  non  temono 
la  morte;  e  noi)  hanno  cavagli,  ma  combattono  in  su'  cam- 
melli e  in  su  i  leonfanti,  e  fanno  le  castella  in  su'  leonfanti, 
e  istannovi  suso  da  7  uomeni  insino  in  20,  e  combattono  con 
lance  e  con  ispade  e  con  pietre,  e  sono  molte  crudele  batta- 
glie le  loro.  E  quando  vogliono  menare  leonfanti  alla  batta- 
glia, si  danno  loro  bere  molto  vino,  e  vannovi  più  volentieri, 
e  sono  più  orgogliosi  e  più  fieri.  Qui  si  non  ha  altro  da  dire. 
Dirovvi  ancora  alcuna  cosa  dell'  India;  che  sappiate  che  io 
non  v'  ho  detto  dell'  India  se   non  dell'  isole  maggiori   e  le 
più  nobili  e  le  migliori,  che  a  contarle   tutte    sarebbe   gran 
mena:  che,  secondo  che  dicono  gli  savi  marinai  che  vanno 
per    1'  India,  e    secondo  che    si  truova  iscritto,  l' isole  del- 
l' India,  tra  l'abitate  e  non  abitate,  sono  12  500.  Or  lasciamo 
dell'India  maggiore,  eh'  è  da  Maabar  infmo  a  Ghesmacoran, 
che  sono  12  reami  grandissimi,  de'  quali  n'avemo  contati  di 
nove:  e  sappiate  che  India  minore  si  è  di  Ciambà  infino  a 
Multifili,    che  v'ha  8  grandi   reami;  e  sappiate    ch'io  non 
v'  lio  detto  di  quelli  dell'  isole,  che  sono  ancora  grande  quan- 
tità di  reami.  Udirete  della  mezzana  India,  la  quale  è  chia- 
mata Abasce. 


L'India  maggiore:  (v.  pag-  3),  è  V  Indostan,  diviso  in  dodici 
stati:  Soillam,  Maabar,  Meliapur,  Caver,  Choilu,  Choniacei,  Ely. 
Molibar,  Ghufurat,  Tana,  Chambaet  e  Chesmacoran;  V  India 
minore  è  V  Indocina,  i  cni  otto  stati  sono:  Ciambà,  Locac,  Myon, 
Malavir,  Bengala,  Telingana,  Multifili  e  Iar. 


230  .  IL   MILIONE 


GLXIX. 
Della  mezzana  India  chiamata  Abasce. 

Abasce  si  è  una  grandissima  provincia,  e  questa  si  è  la 
mezzana  India.  E  sappiate  che  '1  maggiore  re  di  questa  pro- 
vincia si  è  cristiano,  e  tutti  gli  altri  re  della  provincia  sono 
sottoposti  a  lui,  i  quali  sono  sei  re:  e  tre  cristiani,  e  tre  sara- 
cini.  Gli  cristiani  di  questa  provincia  si  hanno  tre  segnali  nel 
volto,  l'uno  si  è  dalla  fronte  insino  a  mezzo  il  naso,  e  uno 
da  catuna  gota;  e  questi  segni  si  fanno  con  ferro  caldo,  che, 
poiché  sono  battezzati  nell'acqua,  si  fanno  questi  cotali  se- 
gni, e  fannogli  per  grande  gentilezza,  e  dicono  eh' è  compi- 
mento di  battesimo.  E  i  saracini  si  hanno  pure  un  segnale, 
il  quale  si  è  dalla  fronte  insino  al  mezzo  il  naso.  Il  re  mag- 
giore dimora  nel  mezzo  della  provincia,  e  i  saracini  dimo- 
rano verso  Edenti,  nella  quale  contrada  messer  san  Tomaso 
convertì  molta  gente,  poscia  se  ne  partìo,  e  andonne  a  Maabar, 
colà  dove  fu  morto.  E  sappiate  che  in  questa  provincia  d' Aba- 
sce si  ha  molti  cavalieri  e  molta  gente  d'arme,  e  di  ciò  hanno 
bisogno,  però  ch'egli  hanno  grande  guerra  col  soldano  d'Edenti 
e  con  quelli  di  Nubia,  e  con  molta  altra  gente.  Ora  si  vi  voglio 
contare  una  novella,  la  quale  avenne  al  re  d'Abasce,  quando 
volle  andare  in  pellegrinaggio. 

Abasce  :  (Nabasce),  PAbissinia,  che  insieme  con  la  Nubia  e  écon 
l'Arabia  (territorio  di  Aden,  Edenti)  formava  la  terza  India,  o 
mezzana  (v.  pag.  3). 

per  grande  gentilezza:  per  segno  di  nobiltà; 

Edenti:  Aden  (v.  cap.  CLXXI). 


DI    M.    MARCO    TOLO  231 


1 


D'una  novella  del  re  d'Abasce. 

Lo  re  d'Abasce  si  ebbe  voglia  di  andare  in  peligrinag- 
gio  al  santo  Sepolcro  di  Cristo.  Ora  gli  con  venia  passare  per 
la  provincia  d'Edenti,  ch'erano  suoi  nemici,  sì  che  fu  consi- 
gliato che  vi  mandasse  uno  vescovo  in  suo  luogo,  sì  che  egli 
vi  mandò  un  santo  vescovo  e  di  buona  vita.  Or  venne  questo 
vescovo  al  Santo  Sepolcro  come  pellegrino,  molto  orrevol- 
mente,  con  molta  bella  compagnia,  e  fatta  la  riverenza  al 
Santo  Sipolcro,  come  si  conveniva,  e  fatta  l'oferta,  sì  si  misse 
per  tornare  al  suo  paese.  E  quando  furono  giunti  a  Edenti, 
e  '1  soldano  l'ebbe  saputo  che  questo  vescovo  v'era,  e  per 
dispetto  del  suo  signore,  sì  '1  fé'  pigliare,  e  dissegli  che  vo- 
leva che  diventasse  Saracino;  e  questo  vescovo,  come  santo 
uomo,  disse  che  non  ne  farebbe  nulla.  Allora  il  soldano  co- 
mandò che  per  forza  gli  fosse  fatto  un  segnale  nel  volto-  sì 
come  a  Saracino;  e,  fatto  che  gli  fu,  lasciollo  andare.  Quando 
questo  vescovo  fu  guarito,  sì  che  egli  poteva  cavalcare,  mos- 
sesi, e  tornossene  al  suo  re;  e  quando  il  re  il  vidde  tornato 
si  ne  fu  molto  allegro,  e  dimandò  del  Santo  Sipolcro  e  di 
tutte  le  cose;  e  quando  seppe  che  per  suo  dispetto  il  sol- 
dano l'avea  così  concio,  volle  morire  di  dolore,  e  disse  che 
questa  onta  vendicherebbe  bene.  Allora  fece  il  re  bandire 
grandissima  oste  sopra  la  provincia  d'Edenti;  fatto  l'appa- 
recchiamento, sì  sì  mosse  il  re  con  tutta  sua  gente,  e  si 
fé'  grandissimo  danno  al  soldano,  e  uccisero  molti  saracini. 
Quando  egli  ebbe  fatto  tutto  il  danno  che  far  poteva,  nò  an- 
dare non  si  poteva  più  innanzi  per  le  troppe  male  vie  che 
v'erano,  sì  si  missono  a  ritornare  in  loro  paese.  E  sappiate 
clic  questi  cristiani  sono  assai  migliore  gente  per  arme  clic 


232  IL   MILIONE 

non  sono  i  saracini.  E  questo  fu  negli  anni  domini  1288.  Da 
che  v'ho  detto  questa  novella, diro vvi  della  vita  di  coloro  di  Aba- 
sce.  La  vita  loro  si  è  riso  e  latte  e  carne,  e  hanno  leonfanti,  e 
non  ch'egli  vi  naschino,  ma  vengonvi  d'altri  paesi.  Nasconvi 
molte  giraffe  e  molte  altre  bestie,  e  hanno  molte  bellissime 
galline,  e  si  hanno  istruzzoli  grandi  come  asini,  o  poco  meno; 
e  si  hanno  molte  altre  cose,  eh'  a  volerle  tutte  contare  sa- 
rebbe troppo  lunga  mena.  Cacciagioni  e  uccellagioni  si  hanno 
assai,  e  si  hanno  pappagalli  bellissimi  e  di  più  fatte,  e  si 
hanno  gatti  mamoni  e  iscimmie  assai.  Ora  avete  inteso  d'Aba- 
sce;  or  vi  vo'  dire  delle  parti  d'Edenti. 

GLXXI. 

Della  provincia  di  Edenti. 

La  provincia  d'Edenti  si  ha  un  signore  eh' è  chiamato  il 
soldano,  e  sono  tutti  saracini,  e  adorano  Malcometto,  e  sono 
grandi  nemici  di  cristiani.  In  questa  provincia  ha  molte  città 

gatti  mamoni:  o  maimoni,  genere  di  scimmie;  pers.  maimun, 
ingl.  babboon,  il  nostro  babbuino. 

Edenti  :  (Adenti,  Denti),  é  il  porto  di  Aden,  all'entrata  del  mar 
Rosso,  nella  provincia  del  Yemen.  Era  abitato  da  saraceni  fa- 
natici che  facevano  gran  commercio  di  mercanzie  e  schiavi 
tra  l'India,  la  costa  orientale  d'Africa  e  1'  Egitto.  Le  mercanzie 
e  spczierie  dell'  India  e  della  Cina  erano  quivi  trasbordate  in 
barche  più  piccole  e  portate  a  Koseir  sul  mar  Rosso  —  non  lungi 
dall'antica  .Berenice —  per  traversare  il  deserto  su  cammelli  fino 
a  Keneh  sul  Nilo,  e  indi  ricaricate  in  barche  arrivavano  al  Cairo 
(Bambellonia)  e  in  Alessandria  lungo  il  canale  Kalij.  Il  porto  di 
Aden,  subordinato  allo  Imam  del  Yemen  sotto  il  regime  turco, 
è  oggi  possedimento  inglese,  al  pari  di  Zeila  che  le  sta  di  contro 
sulla  costa  africana.  Obok,  sulla  stessa  costa  africana,  e  Gibuti, 
testa  di  linea  della  ferrovia  per  la  capitale  odierna  delPAbissi- 
nia  Adis  Abeba,  sono  invece  possedimenti  francesi. 


DT    M.    MARCO    POLO  233 

e  castella,  ed  ha  porto,  ove  tutte  le  navi  d' India  capitano 
con  loro  mercatanzie,  che  sono  molto;  ed  in  questo  porlo 
caricano  i  mercatanti  loro  mercatanzie,  e  mettonle  in  barche 
piccole,  e  passano  giù  per  un  fiume  sette  giornate,  e  poi  le 
I  cavano  delle  barche,  e  caricante  in  su  camelli,  e  vanno  30 
giornate  per  terra;  poscia  truovano  il  mare  d' Alessandra;  e 
per  quel  mare  ne  vanno  le  genti  infino  in  Allessandra;  e  per 
questa  via  e  modo  hanno  i  saracini  d'Allcssandra  il  pepe  ed 
altre  ispezierie  di  verso  Edenti;  e  del  porto  d'Edenti  si  partono 
le  navi,  e  ritornansi  cariche  d'altre  mercatanzie,  e  riportatile 
per  1'  isole  d'  India.  E  sì  recano  gli  mercatanti  medesimi  da 
questo  porto  medesimo  molti  belli  destrieri,  e  menangli  per 
l'isola  d'India:  e  sappiate  che  un  buono  e  bel  cavallo  si 
\cm\e  bene  in  India  100  marchi  d'  ariento.  E  sappiate  che 
il  soldano  d'  Edenti  si  ha  una  rendita  grandissima  delle  ga- 
belle ch'egli  ha  di  queste  navi  e  di  queste  mercatanzie;  e  per 
questa  rendita  eh'  egli  ha  sì  grande,  si  èe  egli  un  grandis- 
simo signore,  un  di  grandi  del  mondo.  E  sappiate  che  quando 
il  soldano  di  Bambellonia  venne  sopra  ad  Acri  ad  oste,  e  '1 
soldano  di  Edenti  gli  fece  aiuto  30  mila  cavalli,  e  40  mila 
camelli  :  e  sappiate  che  questo  aiuto  non  fece  egli  per  bene 
che  gli  volesse,  ma  solo  per  lo  gran  male  ched  egli  vuole 
a'  cristiani,  che  al  soldano  di  Bambellonia  non  volle  egli 
anche  bene.  Or  vi  lascerò  a  dire  di  Edenti,  e  dirovvi  (rima 
grandissima  città,  la  quale  si  è  chiamala  Scier.  nella  quale 
hae  uno  piccolo  re. 

GLXXII. 
Della  città  di  Scier. 

Scier  si  è  una  gran  città,  ed  è  di  lungi  dal  porto  di  Edenti 
100  miglia,  ed  è  sottoposta  ad  un  cónte,  il  quale  è  sotto  il 

Scier:  (Iscier,  Shohcr,  che  significa  castello)  era    un    porto    arabo 
sulla  costa  di  Oman,  frequentato  da  navi  che  trafficavano  tra  il 


234 


IL    MILIONE 


soldano  d'  Edenti,  e  si  ha  molte  castella  sotto  sé,  e  si  man- 
tiene bene  ragione  e  giustizia  ;  e  sono  saracini,  i  quali 
adorano  Malcometto;  e  si  ha  porto  molto  buono,  al  quale  ca- 
pitano molte  navi  le  quali  vengono  dell'India  con  molta  mer- 
catanzia,  e  portanne  molti  e  buoni  cavalli  da  due  selle.  Qui 
si  ha  molti  datteri;  riso  hanno  poco,  biada  vi  viene  d'al- 
tronde assai,  e  si  hanno  pesci  assai,  e  si  hanno  tonni  assai, 
che  per  uno  viniziano  s'  avrebbe  1'  uomo  due  grandi  tonni; 
vino  fanno  di  zucchero  e  di  riso  e  di  datteri.  E  sì  vi  dico 
ch'egli  hanno  montoni  che  non  hanno  orecchie  né  foro,  ma 
colà  dove  debbono  avere  gli  orecchi,  hanno  due  cornetti,  e 
sono  bestie  piccole  e  belle.  E  sappiate  che  danno  a'  buoi  e 
a'  camelli  e  a'  montoni  e  a'  ronzini  piccoli  a  mangfare  pesci: 
e  quest'è  la  vivanda  che  danno  alle  loro  bestie:  e  questo  è 
perchè  in  loro  contrada  sì  non  hae  erba,  perciò  che  ella  è  la 
più  secca  contrada  che  sia  al  mondo.  Gli  pesci  di  che  si  pa- 
scono queste  bestie,  si  pigliano  di  marzo  e  d'aprile  e  di  mag- 
gio, in  sì  grande  quantità  eh'  è  una  maraviglia,  e  seccangli 
e  ripongongli  per  tutto  l'anno,  e  così  gli  danno  a  lor  bestie; 
virila  è  che  le  lor  bestie  vi  sono  sì  avvezze,  che  così  vivi 
come  egliono  escono  dell'acqua,  sì  gli  si  mangiano.  Ancoravi 
dico  ch'egli  hanno  di  molto  buon  pesce,  e  fannone  biscotto, 
che  egli  gli  tagliano  a  pezzuoli,  quasi  di  una  libbra  il  pezzo, 
e  poscia  gli  apiccano  al  sole,  e  fannogli  seccare,  e  quando 
sono  secchi  sì  gli  ripongono,  e  cosi  gli  mangiano  tutto  l'anno 
come  biscotto.  Qui  si  nasce  lo  'ncenso  in  grande  quantità,  e 
fassene  grande  mercatanzia.  Altro  non  ci  ha  da  ricordare: 
partiamoci  di  questa  città  e  andiamo  verso  la  città  a  Dufar. 


golfo  Persico  e  l' India.  Produceva  incenso  e  pesce  sefcco  al  sole 

(biscotto  di  pesce). 
viniziano  :  moneta  d^rgento  che  valeva  mezzo  scudo  (v.  pag.  126). 
virità:  idiotismo  per  verità. 


DI    M.    MARCO    POLO 


235 


GLXXIII. 

Della  città  Dufar. 

Dufar  si  è  una  grande  e  bella  città,  è  di  lungi  da  Scier 
Ó00  miglia,  ed  è  verso  maestro,  e  sono  saracini,  ed  hanno 
per  signore  un  conte,  e  sono  sotto  il  reame  d'  Edenti,  ed 
hanno  anche  porto,  e  sono  di  mercatanzia  quasi  jcome  quegli 
di  sopra.  Dirovvi  in  che  modo  si  fa  lo  'ncenso.  Sappiate  che 
•  sono  certi  albori,  ne'  quali  si  fanno  certe  intaccature,  e  per 
quelle  tacche  escono  gocciole  le  quali  s'  assodano,  e  questo 
si  ò  lo  'ncenso.  Ancora  per  lo  molto  gran  caldo  che  v'è,  si 
nascono  in  questi  cotali  albori  certe  galle  di  gomma,  la  quale 
si  è  anche  incenso.  E  di  cavagli,  che  vengono  di  Arabia  e 
vanno  in  India,  si  fa  grandissima  mercatanzia.  Or  vi  voglio 
contare  del  golfo  di  Galatu,  e  come  istà,  e  che  città  ella  è. 


CLXXIV. 


Della  città  di  Calatu. 


i  Calatu  si  è  una  grande  città,  ed  è  dentro  dal  golfo  elio 
-i  chiama  Galatu,  ed  è  di  lungi  da  Dufar  500  miglia  verso 
maestro,  ed  ò  una  nobil  città  sopra  il  mare,  e  tutti  sono  sa- 
racini, e  adorano  Malcometto.  Qui  non  ha  biada;  ma  per  lo 


Dufar:  (Durfar,  Dafar),  altro  scalo  arabo,  600  miglia  più  al  nord 
di  Scier.  Il  suo  posto  è  oggi  preso  dal  porto  di  Mascate.  Anche 
questo  paese  caldissimo  produce  molto  incenso  dalla  bosivellia 
ih  uri  fera,  che  viene  esportato  a  Bombay. 

Calatu  :  dall'arabo  Kalat  che  significa  castello  o  fortezza  (v.  pag.  2^ 
e  137),  era  un  altro  porto  sulla  costa  di  Oman,  a  nord  di  Ma- 
scate. 


236 


IL   MILIONE 


buon  porto  che  v'è,  sì  vi  capitano  molte  navi,  che  vi  recano 
assai  della  biada  e  de  l'altre  cose  assai.  La  città  si  è  posta 
sulla  bocca  del  golfo  di  Calatu,  sì  che  vi  dico  che  veruna 
nave  vi  può  passare  né  usare  senza  la  volontà  di  questa 
città.  Partiamoci  di  qui,  e  andiamo  ad  una  città  c'ha  nome 
Gurmoso,  di  lungi  di  Calatu  300  miglia,  tra  tramontana  e 
maestro.  Ma  chi  si  partisse  di  Galatu,  e  tenesse  tra  maestro 
e  ponente,  andrebbe  500  miglia,  e  troverebbe  la  città  di  Ghisi. 
Udirete  della  città  di  Gurmoso  ove  noi  arivàmo. 


GLXXV. 
.Della  città  di  Curmoso. 

Gurmoso  èe  una  gran  città,  la  quale  è  posta  in  sul  mare, 
ed  è  fatta  quasi  come  quella  di  sopra.  In  questa  città  ha 
sì  grandissimo  caldo,  che  a  pena  vi  si  può  campare,  se  non 
che  egli  hanno  ordinato  ventiere,  che  fanno  venire  vento  alle 
loro  case,  nò  altrimenti  non  vi  camperebbero.  Non  vi  vo'  dire 
di  questa  città  più  nulla,  perciò  che  ci  converrà  tornare  qui, 
ed  alla  ritornata  vi  diremo  tutti  i  fatti  ch'abbiamo  lasciati. 
E  dirovvi  della  Gran  Turchia,  ove  noi  entràmo. 


Curmoso  :  Hormuz  (v.  pag.  29)  all'entrata  del  golfo  Persico. 

Chisi  :  isoletta  posta  di  faccia  ad  Hormuz  (v.  pag.  22). 

ventiere:  non  sono  ventilatori  sospesi  come  i  punkak  dell'  India  e 
feng-shan  della  Cina,  ma  torri  in  mattoni,  dette  badgis,  le  cui 
aperture  attirano  il  vento  nelle  camere  sotterranee,  dove  gli  abi- 
tanti sono  costretti  a  rifugiarsi  nelle  torride  giornate  dei  giorni 
estivi. 


DI   M.    MARCO    POLO  237 


GLXXVL 
Della  Gran  Turchia. 

Turchia  si  ha  un  re  c'iia  nome  Gaidu,  lo  quale  è  nipote 
del  Gran  Cane,  clic  fu  figliuolo  d'uno  suo  fratello  cugino. 
|,  Questi  sono  Tarteri,  valentri  uomeni  d'arme,  perchè  sempre 
istanno  in  guerra  e  in  briglie.  Questa  Gran  Turchia  è  verso 
maestro.  Quando  l'uomo  si  parte  da  Gurmoso,  e  passa  per  lo 
fiume  di  Geon,  e  dura  di  verso  tramontana  insino  alle  terre 
del  Gran  Cane,  sappiate  eh'  e'  truova  Gaidu.  E  tra  questo 
Gaidu  e  lo  Gran  Cane  si  ha  grandissima  guerra,  perchè  Gaidu 
vorrebbe  conquistare  parte  delle  terre  del  Gatai  e  de' Mangi; 
ma  il  Gran  Cane  vuole  che  lo  seguiti,  sì  come  fanno  gli  altri 
che  tengono  terra  da  lui:  questi  noi  vuol  fare,  perchè  non 
si  fida,  e  perciò  sono  istate  tra  loro  molte  battaglie.  E  si  fa 
questo  re  Caidu  bene  100  mila  cavalieri;  e  più  volte  hae 
isconfitto  i  baroni  e  i  cavalieri  del  Gran  Cane,  perciò  che 
questo  re  Caidu  è  molto  prode  dell'arme,  egli,  e  sua  gente. 
Or  sappiate  che  questo  re  Gaidu  avea  una  sua  figliuola,  la 
(piale  era  chiamata  in  tartaresco  Aigiarne,  cioè  viene  a  dire 
in  latino,  lucente  luna.  Questa  donzella  era  sì  forte  che 
non  si  trovava  persona  che  vincere  la  potesse  di  veruna  prova; 
lo  re  suo  padre  sì  la  volle  maritare:  quella  disse  che  mai 
non  si  mariterebbe  s'ella  non  trovasse  un  gentile  uomo  che 

La  gran  Turchia:  detta  anche  Tartaria  o  Bukaria,  era  la  regione 
del  Turkestan,  dalPOxus  all'  Irtisch,  governata  da  Caydù,  il  ni- 
pote ribelle  del  Gran  Cane  e  suo  mortale  nemico  (v.  pag.  83  e  84). 
Sua  figlia  Aigiarne  (lucente  luna)  ricorda  Brunilde,  l'eroina  dei 
Nibelunghi. 

fiume  di  Geon  :  POxus  (Amie  Daria)  che  segnava  il  confine  fra  i 
Tartari  del  Levante  e  quelli  del  Ponente. 


238  IL    MILIONE 

la  vincesse  di  forza  o  d'altra  pruova.  Lo  re  si  le  aveva  lar- 
gito eh'  ella  si  potesse  maritare  a  sua  volontà.  Quando  la 
donzella  ebbe  questo  dal  re,  sì  ne  fu  molto  allegra  ;  e  allora 
mandò  per  tutte  le  contrade,  che,  se  alcuno  gentile  uomo  fosse 
che  si  volesse  provare  colla  figliuola  del  re  Gaidu,  si  andasse 
a  sua  corte,  sappiendo  che,  qual  fosse  quegli  che  la  vincesse, 
ella  il  terrebbe  per  suo  marito.  Quando  la  novella  fu  saputa, 
per  ogni  parte  eccoti  venire  molti  gentili  uomeni  alla  corte 
del  re  ;  or  fu  ordinata  la  pruova  in  questo  modo.  Nella 
mastra  sala  del  palagio  si  era  lo  re  e  la  reina  con  molti  ca- 
valieri e  con  molte  donne  e  donzelle,  ed  ecco  venire  la  don- 
zella tutta  sola,  vestita  d'una  cotta  di  zendado  molta  accon- 
cia. La  donzella  era  molto  bella  e  ben  fatta,  di  tutte  bellezze. 
Or  conveniva  che  si  levasse  il  donzello  che  si  voleva  pro- 
vare con  lei,  a  questi  patti  coni' io  vi  dirò:  che  se  '1  donzello 
vincesse  la  donzella,  ella  lo  dovea  prendere  per  suo  marito, 
ed  egli  dovea  avere  lei  per  sua  moglie  :  e  se  cosa  fosse  che 
la  donzella  vincesse  l'uomo,  si  conveniva  che  l'uomo  desse 
a  lei  100  cavalli;  e  in  questo  modo  avea  la  donzella  guada- 
gnati ben  10  mila  cavagli.  E  sappiate  che  questo  non  era 
maraviglia,  che  quella  donzella  era  sì  ben  fatta  e  sì  infor- 
mata, eh'  ella  pareva]  pure  una  gigantessa.  Eravi  venuto 
un  donzello,  lo  quale  era  figliuolo  del  re  di  Pumar,  per  pro- 
varsi con  questa  donzella  ;  e  menò  seco  molta  bella  e  nobile 
compagnia,  e  si  menò  100  cavagli  per  mettere  alla  pruova; 
ma  '1  core  li  stava  molto  franco  di  vincere,  e  di  ciò  gli  pa- 
reva essere  troppo  bene  sicuro:  e  questo  fu  nel  1280  anni. 
Quando  il  re  Gaidu  vidde  venire  questo  donzello,  si  ne  fu  molto 
allegro,  e  molto  desiderava  nel  suo  cuore  che  questo  don- 
zello la  vincesse,  perciò  eh'  egli  era  bel  giovane  e  figliuolo 
di  un  gran  re  :  e  allora  si  fece  pregare  la  figliuola  che  si  la- 
sciasse vincere  a  costui;  ed  ella  sì  rispuose:  sappiate,  padre, 
che  per  veruna  cosa  del  mondo  non  farei  altro  che  diritto  e 
ragione.  Or  eccoti  la  donzella  entrata  nella  sala  alla  pruova; 


DI    M.     MANCO    POLO 


230 


tutta  la  gente  che  stava  a  vedere  pregavano  che  desse  a  per- 
dere alla  donzella,  acciò  che  così  bella  coppia  fossero  accom- 
pagnali insieme.  V]  sappiate  che  questo  donzello  era  forte  e 
prode,  e  non  trovava  uomo  che  '1  vincesse,  nò  che  si  potesse 
con  lui  in  ogni  pruova.  Or  vennono  insieme  il  donzello  e  la 
donzella  alle  prese,  e  furonsi  presi  insieme  alle  braccia,  e 
feciono  una  molto  bella  incominciata,  ma  poco  durò,  chò 
con  venne  pure  che  il  donzello  perdesse  la  prova.  Allora  si 
levò  in  sulla  sala  il  maggior  duolo  del  mondo,  perchè  il 
donzello  avea  cosi  perduto,  ch'era  uno  de' piue  belli  uomeni 
che  vi  fosse  ancora  venuto,  o  che  mai  fosse  veduto;  e  al- 
lotta ebbe  la  donzella  questi  100  cavalli,  e  M  donzello  si 
partìo,  ed  andossene  in  sua  contrada  molto  vergognoso.  E 
voglio  che  voi  sappiate  che  lo  re  Gaidu  menò  questa  sua 
figliuola  in  più  battaglie;  e  quando  ella  era  alla  battaglia, 
ella  si  gittava  fra'  nemici  sì  fieramente,  che  non  era  cava- 
liere sie  ardito  né  sì  forte  ch'ella  noi  prendesse  per  forza,  e 
menavalo  via;  e  faceva  molte  prodezze  d'arme.  Or  lasciamo 
di  questa  materia,  e  udirete  d'  una  battaglia  che  fu  tra  lo 
re  (laidu  ed  Argo,  figliuolo  dello  re  Albaga,  signore  del  Le- 
vante. 

GLXXVII. 
D'  una  battaglia. 


Sappiate  che  lo  re  Albaga,  signore  del  Levante,  si  tiene 

molte  terre  e  molte  provincie  e  confina  le  terre  sue  con  quelle 

del  re  Gaidu,  cioè,  dalla  parte  dell'Albero  solo,  lo  quale  noi 

I riamiamo  l'Albero  secco.  Lo  re  Albaga,  per  cagione  che  lo 


Argo  :  Arcon  re  dei  Tartari  del  Levante  (v.  pag.  13). 
Albaga  :  Abaka,  pronipote  di  Cinghis  Khan  (v.  pag.  13). 
Albero  solo  :  v.  pag.  37. 


240  IL    MILIONE 

re  Caidu  non  facesse  danno  alle  terre  sue,  si  mandò  il  suo 
figliuolo  Argo  con  grande  gente  a  cavallo  e  a  piede  nelle  con- 
trade dell'Albero  solo  infine  al  fiume  di  Geon,  perchè  guar- 
dasse quelle  terre  che  sono  alli  confini.  Ora  avvenne  che  lo 
re  Caidu  si  mandò  un  suo  fratello,  molto  valentre  cavaliere, 
lo  quale  avea  nome  Barac,  con  molta  gente,  per  fare  danno 
alle  terre  ove  questo  Argo  era.  Quando  Argo  seppe  che  co- 
storo venivano,  fece  asembiare  sua  gente,  e  venne  incontro 
a'  nemici.  Quando  furono  asembiati  l'una  parte  e  l'altra,  e 
gli  istormenti  cominciarono  a  sonare  dall'una  parte  e  dall'al- 
tra, allora  fu  cominciata  la  più  crudele  battaglia  che  mai 
fosse  veduta  al  mondo  ;  ma  pure  alla  fine  Barac  e  sua  gente 
non  poterono  durare  ;.  sì  che  Argo  gli  sconfisse,  e  cacciogli 
al  di  là  dal  fiume.  Da  che  n'  abbiamo  cominciato  a  dire 
d'Argo,  dirovvi  coni'  egli  fu  preso,  e  com'  egli  signoreggiò 
poscia,  dopo  la  morte  di  suo  padre. 

Quando  Argo  ebbe  vinta  questa  battaglia,  vennegli  no- 
velle che  lo  padre  era  passato  di  questa  vita.  Quand'egli  in- 
tese questa  novella,  fiume  molto  cruccioso,  e  mossesi  per 
venire  a  pigliare  la  signoria;  ma  egli  era  di  lungi  bene  40 
giornate.  Ora  avenne  che  il  fratello  che  fu  d'Albaga,  lo  quale 
si  era  soldano  ed  era  fatto  Saracino,  sì  vi  giunse  prima  che 
giugnesse  Argo,  e  incontanente  entrò  in  sulla  signoria,  e  ri- 
formò la  terra  per  sé,  e  si  vi  trovò  sì  grandissimo  tesoro, 
che  a  pena  si  potrebbe  credere  ;  e  si  ne  donò  sì  largamente 
a'  baroni  e  a'  cavalieri  della  terra,  che  costoro  dissoro  che 
mai  non  volevano  altro  signore.  Questo  soldano  faceva  a  tutta 
gente  appiacere  e  onore.  Ora  quando  il  soldano  seppe  che 
Argo  veniva  con  molta  gente,  sì  si  apparecchiò  con  tutta  sua 


asembiare  :  raccogliere  (cfr.  il  nostro  assemblea). 
il  fratello  che  fu  d'Albaga:   Achomat,  fratello  di  Abaka  e  zio  di 
Àrcon,  rinnegato  e  usurpatore. 


DI    M.    MARCO    POLO  241 

gente  e  fece  tutto  suo  i sforzo  in  una  settimana.  E  questa 
gente  per  amore  del  soldano  andavano  molto  volentieri  con- 
ilo ad  Argo,  per  pigliarlo  e  per  ucciderlo  a  tutto  loro  podere. 

Quando  il  soldano  ebbe  fatto  tutto  suo  isforzo,  sì  si  mis- 
sono  e  andarono  incontro  ad  Argo,  e  quando  fu  presso  a  lui, 
sì  si  attendò  in  un  molto  bel  piano,  e  disse  alla  sua  gente: 
signori,  e'  ci  conviene  essere  prodi  uomeni,  però  che  noi  di- 
ie  udiamo  la  ragione,  che  questo  regno  fu  del  mio  padre:  il 
mio  fratello  Albaga  si  lo  ha  tenuto,  quanto  a  tutta  sua  vita, 
ed  io  sì  doveva  avere  lo  mezzo,  ma  per  cortesia  sì  glielo 
lasciai.  Ora  da  ch'egli  ò  morto,  si  è  ragione  che  io  1'  abbia 
lutto;  ma  io  sì  vi  dico,  eh'  io  non  voglio  altro  che  1'  onore 
della  signoria,  e  vostro  sia  tutto  il  frutto.  Questo  soldano 
avea  bene  40  mila  cavalieri  e  grande  quantità  di  pedoni.  La 
gente  rispuosono  e  dissoro  tutti  che  andrebbono  con  lui  in- 
sino  alla  morte. 

Argo,  quando  seppe  che  '1  soldano  era  attendato  apresso 
di  lui,  ebbe  sua  gente,  e  disse  così:  signori  e  fratelli  ed 
amici  miei,  voi  sapete  bene  che  '1  mio  padre  insino  che  egli 
vivette  egli  vi  tenne  tutti  per  fratelli  e  per  figliuoli,  e  sa- 
pete bene  come  voi  e  vostri  padri  siete  istati  con  lui  in 
molte  battaglie,  e  a  conquistare  molte  terre;  e  sì  sapete 
bene  come  io  sono  suo  figliuolo,  e  com'egli  vi  amò  assai,  ed 
io  ancora  sì  v'amo  di  tutto  il  mio  cuore;  dunque  è  bene  ra- 
gione che  voi  m'atiate  riconquistare  quello  che  fu  del  mio 
padre  e  vostro,  ch'è  contro  colui  che  viene  contro  a  ragione, 
e  vuoici  deretare  delle  nostre  terre,  e  cacciare  via  tutte  le 
nostre  famiglie.  E  anche  sapete  bene  ch'egli  non  è  di  no- 
stra  legge,  ma  è  Saracino  e  adora  Malcometto;  ancora  vedete 
come  sarebbe  degna  cosa  che  gli  saracini  avessono  signoria 

fece  tutto  suo  isforzo  :  raccolse  tutto  il  suo  esercito. 
atiate  :  arcaismo  per  aiutiate. 
deretare  :  diseredare. 

Marco  Polo.  —  11  Milione.  ir, 


242  IL    MILIONE 

sopra  gli  cristiani:  dacché  voi  vedete  bene  ch'egli  è  così, 
ben  dovete  essere  prodi  e  vaientri.  Sì  come  buoni  fratelli 
m'aitate  in  difendere  lo  nostro,  ed  io  hoe  isperanza  in  Dio 
che  noi  il  metteremo  a  morte,  sì  come  egli  è  degno;  perciò 
sì  vi  prego  catuno  che  facciate  più  che  suo  podere  non  porta, 
sì  che  noi  vinciamo  la  battaglia.  Li  baroni  e  li  cavalieri, 
quando  ebbono  inteso  il  parlamento  che  avea  fatto  Argo,  tutti 
rispuosono  e  dissono  ch'egli  avea  detto  bene  e  saviamente; 
e  fermarono  tutti  comunemente  che  volevano  innanzi  morire 
con  lui,  che  vivere  sanza  lui,  o  che  niuno  gli  venisse  meno. 
Allora  si  levò  un  barone,  e  disse  ad  Argo  :  messere,  ciò  che 
avete  detto  èe  tutto  verità,  ma  sì  voglio  dir  questo,  che  a 
me  si  parebbe  che  si  mandassono  ambasciadori  al  soldano 
per  sapere  la  cagione  di  quello  che  fa,  e  per  sapere  quello 
che  vuole  :  cosie  fue  fermato  di  fare.  E  quando  egliono  eb- 
bono questo  fermato,  feciono  due  ambasciadori,  che  andas- 
sono  al  soldano  ed  isponessongli  queste  cose,  come  in  tra 
loro  non  dovea  essere  battaglia,  perciò  ch'erano  una  cosa;  e 
che.  '1  soldano  dovesse  lasciare  la  terra,  e  renderla  ad  Argo. 
Lo  soldano  rispuose  agli  ambasciadori,  e  disse:  andate  ad 
Argo,  e  ditegli  eh'  io  il  voglio  tenere  per  nipote  e  per  figliolo, 
sì  com'  io  debbo;  e  che  gli  voleva  dare  signoria,  ch'egli  si 
venisse  e  che  istesse  sotto  lui;  ma  non  voleva  che  egli  fosse 
signore  ;  e  se  così  non  vuol  fare,  sì  gli  dite  che  si  apparec- 
chi della  battaglia. 

Argo,  quando  ebbe  intesa  questa  novella,  ebbe  grande  ira, 
e  disse:  non  ci  è  da  udire  nulla.  Allora  si  mosse  con  sua  gente, 
e  fu  giunto  al  campo  ove  dovea  essere  la  battaglia;  e  quando 
furono  aparecchiati  l'una  parte  e  1'  altra,  e  gli  istormenti  co- 
minciarono a  suonare  da  ciascuna  parte,  allora  si   cominciò 

catuno  :  ciascuno. 

il  parlamento  :  il  parlare,  il  discorso. 

non  ci  è  da  udire  nulla  :  ogni  discorso  6  inutile. 


DI    M.    MARCO    POLO  2l 

la  battaglia  molto  forte  e  molto  crudele  da  ciascuna  delle  parli. 
Argo  fece  il  dì  grandissima  prodezza,  egli  e  sua  gente,  ma  non 
gli  valse.  Tanto  fu  la  disaventura  che  Argo  si  fu  preso,  e 
perde  allora  nella  battaglia  del  soldano.  Si  era  uno  uomo  molto 
lussurioso,  sì  che  si  pensò  di  tornare  alla  terra,  e  di  pigliare 
molle  hello  donne  che  v'erano;  allora  si  partìo,  e  lasciò  un  suo 
vicaro  nell'oste,  eh'  avea  nome  Melich,  che  dovesse  guar- 
dare bene  Argo;  e  così  se  ne  andò  alla  terra,  e  Melich  ri- 
mase. 

Ora  a  venne  che  un  barone  tallero,  lo  quale  era  aguale 
sotto  il  soldano,  viclde  il  suo  signore  Argo,  lo  quale  dovea 
essere  di  ragione:  vennegli  un  gran  pensiero  al  quore,  e  l'ani- 
mo gli  cominciò  a  gonfiare  :  e  diceva  infra  se  stesso  che  male 
gli  pareva  che  '1  suo  signore  fosse  preso,  e  pensò  di  fare  suo 
podere  sì  ch'egli  fosse  lasciato;  e  allora  cominciò  a  parlare 
con  altri  baroni  dell'oste.  E  a  ciascuno  parve  in  buon  volere  e 
in  buon  animo  di  volersi  pentere  di  cioè  ch'avevano  fatto.  E 
quando  furono  bene  accorciati,  un  barone  ch'avea  nome  Baga 
si  fue  cominciatore,  e  levaronsi  suso  tutti  a  romore,  e  anda- 
rono alla  prigioue  dove  Argo  era  preso,  e  dissongli  com'egli 
s'erano  riconosciuti,  e  che  aveano  fatto  male,  e  che  volevano 
ritornare  alla  misericordia  e  fare  e  dire  bene,  e  lui  tenere  per 
signore;  e  così  s'accordarono;  e  Argo  perdonò  loro  tutto  ciò 
elf  aveano  fatto  contra  di  lui.  E  incontanente  si  mossono  tutti 
questi  baroni,  e  andarono  al  padiglione  dov'era  Melich,  lo 
vicaro  del  soldano,  ed  ebbonlo  morto;  ed  allora  tutti  quelli 
dell'oste  si  confermarono  Argo  per  loro  diritto  signore. 

Di  presente  giunse  la  novella  al   soldano,   come    il  fatto 

Si  era  un  uomo  :  il  soggetto  ò  il  soldano,  ossia  Machomat. 
doveva  essere  di  ragione:  Aroon,  benché  sconfitto,  era  il  sovrano 

legittimo  perchè  figlio  del  re  defunto. 
quore  :  per  cuore. 
pentere  :  arcaismo  per  pentire. 


244  IL   MILIONE 

era  istato,  e  come  Melich  suo  vicaro  era  morto.  Quando  ebbe 
inteso  questo,  si  ebbe  gran  paura,  e  pensossi  di  fuggire  in 
Bambellonia,  e  missesi  a  partire  con  quella  gente  che  avea. 
Un  barone,  lo  quale  era  grande  amico  d'Argo,  si  stava  ad  un 
passo,  e  quando  lo  soldano  passava,  sì  l'etóbe  conosciuto,  e 
incontanente  gli  fu  dinanzi  in  sul  passo,  ed  ebbolo  preso  per 
forza,  e  menollo  preso  dinanzi  ad  Argo  alla  città,  che  v'era 
già  giunto  di  tre  dì.  E  Argo,  quando  il  vidde,  sì  ne  fu  molto 
allegro,  e  incontanente  comandò  che  gli  fosse  dato  la  morte, 
sì  come  a  traditore.  Quando  fu  così  fatto,  ed  Argo  mandò  un 
suo  figliuolo  a  guardare  le  terre  dell'  Albero  solo,  e  mandò 
con  lui  trenta  mila  cavalieri.  A  questo  tempo  che  Argo  en- 
trò nella  signoria  correa  anni  1285,  e  regnò  signor  6  anni, 
e  fu  avelenato,  e  cosie  morio.  E  morto  che  egli  fu  Argo,  un 
suo  zio  entrò  nella  signoria  (perchè   il   figliuolo  d'Argo  era 
molto  di  lungi),  e  tenne  la  signoria  due  anni,  e  in  capo  di 
due  anni  fue  anche  morto   di   beveraggio.  Or  vi  lascio  qui, 
che  non  ci  hae  altro  da  dire,  e  dirovvi  un  poco  delle  parti 
di  verso  tramontana. 

• 

GLXXVIII. 

Delle  parti  di  verso  tramontana. 

In  tramontana  si  ha  un  re  eh'  è  chiamato  lo  re  Ghonci, 
e  sono  tarteri,  e  sono  genti  molto  bestiali.  Costoro  si  hanno 

un  suo  figliuolo  :  Gazan,  che  fattosi  musulmano,  salì  poi  al  trono  di 

Persia  nel  1295  col  nome  di  Mahmud  Gazui  e  sposò  la  principessa 

Kokatiu,  destinata  al  padre  (v.  pag.  14). 
un  suo  zio  :  Acatu  o  Kiakatu  (v.  pag.  14)  che  resse  il  trono  mentre 

Gazan  era  a  combattere. 
In  tramontana:  a  nord  della  Tsungaria  vivovano  altri  Tartari  detti 

Tungusi  e  Yakuti,  dediti  alla  pastorizia,  e  alla  pesca.  Essi  erano 


DI    M.    MARCO    POLO  245 

un  loro   doinenedio  fatto  di  feltro,  e  chiamanlo  Fattigai,  e 
fannogli  anche  la  moglie,  e  dicono  che  sono  gì'  iddìi  terreni, 
che  guardano  tutti  i  loro  beni  terreni,  e  così  li  danno  man- 
giare, e  fanno  a  questo  cotale  iddio,  secondo  che   fanno  gli 
altri  iarteri,  de'  quali  v'abbiamo  contato  adrietro.  Questo  re 
Chonci  è  della  ischiatta  di  Cinghys  Cane,    ed  è  parente  del 
Gran  Cane.  Questa  gente  non  hanno  città  nò  castella,  anzi  si 
stanno  sempre  o  in  piani  o  in  montagne,  e  sono  grande  gente 
delle  persone:  vivono  di  latte  di  bestie  e  di  carne;  biada  non 
hanno,  e  non  son  gente  che  mai  facciano  guerra  ad  altrui, 
anzi  istanno  tutti  in  grande  pace,  e  hanno  molte  bestie,   ed 
hanno  orsi  che  sono  tutti  bianchi,  e  sono  lunghi  20  palmi, 
ed  hanno  volpi  che  sono  tutte  nere,  e  asini  salvatichi  assai, 
e  hanno   giambelline,  cioè,  quelle  di  che    si   fanno   le  care 
pelle,  che  una  pelle,  da  uomo,  vai  bene  1000  bisanti;  e  vaj 
hanno  assai.  Questo  re  si  è  di  quella  contrada  dove  i  cava- 
gli non  possono  andare,  perciò  che  v'ha  grandi  laghi  e  molte 
fontane,  e  sonvi  i  ghiacci  sì  grandi  che  non  vi  si  può  menare 
cavallo;  e  dura  questa  mala  contrada  13  giornate:  ed  in  capo 
di  ciascuna  giornata  si  ha  una  posta,  ove  albergano  i  messi 
che  passano  e  che  vengono.  E  a  catuna  di  queste  poste  istanno 
40  cani;  i  quali  istanno  per  portare  gli  messaggi  dall'una  po- 
sta all'altra,  sì  coni.'  io  vi  dirò.  Sappiate  che  queste  13  gior- 

governati  dal  re  Chonci,  parente  del  Gran  Cane,  rappresentavano 
il  loro  idolo  Fattigai  (o  Natigai,  v.  pag.  68)  creatore  del  cielo  e 
della  terra,  col  materiale  più  alla  mano,  il  feltro.  Il  paese  forni- 
sce preziose  pelliccie  di  orsi  bianchi,  volpi  nere,  giambellini  o 
zibellini,  vai  (martore),  ermellini  e  coccolini.  Essi  non  usano  ca- 
valli, ma  tregge  (russo  troschlca),  o  slitte,  formate  da  un'asse  ri- 
curva fissata  non  su  ruote  ma  su  pattini,  che  tirate  da  cinque  o 
sei  cani,  scivolano  sul  ghiaccio  o  sulla  terra  indurita  dal  gelo  con 
la  velocità  del  vento.  Queste  tregge  armate  di  velo  servono  per  lo 
corse  sportive  sul  fiume  e  sulle  circostanti  paludi  ghiacciate  du- 
rante T  inverno  anche  a  Tiensin. 


246  IL   MILIONE 

nate  si  sono  due  montagne,  e  tra  queste  due  montagne  si  ha 
una  valle,  e  in  questa  valle  è  sì  grande  il  fango  e  il  ghiaccio, 
che  cavallo  non  vi  potrebbe  andare  ;  e  fanno  ordinare  tregge 
sanza  ruote,  che  le  ruote  non  vi  potrebbono  andare,  però 
ch'elle  si  fìccherebbono  tutte  nel  fango,  e  per  lo  ghiaccio 
correrebbono  troppo.  In  su  questa  treggia  pongono  un  cuoio 
d'orso,  e  vannovi  suso  questi  cotali  messaggi,  e  questa  treg- 
gia mena  sei  di  questi  cani,  e  questi  cani  sanno  bene  la  via, 
e  vanno  infino  all'altra  posta,  e  così  vanno  di  posta  in  po- 
sta tutte  queste  13  giornate  di  quella  mala  via,  e  quegli  che 
guarda  la  posta  si  monta  in  su  'n  una  altra  treggia,  e  me- 
nangli  per  la  migliore  via.  E  sì  vi  dico,  che  gli  uomeni  che 
stanno  su  per  queste  montagne  sono  buoni  cacciatori,  e  pi- 
gliano di  molte  buone  bestiole,  e  fannone  molto  grande  gua- 
dagno, sì  come  sono  giambellini  e  vaj  ed  ermellini  e  coccolini 
e  volpi  nere  e  altre  bestie  assai,  onde  si  fanno  le  care  pelli; 
e  piglianle  in  questo  modo,  eh'  e'  fanno  loro  reti  che  non 
ve  ne  può  campare  veruna.  Qui  si  ha  grandissima  freddura. 
Andiamo  più  innanzi,  e  udirete  quello  che  noi  troviamo,  ciò 
fu  la  Valle  iscura. 

GLXXIX. 
Della  Valle  iscura. 

Andiamo  più  innanzi  per  tramontana,  e  trovàmo  una  con- 
trada chiamata  Iscurità,  e  certo  ella  hae  bene  nome  a  ragione, 
ch'ella  è  sempre  mai  iscura;  quivi  sì  non  appare  mai  sole 

Valle  iscura  :  era  un  nome  generico  per  le  contrade  nordiche  abi- 
tate da  Finni  e  Lapponi.  I  nomi  di  Scythi,  Scoti,  Gothi  come 
quelli  di  Korkas,  Turki,  Kirghiz  derivano  da  una  stessa  radice 
seti  (cu,  tu)  che  significa  scuro,  ascoso;  genti,  cioè,  della  valle 
scura  o  remota  di  tramontana  —  il  Turan,  in  contrapposto  alla 
terra  del  sole  raggiante,  Arya. 


DI    M.    MARCO    POLO  247 

uè  luna  aè  stello,  sempre  mai  v'  è  notte;  la  gente  che  v'  è 
vivono  come  bestie,  e  non  hanno  signore.  Ma  talvolta  vi  man- 
dono  gli  tarteri  com'  io  vi  dirò:  che  gli  uomeni  che  vi  hanno 
si  tolgono  giumente  ch'abbiano  puledri  dietro,  e  lasciano  gli 
puledri  di  fuori  dalla  scurità,  e  poi  vanno  rubando  ciò  che 
possono  trovare,  e  poi  le  giumente  ritornano  a'  loro  pulledri 
di  fuori  dalla  iscurità;  e  in  questo  modo  riede  la  gente  che 
vi  si  mette  ad  andare.  Queste  genti  hanno  molto  di  queste 
pelli  cosi  care  ed  altre  cose  assai,  perciò  che  sono  maravi- 
gliosi  cacciatori,  e  ammassono  molto  di  queste  care  pelli  che 
avemo  contato  di  sopra.  La  gente  che  vi  sta,  son  gente  pa- 
lida  e  di  mal  colore.  Partiamoci  di  qui,  e  andiamone  alla 
città  di  Rossia. 

(jLXXX. 

Della  provincia  di  Rossia. 

Rossia  èe  una  grandissima  provincia  verso  tramontana,  e 
sono  cristiani,  e  tengono  maniera  di  greci,  ed  havvi  molti  re, 
e  hanno  loro  linguaggio,  e  non  rendono  trebuto  se  non  ad 
uno  re  di  tartari,  e  quello  è  poco.  La  contrada  si  ha  fortis- 
simi passi  ad  entrarvi.  Costoro  non  sono  mercatanti,  ma  si 
hanno  assai  delle  pelle  che  abbiamo  detto  di  sopra.  La  gente 
è  molto  bella,  maschi  e  femmine,  sono  bianchi  e  biondi,  e 
sono  semprici  genti.  In  questa  contrada  si  ha  molte  argen- 
tiere, e  càvanne  molto  argento.  In  questo  paese  non  ha  altro 
da  dire:  dirovvi  della  provincia  la  quale  ha  nome  Lacca,  per- 
dio confina  colla  provincia  di  Rossia. 

Rossia  :  la  Russia  fu  per  tre  secoli  sotto  il  dominio  tartaro. 


248  IL    MILIONE 


GLXXXI. 
Della  provincia  di  Lacca. 

Quando  noi  ci  partiamo  di  Rossia  sie  entriamo  nella  pro- 
vincia di  Lacca;  qui  troviamo  gente  che  sono  di  cristiani  e 
di  saracini.  Non  ci  ha  quasi  altra  novità  che  abbiamo  da 
quelle  di  sopra;  ma  vovvi  dire  d'una  cosa  che  m'era  dimen- 
ticata della  provincia  di  Rossia.  In  quella  provincia  si  ha  sì 
grandissimo  freddo,  che  a  pena  vi  si  può  campare,  e  dura 
infino  al  mare  occeano.  Ancora  vi  dico  che  v'ha  isole  dove 
nascono  molti  girfalchi  e  molti  falconi  pellegrini,  i  quali  si 
portano  per  più  parti  del  mondo;  e  sappiate  che  da  Rossia 
ad  Orbeche  non  v'ha  grande  via,  ma  per  lo  grande  freddo 
che  v'è,  sì  non  vi  si  può  te  bene  andare.  Or  vi  lascio  a  dire 
di  questa  provincia,  che  non  ci  ha  altro  da  dire,  e  vogliovi 
dire  un  poco  di  tarteri  di  ponente  e  di  loro  signore,  e  quanti 
signori  hanno  avuti.  Comincio  del  primo  signore. 

GLXXXII. 
De'  signori  de'  tarteri  del  ponente. 

Lo  primo  signore  ch'ebbono  gli  tarteri  del  ponente  si  fu 
uno  ch'ebbe  nome  Frai.  Questo  Frai  fu  uomo  molto  possente, 

Lacca  :  Walacchia,  che  fa  parte  dell'attuale  regno  di  Romenia. 

Orbeche  :  la  Bukaria  o  Turkestan,  la  quale  allora  non  comunicava 
con  la  Russia  settentrionale  per  causa  del  gran  freddo.  I  tartari 
invasero  la  Russia  dalle  regioni  del  Caspio,  dove  s'  era  stabilita 
l'orda  d'oro,  la  Kipekak  di  Sain  e  di  Batu. 

Frai  :  o  Sain,  fu  il  primo  re  dei  tartari  di  ponente,  che  conquistò  la 
Russia  e  la  Walacchia,  la  Germania  della  Vistola  (Che?nanm)  e 
la  terra  degli   Alani,  dal  Caucaso  al  Don  (Alania),  la  terra  dei 


DI   M.    MARCO    POLO  249 

e  conquistò  molte  Provincie  e  molte  terre,  che  egli  conquistò 
Rossia  e  Chemania  e  Alania  e  Lacca  e  Megia  e  Ziziri  e  Scozia 

e  Gazaria.  Oneste  furono  tutte  prese  per  cagione  che  non  si 
tenevano  insieme,  che  se  elle  fossero  istate  tutte  bene  insieme, 
non  sarebbono  istate  prese.  Ora,  dopo  la  morte  di  Frai,  fu  si- 
gnore Patu,  dopo  Patu  si  fu  Borgo,  dopo  Bergo  Mogleten, 
poscia  fu  Chatomachu,  dopo  costui  fu  il  re  eli 'è  oggi,  lo  quale 
ha  nome  lo  re  Toccliai.  Ora  avete  inteso  di  signori  che  sono 
isiati  delli  tartari  del  ponente;  vogliovi  dire  d'una  battaglia, 
che  fu  molta  grande  tra  lo  re  Alau,  signore  del  levante,  e 
dello  re  Bergo,  signore  del  ponente. 

GLXXXIII. 
D'  una  grande  battaglia. 

Al  tempo  degli  anni  Domini  1261  sì  si  cominciò  una 
grande  discordia  tra  gli  tarteri  del  ponente  e  quegli  del  le- 
vante, e  questo  si  fu  per  una  provincia,  che  V  uno  signore 
e  l'altro  la  voleva,  sì  che  ciascuno  fece  suo  isforzo  e  suo  ap- 
parecchiamento in  sei  mesi.  Quando  venne  in  capo  delli 
sci  mesi,  e  ciascuno  sie  uscie  fuori  a  campo,  e  ciascuno 
avea  bene  in  sul  campo  bene  300  mila  cavaglieri,  bene 
apparecchiati  d'ogni  cosa  da  battaglia,  secondo  loro  usan- 
za. Sappiate  che  lo  re  Bergo  avea  bene  350  mila  cavalieri. 

Magiari  (Megia)  e  la  Circassia  (Zi\iri),  la  Crimea  (Scozia  o 
Scizia)  e  la  contrada  fra  il  Don  e  il  Dniestor  (Gazaria).  I  suoi 
successori  furono  Batu,  Berega,  Maghul  Temur,  Totamangu  e 
Toctai. 

Alau  :  Hul agii. 

La  grande  battaglia:  del  1201  fra  i  tartari  del  ponente  e  quelli  del 
levante  avvenne  durante  il  primo  viaggio  dei  fratelli  Polo,  men- 
t^essi  erano  a  Bolgara,  sul  Volga. 


250 


IL    MILIONE 


Or  si  puose  a   campo  a  10   miglia  presso  P  uno  all'  altro; 
e   voglio   che  voi   sappiate   che    questi   campi  erano   i   più 
ricchi  campi   che   mai  fossono  veduti,    di    padiglioni    e  di 
trabacche,  tutti  forniti  di  sciamiti  e  d'oro  e  d'ariento;  e  co- 
stì istettero  tre  dì.    Quando  venne  la  sera,  che  la  battaglia 
dovea  essere  la  mattina  vegnente,  ciascuno  confortò  bene  sua 
gente,  ed  amonìo   sì  come    si   conveniva.   Quando  venne  la 
mattina,  e  ciascuno  signore  fu  in  sul  campo,  e'feciono  loro 
ischiere  bene  e  ordinatamente.  Lo  re  Bergo  fece  35  ischiere, 
lo  re  Alau  ne  fece  pure   30,  perchè  avea  meno  di  gente;  e 
ogni  ischiera   era   da    10  mila  uomeni  a  cavallo.  Lo  campo 
era  molto  bello  e  grande,  e  bene  faceva  bisogno,  che  giam- 
mai non  si  ricorda  che  tanta  gente  s'asembiasse  in  su  'n  un 
campo;  e  sappiate  che  ciascuna  gente  erano  prodi  ed  arditi. 
Questi  due  signori  furono  amendue  discesi  dalla  ischiatta  di 
Ginghys  Cane,  ma  poi  sono  divisi,  che  1'  uno  è  signore   del 
levante,  e  l'altro  del  ponente.  Quando  furono  acconci  l'ima 
parte  e  1'  altra,    e  gli  naccheri  incominciarono  a  sonare  da 
ciascuna  parte,  allora  fu  cominciata  la  battaglia  colle  saette, 
e  tante  ne  saettarono,  che  più  non  n'aveano.  Tutto  il  campo 
era  pieno  d'uomeni  morti  e  di  fediti;  poi  missoro  mano  alle 
ispade;    quella   era   tale  tagliata  di  teste  e  di   braccia  e  di 
mani  di  cavaglieli,  che  giammai  tale  non  fu  veduta  ne  udita; 
e  tanti  cavalieri  a  terra,  eh'  era  una  maraviglia  a  vedere  da 
ciascuna  parte,  né  giammai  morì  tanta  gente  in  un  campo, 
che   niuno   non  poteva   andare   per  terra,  se  no  su  per  gli 
uomeni  morti  e  fediti.  Tutto  il  mondo  pareva  sangue,  che  gli 
cavagli  andavano  nel  sangue  insino  a  mezza  gamba.   Lo  ro- 
more  e  il  pianto  era  sì  grande  di  fediti  ch'erano  in  terra, 
ch'era  una  maraviglia  a  udire  lo  dolore  che  facevano.  E  lo 
re  Alau  fece  sì  grande  maraviglie   di   sua  persona  che  noi 


trabacche  :  da  trabia,  da  cui  por  metatesi  venne  baracca. 
sciamiti  :  drappi  orientali  pesanti,  di  vario  coloro. 


I 


DI   M.    MARCO   POLO 


251 


pareva  uomo,  anzi  pareva  una  tempesta;  sì  clic  il  re  Bergo 
non  potò  durare,  anzi  gli  convenne  alla  perfine  lasciare  il 
campo  e  missesi  a  fuggire:  e  lo  re  Alau  gli  seguì  dietro  con 
sua  geni»',  tuttavia  uccidendo  quantunque  ne  giugnevano. 
Oliando  lo  re  Bergo  fu  isconfitto  con  tutta  sua  gente,  il  re 
Alau  si  ritornò  in  sul  campo,  e'  comandò  che  tutti  gli  morti 
tossono  arsi,  così  gli  nemici  come  gli  amici,  però  ch'era  loro 
usanza  ardere  i  morti;  e  fatto  ch'ebbono  questo,  sì  si  par- 
tirono e  tornarono  in  loro  terre. 

Avete  inteso  tutti  i  fatti  di  tartari  e  di  saracini,  quanto  se 
TTe  può  dire,  e  di  loro  costumi,  e  degli  altri  paesi  che  sono  per 
lo  mondo,  quando  se  ne  puote  cercare  e  sapere,  salvo  che  del 
Mar  Maggiore  non  abbiamo  parlato  né  detto  nulla,  né  delle 
Provincie  che  gli  sono  d' intorno,  avegnachò  noi  il  ciercamo 
ben  tutto,  perciò  il  lascio  a  dire,  che  mi  pare  sia  fatica  a  dire 
quello  che  non  sia  bisogno  né  utile,  né  quello  ch'altri  fa  tutto 
dì  ;  che  tanti  sono  coloro  che  il  cercano  e  '1  navicano  ogni  dì 
che  bene  si  sa,  sì  come  sono  viniziani  e  genovesi  e  pisani,  e 
molta  altra  gente  che  fanno  quel  viaggio  ispesso  ;  che  catuno 
sa  ciò  che  v'é;  e  perciò  mi  taccio  e  non  ve  ne  parlo  nulla 
di  ciò. 

Della  nostra  partita,  come  noi  ci  partimmo  dal  Gran  Cane, 
avete  inteso  nel  cominciamento  del  libro,  in  uno  capitolo  ove 
parla  della  briga  e  fatica  eh'  ebbe  messer  Matteo  e  messer 
Niccolò  e  messer  Marco  in  domandare  commiato  dal  Gran 
(lane;  e  in  quello  capitolo  conta  la  ventura  ch'avémo  nella 
nostra  partita.  E  sappiate,  se  quella  aventura  non  fosse  istata, 
a  gran  fatica  e  con  molta  pena  saremo  mai  partiti,  sì  che 
appena  saremo  mai  tornati  in  nostro  paese.  Ma  credo  che  fosse 


Mar  Maggiore  :  il  Ponte  Euxino  o  Mar  Nero,  che  le  navi  veneziane, 
pisane  e  genovesi  «  cercavano  ben  tutto  » ,  facendo  scalo  ad  ogni 
porto  e  mantenendovi  un  traffico  rilevante. 


252 


IL   MILIONE 


piacere  di  Dio  nostra  tornata,  acciò  che  si  potessero  sapere 
le  cose  che  sono  per  lo  mondo,  che  secondo  ch'avemo  con- 
tate in  quel  capo  del  libro  nel  titolo  primaio,  e'  non  fu  mai 
uomo,  nò  cristiano  nò  Saracino  nò  tartaro  nò  pagano,  che 
mai  cercasse  tanto  del  mondo,  quanto  fece  messer  Marco, 
figliuolo  di  messer  Niccolò  Polo,  nobile  e  grande  cittadino 
della  città  di  Vinegia. 

Beo  gratias.  Amen.  Amen. 


FINE. 


indici-: 


Introduzione Pag.  iti 

I »  3 

II »  4 

III.  Come  il  Grande    Cane  donò   a  li  due  frategli 

la  tavola  de  Poro »  5 

IV.  Come  li  due  frategli  vennero  alla  città  d'Acri.  »  6 
V.  Come  li  due  frategli  si  partirò  da  Vinegia  per 

tornare  al  Grande  Cane »  7 

VI.  Come  gli  due  fratelli   si  partirono   da  Acri.   .  »  8 

VII.  Come  gli   due  fratelli   vanno  al  papa  ....  »  ivi 
Vili.  Come  gli  due  fratelli  vengono  alla  città  di  Ke- 

menfù,  ov'  è  lo  Gran  Cane »  9 

IX.  Come  gli  due  fratelli  vennero  al  Gran  Cane  .  »  10 
X.  Come  lo  Gran  Cane  mandò  Marco  figliuolo  di 

messer  Niccolò  per  suo  messaggio.    ...  »  11 

XI.  Come  messer  Marco  tornò   al  Gran  Cane.    .    .  »  ivi 
XII.  Come  messer  Niccolò  e  messer  Matteo  e  messer 

Marco  domandàro  commiato  al  Gran  Cane.  »  12 

XIII.  Quivi  divisa  come  messer  Niccolò  e  messer 
Matteo  e  messer  Marco  si  partirono  dal 
Gran  Cane »  13 

XIV.  Qui  divisa  della  provincia  di   Ermenia.    ...  »  15 
XV.  Qui  divisa  della    provincia  di  Turcomania   .   .  »  16 

XVI.  Della  Grande  Ermenia »  17 

XVII.  De1  re  di  Giorgens »  18 

XVIII.  Del  reame  di  Mosul »  21 

XIX.  Di  Baudac,  come  fu  presa »  22 

XX.  Della  nobile  città  di  Toris »  24 

XXI.   Della  maraviglia  di  Baudac,  della  montagna  .  »  ivi 

XXII.  Della  grande  provincia  di  Persia,  odo'tre  Magi.  »  26 


254  INDICE 

XXIII.  Belli  tre  Magi Pag.  28 

XXIV.  Delli  otto  reami  di  Persia »  30 

XXV.  Del  reame  di  Crema .  »  ivi 

XXVI.  Di  Camadi »  31 

XXVII.  Della  gran  china »  33 

XXVIII.  Come  si  cavalca  per  lo  deserto .  »  35 

XXIX.  Di  Gobiam »  36 

XXX.  D'  uno  diserto »  ivi 

XXXI.  Del  Veglio  della  Montagna,  e  come  fece  il  pa- 
radiso e  gli  assassini  .    . »  37 

XXXII.  Della  città  Supunga - »  40 

XXXIII.  Di  Balac »  ivi 

XXXIV.  Della  montagna  del  sale  .    . »  41 

XXXV.  Di  Balasciam »  42 

XXXVI.  Delle  genti  di  Fasciai »  44 

XXXVII.  Di  Chesimun »  ivi 

XXXVIII.  Del  grande  fiume  di  Baudascia »  45 

XXXIX.   Del  reame  di  Casciar »  47 

XL.  Di  Samarca »  ivi 

XLI.  Di  Carcam »  49 

XLII.  Di  Cotam »  ivi 

XLIII.  Di  Peym »  50 

XLIV.  Di  Ciarda »  ivi 

XLV.  Di  Lop. »  51 

XLVI.  Della  grau  provincia  di  Tangut »  53 

XLVII.  Di  Chamul »  51 

XLVIII.  Di  Chingitalas »  56 

XLIX.  Di  Succiur »  57 

L.  Di  Champiciù. »  58 

LI.  Di  Eezima »  59 

LII.  Di  Caracoram »  G0 

LUI.  Come  Cinghys  fu  lo^  primo  Cane »  61 

LIV.  Come  Cinghys  Cane  fece  suo  i sforzo  contra  il 

Preste   Giovanni .  » 

LV.  Come  il  Preste  Giovanni  venne  contro  a  Cin- 
ghys Cane »  ivi 

LVI.  Della  battaglia »  64 

LVII.  Del  numero  degli  Gran  Cani  quanti  furono.    .  »  65 

LVIII.  Dello  iddio  de'  Tarteri »  68 

LIX.  Del  piano  di  Banchù »  71 

LX.  Del  reame  di  Erghuil »  73 


INDICE  255 

LXI.  D'Egrigay Pag.  75 

LXII.  Della  provincia  di  Tendile »  ivi 

LXIII.  Della  città  di  Giandù »  78 

LXIV.  Di  tutti  i  fatti  del  Gran  Cane  che  regna  ora.  »  82 
LXV.  Della  gran  battaglia  che  U  Gran  Cane  fece  con 

Naiam »  ivi 

LXVI.  Comincia  la  gran  battaglia »  85 

LXVII.  Come  Naiam  fu  morto »  8G 

LXVI1I.  Come  il  Gran  Cane  tornò  nella  città  di  Cambiali.  »  87 

LXIX.  Delle  fattezze  del  Gran  Cane »  89 

LXX.  De'  figliuoli  del  Gran  Cane »  90 

LXXI.  Del  palagio  del  Gran  Cane »  91 

LXXII.  Della  città  grande  di  Cambiali »  94 

LXXIII.  Della  festa  della  natività  del  Gran  Cane   .    .  »  98 

LXXIV.  Qui  divisa  della  festa »  ivi 

LXXV.  Della  bianca  fosia    . »  99 

LXXVI.  Dei  12  baroni  che  vengono    alla  festa,  come 

sono  vestiti  dal  Gran  Cane »  101 

LXXVI1.  Della  grande  caccia  che  fa  il  Gran  Cane   .    .  »  102 

L XX Vili.  De1  leoni  e  dell'altre  bestie  da  cacciare.    .   .  »  103 

LXXIX.  Come  il  Gran  Cane  va  in  caccia »  104 

LXXX.  Come  il  Gran  Cane  tiene  sua  corto  e  festa  .    .  »  108 

LXXXI.  Della  moneta  del  Gran  Cane »  110 

LXXXII.  Degli  12  baroni  che  sono  sopra  ordinare  tutte 

le  cose  del  Gran  Cane »  112 

LXXXIII.  Come  di  Camblau  si  partono   molti  messaggi 

per  andare  in  molte  parti »  114 

LXX XIV.  Come  '1  Gran  Cane  aiuta  sua  gente  quando  è 

pistolenza  di  biade »  116 

LXXXV.  Del  vino »  117 

LXXX  VI.  Delle  pietre  ch'ardono »  US 

LXXXVII.  Come  il  Gran  Cane  fa    riporre  le   biade   per 

soccorrere  sua  gente »  119 

LXXX VIII.  Della  carità  del  signore »  ivi 

LXXXIX.  Della  provincia  del  Catai »  120 

XC.  Della  grande  città  del  Giogiù »  J21 

[            XCI.  Del  reame  di  Taianfù »  122 

[           XCII.  Del  castello  del  Caiciù »  123 

XCIII.  Come  il  Preste  Giovanni  fece  prendere  lo  re 

l                         Dor »  124 

XCIV.  Del  gran  fiume  di  Charamera »  125 


256  INDICE 

XOV.  Della  città  di  Kengianfù. .   .    .  Pag.  126 

XCVI.  Della  provincia  di  Chunchum »  128 

XCYII.  D'  una  provincia  d'Ambalet  . »  ivi 

XCVIII.  Della  provincia  di   Sindufù »  129 

XCIX.  Della  provincia  di  Tebet »  131 

C.  Ancora  della  provincia  di  Tebet »  133 

CI.  Della  provincia  di  Ghaindù »  135 

CU.  Della  provincia  di  Charagià »  137 

CHI.  Ancora  della  provincia   di  Charagià    ....  »  138 

CIV.  Della  provincia  d'Ardanda »  141 

CV.  Della  grande  china »  143 

CVI.  Della  provincia  di    Myen »  144 

CVII.  Della  provincia  di  Gangala »  146 

CVIII.  Della  provincia  di  Caugigù »  147 

CIX.  Della  provincia  d'Amu »  ivi 

CX.  Della  provincia  di  Toloma »  148 

CXI.  Della  provincia  di  Cuigiù »  149 

CXII.  Della  città  di  Chaciafù »  151 

CXIII.  Della  città  di  Cianglù »  ivi 

CXIV.  Della  città  ch'ha  nome  Cianglì »  152 

CXV.  Della  città  ch'ha  nome  Codifù »  ivi 

CXVI.   Della  città  ch'ha  nome  Singiìi.    ......  »  153 

CXVII.  Della  città  ch'ha  nome  Lingiù »  154 

CXVIII.  Della  città  di  Tigiù »  155 

CXIX.  Della  città  eh'  ha  nome  Cingiù »  ivi 

CXX.  Come  il  Gran  Cane  conquistò  lo  reame  de  li 

Mangi s   .  »  156 

CXXI.  Della  città  chiamata  Chaigiagiù »  159 

CXXII.  Della  città  chiamata  Paochì  .........  »  ivi 

CXXIII.  Della  città  eh'  è  chiamata  Chayù »  160 

CXXIV.  Della  città  eh'  è  chiamata  Tingili »  iv 

CXXV.  Della  provincia  di  Nangì »  161 

CXXVI.  Di  Singiù  e  del  gran  fiume  Kiang »  163 

OXXVII.  Della  città  di  Chuaciù .  »  164 

CXXVIII.  Della  città  chiamata  Cinghianfù »  165 

CXXIX.  Della  città  chiamata  Cinghingiù »  166 

CXXX.  Della  città  chiamata  Suciù »  167 

CX^XI.  Della  città  che  si  chiama  Kinsai »  168 

CXXXII.  Della  rendita  del  sale »  174 

CXXX1II.  Della  città  che  si  chiama  Tanpigiù.    ....  »  175 

CXXXIV.  Del  reame  di  Fugiù »  176 


INDICE  267 

CXXXV.  Della  città  chiamata  Fugiù Pag.  178 

170 


CXXXVI.  Della  città  chiamata  Zaitoii.  • 

CXXXVII.  Qui  si  comincia  di  tutte  le  meravigliose  cose 

d'India 

CXX XVIII.  Dell'isola  di  Zipagu 

CX  XXIX.  Della  provincia  di  Ciambà 

CXL.  Dell'isola  di  lava 

CXLI.  Dell'isole  di  Sodili-  e  Condur 

CXLII.  Dell'isola  di  Petàm 

CXLIII.  Della  piccola  isola  di   lava 

CXLIV.  Del  reame  di  Sumatra 

CLXV.  Del  reame  di  Dragouayn 

CXLVI.  Del  reame  di  Lambri 

CXLVII.  Del  reame  di  Fransur 

OXLVIII.  Dell'isola  di  Nenispola 

CXLIX.  Dell'isola  d'Agama 

CL.  Dell'isola  di  Seillam. 

CLI.  Della  provincia  di  Maabar 

CLII.  Del  regno  di  Multimi 

CLIII.  Di  santo  Tommaso  l'Apostolo 

CTjTV.  Della  provincia  di  Iar 

CLV.  Dell'isola  di  Seillam 

CLVI.  Della  città  di  Caver 

CLVII.  Del  reame  di  Choilu 

CLVIII.  Della  contrada  di  Choinacei 

CLIX.  Del  reame  di  Ely  . •    .    .   . 

CLX.  Del  reame  di  Melibar 

CLXI.  Del  reame  di  Ghufarat 

CLXII.  Del  reame  della  Tana 

CLXIII.  Del  reame  di   Chambaet 

CLXIV.  Dello  reame  di  Chesmacoran 

CLXV.  D'alquante  isole  che  sono  per  l'India.    .    .    . 

CLXVI.  Dell'  isola  di  Scara 

CLXV1I.  Dell'isola  di  Madegascar 

CLXVIII.  Dell'isola  di  Zachibar 

<LXIX.  Della  mezzana  India  chiamata  Abasce   .    .    . 

CLXX.  D'una  novella  del  re  d' Abasce 

CLXXI.  Della  provincia  di  Edenti 

CLXXII.  Della  città  di  Scier 

CLXXIII.  Della  città  Dufar 

CLXXIV.  Della  città  di  Calata 

Marco  Polo.  —  II  Milione. 


1SI 

182 
187 
188 
189 
190 

ivi 
192 
193 
194 
195 
196 

ivi 
197 
198 
205 
207 
209 
212 
217 
218 
219 

ivi 
220 
221 
222 
223 

ivi 
224 

ivi 
220 
228 
230 
231 
232 
233 
235 

ivi 


258  INDICE 

CLXXV.  Della  città  di  Curmoso .  Pag.  236 

CLXXVI.  Della  gran  Turchia »  237 

CLXXVII.  D'una  battaglia .  »  239 

CLXXVIII.  Delle  parti  di  verso  tramontana »  244 

CLXXIX.  Della  Valle  iscura »  246 

CLXXX.  Della  provincia  di  Rossia »  247 

CLXXXI.  Della  provincia  di  Lacca »  248 

CLXXXII.  De'  signori  de'  tarteri  del  ponente »  ivi 

CLXXXIII.  D1  una  grande  battaglia ■•   .    .    .    .  »  249 


INDICE   SPECIALE 


X.  B.  I  numi  proprii  menzionati  nel  testo  e  nelle  note  sono  aggruppati  sotto 
je  seguenti  10  categorie: 

1.    Persone,    2.    Città,    3.    Kegioni,    4.    Monti,   laghi   e   fiumi,    5.    Fauna, 
6.   Flora,  7.  Minerali,  8.  Industrie  e  commerci,  9.  Razze  e  sotte,  10.  Varia. 


1.  Persone. 


Acatu,  (Kiakatu) l'ag.     14 

A  igiarno 237 

A  baka 13. 182.  239 

A  lessandro 41 

Aloodin  {Veglio  della  moti  tagna)  37.  38 

Altin  khan  (Re  Dor) 123 

Arcon 13.  239 

Laradaeus  (Gìac.  Zanzale) 21 

Bashpa «...    133 

lìayan  Sa 103. 157. 199 

Uodhidbarma 213 

Ludda  (Sergamo  Borghani) 213 

Ijundukdar 9 

Caydù 83 

Chinghys  Cane (50.  61 

Cin  Cane 65 

Chonci 246 

Clemente  IV 6 

Coblai  (Kublai  khan) 3.  82 

Coghotal 1 

Confucio g  i 

Desideri  da  Pistoia 131 

Fa  Hsiang 214 

Fafuri  (Tu  tsung) 156 

Frai  o  Saiu 248 


Gerbillon Pag.     71» 

Gigatta 48 

Giov.  Pian  di  Carpi .60 

Giov.  Montecorvino 6 

Gorresio 199 

Gregorio  X 6 

Guglielmo  di  Tripoli 9 

Hasan  ben  Sabbah 38 

Hsuan  Tsang 45.  214 

Hulagu  (Alan) 24.  38.  249 

Imperatori  Mongoli 62 

Innocenzo  IV 60 

Ko  Katin 13 

Kushluck 123 

Langdarma 45 

Li  Tai-pè 178 

Lu  clnang-cbiin 153 

Luigi  IX  di  Francia 60 

Mahmud  Gazni 14 

Maughala 127 

Marco  Polo 7. 12. 161.  252 

Masarchim 165 

Matteo  e  Niccolò  Polo 3. 161 

Mlngti 213 

Mogu  Cane ")i; 


260 


INDICE    SPECIALE 


Naiam Pag.     83 

Nasr-eddin 145 

Nestorius 21 

Nigodar  Oglav 32 

jSacolao  da  Vinegia 9 

Odorico  da  Pordenone . .       6 

Olopen 21 

Oulaurai 13 

Padma  Sambhava .45 

Preste  Giovanni  (Unckhan) ..    82.123 


Puini  (Carlo) Pag.  131 

Re  Dor  (Altin  khan) 123 

Ricci  (Matteo) 6 

Rubruquis  (Rubrouck). 60 

San  Tommaso  Apostolo 207 

Shih  Huang-ti 120 

Sindbad 205 

Sir  Stamford  Raffles 190 

Tamerlano 48 

Ts'  ao  Fu-hsing 168 


2.   Città. 


Acri ;  .       6 

Alau 5 

Albero  solo  o  secco  (Sabzwar) .   29.  37 

Aleppo 6 

Ambalet  Mangi  (Hanchung).. ..    128 

Amoy 280 

Antiochia 6 

Arjish 17 

Arzingan 17 

Badakshan  (Balasciam) 42 

Baku 18 

Balac  (Baie) 40 

Bambellonia  (Cairo) 9 

Bastra  (Bassorah) 23 

Batum 18 

Bathalar 199 

Bhamo 143 

Bender  Abbassi ...   29 

Boccara 17.  237 

Bolgara 50 

Caiciù 64. 123 

Calatia , 75 

Calata  (Kalat) 235 

Calicut 206 

Camadi 30 

Cambiai!  (Pekino) 87. 94 

Cambaet  (Canibay) 221.  223 

Canton Ili 

Cannanore 219 

Canosalmi 32 

Caracoram  (Karakoruin) 60 


Carcan  (Yarkand) 49 

Casciar  (Kashgar) 47 

Caver  (Kayal) 217 

Chaciafù  (Hochanfu) 126. 151 

Chaigiagiù  (Huai-ngan) 1 59 

Champiciù  (Kanchow) 58 

Chamul  (Hami) 55 

Chatan  (Pagoda  Ancliorage). . . .   178 

Ckegiù  (Sinchang) 175 

Chisi 22.29 

Choilu  (Kollam) 218 

Ciauglù. 152 

Cianglì 152 

Ciarcia  (Haraschar) 50 

Cinghianfù 165 

Cinghingiù 166 

Cingiti 155 

Codifù  (Tsinanfù) 1 52 

Colombo 197 

Cormos  (Hormuz) 24.  29.  236 

Cotam  (Khotan) 49 

Damaghan  (Hecatompylos) 37 

Dambadama 197 

Derbend  (Porta  di  Ferro) 19 

Dnfar 201.  235 

Edenti  (Aden) 232 

Ely  (Delly) 219 

Erzerum 17 

Faizabad 42 

Fugiù  (Foochow) 176 

Galasaca 27 


INDICE    SPECIALE 


261 


Gavor  (Jelior,  Mukden). . .   Pag.  76 

Giandù  (Shandù,  Kemenfh) 78 

Giogiù  (Tsochon) 121 

Gobiam  (Kuhbenam) 36 

Hankow 161 

Hanyang 161 

Iconio  (Konia) 16 

Jaci  (Yunnanfù) 137 

Kaifeng 155 

Kalgan  (Chengchiakou) 133 

Kandy 197 

Kaoyù  (Chayù) 160 

Kasvin 20 

Kemenfù 10 

Keneh 232 

Khowar 37 

Kiacbta 72 

Kiang  hung  (Gangala) 146 

Kia  yù  kuan 51 

Kinsai  (Hangchotv) 168 

Kioto -183 

Koseir 232 

Kukukhotan  (K^veikwacliengì . .  63 

Layas i  G 

Lingiù 154 

Lhasa 73 

Lop 51 

Madras 217 

Mandalay 144 

Manbao 148 

Malavir 190 

Mascate 235 

'  Meliapur 207 

Mengkeng 144 

Mengtze 148 

Milice 37 

Mosul 21 

Nangì  (Nankin) 161 

Nara 183 

Negroponte 7 

Xingpo  (Nganpù) 169 

Ninghsia 53 

Palichiao 121 

Palizanchiao •  120 

Peym 50 

Pianfù '.  123 


Point  de  Galles Pag.    197 

Rey  (Reges) 19 

Rudbar 38 

Saba 26 

Sachù  (Shachou) 53 

Saianfù  (Siangyang) 1 57. 161 

Sara  (Tsarew) 20 

Samarcanda 47 

Supunga  (ShaburganJ*. 40 

Schassem 42 

Scier 233 

Sebaste 6 

Seleucia 21 

Sìngan  (Kengianfù) 126 

Sindufù  (Chingtù) 129 

Sindcin  (Shengching) 76 

Singiù  (Kiukiang) 163 

Singiti  matou 153 

SiniDg 73 

Singapore 190 

Sis 15 

Siunglie  (Hsuanwei) 149 

Succiur  (Sochou) 57 

Suciù  (Soochow) 167 

Szeraao. .    144 

Taianfù 122 

Taican  (Tokaristan) 41 

Tali  (Charagià) 137 

Tana  (Bombay) 222 

Tana  (Crimea) 222 

Tanpigiù' 175 

Tenguisen  (Kintechen) 163. 180 

Tengyueh  (Momein) 143 

Tarcarmodu 107 

Tenduc 75 

Toris  (Tabriz) 24 

Tiflis.    18 

Trebisonda 15 

Tsinkiangpù 155 

Ucara  (Ucaresse,  Ukek) 50.  70 

TJnken 177 

Vocian  (Yuangchiang) 141. 148 

Vugiù 168.175 

Wugbin  ( Wuchiang) 168 

Yadys  (Yezd) 27. 30 

Zaiton  (Haiteng) 179 


262 


INDICE    SPECIALE 


3.  Regioni. 


Abasce  (Abissinia) .....    Pag.    3. 230 

Aderbigian 24 

Afganistan 43 

Agama  (Andanian) . . . , 190 

Amu. 147 

Anatolia. 3 

Arabia ...  3 

Arac  (Irac) 28 

Armenia,  Grande 15. 17 

»  Piccola 15 

Badakshan  (Balasciam) 27 

Baiscol 87 

Basimi 191 

Banchù  (Siberia) 71 

Battiiana 40 

Bintang  (Petam) .....  190 

Bukaria  (Turkestan) 47 

Canara 220 

Caoly  (Corea) 87 

Catai  (Kinstan) 22. 73. 120 

Caugigù  (Tonkin) 147 

Causon  (Kasvin) 28 

Carcan  (Iarcand) 49 

Chamul  (Hami) 55 

Charagia  (Tali) 137 

Chekiang  (Kinsai) 108 

Chesimun  (Kashmir) 44 

Chesmacoram  (Kis-Makran) .  .  > .  223 
Chingitalas  (Tsungaria). ......    56.  58 

Cuigiù  (Kueichow). 149 

Chunchum  (Ssucliuan) 128 

Chomacci  (Travancore) .........  219 

Ciamba  ( Annam) « 00 

Ciorcia  (Manciuria) 87 

Circassia  (Giorgia) 18 

Gotam  (Khotan) 49 

Dragouayn 193 

Edenti 232 

Eezima 58 

Egrigaia 75 

Erghuil  (Liaugchou) 73 

Ferbet 191 


Fransur  (Rampar), Pag.  190 

Fakien  (Fugiù) 175 

Gazaria 249 

Ghaindu  (Chienchang) 135 

Gangala  (Laos) 140 

Gbilan 20 

Grande  Turchia  (Turkestan,). . . .  237 

Gut'arat  (Guzerat) 221 

Golconda 205 

Hyrcania 31 

Iar  (Mysore) 209 

lava 26 

lava  grande  (Borneo) 188 

lava  piccola  (Sumatra) 188 

Ienaraus 58 

India  Maggiore 3.  229 

India  Minore 3.  229 

India  Mezzana  . . .  • 3.  230 

Istain  (Ispahan) 28 

Kiangsi 103. 180 

Kirman  (Crema) 49 

Koncha 178 

Kuhistan    38 

Kuria  Muria 1 224 

Xacca  (Wallachia) 248 

Laor  (Lar,  Laristan) 28 

Lambri 194 

Locac  (Siam)   189 

Maabar 198 

Madagascar 220 

Mangi  (Eumangi) 120. 156 

Megia 249 

Melibar 220 

Mesopotamia 17 

Milice 37 

Multifiii 205 

Myen  (Birmania) 144 

Mar  Maggiore  (Nero) 251 

Mar  di  Gheluckelan  (Caspio)....  18 

Mar  di  Cin  (Giallo) 105 

Nancbao 137 

Nenispola  (Pulo  Wey) 19  ^ 


INDI'  I     SPECIALE 


268 


Nicobar Pag.  196 

Og  Magog  CMongoUa) 7(5 

Orbeohe 248 

l'asciai  (Punjab) 44 

Persia  (Fars) 28 

Pu  èhr 136 

Rbeobales 31 

Scara  (Socotora) 224 

Seillam  (Ceylon) 107 

Sliantuug 152 

Sodur 180 

Stan 28 

Sumatra 1(J0 

Suucara 28 

Tangut  (Kansub) 53 


Tartaria Pag.  3 

Tenduc <i:> 

Tibet 131 

Toloina 148 

Tonocan  (Turiiocain) 28.  37 

Tokaristan 41 

Tiirconiannia 16 

Turcbestan  Grande 237 

Turcbestan  Cinese 47 

Valle  Iscura 246 

Zacbibar  (Zanzibar) 228 

Zardandan  (Ardanda) 141 

Zerazi  (Sciraz) 28 

Zipagu  (Giappone) 1 82 


4.   Monti,  la^tii  e  fiumi. 


Monte  Ararat 17 

»       Altay 65 

»      Bolor 40 

»      Caucaso > 10 

>♦       Cbing  sban 93 

»      Cbin  slian 165 

»      Kingan 120 

»      Ku-i-Hazar 31 

»      Lajwurd 43 

Passo  di  Khowar 10 

»          »       di  Derbend 10 

»          »       di  Mapai 147 

»      Porta  di  Ferro 10 

»      Tien  Sban 51 

Lago    P>aikal 60 

Van 17 

»       Lop 51 

»       Sibu 160 

»        Tali 137 

»       Vuinuinfii 137 

»       Poyang 163 

Fiume  Amur 106 

»      Brunis  (Chinsbakiang). . .  136 

»      Cbaramora(FiumeGiallo).  125 


Fiume  Cbientang 160 

»  Cbindwin 49 

»  Don 50.  70 

»  Gbori 42 

»  Han 161 

>♦  Huan  (ILunho) 120 

»  Indragiri 193 

»  Irawaddi 143 

»  Indus 44 

»  Kistna 205 

»  Iviang    (Yangtzc,    f.    Az- 
zurro).      130.  163 

»  Kokcba 42 

»  Luen 151 

»  Mekong 141 

»  Min 176 

»  Minao 20 

»  Nilo 232 

»  Oxus  (Geon,  Amu  Daria).  237 

»  Peibo 12») 

»  Salween 141 

»  Scbatt-el-arab 23 

»  Sikiang 141» 

>♦  Suughoi  (f.  Eosso) 141 


264 


INDICE    SPECIALE 


Fiume  Tamraparmi Pag.   217 

»      Tatsing 162 

»      Tarim 46 

»      Tigri 21 

»      To 129 

»      TJral 20 


Fiume  Ussuri Pag.   106 

»      Volga  (Rha). 20 

»      Wei. ,.,......    154 

»      Yung..,, ......    169 

»       Yuho ...... 93 

Gran  Canale  (Tun  ho).  ..   82.167.153 


5.  Fauna 


Aguglie 103.206 

Arcolini,  coccolini 227 

Asino  selvatico  (Kulan)..   32  53.245 

Astor 19.104 

Baco  da  seta  semi -selvaggio. ...     76 

JBos  Gavaeus  (Gayal) 146 

»     grunniens  (Yak) 73 

»    zebù • 32 

Bue  di  Madagascar  (bisonte). . . .   226 

Capodoglio  (balena) 226 

Cervi 108 

Cigni 108 

Cinghiale  (sus  aethiopicus) 226 

Cavalli  persiani  e  arabi 29.201 

Cani  tibetani » . .    137 

Cani  mongoli 51 

Colubre 139 

Cormoran  (corvus  marinus) 104 

Ermellini 08. 107 

Fagiani 160 

Falconi  lanieri 43 

Falconi  pellegrini 31 

Falconi  sagri 104 

Francolini 33 

Galline  pelose 177 


Gatti  maimoni 232 

Girfalchi 30  31.  77 

Grne 108 

Kakatua . . 218 

Leoni  (tigri) 103. 128. 149.  218 

Leoni  neri 218 

Leonfanti  (elefanti) 33 

Leopardi  (felis  jubaba,  cheetar)  .   103 

Lupi  cervieri  (linci) 136 

Lonze,  pantere 103 

Muschio,  moscado 74 

Ourangotang 194 

Pavoni 207.218 

Pappagalli 218 

Pernici,  cotornici 30 

Pernici ,  cators 30.  77 

Pernici,  bugherlac * 72 

Roc  (uccello  grifone) 226 

Serpenti 205 

Tartaruga 139 

Tigri 128. 149.  218 

Unicorno  (rinoceronte) 191 

Uomeni  d' India  (scimmie) 192 

Vai 68.245 

Zibellini  (martora) 68. 107.  245 


6.  Flora. 


Albero  del  vino  (mira) 194 

Aibero  del  pane  (sagù,  cassava, 

tapioca) 195 

Albero  della  vernice  (tungyu) . .   181 
Aloe  (calambucco) 186 


Ambra  (resina) 224 

Ananas 218 

Aranci 179 

Banana 32.  218 

Berci  (Gaesalpinia  Sappan) 194 


s 


IN  DICK    Sl'HClALK 


265 


Rosaio Pag.  :;7 

Boswellia  thurìfera  V.  incenso. .  235 

Canfora 1  95 

Canna  bambù 132 

Canna  da  zucchero 1 7(i 

Cotone  (bambagia) 17 

Datteri 23* 

Galiga,  galanga 146 

Garofano  (cariophyllurn) 188 

(  Jhele  (morus  gelsi) • 20 

Incenso  :  frankincenso,  olibano» .  235 

Incenso  di  Sumatra,  benzoino.  . .  222 

Indaco  (Indigo) 218 

Kamquot  (citrus  japonica) 17'.* 

Legno  ebano 187 

Legno  sandalo 19(5 

Legno  sapino 181 

Legno  persea  nanmu 181 

Lichi  (nephelium  lichi) 179 

Mandarini  dalla  buccia  rossa...  179 

Mirabolani  emblici  (susine) 218 

Morus  gelsi 20 


Noce  areca Pag.   210 

Noce  cocco. 190 

Noce  moscata L88 

Olio  di  sesamo 197 

Olio  di  albero  (tungyu) 1 8 1 

Olive  kanlan 179 

Pepe,  bianco  e  nero 218 

Pepe  cubebe .  A 1 88 

Pompoli  (pamplemousse) 179 

Quercus  ailanthus  grandinosa. . .     70 

Rabarbero 58 

Ramie  (urtica  bohemeria  nivea)..  149 

Riso 169 

Sesamo 197 

Spigo  (lavanda) 140 

Tamarindo 218 

Thea  Bohea 179 

Thea  Pu  ehr 1 30 

Turbietti. 221 

Zenzero,  gengiavo 126. 130 

Zizibbo,  giuggiolo 1 40 

Zucchero 170 


7.  Minerali. 


Acciaio 31 

Amianto 56 

Andena,  andanico 30 

Argento 142 

Asbesto f)<i 

Azzurro  (terra  dell') 43.  56 

(  arbon  fossile 118 

Kaolin 180 

Perle 199 

Pietre  preziose:  agata 49 

»           »            ametista 198 

»          balasci. . 43 

»             »          berillo 43 

»          diamanti 205 

»          diaspido 51 

»             »          giacinti 198 

»             »          giada 49 


Pietre  preziose  :  onici 198 

»          opale 198 

»  »  rubini 47.198 

»             »          smeraldi. ......  198 

»             »          turchesi 30 

»             »          topazi 198 

»             »          zaffiri 198 

Petrolio  di  Baku 18 

Petunse 180 

Porfido 210 

Pozzi  di  nafta ^18 

Salamandra  (asbestos) 50 

Saline 138. 159. 1 G0 

Salnitro 151 

Spodio 30 

Tutia 30 

Tutenag 36 


266 


INDICE   SPECIALE 


8.  Industrie  e  commerci. 


Ambergris Pag.  226 

Avorio 226 

Bambagia ." 17 

Biscotto  di  pesce 234 

Bozzoli , 108 

Bucherarne 17  133 

Canovacci 133 

Carta 48 

Cataiiga,  cataluffa .    225 

Ciambellotti 75 

Coltelli 122 

Cuoio  (armi  di) 140 

Feltro 246 

Giada 49 

Incenso 222.  234 

Indaco 218 

Latte  (kumìs) 68 

»      (arrak) 68 

»       (kefir) 68 

Muschio 49.  74 

Mirra 27 

Nasicci  (drappi  ricamati) 76 


Navi,  Hornmz Pag.   24.29 

»       Shantung 159 

»       Yangtze 164 

»      Zaiton 1 79 

Pelliccie 246 

Poponi  secchi 40 

Porcellana 163. 180 

Sale 41. 138. 160 

Seta,  zendado 122 

Seta  cruda  (pongee) 76. 152 

Specchi  di  acciaio 36 

Stuoie  di  cocco 196 

Tela  di  ortica 149 

Vernice  (tungyu) 181 

Vino  di  riso  (samshu) 117 

»     di  palma  (mira) 193 

»     di  uva 117 

»     di  zucchero 218 

Zafferano 197 

Zenzero 126 

Zucchero 170 


9.  Razze  e  sètte. 


Abissini 230 

Adoratori  del  fuoco,  (Guebri)...  27 

Arabi 235 

Armeni 15. 17 

Cinesi  (Seres) 20 

Circassi  (Georgiani)   28 

Dravidi  (Singalesi,  Tamil) 197 

Giapponesi « 182 

Iauis,  Iavanesi  (Malesi) 192 

Indiani 44 

Lolo 148 

Parsi 27 

Saraceni 83 

Sciti  (Gothi) 19 


Tartari  :  Buat  Oriat 79 

»  Coreani 87 

»  Korkas 77.  87 

»  Kirghizi 47 

»  Manchu 77.  87 

•     »  Mongoli 61.  68.  70 

»  Nuchen 123 

»  Ungrat 79.90 

»  Ugri,  Uiguri,  Eleuti...     73 

»  Metrucci 71 

»  Tsungani 87 

Turchi  :  Selgiuki 10 

»  Tungusi 244 

»  Uzbeg 41 


INDICE    SPECIALE 


267 


Turchi  :  Bulgari Pag.    50.  70 

»        Yakuti 244 

Indù-tibetani.  Tibetani 131 

»  Birmani 143 

»  Laotiani 14(1 

>*  Siamesi 180 

»  An  nani  iti 1K7 

»  Zardandan 141 

Filini  Magiari 249 

Sètte  :  Assassini 38 

»       Baiadere 204.211 

»  Uraniani 209 

»  lirancani  (baniani)  . 209 

»  Buddismo 213 

»  Califfo 22 

»  Casto 209 

>♦  Confuciani 81.153 

»  C on g uigati  (cuigni) 210 

»  <  ulto  degli  antenati 142 

»  Feste  del  Capo  d'anno.  99. 100 

»  Feste  dei  morti 71 

»  Giuculari 97 

»  (  J  liavi  (paria) 203 

»  Guebri  (Parsi) 27 

»  Hutuclitu 01 

»  Iacolicli 21 

»  Iacopini 21 

»  Idolal  ri 08.  245 


» 
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» 


Ismaeliti Pag-     38 

Iuggarnaut 202 

Lamaismo 61. 213 

Maghi  (incantatori)  .    142.148 

Magi 20.28 

Monofitismo 21 

Mulahidah 38 

Mussulmani 21.  47 

Nestorini 5.18  21.127 

Negromanti  (feng  shui)..   172 

Pagode 213 

Paterini 81.203 

Pusa  (bodhisatva) 213 

Rosario  (japa) 200 

Shiiti 38 

Sifan  lama 01 

Sacrifici  umani  (suttee,  sol- 
duri) GG.  201 

Sacrifici  agli  idoli G8.  80 

Sensin 81 

Sintoismo 185 

Stregoni    (Sani/assi,     Fo- 
ghi)  V.    80,210 

Taoismo 81 

Tebot 80 

Trasmigrazione  delle  ani- 
me     215 

Zennar  (scapolare) 209 


10.   Varia. 


Arte  cinese 95 

1  iarlaam  e  Josaphat 214 

Beneficenza 119 

Caccia 103. 105 

Calendario  cinesi» 59.  1  ()() 

Camarlingo 130 

Carte  bollate 4 

(  tensori  cinesi . .   113 

Consiglio  di  Stato  cinese 113 

Corporazioni  di  arti 109 

Cremazione 71. 152 

Cronologia  cinese 100 


Diritto  di  albinaggio 33 

Divisione      amministrativa      ci- 
nese      73. 113 

Ischerani 32 

Iscrizioni  di  Kalgan 133 

Iscrizioni  di  Singan 127 

Ko  V  ou  (genuflessione) 100 

Libri  (buccio  di  albori)    110 

Manifattura  imperiale  di  seta...    107 
Manifattura  imperiale  di  porcel- 
lana     130 

Medicina 14o 


268 


INDICE    SPECIALE 


Ministeri  cinesi Pag.    12. 112 

Moneta  di  carta 110 

Moneta  di  porcellane  bianche. . .   138 

Moneta  di  sale 136 

Monte  frumentario .............    119 

Monte  di  Pietà 169 

Nacchero 86 

Navigazione  fluviale 163 

Navigazione  marittima  ...    .    164. 181 

Orfanotrofio 158 

Palagio  di  canne 78 

Polizia  cinese 105. 169 

Pompieri  cinesi 169 

Poligamia  cinese 59.  67 

Reddito:  Dogane  e  sale  cinese. .    174 
Romanizzazione  dei  suoni  cinesi.      10 


Salaro  (nolo) Pag.  180 

Servizio  postale  cinese.**. 1 14 

Stampa  di  carta-moneta 110 

Stufe  (bagni  pubblici) 169 

Stato  civile  cinese 171 

Tavola  (Zecca) 110 

Tavola  d'oro 5 

Tariffe  doganali  cinesi 180 

Tatuaggi 147 

Tregge  (slitte) 246 

Tumulazione 109. 152 

Vènti  monsoni 186 

Vènti  simun 32 

Vènti  tifoni ,  182 

Ventiere 236' 

Zulcarnev 43 


CORREZIONI  ED  AGGIUNTE 


Pag.     76  ultimo  rigo:  Sindciù,  leggi:  Sindcin 
»       81  nota:  sensin,  aggiungi:  dal  cinese  hsien-sheng  che  significa  maestro. 
89  Cap.  LXIX  riga  4  :  suo  bianco,  aggiungi  :  viso 
93  nota:  Chings  han,  leggi:  Ching  shan 
101  Cap.  LXXVI  riga  2  :  quita,  dal  cinese  chi-ta,  grandissimo,  Eccellenza. 
114  nota:  Ju  cheng  chu,  leggi:  Yu  cheng  chu 
127  nota  2a  :  col  figlio  giovinetto,  leggi:  giovine  imperatore. 
142  riga  2:  a  5  mesi  di  giornate,   errore  d'interpretazione  di    «à  maintes 

journées  » 
149  nota  1°:  laido,  errore  dei  copisti  per  latte. 

157  riga  6:  Baian   Sa:  Peh  yen  Shuai   ossia    Cent'occhi    generalissimo.   Il 
titolo  si  mette  sempre  dopo  il  nome. 
»      169  nota:  lunga  fortuna,  leggi:  larga  fortuna. 


» 

» 

» 
» 
» 

» 
» 


G  Polo,   Marco 

370  II  milione 

P8 
1916 


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